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Conoscere i principi generali. Comprendere l'uso delle
rappresentazioni. Tragittarsela in armonia con la natura delle cose.
LA FILOSOFIA DI EPITTETOTutta la
filosofia di Epitteto può essere riassunta in un sostantivo solo: 'Diairesi'.
Com’è possibile avvicinare a tanta profondità e a tanta semplicità chi fa il suo primo incontro con la
Diairesi? E' possibile evitare di battere la strada del saggio erudito? Mi sono
risposto: “E' possibile a patto di fare quello che hanno fatto Socrate ed Epitteto stesso, ossia
praticando la forma dialogica”. Siccome io sono un uomo fortunato, il caso ha voluto che incontrassi
una persona che non aveva mai sentito parlare né di Epitteto né di Stoicismo
né di Proairesi né di Diairesi. Dopo avere letto la mia traduzione, ella mi ha
confidato: "Mi trovo finalmente davanti ad una filosofia che mi affascina e
che intuisco capace di dare risposte solide e chiare alle domande che
assillano tutti noi. Sono però piena di dubbi e, non capendo o non condividendo alcune delle affermazioni lette, ti chiedo di prenderle in esame e di discuterne anche dal
'mio' punto di vista". Chi si avvia verso l'albero della Diairesi corre sempre il rischio di cadere in qualcuno dei burroni che costeggiano l'aspro sentiero sul quale si è incamminato. Per questo motivo io ho
dato ben volentieri la mano che mi era richiesta e dalle
nostre discussioni sono nati cinque 'Dialoghi', i quali possono
essere considerati altrettante 'introduzioni' alla filosofia di Epitteto. I
titoli dei cinque dialoghi sono i seguenti:
'Dialogo' I: -La Proairesi,
ossia la facoltà logica umana in quanto capace di atteggiarsi
diaireticamente o controdiaireticamente-
'Dialogo' II: -Medea: Diairesi, Antidiairesi e il giudice misterioso-
'Dialogo' III: -La Diairesi in atto-
'Dialogo' IV:-'Vivere secondo natura' è una
pura tautologia priva di senso giacché chiunque, anche il peggiore delinquente,
'vive secondo natura'. Il precetto stoico non è dunque questo, bensì quello di
'Vivere in modo ammissibile con la natura delle cose' . Qual è, dunque, 'la Natura delle cose'?-
'Dialogo' V: -Gige: Diairesi e
Controdiairesi, Bene e Male-
Il primo
dialogo, intitolato 'La Proairesi' , è il seguente:
Qualche settimana fa Muriel è tornata dalle sue vacanze in Grecia. Mi raccontava di essere stata in un’isola delle Cicladi e di avervi
rivisto due suoi carissimi amici, Raniero e Irene. Raniero e Irene hanno l’abitudine di incontrarsi in un piccolo anfiteatro che sorge sul fianco di una collina dell’isola. Di lì la visione del mare e delle isole limitrofe è straordinaria, e
questo è diventato il posto per loro ideale per qualunque confronto di idee. Invitata da Raniero a passare un pomeriggio con loro, Muriel si era dunque recata nel piccolo anfiteatro. La conversazione aveva toccato vari argomenti ed era poi caduta sull’arte del vivere. Incuriosito dagli accenni che Muriel ne faceva, l’ho pregata di raccontarmi il più esattamente possibile come si fosse svolta quella conversazione. Muriel ha accettato volentieri il mio invito e, con uno sforzo di memoria, ha riferito che Raniero, come se si trattasse della sceneggiatura di un film, ha cominciato a descrivere tre scene sulle quali voleva portare l’attenzione di Irene.
La prima scena- diceva Raniero -è quella che si potrebbe chiamare: 'La scena del vento'.
Essa è ambientata in un’isola dell’Egeo come questa nella quale ci troviamo. Un uomo, rivolto verso il mare, osserva con apprensione il vento che soffia forte e, dovendo partire con una piccola nave, si domanda:
-Che vento soffia?- Una voce fuori campo risponde: -Borea- La notizia non rende l’uomo
affatto tranquillo ed egli ribatte
con impazienza: -Quando soffierà lo Zefiro? Quando soffierà lo Zefiro?- Quindi
si preoccupa, si agita, pensa in ambasce al suo viaggio, desiderando per esso le condizioni di vento migliori. Incapace di star fermo, si dirige
poi verso una spiaggia e qui incontra un uomo dall’aspetto assai intrigante, di età indefinita, piacevole alla vista, che gli dice:
-Perché ti affanni per qualcosa su cui non hai alcun potere di decisione?
Come spira il vento non lo puoi scegliere tu ma soltanto Eolo, il padrone
dei venti. Questa è la natura del vento. Se ti ribellerai a ciò otterrai
soltanto irritazione, ansia e perfino disperazione ma non otterrai di
cambiare il vento. Puoi decidere di partire oppure no, ma non puoi decidere
altro. Dunque ricorda che bisogna strutturare ottimamente quanto è in nostro
esclusivo potere e usare il resto secondo che è per natura delle cose- Irene, a questo punto, ha chiesto a Raniero se il suo racconto facesse riferimento a qualche testo. Raniero ha fatto cenno di sì toccandosi il capo con l’indice della mano destra ed ha affermato che il testo al quale faceva riferimento erano le
'Diatribe' di Epitteto. Mentre il suo lavoro lo portava a vivere nei posti più svariati del mondo, Raniero aveva
infatti curato per anni la traduzione dal greco antico delle opere di questo filosofo.
Ed ha anche aggiunto che era suo intento quello di accompagnare Irene nella lettura di quest’opera così importante, anzi fondamentale, per la sua vita. Ma accompagnarla,
appunto,
e non semplicemente fornirle un lavoro già fatto.
La seconda scena che Raniero ha proposto aveva anch’essa un riferimento ad Epitteto e Irene, se avesse voluto, avrebbe potuto trovarne lo spunto nel I° Capitolo del I° Libro delle Diatribe. Questa seconda scena si potrebbe chiamare:
'La scena dei condannati a morte'. Siamo nel cortile di una grande caserma, durante una delle guerre mondiali che l’umanità ha vissuto nel secolo scorso. Che si tratti della prima o della seconda, la sostanza non cambia. Il plotone di esecuzione è pronto. I pali, ai quali verranno legati i condannati, sono già sistemati e i condannati attraversano il cortile tra due ali di soldati schierati. È una specie di corteo. C’è il prete che legge le sue litanie. È suo dovere farlo e sembra che lo faccia più per abitudine che per
convinzione, giacché non si nota sul suo volto alcuna partecipazione emotiva. Il primo condannato, con voce disperata, geme ripetutamente:
-Ma perché devo morire? Non voglio morire! Non voglio morire! Non rivedrò
più mia madre! Non rivedrò più nessuno! Non voglio morire!- Accanto a lui, il secondo condannato tace. Come ad esprimere i suoi pensieri, fuori campo si sente una voce piena di calma che dice:
-Bisogna che io muoia. Questo è inevitabile ed io non ho più scelta. Forse
bisogna pure che io gema? È forse inevitabile che io mi lamenti? Forse
qualcuno impedisce che io rida, che sia di buon umore, che sia sereno?
Nessuno! Dunque conviene che io scelga questo atteggiamento- Irene era molto colpita dal racconto ed era rimasta senza parole quando Raniero le propose una terza scena sulla quale avrebbero poi ragionato.
La terza scena potrebbe essere chiamata: 'La scena della tortura'. Essa ha il suo spunto nel paragrafo 23 del I° Capitolo del I° Libro delle Diatribe di Epitteto. Un uomo viene duramente interrogato allo scopo di strappargli dei segreti che si suppone egli conosca. Siamo in una camera di tortura, ma non ha molta importanza sapere dove, né chi sono i torturatori. Il dialogo si svolge tra il prigioniero e il suo torturatore. Già alla prima domanda che gli viene posta l’uomo risponde:
-Non ho nulla da dire- Ed è così che ha inizio la tortura. -Non hai
nulla da dire? Allora ti metterò in catene!- Ma l’uomo non sussulta e ribatte:
-Che dici? Incatenare me? Tu incatenerai la mia gamba, non me- -Ti
butterò in prigione e allora vedremo se continui a non aver nulla da dire!-
Al che il prigioniero obietta: -In prigione? Tu butterai in prigione il
mio corpo, non certo me- Il torturatore, che ha la sensazione di essere preso in giro ed è sempre più inferocito, urla:
-Ti taglio la testa!-
E l’uomo gli risponde: -Ti ho forse mai detto che il mio collo non sia
mozzabile? Tu puoi decapitarmi, ma guarda che la mia proairesi né tu né Zeus
potete togliermela. Io non svelerò alcun segreto giacché questa decisione è
in mio esclusivo potere-
Allora Irene sgranò gli occhi e chiese: -Proairesi? Ma che cosa significa
Proairesi?- Raniero la guardò con tenerezza e sorridendo le disse: -Dobbiamo davvero prendere in mano il I° Libro delle Diatribe di Epitteto e leggere una citazione. Poi cercherò di fare degli esempi in modo che possa essere chiaro
il concetto di 'Proairesi', concetto che non è di immediata comprensione.
Per non parlare poi della sua applicazione alla vita di tutti i giorni perché, alla fin fine, di questo si tratta. Noi usiamo continuamente la proairesi ed essa opera anche nelle situazioni più banali, non soltanto in situazioni drammatiche come quelle che ti ho illustrato nelle tre scene-
La citazione era questa: "Delle altre arti e facoltà, nessuna troverete conoscitiva dei principi generali di se stessa e quindi neppure atta a valutarsi positivamente o negativamente. La grammatica fino a che punto possiede conoscitività di principi generali? Fino a vagliare le lettere. La musica? Fino a vagliare la melodia. Conosce dunque una di esse i principi generali di se stessa? Nient'affatto. Ma quando, se scriverai qualcosa per il compagno, c'è bisogno dei segni che vanno scritti, questi li dirà la grammatica; se però si deve scrivere o no per il compagno, la grammatica non lo dirà. Anche sulle melodie, allo stesso modo la musica: essa non dirà se ora si deve cantare e suonare la cetra oppure né cantare né suonare la cetra" (Epitteto: Diatribe, Libro I°, Cap. I°,
§ 1-3)
-Vuoi dire- chiese allora Irene -che la proairesi è la nostra capacità di decidere?-
-Non è esattamente così ma quasi- le rispose Raniero sfogliando il suo libro
-Vedrai che tutto diverrà più chiaro quando accenneremo alle rappresentazioni. Per ora pensa che la proairesi è una facoltà logica, capace di valutare se stessa ed avente la comprensione del proprio uso, cosa che nessun’altra arte o facoltà può fare. La grammatica e la musica possono valutare scritture e melodie ma non dirci quando è il momento di scrivere né quando è il momento di cantare e suonare. Se non è la musica, cos’è che sceglie quando cantare e suonare?-
-Non lo so- azzardò Irene -Forse io?-
-Chiameremo questa cosa capace di scegliere: proairesi-
-Non sono ancora sicura di capire- confessò Irene -ma vorrei subito sapere se parli di qualcosa
che tutti gli uomini hanno, oppure che appartiene soltanto ad alcuni di noi-
-Sì- rispose Raniero -Tutti gli esseri umani hanno la proairesi ma pochi se ne rendono conto e ancora meno la sanno usare-
-Perché accade questo?-
-Guardati- continuò Raniero -La tua mente è piena di immagini o, per dire meglio, delle rappresentazioni più svariate. Tu conosci la musica. Sai parlare correttamente l’italiano e il tedesco e quindi ne conosci le grammatiche. Ma c’è qualcosa che collega le tue conoscenze e le usa al momento opportuno. Ecco questa è la proairesi, che per ora definiremo in modo sufficientemente esatto come la facoltà atta ad usare le rappresentazioni-
-Ma allora- obiettò Irene -se tutti siamo dotati di proairesi e siamo tutti capaci di usare le rappresentazioni, come mai siamo così diversi, facciamo cose svariate e tra loro spesso opposte?-
-C’è uso ed uso della proairesi- precisò Raniero -C’è un uso corretto ed un uso scorretto-
-E come faccio a sapere qual è l’uso corretto?-
-Quando tu nasci e fino ad un certo tempo della tua adolescenza tu non sai di avere questa facoltà. La proairesi è una facoltà che tu naturalmente acquisisci man mano che acquisisci la capacità di renderti conto che esistono cose che dipendono esclusivamente da te e cose che non dipendono esclusivamente da te. Le cose che dipendono esclusivamente da te sono queste:
1- la capacità di 'impellere' cioè di spingerti per istinto verso qualcosa o qualcuno e la capacità di
'repellere' ossia di allontanarti per istinto da qualcosa o qualcuno
2- la capacità di 'desiderare' cioè di spingerti razionalmente verso qualcosa o qualcuno e la capacità di
'avversare' ossia di allontanarti razionalmente da qualcosa o qualcuno
3- la capacità di 'assentire' cioè di dire di sì a qualcosa o qualcuno e la capacità di
'dissentire' ossia di dire di no a qualcosa o qualcuno.
Ti bastano queste cose che hanno la caratteristica di essere esclusivamente tue, in tuo esclusivo potere?-
-No!- protestò Irene -No! Non mi bastano! Non mi interessa, non mi consola e non mi aiuta avere queste capacità se non posso avere ciò di cui ho bisogno al momento. Dico: una casa confortevole, un lavoro decoroso, una quantità sufficiente di denaro, la soddisfazione che deriva da ciò che faccio, l’amore! Capisci che cosa voglio dire? Quello che mi interessa sapere è come faccio a raggiungere queste cose che possono rendermi felice-
-Dunque- replicò con gravità Raniero -tu valuti le cose che hai detto molto di più della tua proairesi, cioè della tua stessa facoltà di valutarle-
-Sì, perché tu mi parli di un'astrazione, ossia della facoltà di valutarle; mentre io ti parlo di cose concrete. E bada bene che io non ti parlo solo di me, giacché tutti facciamo così-
-Tu consideri un’astrazione la facoltà che ti fa dire quello che stai dicendo adesso? La proairesi è un’astrazione? Interessante! Quanto al resto: sì, lo so. Siete davvero in tanti. E credete, per
il semplice fatto di essere maggioranza, di avere in tasca la verità, di
conoscere qual è la natura delle cose? Tu puoi credermi o non credermi ma esiste una natura delle cose che non cambia,
che non cambierà mai e che è valida per tutti: me, te e gli altri compresi. Con questa soltanto si fanno i conti e se tu non la conosci io non te la rivelerò, perché ci devi arrivare tu stessa piano piano-
-Forse mi servirebbero degli esempi- riprese Irene -Non capisco perché ora sei così severo e perché dovrei già sapere qualcosa alla quale mi sto avvicinando proprio ora. Non dovrebbe stupirti che io non sappia, ma se non hai più voglia di parlare con me possiamo interrompere qui...
Mi è venuta una curiosità, però. Dimmi: chi decide qual è la natura delle cose quando ci sono opinioni diverse? Per esempio, se io e te avessimo una percezione diversa di una certa realtà, come si decide qual è la natura delle cose? E poi, se io non me ne rendo conto e tu non vuoi rivelarmi come essere consapevole della natura delle cose, come farò?-
-Vieni con me- la invitò Raniero -e riguardiamo le tre scene. Nella prima
scena, quell’individuo di cosa si lamenta? Si lamenta forse del vento? La
sua proairesi ha scelto di partire ma la partenza è contrastata dal vento di
Borea. Chiediti cosa accadrebbe se la proairesi di quell’individuo
scegliesse di non partire più. Avrebbe ancora lo stesso giudizio sul forte
vento? Causa del suo comportamento è dunque il vento, com'egli afferma, o non piuttosto il progetto di partire in quelle circostanze? Non ti pare che egli si autocondanni così all’ansia e poi, forse, alla disperazione; e che nessuna delle due risolverà il suo problema?-
-Chi è la persona che gli viene incontro sulla spiaggia?-
-Quella persona potrebbe benissimo essere la personificazione della sua proairesi che opera in modo retto e gli suggerisce il giusto comportamento da tenere- -E’ normale che si provi ansia e forse anche disperazione quando le cose che si sono programmate non si realizzano. In questo non c’è nulla di male: capita a tutti!-
-Anche se ne dubito molto, io posso immaginare che, di per sé, non siano un male né l’ansia né la disperazione; ma aggiungo che è sicuramente un bene il saper dominare l’ansia e la disperazione-
-Certo- ammise Irene -ma a forza di dominarmi diventerò una persona insensibile, una che non prova più nulla!-
-Dunque tu tendi ad identificare la preziosa capacità di essere felice con l'impossibilità di essere felice. Tu, così facendo, pensi di poter essere viva e sensibile soltanto a patto di essere disperata o in perenne ansia! La vita dell’uomo è come un viaggio che può finire in tre città diverse. Quelli che finiscono nella prima città pensano che tutti gli oggetti esterni, ad esempio il lavoro
e il denaro in quanto tali, siano di per sé i beni o i mali dell’uomo. Quelli che finiscono nella seconda città pensano che tutto quanto riguarda il corpo, ad esempio l’integrità fisica e la salute in quanto tali, siano di per sé i beni o i mali dell’uomo. Converrai con me che possiamo chiamare tutte queste cose ‘aproairetiche’, giacché si tratta di cose che non sono in nostro esclusivo potere. Chi finisce il suo viaggio nella terza città pensa invece che i retti giudizi sugli oggetti esterni e sul nostro corpo siano i beni dell’animo e quindi le fonti del suo piacere, così come i corrispondenti giudizi non-retti siano i mali dell’animo e le fonti del suo dispiacere. Converrai con me che in questa terza città beni e mali dell’animo sono dunque ‘proairetici’-
-Ma tu, Raniero, in quale città hai vissuto?-
-Io ho vissuto tutta la mia vita un po’ nella prima e un po’ nella seconda città. Poi una sera, tornato a casa ed entrato nella mia stanza, sono stato colto da un feroce mal di testa. E adesso eccomi qua. Ma dimmi, Irene, che cosa vedi nella seconda scena?-
-Una tragedia- rispose Irene -che è la condanna a morte-
-Guarda meglio- le suggerì Raniero -e vedrai che oltre la condanna a morte, che è un fatto,
i due individui vivono quella situazione in modi opposti. Il primo si autocondanna all’infelicità. Il secondo, invece, fa una scelta diversa liberandosi dell’infelicità. Le circostanze nelle quali si trovano i due condannati a morte sono esattamente identiche. Cos’è che fa la differenza tra di loro?-
-A fare la differenza tra di loro è il fatto che, di fronte alle medesime circostanze, il primo usa la sua proairesi in un certo modo mentre il secondo usa la sua proairesi in un modo del tutto differente-
-Hai detto benissimo- sorrise Raniero -Il primo rende a chi lo uccide non solo ciò che è di chi lo uccide, ossia il suo corpo; ma gli riconosce anche il potere di renderlo felice o infelice. Felice, se per un caso qualunque l’esecuzione non dovesse più essere eseguita. Infelice, perché egli è disperato, si lamenta e non vuole morire! Il secondo, come il primo, rende a chi lo uccide ciò che è di chi lo uccide, ossia il suo corpo, ma resta padrone della sua proairesi. Tiene cioè per sé, con meravigliosa dignità, ciò che chi lo uccide non potrebbe mai togliergli senza il suo consenso, ossia l’atteggiamento alto, nobile, libero, da tenere in questa situazione!-
-Intendi dire che liberarsi dall’infelicità significa accettare ciò che ti capita?-
-Quando giochi a carte non puoi rifiutarti di accettare le carte che ti capitano. L’abilità sta nel saper fare il miglior uso possibile delle carte che ti sono capitate. Retto è dunque quell’uso della proairesi che ti permette di essere felice nelle circostanze di vita che non sei stato tu a scegliere. Ma su questo avremo modo di tornare. Dimmi, invece: che cosa vedi nella terza scena?-
-Vedo- rispose Irene -un uomo coraggioso e coerente con le proprie idee. Certo, avrebbe anche potuto fare un compromesso e salvarsi la vita, che è la cosa più importante...-
-Quali sono secondo te- domandò Raniero -i segreti che il torturatore vuole conoscere?-
-Mah...penso che voglia avere informazioni su certi agitatori politici; oppure il nome dei capi di qualche organizzazione clandestina-
-Può darsi che sia così. Però, se ci pensi bene, quello che il torturatore vuole conoscere non è tanto il nome dei cospiratori quanto il segreto che permette a quest’uomo di comportarsi in quel modo e di rimanere sereno. La proairesi del torturatore si mette così in una posizione di grave debolezza in quanto fa dipendere la propria, diciamo così, felicità o infelicità dalle risposte del torturato. Felicità, se il torturato rivela quello che sa. Infelicità nel caso contrario. Come un toro cieco, il torturatore è costretto a sevizie sempre più brutali ed a minacce sempre più gravi. Infatti è proprio il dominio della propria proairesi il segreto del torturato. Ed è un comportamento alla luce del sole; di quel sole che il torturatore si ostina a negare di vedere. Se invece la proairesi dell’uomo si arrendesse ai tormenti corporali essa si condannerebbe, avendo perso il dominio di sé, alla sua stessa morte pur restando l’uomo fisicamente in vita-
Era il tramonto. Il sole si tuffava nell’Egeo e la luce indorava ogni cosa. Tutti guardavamo a occidente.
-Scusate- disse Raniero dopo un lungo silenzio -non è venuta fame anche a voi?-
-Proprio così- replicò Irene -Ora sospendiamo la nostra conversazione e andiamo tutti e tre a cenare da Irini-
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Il secondo dialogo,
intitolato 'Medea: Diairesi, Antidiairesi e il giudice misterioso' ,
è il seguente:
Qualche giorno dopo Raniero, Irene e Muriel si erano nuovamente dati
appuntamento nell’anfiteatro affacciato sul mare. -Ricordi- disse Raniero
-‘La scena del vento’ di cui abbiamo
discusso qualche giorno fa? Oggi possiamo aggiungerle qualcosa. Guarda come
il mare, adesso, è agitato e come il vento solleva onde sempre più
spumeggianti. Proprio qui sotto di noi, vedi come la vela di quella piccola
barca è scossa dal meltemi?- -Sì- rispose Irene -Osservando i movimenti delle persone che
sono sulla barca si può notare molta agitazione. Non vorrei che stesse per
succedere qualcosa di grave. Cosa si staranno dicendo?- -Sento anch’io arrivare voci concitate, ma non si capisce
che cosa stiano dicendo- -Tutto questo mi fa venire in mente la storia di Medea-
continuò Irene -Anche l’animo di Medea doveva essere scosso violentemente,
come la vela di quella barca in questo mare agitato. Me la racconti?- -Fa sempre bene tornare a ragionare su storie così
drammaticamente vere. Dunque: quando Medea, dopo anni di reciproco amore, si
vide abbandonata da Giasone, il quale voleva divorziare da lei per sposare
Glauce, la figlia di Creonte, re di Corinto, concepì il modo atroce che
conosci per vendicarsi- -Sì, lo ricordo bene: uccise i suoi figlioli- -Secondo te, perché lo fece?- -Per punire Giasone. Non poteva accettare di essere
rifiutata dopo anni di felice convivenza- -Ammettiamolo- continuò Raniero
-Medea era davvero una donna
dotata di grande temperamento! Non le mancava certo la ‘rappresentazione’ di
cosa si deve intendere quando si dice che qualcosa gira storto e non si
ottiene quel che si vuole! Medea cercava un modo per vendicarsi di Giasone,
il quale le pareva non soltanto ingiusto con lei ma anche insultante e
oltraggioso- -Lasciamo stare, per ora, la vendetta- disse Irene -Come
avrebbe potuto Medea non soffrire per la scelta di Giasone? Chi è che non
soffre quando si sente rifiutato?- -Dipende- replicò Raniero -Soffre chi è rifiutato e continua
a desiderare l’amore di chi lo rifiuta. Non soffre chi è rifiutato e giudica
quel rifiuto una liberazione. Tieni conto che Giasone, sposando Glauce,
sarebbe poi diventato re, cosa a cui teneva molto e che, vivendo con Medea,
non gli sarebbe stata possibile- -Ma, secondo te, Giasone voleva anche allontanare Medea da
Corinto, in modo da non vederla mai più?- -Sicuramente no. Giasone, al contrario, aveva proposto a
Medea di rimanere a Corinto e di diventare la sua amante, l’amante del re!
Questa era una decisione che Glauce aveva approvato- -E’ questo che Medea non può accettare e che le sembra un
insopportabile oltraggio- sbottò Irene -Ma dal soffrirne al dare la morte ai suoi stessi figli-
suggerì Raniero -credo veda anche tu un passo che non è automatico, che non
discende dal fatto di provare dolore e che richiede qualcos'altro per essere
compiuto- -Allora, che cosa porta Medea a fare questa scelta?-
-L’animo di Medea, come abbiamo detto, è dotato di grande nerbo ossia, e mi
puoi certamente ormai capire, di una potente proairesi- -Sì, Medea deve assolutamente fare qualcosa, non può tacere
e stare a guardare- -Nella proairesi di Medea- riprese Raniero -turbinano dunque
le più varie possibilità, e possiamo chiamare queste possibilità ‘progetti’.
Così Medea pensa: ‘Giasone è un traditore e merita una punizione: lo
avveleno’. Oppure: ‘Non sopporto di valere meno di Glauce e la uccido’.
Oppure: ‘Mi uccido per non dover assistere a ciò che mi procura così tanto
dolore’. E infine: ‘Uccido quelli che io gli ho dato, i suoi figli’- -Ma erano anche figli suoi...- -Giusto! Nella proairesi di Medea è anche presente il
giudizio: ‘Se uccido i suoi figli punirò anche me stessa’. Ma ella, come le
fa dire Euripide, subito si risponde: ‘Non m’importa! Capisco che mali sto
per fare ma il rancore è più forte delle mie risoluzioni’- -Qual è il criterio che permetterà a Medea di scegliere tra
questi progetti?- -Seguimi- la invitò Raniero -Entriamo nella proairesi di
Medea e prendiamo in considerazione uno per uno questi progetti. La domanda
fondamentale che ci dobbiamo porre è questa: ciò che voglio fare è qualcosa
in mio esclusivo potere oppure no? Vediamo. ‘Avveleno Giasone’ è in mio
esclusivo potere?- -Penso proprio di sì- propose Irene -A meno che le
condizioni materiali me lo impediscano. Ma in ogni caso l’azione è mia e
posso cercare di metterla in atto anche se non dipende da me il successo
della medesima- -Ecco, hai colto il punto- replicò Raniero -Una cosa è
decidere di camminare e un’altra è camminare. La prima è un progetto in mio
esclusivo potere, la seconda non è invece in mio esclusivo potere ma è
soggetta ad ogni sorta di possibili accidenti. Una cosa è avere dei giudizi
e concepire un progetto, un’altra cosa è portarlo a compimento. Infatti la
sua realizzazione è sempre soggetta a possibili accidenti. Ritorniamo ad
esaminare il progetto ‘Avveleno Giasone’ e dammi una nuova risposta. Sappi
che entrare nella stanza di Giasone è ormai impossibile, che tutti i suoi
cibi sono pregustati da uno schiavo e che egli è circondato da guardie del
corpo che vegliano sulla sua incolumità- -Ne devo concludere e ti devo rispondere così: ‘Avvelenare
Giasone non è in esclusivo potere di Medea mentre in esclusivo potere di
Medea è il concepirne il progetto’- -Cosa diremo del progetto ‘Uccido Glauce’?- -Che uccidere Glauce non è in esclusivo potere di Medea
anche se il progettarlo è in suo esclusivo potere- -’Mi uccido’ è la terza alternativa che Medea concepisce. Ma
la esclude subito, perché uccidersi le sembra una grande vittoria di Giasone
e di Glauce, i quali non soltanto non avrebbero bisogno di commettere un
omicidio per sbarazzarsi di lei, ma le infliggerebbero anche l’umiliazione
di celebrarne il ricordo come madre virtuosa e sposa esemplare- -E inoltre- aggiunse Irene
-in questo caso Medea non
otterrebbe ciò che vuole, che è riavere il suo posto al fianco di Giasone.
Ma a Medea non viene in mente che, uccidendosi, almeno si sottrarrebbe al
dolore che prova?- -Anche nel caso del progetto ‘Mi uccido’ dobbiamo
considerare se si tratti di qualcosa che è in esclusivo potere di Medea.
Vedrai che se analizziamo questo progetto, che sembra il più vicino a
dipendere esclusivamente da lei, troveremo che non è così- -Ma come- disse con sorpresa Irene
-il suicidio è l’unica
cosa per la quale non ho bisogno di altri e che dipende esclusivamente da
me...- -Giasone ha già pensato anche a questo. Egli non ha messo in
opera soltanto il suo sistema di protezione ma ha già dato ordini segreti e
tassativi affinché sia prevenuto qualunque gesto che potrebbe portare ad
effetto il suicidio di Medea. Medea non lo sa, ma è circondata da persone
che si tengono nell’ombra e che vigilano sulla sua incolumità. Credibile o
no che sia la possibilità di prevenire un suicidio, questo va detto per
dimostrarti ancora una volta che anche la realizzazione del suicidio non è
in tuo esclusivo potere, mentre è in tuo esclusivo potere soltanto la
decisione di porre fine alla tua vita. Sono invece d’accordo con te nel
ritenere che la morte avrebbe liberato Medea dal dolore, dall’offesa e dalla
rabbia che provava- -Anche l’uccidere i propri figli- protestò allora Irene
-non
è in esclusivo potere di Medea, ma è ciò che avviene. Qual è la differenza
di questo progetto rispetto ai precedenti ?- -Non c’è la minima differenza- rispose serio Raniero
-Anche
per questo progetto valgono le conclusioni cui siamo giunti nel caso degli
altri. Concepire l’uccisione dei propri figli è in esclusivo potere di Medea
ma il realizzarlo non è in esclusivo potere di Medea- -Ma gli altri progetti di Medea non si realizzano mentre
questo si realizza. Perché accade questo?- -Accade semplicemente perché le circostanze non lo
impediscono. Medea è madre e i bambini vengono allevati e curati dalle
donne, siano esse nutrici o madri. Medea ha dato a Giasone due figli e
questi sono ancora, notte e giorno, con lei. Giasone non ha mai neppure
lontanamente pensato a toglierli dalla tutela della madre perché questa è la
sua cultura. Giasone è un greco. Medea non è una greca e, seppure figlia di
re, è una barbara del Ponto che arriva a concepire un progetto di una
atrocità tale quale nessuna donna greca avrebbe potuto concepire- -Dunque- chiese Irene
-i progetti ‘Avveleno Giasone’,
‘Uccido Glauce’, ‘Mi uccido’, ‘Uccido i miei figli’ sono perfettamente
equivalenti riguardo alla loro concezione e alla loro possibilità di
realizzazione?- -Diciamo più esattamente- continuò Raniero -Sono
perfettamente equivalenti quanto alla loro concezione poiché, come progetti,
sono in esclusivo potere di Medea. Sono perfettamente equivalenti in quanto
la loro realizzazione pratica è sempre soggetta ad ogni sorta di accidenti.
Non sono più equivalenti quando consideri che è impossibile sapere a priori
quali e quanti saranno per ciascuno gli impedimenti che ne ostacoleranno o
le facilitazioni che ne favoriranno la realizzazione- -Intendi dire che la differenza tra di loro risale a quel
‘...soggetta ad ogni sorta di accidenti’?- -E’ proprio così. E questa è la ragione per cui soltanto il
tentativo di realizzarli ci dice quali dei nostri progetti diventeranno
realtà e quali no- -Però possiamo giudicare la realizzazione di alcuni più
probabile di quella di altri, non ti pare Raniero?- -Certamente è così. Però il punto fermo rimane questo:
nessun progetto per cui ci sia bisogno del nostro corpo o di una qualunque
persona o oggetto esterno ha certezza di realizzazione. E questo è quanto
per ora ci basta sapere ai fini della presente discussione su Medea- -Da quello che tu dici, Raniero, sembra che ci si debba
rassegnare a ciò che accade restando impassibili e senza fare nulla. Non
sarebbe questa una condanna alla passività? A volte muovere qualche pedina,
pur sapendo che la situazione è quella data, potrebbe cambiare qualcosa e
renderebbe meno pesante l’accettare i fatti che non ci piacciono- -Non fraintendere. Ti ripeto che non possiamo muovere
nessuna pedina con la garanzia del successo, ma ti ripeto anche che soltanto
calciando con forza e con abilità il pallone verso la porta avversaria
possiamo renderci conto se abbiamo segnato un goal, se il tiro è andato su
un palo o fuori dai pali o se il portiere ha parato- -Dunque il tuo non è un invito alla passività ma a
qualcos’altro. Non capisco però a che cosa, disse pensierosa Irene- -Il mio invito è un invito alla ‘Diairesi’- -Diairesi, e cos’è? È una parola che non ho mai sentito-
protestò Irene -Devi avere un attimo di pazienza e vedrai che tutto
diventerà subito più chiaro- rispose Raniero -Torniamo a Medea. Siccome
sappiamo che ciascun progetto si presentava a Medea con la medesima
autorevolezza, dobbiamo supporre che nella sua Proairesi fosse presente
qualcosa capace di scegliere quale dei progetti mettere in opera- -Sono d’accordo. Non può essere che così, ma non so dare un
nome a questo qualcosa- -Facciamo un paragone con quanto succede in Tribunale e
immaginiamo che i vari progetti siano altrettanti imputati e questo qualcosa
il loro giudice- -Sì- annuì Irene -Il paragone è chiaro e mi piace- -Sentiti gli imputati, i testimoni, le arringhe dell’accusa
e della difesa e visti i pertinenti articoli del Codice, il
giudice condanna o assolve. Ecco, il giudice che sceglie tra i progetti di
Medea si chiama ‘Antidiairesi’- -Antidiairesi? Tu ti diverti a confondermi le idee- insorse
Irene -Poco fa parlavi di Diairesi, adesso vieni fuori con quest’altra
parola e io non ci capisco più nulla!- -I due giudici, Diairesi e Antidiairesi, sono fratelli, come
fossero Apollo e Artemide oppure, se vuoi, i Dioscuri Castore e Polluce- -Perché si chiama Antidiairesi il giudice che sceglie, tra i
progetti di Medea, quale attuare?- -Anche se non è ancora una definizione che mi soddisfa del
tutto, accontentiamoci di definire l’Antidiairesi come il giudice che opera
su quanto non è in nostro esclusivo potere ed è complementare alla Diairesi,
la quale invece opera su quanto è in nostro esclusivo potere. Ti ricordi che
siamo partiti da questa domanda fondamentale: ciò che Medea intende fare è
qualcosa in suo esclusivo potere oppure no? Siamo giunti alla conclusione
che concepire un progetto è in esclusivo potere di Medea ma che il
realizzarlo non è in esclusivo potere di Medea. Il giudice che sceglie quale
dei progetti di Medea attuare si chiama Antidiairesi, ripeto, perché è un
giudice deputato ad operare su quanto in nostro esclusivo potere non è- -Vuoi dire che è un giudice cattivo?- -Nient’affatto. È un giudice ottimo, necessario e
importantissimo il quale, però, svolge un ruolo molto diverso da quello che
svolge il suo fratello Diairesi- -E qual è il compito svolto dal giudice che tu chiami
Diairesi?- -Come dicevo, Diairesi è il giudice deputato a giudicare se
la realizzazione di un progetto è in nostro esclusivo potere oppure no e, se
è in nostro esclusivo potere, a scegliere quale realizzare- -Tu continui a stupirmi- disse Irene
-e quasi mi manca il
fiato. Ma come? Esistono anche progetti la cui realizzazione dipende
esclusivamente da noi?- -Certamente- rispose calmissimo Raniero -So che non te ne
rendi conto e non ne hai mai sentito parlare, ma mancano soltanto due passi
in più per capire di cosa si tratta. Ti posso anticipare, perché ti sia in
seguito più chiaro, che questi progetti la cui realizzazione dipende
esclusivamente da noi, riguardano la possibilità o capacità che noi abbiamo
di mutare il nostro giudizio su una situazione data, come poi vedremo- -E quindi...?- -Continuiamo il paragone del Tribunale ed ammettiamo che in
questo Tribunale esistano soltanto due giudici. Il giudice Diairesi è il
primo a ricevere e ad esaminare le carte del Processo ossia, in questo caso,
i progetti che turbinavano nella mente di Medea. Egli ha svolto
accuratamente il suo lavoro ed ha trovato che la realizzazione di nessuno di
tali progetti era in esclusivo potere di Medea. Siccome il giudice Diairesi
è deputato a giudicare se la realizzazione di un progetto è in nostro
esclusivo potere oppure no, cosa doveva fare?- -Doveva fermarsi lì e passare le carte a qualcun altro- -Abbiamo ammesso, per ora, che ci siano soltanto due giudici
nella nostra Proairesi. Dunque...- e qui Raniero si fermò -Dunque...,- riprese Irene in un soffio
-dunque... ha passato
le carte al fratello, all’Antidiairesi- -Proprio così. È questo l’iter dei processi che avvengono
nella nostra Proairesi. Se il giudice Diairesi non trova il progetto di sua
competenza, passa il caso al fratello Antidiairesi e sarà quest’ultimo a
prendere ulteriori decisioni- -Ho capito. È chiaro che i progetti di Medea sono di
competenza del giudice Antidiairesi. Medea è confusa, turbata, e non si
rende conto che la realizzazione di uno qualunque dei progetti che le
turbinano in mente non è in suo esclusivo potere. Mi sembra però che questo
sia l’unico modo che lei sente e sceglie, non per cambiare una situazione
che non è in suo potere cambiare ma per esprimere, anche se in modo atroce,
tutto ciò che la ferisce- -Io
però vedo, a questo punto, una difficoltà. Sappiamo che la Diairesi è il
giudizio che sa distinguere quanto è in mio esclusivo potere e quanto non lo
è. Sappiamo anche che l’Antidiairesi è il giudizio, complementare alla
Diairesi, il quale opera su quanto in mio esclusivo potere non è. Sappiamo
che Medea non usa la Diairesi. Ma, allora, a cosa è complementare
l’Antidiairesi che Medea invece certamente usa?-
-Esiste forse un giudice misterioso che ancora non abbiamo conosciuto-
ipotizzò Irene
-Non mi è ancora chiaro, ma sulle carte che sono passate per le mani della
Diairesi doveva esserci scritto qualcosa che evidentemente non è stato
scritto dalla Diairesi ma da qualcun altro, giacché se fosse stato scritto
dalla Diairesi vorrebbe dire che Medea la usa. D’altra parte l’Antidiairesi
ha soltanto il compito di operare su quanto è scritto su quelle carte. Si
tratta di una complicazione alla quale io non so dare per ora una risposta.
Una cosa comunque sappiamo con certezza: Medea vede fuori di sé l’origine
della propria afflizione. Non può essere che così giacché Medea, incapace di
usare la Diairesi, cioè di rendersi conto di ciò che è in suo esclusivo
potere e di ciò che non lo è, è incapace di valutare qual è il suo
contributo all’afflizione che prova. Se il comportamento di Giasone fosse di
per sé la causa dell’afflizione di Medea allora chiunque, di fronte a un
simile comportamento, dovrebbe provare la stessa afflizione- -Allo stesso modo- interruppe Irene
-che se la morte fosse
di per sé un evento terribile e da fuggire, ecco che nessuno dovrebbe
suicidarsi?- -Esattamente. A causare l’afflizione di Medea non è dunque
il rifiuto di Giasone ma il giudizio, che è solo di Medea, che il rifiuto di
Giasone sia un insulto, un’ingiustizia che la umilia. Le amiche di Medea non
provano assolutamente, a causa del comportamento di Giasone, l’afflizione
che prova Medea- -Mi sembra ovvio- incalzò Irene -che le amiche di Medea
non provino la stessa afflizione. Ma magari ne provano una simile per
l’amicizia che hanno con Medea- -Questo può essere, ma è un’altra afflizione e si tratta di
un altro discorso. Il punto cruciale cui siamo giunti è questo: c’è qualcosa
la cui realizzazione, nella situazione data, è in esclusivo potere di Medea
e che l’uso appropriato della Diairesi le permetterebbe di scoprire? Oppure,
per tornare al paragone del Tribunale: esiste almeno un progetto la cui
realizzazione dipende esclusivamente da Medea e che quindi il giudice
Diairesi potrebbe scrivere su quelle carte e che, a questo punto, non
avrebbe neanche più bisogno di passare al fratello?- -Lasciami riflettere un attimo- sospirò Irene
-Da quello
che mi hai detto finora penso che una risposta sensata sarebbe questa: Medea
può cambiare il giudizio che dà sulla situazione in cui si trova- -È esattamente così. Eccoci al vero cuore del problema. C’è
qualcosa che dipende esclusivamente da Medea, ed è il giudizio che ella ha
di Giasone e del suo comportamento. Giasone, col suo rifiuto, le appare come
un volgare traditore degno della peggiore vendetta. Questo giudizio è in
esclusivo potere di Medea ed ella lo può cambiare. Se Medea guardasse a
Giasone come ad un infelice carrierista indegno dei suoi sentimenti, ebbene
cambierebbe totalmente i suoi progetti. Medea desidera ad ogni costo che
Giasone coabiti con lei. Dille: guarda Corinto; è una città dal clima
insalubre, sudicia, poco attraente, scomoda. Tu invece desideri luce, aria,
sole. Se ricorderai ciò che a te piace, vedrai Corinto con occhi nuovi e
considererai una fortuna la possibilità di abbandonare tanto Corinto quanto
Giasone. Giasone ti può impedire di suicidarti, di uccidere Glauce, i figli
o lui stesso, ma può Giasone impedirti di considerarlo un infelice
carrierista e quindi di considerare per te desiderabile l’abbandonarlo? Non
puoi accusare Giasone di impedirtelo. Sei tu e soltanto tu che lo vedi con
occhi che te lo mostrano come un volgare traditore degno della peggiore
vendetta- -Capisco quello che tu dici e so che mi sarà molto utile-
confidò Irene -Ma Medea non cambia il suo giudizio perché non pensa che
Giasone sia un infelice carrierista. Lei sa bene quanto è importante
diventare re di Corinto- -Certo, Medea continua ad apprezzare Giasone e sa che è un
uomo di grande valore. Ma la situazione è mutata, non siamo più ai tempi
felici della conquista del Vello d’Oro. Arriviamo fino in fondo. Quello che
Medea non può accettare è, in realtà, che un uomo del valore di Giasone non
abbia più, come un tempo, i giudizi di Medea. Siamo davanti al conflitto di
due Proairesi. Medea è giunta a ritenere vitale il progetto di dominare la
Proairesi di Giasone e di farla tornare in sintonia con la propria, mentre
ritiene nullo e insensato il progetto di dominare, ossia di usare
rettamente, la propria Proairesi. Medea non sa usare la Diairesi e non ha
intorno nessuno che glielo insegni. Ti sembra esatto chiamare ‘progetto’
soltanto il tentativo di dominare l’altrui Proairesi e chiamare ‘passività’
il progetto di usare rettamente la tua stessa Proairesi? Nel primo caso non
hai certezza di successo e sei spesso, come Medea sperimenta, destinata alla
sconfitta. Nel secondo caso, invece, la Diairesi ti suggerirà i tempi e i
modi per vivere bene ed essere felice- -Il giudizio di Medea- sospirò Irene
-non è negativo su
Giasone ma è diventato negativo sul proprio valore e sul valore della
relazione che si era stabilita tra di loro- -Ecco uno dei tratti caratteristici di una Proairesi che non
usa la Diairesi. Ad un certo punto è costretta a sfigurare il passato, a
svalutarlo, a vedere menzogna e inganno anche là dove c’erano sincerità e
lealtà. Se non usi la Diairesi, la tua Proairesi non potrà mai apprezzarsi
per quello che vale e crederà se stessa inferiore a tutto e a tutti- -Volevo porti un’ulteriore domanda- continuò Irene
-Che cosa
ti fa dire che sia Medea a volere che Giasone abbia le sue idee e che cosa
ti fa escludere che possa anche essere viceversa?- -E’ proprio così: Giasone impone a Medea la forza della
propria Proairesi e si dimostra superiore a lei nel conflitto. Giasone non
ha timore di perdere Medea, è disposto a rinunciare a lei. Al contrario,
Medea teme di perdere Giasone e le è insopportabile l’idea di vivere lontano
da lui senza essersi prima vendicata del suo affronto. In questo scontro di
Proairesi è inevitabilmente vincitore chi è disposto a cedere il campo
all’altro, nel senso che Giasone è disposto a rinunciare pacificamente a
Medea mentre Medea non lo è. Il disagio di Medea sta nel fatto che ella è
entrata in contraddizione con se stessa, giacché vuole Giasone ma nello
stesso tempo non vuole Giasone com’è, ossia sposo di Glauce e re di Corinto.
Giasone invece non è in contraddizione con se stesso perché vuole Medea così
com’è, donna e madre dei suoi figli. Giasone e Medea sono in reale
opposizione: Giasone ha un progetto che Medea rifiuta; Medea ha un progetto
che Giasone rifiuta- -Prima parlavi di contraddizione, adesso parli di
opposizione. Puoi essere più chiaro?- -Le contraddizioni sono esclusivamente interne alla testa
delle persone, sono individuali, e sono insopportabili. Credere che qualcosa
sia ‘bianco’ e che contemporaneamente sia ‘non bianco’ è impossibile e si
dovrà scegliere ‘bianco’ o ‘non bianco’. Le contraddizioni devono essere
risolte rapidamente, pena l’impossibilità di comunicare e anche di agire:
non puoi dire o fare contemporaneamente una cosa ed il suo opposto! I
conflitti sono invece opposizioni reali di progetti diversi e sono
sopportabili. Ad esempio Medea prende atto, e non potrebbe fare
diversamente, che Giasone ha giudizi e progetti diversi dai suoi anche se
continua a giudicare che essi non le piacciono- -In questo caso, come si potrebbe uscire dal conflitto?- -E’ necessario e inevitabile uscire dalle contraddizioni. Il
conflitto, invece, anche se può essere sopportabile è razionalmente
insolubile. Il conflitto può permanere tale indefinitamente, oppure
terminare perché uno dei due abbandona la propria posizione o perché cambia
qualcosa nei dati di fatto. È una questione di forze contrapposte, e il più
forte prevarrà sempre sul più debole; come si può facilmente vedere a
posteriori dato che, a priori, non è mai possibile sapere con certezza chi
prevarrà- -Torniamo un poco indietro, ad una cosa che hai detto e che,
sul momento, non avevo preso in considerazione. Hai raccontato che Giasone
aveva proposto a Medea di essere la sua amante, una volta sposata Glauce.
Potremmo chiamare questa una proposta di compromesso per risolvere il
conflitto, ma Medea la rifiuta. Anzi questa proposta la offende. Perché? Il
rifiuto di Medea quale giudizio sottende?- -Può una persona reputare che qualcosa gli è utile e non
sceglierla? No, non può. Quando Medea dice: ‘Capisco che mali sto per fare ma il
rancore è più forte delle mie risoluzioni’ lo dice proprio per questo,
perché ritiene più utile gratificare il suo rancore e vendicarsi del marito
che salvare i figlioli. Lo stesso vale nel caso di Glauce. Poteva Medea
reputare utile per sé dividere con Glauce il letto di Giasone? Il suo
comportamento ci dice di no. I giudizi sottesi a questo comportamento
possono essere tantissimi, diversi e facilmente immaginabili. Per esempio
che Giasone preferisce il regno al suo amore. Oppure che Giasone, non
bastandogli il suo amore, cerca un’altra donna che lo ami. Oppure che
Giasone è un egoista e che di fronte all’apprezzamento della sua persona da
parte di un’altra donna non si pone né il problema di scegliere né la
preoccupazione che questo faccia del male a Medea. Oppure che Giasone vuole
semplicemente ‘prendere tutto’. Infine Medea, gelosa di Glauce, la teme come
più giovane, più bella, più interessante di lei ed ha paura di essere
abbandonata per sempre da Giasone. Tutti questi giudizi di Medea riflettono
la sua incapacità di usare la diairesi e di riconoscere qual è il suo
contributo alla disperata afflizione che prova mentre pone interamente nelle
mani di Giasone la chiave della propria felicità e infelicità. Quali giudizi,
poi,
fossero allora veramente presenti nella Proairesi di Medea è ignoto a tutti
fuorché agli dei!- -Vedo che la barca a vela non è più qui sotto di noi-
disse a questo punto Irene -Il mare si è calmato ed essa ha sicuramente raggiunto senza
pericoli il porticciolo dell’isola- la rassicurò Raniero -Mi sembra che, per oggi, abbiamo parlato abbastanza-
concluse Irene -Scusate, non è venuta anche a voi una gran voglia di fare un
bagno? Io non vedo l’ora di farlo. Che ne dite di andare tutti a Kedros?-
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Il terzo
dialogo, intitolato 'La Diairesi in atto' , è il seguente:
Il
progetto era quello di godersi un delizioso bagno in un mare cristallino e
tranquillo. Ma arrivati a Kedros, Raniero, Irene e Muriel si erano subito
scontrati con una situazione che non avevano previsto e che non era
gradevole come avevano immaginato. Infatti c’era chi giocava sulla spiaggia
con i racchettoni, producendo un rumore costante e fastidioso che sembrava
studiato apposta per coprire il piacevole suono del frangersi delle onde
sulla battigia. C’era chi, facendo jogging, spruzzava coloro che erano
sdraiati presso la riva. C’era chi lanciava al cane una palla che finiva
sempre tra i piedi di qualcuno. C’era chi, scuotendo il proprio asciugamano,
produceva nuvole di sabbia. C’era chi sbraitava ad altissima voce chiamando
qualcuno dall’altra parte della spiaggia. Infine c’era chi, approfittando
del bagno dei proprietari, rubava quello che trovava nelle loro borse
incustodite. -Ecco
una situazione- disse Raniero -che sembra fatta apposta per farci mettere in
atto la diairesi. Quando abbiamo deciso di venire qui a fare il bagno ci
siamo anche detti: “Voglio fare il bagno, ma anche serbare la mia proairesi
in accordo con la natura delle cose e tale non la serberò se fremerò di
sdegno davanti a quanto altre persone ritengono essere utile per loro e che
non è in mio esclusivo potere modificare”. Ve lo ricordate?-
-Certo- disse Irene -Serbare la propria proairesi in accordo con la natura
delle cose significa ricordare che non possiamo avere il controllo assoluto
su ciò che non è in nostro esclusivo potere. E allora, adesso abbiamo
davanti a noi due strade. La prima è quella di irritarci e di intervenire
contro coloro che noi giudichiamo disturbatori. Ma è chiaro che, qui e ora,
questo sarebbe inutile e forse anche controproducente. D’altra parte, se a
loro piace così... La seconda è quella di usare la diairesi, non metterci in
aperto conflitto con loro e scegliere quindi un altro atteggiamento. Ma
quale?-
-Anche a me non sembra il caso di protestare, aggiunse Raniero. Abbiamo
trovato qui una bella occasione per esercitare la nostra tolleranza. Non è
proprio quello che ci auguravamo, ma abbiamo in noi risorse sufficienti per
fare fronte a questo e a ben altro. Loro si divertono così e così va bene
per loro, ma non per noi. Trovo questa una magnifica dimostrazione di ciò
che andavamo dicendo qualche giorno fa: una cosa è il nostro progetto di
fare il bagno su una spiaggia tranquilla e un’altra cosa è che la spiaggia
sia davvero tranquilla, giacché non è in nostro potere renderla
tale! Io so però che c’è un’altra spiaggia ancora più straordinaria di
questa. È più lontana e molto meno frequentata: si chiama Livadi. Avete
voglia di arrivare fin là?- -Sì-
assentì Irene -però ci vuole parecchio tempo per raggiungerla a piedi e il
cammino non è dei più agevoli-
Mentre si discuteva sul che fare, ecco affacciarsi da dietro il promontorio
che sovrasta Kedros la grande barca blu di Nicola, già carica di un certo
numero di persone e diretta proprio a Livadi. Con sorpresa Raniero, Irene e
Muriel vedono la barca dirigersi verso di loro e notano che, ad una
estremità della spiaggia, vi è un piccolo molo che serve per l’attracco.
Subito l’idea appare luminosa ed essi si affrettano a raggiungere alcune
persone che già aspettano sul molo.
-Ecco la soluzione: andiamo anche noi a
Livadi- disse sorridendo Raniero
Saliti sulla barca, Muriel ha notato la presenza di un anziano
signore vestito con una specie di leggera tunica chiara. Una fluente barba
bianca ne incorniciava il viso sereno e dorato dal sole. Sedutasi accanto a
lui, Muriel lo ha sentito distintamente chiedere ad uno dei giovani che lo
accompagnavano di scrivere quello che gli avrebbe lentamente dettato. Le sue
parole erano queste: “Soprattutto per questo aspetto ci si deve allenare.
Subito avanzando all'alba, chi vedrai, chi sentirai, indaga, rispondi come
ad una domanda. Cosa vedesti? Un magnifico giovanotto od una magnifica
ragazza? Applica il canone. E' aproairetico o proairetico? Aproairetico:
rimuovi fuori. Cosa vedesti? Piangere per la fine di un figliolo? Applica il
canone. La morte è aproairetica: rimuovi di mezzo. Ti venne incontro un
console? Applica il canone: quale cosa è il consolato? Aproairetica o
proairetica? Aproairetica: rimuovi anche questo, non è valido; buttalo via,
non ti riguarda. Se facessimo questo ed a questo ci esercitassimo ogni
giorno, dall'alba fino a notte, qualcosa accadrebbe, per gli dei! Ora
invece, subito siamo presi a bocca aperta da ogni rappresentazione e
soltanto a scuola, se proprio è così, ci risvegliamo un poco. E poi usciti,
se vedremo qualcuno piangere diciamo: "Andò in malora!". Se vedremo un
console: "Beato lui!". Se un confinato: "Disgraziato!". Se uno povero di
denaro: "Meschino, non ha donde mangiare!". Questi malvagi giudizi bisogna
stroncare, su questo concentrarsi. Giacché cos'è singhiozzare e mugugnare?
Un giudizio. Cos'è la cattiva fortuna? Un giudizio. Cos'è conflitto, cos'è
divergenza, cos'è biasimo, cos'è accusa, cos'è empietà, cos'è chiacchiere?
Questi sono tutti giudizi e null'altro, e giudizi su quanto è aproairetico come
se fosse
bene o male. Uno alloghi questi giudizi circa il bene o il male su quanto è proairetico ed io mi obbligo con lui che
rimarrà stabile, comunque starà quel che lo circonda”. Scesi dalla barca,
Muriel ha inoltre notato che il vecchio si appoggiava ad un bastone e che zoppicava
visibilmente.
Livadi è una grande spiaggia di sabbia bianchissima, assai poco frequentata,
con un mare dai colori splendidi e un’acqua trasparente e calma. Al di là
della spiaggia si intravedono alcune tende e, all’ombra di una grande
tamerice, su dei teli colorati sta seduto in cerchio un gruppo di giovani
che, nudi, parlano tranquillamente tra di loro. Intorno vi sono persone che
fanno il bagno o prendono il sole o passeggiano lungo la riva del mare.
Alcuni indossano il costume, ma la maggioranza della persone si è liberata
di ogni abbigliamento. Dopo
avere fatto il bagno, Raniero e Irene si sono avvicinati al gruppo. In quel
momento è sopraggiunta Muriel che, rivolgendosi ai suoi due amici, ha detto:
-Scusate, vi avevo perso di vista perché mi ero fermata a scrivere le cose
terribili che ho sentito dire da un anziano signore mentre eravamo in barca.
Se poi vorrete, più tardi ve le posso leggere- I
giovani li hanno accolti con naturalezza e hanno offerto loro dell’acqua. Un
ragazzo di nome Iorgos sta raccontando che quella mattina, dopo aver smontato la
loro tenda, due suoi cari amici sono partiti per tornare a casa. Questa
separazione lo ha molto toccato, lo fa sentire infelice, e si nota bene il
suo bisogno di condividere con gli altri i suoi sentimenti.
-Sentimenti? Cosa intendi dire- chiese Tom -quando usi questa parola?- -Per
me- gli rispondeva Maria -i sentimenti sono l’espressione delle emozioni che
provo nei confronti degli altri. Tu hai detto ai due amici che partivano che
volevi loro bene. Per me il sentimento è essenzialmente il sentimento
d’amore. Ce ne sono anche molti altri, ma di questo stiamo ora parlando, ed
è questo che tu ora provi-
-Sono d’accordo con te- diceva Tom -Ma devo anche ripetere, come dicevo poco
fa a Iorgos, che il condividere questo sentimento con altri non mi toglie il
dolore e l’infelicità che provo per questa separazione-
-Se tu- intervenne allora Raniero -ti lasci invadere dalla nostalgia e ti affliggi
per la separazione, sembri dare un giudizio puramente negativo della
situazione e dunque un giudizio che ti procura infelicità. A che ti serve?-
-Non è qui il punto- ribatté Iorgos -Io semplicemente mi do il diritto di
provare ciò che provo e di comunicarvelo. Se anche voi provate la stessa
cosa, ciò mi rende più sopportabile l’infelicità della separazione. Io penso
cioè che il poter condividere
con altri i propri sentimenti sia utile e importante-
-Guarda che se ci pensi bene, disse Raniero, anche i sentimenti sono dei
giudizi-
-In che senso?- chiese Iorgos
-Quelli che tu chiami sentimenti- spiegò Raniero -sono giudizi perché
possono sempre essere tradotti così: “Stare con queste persone mi piace”. Se
il giudizio fosse diverso e fosse del tipo “Stare con queste persone non mi
piace”, ecco che tu lo chiameresti un sentimento di avversione e non
proveresti infelicità per la separazione-
-Mi sembra- insorse Tom -una gran banalità! Mi stai dicendo semplicemente
che se la situazione fosse diversa il mio sentimento sarebbe diverso. E
allora?…-
-Va benissimo quello che tu dici- rispose con calma Raniero -È
un’ovvietà, ma l’importante è che tu ammetta che i sentimenti sono dei
giudizi, che 'tu'
sei i tuoi giudizi e che essi sono in tuo esclusivo potere. Soltanto
tu puoi cambiarli. Nessun altro può farlo al posto tuo, né tu puoi chiedere
a qualcun altro di farlo per te: tu sei libero nei tuoi giudizi-
-Quindi- continuò Iorgos -dovrei modificare il mio giudizio sulla situazione
e dire che non me ne importa nulla che i miei amici siano partiti? In
questo modo potrei evitare di starci male, vuoi dire questo?- -Dei
nostri giudizi la natura ha fatto padroni noi e soltanto noi, rispose
Raniero. Quando si parla di sentimenti come se fossero entità indipendenti
dai nostri giudizi, si corre il rischio di credere che i sentimenti siano
padroni di noi e non noi dei nostri sentimenti. Se davvero i sentimenti
fossero padroni di noi e tu fossi una persona conseguente, questa
separazione dovrebbe trascinarti a decisioni estreme. Questo dovresti fare:
suicidarti per l’infelicità che ti dà la separazione, come fece
Didone quando Enea la abbandonò. Se questi vostri amici non fossero soltanto
partiti ma fossero già adesso morti in un incidente e tu non potessi vederli
mai più, cosa faresti? Per essere coerente, visto che loro sono davvero un
bene per te, che la sottrazione di quel bene è per te un male che ti rende
infelice e che tu non puoi vivere se non hai quel bene che la loro partenza
ti ha tolto, dovresti appunto suicidarti-
-Quello che tu dici mi pare esagerato- replicò Iorgos -Nella vita di una
persona non ci sono soltanto gli amici ma molte altre cose. Dunque perché
suicidarmi? Io sono semplicemente triste-
-Vedi- gli rispose Raniero -che tu fai, senza rendertene conto, queste
operazioni: in primo luogo frammenti il bene in tanti beni diversi quante
sono le persone o gli oggetti esterni che giudichi importanti per te. In
secondo luogo giudichi che il loro
possesso ti procuri felicità e la loro perdita infelicità. In terzo luogo
decidi tacitamente che non ve ne sia però mai uno decisivo e che quindi, per
scegliere di suicidarti, dovrebbero esserti tolte tutte insieme queste
persone e tutti questi oggetti esterni. Ma queste persone e questi oggetti, se ci ragioni bene, non ti appartengono, perché sono persone e oggetti fuori
di te, sono cioè, come abbiamo già detto, entità aproairetiche sulle quali
tu non hai alcun potere esclusivo. Tu ti comporti, insomma, come chi crede
che si possa morire annegati soltanto in mare aperto e profondo mentre
dimostri che per annegare te bastano due dita d’acqua- -Si-
intervenne Maria -sarà pur così; ma questo non toglie che io provi infelicità
nella separazione-
-Questo accade- continuò Raniero -perché tu equipari la separazione a una
perdita e dai ad essa un valore soltanto negativo. Invece i tuoi amici sono
per te, in quanto esterni a te, né bene né male e dunque la separazione da
loro non è la separazione da un bene ma da qualcosa che non è né bene né
male- -Vuoi
dire- disse Maria -che tutto ciò che è esterno non vale nulla e conta solo
ciò che sono io? Mi sembra una posizione molto egocentrica e mi convince
assai poco- -Sono
allibito- rispose Raniero -Se tu togli a tutto ciò che è esterno la qualità
di essere bene o male, vuol forse dire che con ciò tu togli importanza a ciò
che è esterno? Se una cosa non è né bene né male vuol forse dire che non
continua a rimanere fredda o calda, colore o incolore, pesante o leggera,
dolce o salata e, nel caso di una persona, avvenente o ripugnante, alta o
bassa, maschio o femmina, triste o gaia, felice o infelice e tutte le altre
infinite possibili determinazioni che la specificano e caratterizzano?-
-Quando tu dici- riprese Irene -che una persona non è né un bene né un male a me
sembra che tu dica che non vale niente, ed è questo che mi turba. Il fatto è
che nella nostra cultura le parole ‘bene’ e ‘male’ sono strettamente
connesse al valore ed è ciò che crea l’equivoco e la difficoltà di
comprensione di ciò che tu dici-
-Tutto ciò che è esterno a noi (persone, cose, situazioni, ecc.) non è né
un bene né un male- rispose Raniero -Bene e male stanno soltanto nell’uso che
di esso noi
facciamo, e questo uso è in nostro esclusivo potere. Per esempio. I pezzi
degli scacchi non sono né un bene né un male: sono i pezzi degli scacchi. Il buon
giocatore saprà però usarli nel modo corretto e vincerà la partita; il
cattivo giocatore la perderà. In questo non c’è un giudizio di valore sugli
scacchi in quanto tali ma soltanto sul loro uso. La nave non è né un bene né
un male e tu dici che non esiste o che non vale nulla? Il buon pilota la sa
portare in porto anche con un mare agitato, il cattivo pilota la farà
affondare- -Ho
capito- disse Tom -Tutto ciò che è esterno non è né bene né male mentre bene
e male stanno soltanto nell’uso che noi facciamo di ciò che è esterno a noi- -Sì,
è così; annuì Raniero. Tu conservi intatta la facoltà di giudicare
piacevole, desiderabile e utile la presenza dei tuoi amici partiti, giacché
questo è un giudizio che dipende esclusivamente da te. Ma la separazione, al
contrario, non dipende esclusivamente da te. Su di essa tu hai il tuo
giudizio: ma perché questo è sempre negativo e causa di infelicità per te?
Ciò che ti fa soffrire è, in realtà, la paura di soffrire-
-Forse tu hai davvero ragione- mormorò con profonda concentrazione Iorgos -Ma cosa possiamo fare di diverso?- -Puoi
fare un’altra scelta- sospirò Raniero -e considerare la separazione da un
altro punto di vista. Sei libero di formulare altri giudizi. Per esempio che
la separazione renderà più gradevole il ritrovarsi; oppure che la
separazione è necessaria e che produrrà qualcosa di nuovo; e così via.
Allora la diairesi in atto, modificando i tuoi giudizi cambierà anche i tuoi
sentimenti. Se togli valore di bene e di male a ciò che è aproairetico
perché ne trai la conseguenza che non potrai più mostrare sentimenti?
Accetta di provare questo 'languore', non resistergli, non temere la
separazione, non avere paura di provare qualcosa che immagini ti possa
schiacciare mentre puoi sperimentare di essergli superiore- -Io
per esempio- disse Penelopi -quando provo un dolore lo censuro; penso ad
altro e mi metto a fare un sacco di cose perché non mi va di stare male. Non
faccio come dici tu, non accetto il dolore e vado altrove- -Io
invece- spiegò Muriel -quando provo dolore non ho più voglia di fare nulla.
Nulla più mi pare interessante e tutto mi sembra negativo. Entro insomma in
una bella depressione in cui nulla ha più valore per me e comincio a pensare
che io stessa non ho alcun valore, altrimenti non ci sarebbe stata
separazione. Questo mi capita soprattutto se la separazione è la fine di una
storia sentimentale!-
-Quando affermi- riprese Raniero -che sei colpevole della separazione e che non
vali per questo, tu implicitamente giudichi che la separazione sia qualcosa, anche se in negativo, in tuo esclusivo potere, e che
sia stata soltanto tu a
causarla: dunque sei anche origine della tua stessa afflizione. Vedi che se
tu giudicassi che la separazione non è dipesa esclusivamente da te, già
eviteresti di entrare in quel circolo vizioso che hai descritto e che ti
costringe a vivere oltre che la separazione anche la depressione- -Io
invece- intervenne Sofia -trovo che sia importante stare nella situazione,
anche se di nostalgia o di infelicità e accettarla, come diceva Raniero, in
modo da integrarla. Se la rifiuti o la demonizzi diventa sempre più grande;
se la accetti e non te ne fai dominare puoi essere felice anche nel
crepuscolo!- -Ma
scusa- protestò Iorgos -non puoi dirmi che puoi essere felice e infelice
nello stesso tempo...- -Hai
fatto bene a notare questo- intervenne Raniero -perché se si usano termini
contraddittori non si capisce più niente. Quindi non chiameremo mai
infelicità tutta la gamma di teneri, delicati, nostalgici sentimenti di chi
ha appreso ad usare correttamente la sua proairesi e a non impiegare alcun
giudizio senza averlo prima ben analizzato. Come essere dunque affettuosi?
Da uomini liberi, da uomini fortunati. Giacché la nostra ragione non
sceglierà mai che noi siamo servi nell’animo, né di svigorirci né di farci
penzolare da questo o da quest’altro. Noi possiamo dunque essere affettuosi
così, con l’intenzione di serbare questo. Se invece a causa
dell’affettuosità, qualunque cosa sia ciò che chiamiamo affettuosità,
stiamo per essere servi e meschini, non ci è vantaggioso essere affettuosi- -No,
scusa- disse Irene -stai forse dicendo che per non rischiare di essere
dipendenti o meschini o servi sia meglio non essere affettuosi per niente?- -Io
sto dicendo- rispose Raniero -che la tua presenza mi è cara, anche
necessaria; ma se tu parti io, pur provando il senso della mancanza, la
nostalgia o il languore che segue a una separazione, saprò vivere la tua
assenza da uomo libero, da uomo che non si fa travolgere da sentimenti
legati ad eventi che non sono in suo potere- -Mi
sembra- disse Muriel -che tu in questo modo subisca passivamente le scelte
altrui- -Io
posso anche cercare di condizionare le scelte di Irene in modo da facilitare
od ostacolare una scelta che non mi piace, ma certamente non è in mio potere
far sì che lei scelga ciò che io preferisco. Dunque io non tolgo significato
al sentimento di tristezza, languore o nostalgia che segue ad una
separazione, ma non perdo di vista il fatto che questi sentimenti non mi
possono travolgere essendo legati ad eventi aproairetici, ossia ad eventi
che non sono in mio esclusivo potere. La sola cosa che posso e devo fare è
quella di mettere in atto la diairesi, modificare il giudizio che ne do, e
ciò è in mio potere, considerandoli eventi non dipendenti esclusivamente da
me. Sono quindi io che scelgo di stare molto male o un po’ male o
addirittura abbastanza bene!- -Io
che mi sono separato da mia moglie l’anno scorso- intervenne Dimitri -non
riesco proprio ad accettare questa separazione. Vado cercando continuamente
tracce sotto forma di lettere, di fotografie, di persone che mi ricordino
mia moglie, in modo da sentirmi come ero prima- -Il
giudizio che tu hai su tua moglie- disse Penelopi -è che ella era
sicuramente per te un bene, essendo separato dal quale tu vivi
infelicemente. Cerchi così di ricostituire quella situazione che era buona
per te; ma ormai non è più possibile: che cosa intendi fare?- -Io
rinuncio- sospirò Dimitri -a vivere nuove cose e voglio stare solo nel
ricordo di ciò che era un bene per me-
-Nessuno al mondo- annuì Raniero -potrà convincerti del contrario e io
ritengo che sia un peccato perdere un amico come te, che sceglie di vivere
solo. È un peccato perdere la tua compagnia, la possibilità di confrontarci
e di discutere insieme. Ma se tu lo decidi, noi non possiamo farci niente
anche se ci dispiace. Tu, caro Dimitri, mandi in malora un uomo, cioè te
stesso, che non ha commesso alcuna ingiustizia- -Io
invece- intervenne Irene -ho fatto l’esperienza della diairesi in atto, di
quello che tu hai chiamato il cambiamento del giudizio sulla separazione.
Per me la separazione non è soltanto negativa e fonte di dispiacere anche
se, ovviamente, questo sentimento non mi è sconosciuto. La
vivo anche come un momento che mi consente di vedere con più lucidità ciò
che ho vissuto e di provare sentimenti di gratitudine per ciò che ho avuto,
essendo consapevole che ogni cosa ha un suo inizio e una sua fine. Mi è
venuto in mente, e lo penso davvero, che è proprio il contrario di quello che aveva
scelto di fare Medea la quale, a causa della sua separazione dolorosa da
Giasone, aveva scelto di svalutare e mortificare tutto ciò che c’era stato
tra di loro prima-
-Allora mi pare di capire- disse Maria -che tu Raniero non neghi l’esistenza
dei sentimenti e la legittimità di provarli. Semplicemente dici che sono
riconducibili a giudizi dei quali noi siamo padroni e che bisogna vedere
l’uso che se ne fa- -E’
proprio così ed è ovvio- concluse Raniero -che ne farai un uso oppure un
altro a seconda del giudizio che ti guida al riguardo. La parola stessa
diairesi significa separazione: separazione da che cosa? Separazione dei
giudizi di bene o male da qualunque cosa esterna a chi giudica e
attribuzione della qualità di essere bene o male soltanto alla nostra
proairesi individuale quando essa operi rettamente e, cioè, quando sappia
distinguere tra ciò che è in nostro potere e ciò che non lo è, oppure non
rettamente quando essa pretenda di avere potere là dove non ce l’ha. A
proposito di ciò di cui abbiamo discusso non nego quindi la tristezza della
separazione, ma non dimentico che la separazione non dipende esclusivamente
da me e nego che il giudizio sulla separazione debba essere sempre causa di
infelicità. D’altra parte noi non possiamo fare a meno di interagire con le
persone o le cose esterne a noi. Ebbene non dobbiamo avere timore di questi
rapporti e non dobbiamo aspettarci da essi alcun male bensì un bene, qualora
noi sappiamo, grazie alla capacità di usare la diairesi, tenere fermo il
loro valore. Così nessun calciatore disputa sul peso o sulla dimensione del
pallone ma l’abilità di ciascuno si dimostra nella capacità di usare un
oggetto che è uguale per tutti. Non dipende da noi com’è il pallone ma
dipende da noi superare gli ostacoli, compresa la paura di vincere, e
decidere di segnare un
goal!- Era
ormai pomeriggio inoltrato ed improvvisamente un borbottio lontano ma
inconfondibile annunciò l’imminente arrivo della grande barca blu di Nicola.
-Chi
vuole tornare a Kedros in barca insieme con noi?- chiesero Maria e Dimitri -La barca è già in vista e occorre prepararci in fretta- -Il
mare è calmo e io torno senz’altro con voi in barca molto volentieri- disse
Muriel -Io
ho un grande desiderio di riguardare dalla barca la magnifica costa rocciosa
che abbiamo ammirato venendo qui stamattina. Anch’io vengo con voi. E tu
Raniero, cosa fai?- chiese Irene -A me
piace di più l’idea di camminare. Desidero guardare il mare dall’alto e
deliziarmi ancora del profumo dei cespugli di timo e di elicriso che
punteggiano l’aspro sentiero che porta fin qui. Ci vediamo più tardi alla
taverna di Nikitas per una birra?-
<><><>
Il
quarto
dialogo, intitolato 'La natura delle cose' , è il seguente:
Addossato ad un muro di pietre e non lontano dal piccolo
anfiteatro affacciato sul mare, svetta un gran ginepro secolare e ancora
vitalissimo, folto di coccole aulenti. I suoi lunghi, rugosi e pungenti rami
inferiori si allargano a raggiera e scendono fino a terra. Potandoli
appropriatamente, Raniero è riuscito a ricavare qui uno stupendo gazebo
naturale. Nei dopo pranzo estivi, quando il sole riversa sull’isola i suoi
lucidi torrenti di calore ed è impossibile qualunque spostamento, è
piacevolissimo fare una siesta all’ombra e nella frescura che il gazebo
regala. Muriel ha raccontato che, quel giorno, era stata invitata da
Raniero e da Irene a raggiungerli nel tardo pomeriggio. Mentre stava
guardando se la lavanda, il rosmarino e la ginestra che erano
state piantate qualche giorno prima avevano bisogno di acqua, è stata
sorpresa dalla improvvisa presenza, alle sue spalle, dei suoi due amici. -Non vi ho visto arrivare e mi sono un po’ spaventata- ha
detto Muriel -Da dove spuntate?- -Abbiamo schiacciato un pisolino sulle brandine collocate
sotto il gazebo- ha risposto Irene -e quando ti abbiamo visto arrivare ti
siamo venuti incontro. Oggi Raniero mi ha proprio divertito: sai con quale
nome ha battezzato il gazebo?- -Non ne ho idea- ha risposto Muriel -ma siccome Raniero
scherza spesso, mi aspetto che sia un nome divertente- -Adesso lo chiama “la nostra Cappella Siestina”-
ha detto Irene ridendo e guardando con affetto Raniero Anche Muriel si è
messa a ridere, mentre Raniero si è sforzato di rimanere serio finché è stato costretto a coprirsi il viso
con le mani per nascondere l’allegria che lo pervadeva.
-Nonostante il vento dei giorni scorsi, le piante che avete trapiantato
stanno benissimo!- ha notato Muriel
-Sì- ha concordato Raniero -Non mi aspettavo tanto successo per chi come noi
è, in fondo, ancora un dilettante in queste cose. Adesso però vi propongo di
entrare in casa per preparare un caffè. Poi, se volete, possiamo
riprendere le nostre conversazioni nell’anfiteatro- -Accetto con entusiasmo-
ha subito annuito Muriel -Non fa più così caldo come qualche ora fa- ha
soggiunto Irene -e anche il vento si è molto calmato. Sarà magnifico conversare nuovamente
insieme- Dopo avere gustato il caffè ed essersi accomodati sui
gradini dell’anfiteatro, Muriel si è rivolta a Raniero e gli ha chiesto:
-Tu parli spesso della natura delle cose. Capire qual è la
natura delle cose significa per te essere in grado di cogliere i dati di
una determinata situazione?- -Non tanto i dati- le ha risposto Raniero -che
forse potremmo
anche chiamare le rappresentazioni che una persona si fa di una determinata
situazione. Quando io parlo della natura delle cose intendo in primo luogo
riferirmi al fatto che delle cose che sono, alcune sono in nostro
esclusivo potere mentre altre non sono in nostro esclusivo potere. La natura
delle cose si sostanzia in una bipartizione fondamentale tra cose che
dipendono esclusivamente da noi e cose che non dipendono esclusivamente da
noi ossia in cose, come le definisce Epitteto, proairetiche e in cose
aproairetiche. Questo è il cardine dello stoicismo- -Per chiarezza, puoi farci ancora una volta un esempio delle
une e delle altre?- lo ha pregato Irene -Ebbene- ha risposto Raniero -in nostro esclusivo potere, e
dunque proairetiche, sono: concezione, impulso, desiderio, avversione,
assenso ossia, in una parola sola, tutto quanto è opera nostra. Non in nostro esclusivo
potere, e dunque aproairetiche, sono ad esempio: il corpo, il patrimonio, la
reputazione, le cariche e, in una parola, quanto non è opera nostra- -Ma questo stoicismo- ha
chiesto Muriel saltando tutti i passaggi intermedi ed andando subito alla
domanda che le stava a cuore -non è una cosa
‘ideologica’? A me sembra che sia soltanto uno dei tanti ‘ismi’ come, per
citarne alcuni: l’epicureismo, l’idealismo, il marxismo e così via- -E per di più- ha
incalzato a sua volta Irene -non è una cosa
del tutto ‘culturale’, cioè una costruzione legata a contingenze storiche e
a modelli di civiltà che non hanno affatto valore universale?- -Voi ponete subito e giustamente il problema dell’esistenza
stessa di una natura delle cose, ossia di qualcosa che possa essere definito
come ‘invariante’ e rispetto al quale tutto il resto è relativo. Cominciamo
allora dal mondo materiale e dalla fisica. Quando si parla della ‘Teoria
della relatività’, ad un certo tipo di persone piace moltissimo ripetere che
‘tutto è relativo’. Questa è naturalmente una sciocchezza, giacché la
cosiddetta teoria della relatività non dimostra affatto come, nel mondo
fisico, tutto sia relativo. Al contrario, essa è volta ad escludere tutto ciò
che è relativo e a giungere ad una sistemazione delle leggi fisiche che sia
completamente indipendente dalle condizioni dell’osservatore. Esiste nel
mondo fisico almeno una grandezza che sia invariante e rispetto alla quale
le altre sono relative?- -Non sapremmo dire- hanno risposto perplesse
Irene e Muriel -La risposta è affermativa- ha spiegato Raniero -Einstein e
molti altri fisici con lui hanno dimostrato che questa grandezza esiste e
che essa è la velocità di propagazione del campo elettromagnetico nel vuoto
o, per dirlo più semplicemente, la velocità della luce. Ora tralasciamo del
tutto di interessarci del diluvio di implicazioni e di conseguenze che sono
insite in ciò e poniamoci questa semplice domanda: la luce è cosa
proairetica o aproairetica?- -Certamente aproairetica- ha risposto con
sicurezza Irene -Allora possiamo concluderne- ha continuato Raniero -che
nell’ambito delle cose aproairetiche è legittimo parlare dell’esistenza di
una natura delle cose. Questo significa, in altre parole, che è possibile
proporre regole che ci permetteranno di interpretare e di prevedere il
comportamento di almeno alcuni oggetti materiali- -In effetti- ha convenuto Muriel
-fin qui il discorso mi
sembra filare liscio- -Chiediamoci adesso se sia possibile parlare dell’esistenza
di una natura delle cose anche nell’ambito di ciò che è proairetico. Poniamo
la domanda sotto questa forma: è possibile trovare anche qui una grandezza
che abbia la stessa importanza e lo stesso significato che ha la velocità
della luce nell’ambito di ciò che è aproairetico?- -Mi sembra- ha confessato Irene- una domanda difficilissima,
alla quale è impossibile dare una risposta- -Non è così- ha affermato Raniero
-La grandezza invariante
che ricerchiamo nell’ambito di ciò che è proairetico esiste, la conosciamo
tutti e si chiama ‘libertà’- -Ma come- si è stupita Muriel -tu paragoni la velocità della
luce alla libertà? La velocità della luce è una grandezza che ha un valore
finito e preciso, misurabile. Non puoi parlare della libertà come se fosse
una grandezza misurabile- -Capisco la tua perplessità- ha ammesso Raniero
-e non
intendo entrare in dettagli che neppure io padroneggio. Mi basta che si
ammetta che esistono anche grandezze infinite, le quali si prestano ad
essere trattate con la stessa semplicità con la quale trattiamo i numeri
interi e le grandezze finite. Se è così, siamo autorizzati a credere che
esiste una natura delle cose anche nell’ambito di ciò che è proairetico ed a
parlare di esso, ossia delle nostre concezioni, impulsi, desideri,
avversioni e così via, come aspetti di una stessa grandezza invariante ed
infinita che chiameremo ‘libertà’- -Ma che cos’è la libertà di cui parli?-
ha chiesto Muriel
-Più che di libertà in astratto, preferirei parlare di uomini e donne
liberi. Essi sono coloro ‘ai quali tutto accade secondo proairesi’. Coloro,
cioè, che non perseguono ciò che non è in loro esclusivo potere come se lo
fosse; che sanno fronteggiare qualsiasi evento aproairetico e che da questa
prova sanno trarre virtù, bellezza e felicità. Libero è dunque colui che usa
la diairesi e che conosce la natura delle cose- -Sai, quell’affermazione che dice che ‘la mia libertà
finisce dove inizia la tua’, come si relaziona, secondo te- è intervenuta
Irene -con quanto hai appena detto?- -Epitteto dice "Nessuno può essere padrone della proairesi altrui". La proairesi non può essere costretta né impedita da null’altro che
da se stessa, quindi essa è una grandezza infinita- -Allora vuol dire che uno può fare tutto ciò che vuole?- -Infinità non equivale per nulla ad onnipotenza. Dunque
benché infinita, non esistendo alcuna grandezza maggiore di lei, quando ti
scontri con un’altra proairesi, lì finisce la tua presunta onnipotenza perché tu non
puoi mai, come dicevamo, essere padrone della proairesi altrui. Se la
proairesi fosse una grandezza finita, allora la proairesi più grande o più
forte sarebbe padrona della proairesi più debole. La proairesi di qualunque
persona, invece, non è né più grande né più piccola di un’altra, ma
infinita, e può essere condizionata soltanto da se stessa- -Mi rendo conto adesso- ha interrotto Irene con un po’ di
tremito nella voce -che quando discutiamo di Proairesi parliamo proprio di
questa grandezza e che la definiamo sempre inasservibile e insubordinabile- -Proprio così- ha concluso Raniero
-Ciò che nessuna forza al
mondo è capace di asservire e di subordinare può a buon diritto essere
definita come una grandezza infinita. Tale è la libertà di ciascuno di noi,
di ciascun essere umano. Questa è la risposta che cercavamo alla domanda
sull’esistenza di una natura delle cose nel campo di ciò che è proairetico- -Ma scusa- ha protestato Muriel
-tu dimentichi che per
subordinare ed asservire un essere umano basta minacciarlo di morte!- -Come dice
benissimo Epitteto- ha risposto Raniero -non è la minaccia
di morte a subordinare e asservire quell’individuo ma è l’infinita libertà
della sua proairesi a giudicare che è meglio per lui fare quanto gli viene
richiesto che morire. È sempre il giudizio che costringe il giudizio, ossia
la proairesi che costringe se stessa, giacché una grandezza infinita non può
essere superata da una grandezza finita- -Ma non hai ancora spiegato- ha
insistito Muriel -perché non
ritieni ‘ideologica’ e ‘culturale’ l’esistenza di una natura delle cose e la
loro bipartizione. La difficoltà principale che io vedo in proposito sta
nella constatazione che male e bene, felicità e infelicità, bellezza e
bruttezza sono giudizi che appartengono soltanto ai singoli individui e che
sono forme, per usare la tua terminologia, della loro infinita libertà.
Enorme è però la varietà di civiltà, culture, lingue ed individui umani e
non vedo proprio come si potrebbe privilegiare un modello definendolo, ad
esempio, ‘giusto’ rispetto ad altri che sarebbero invece ‘ingiusti’. È
questo che io intendo, quando affermo di averne fin sopra i capelli delle
‘ideologie’ e quando dico che tutti i ‘modelli culturali’ sono relativi- -Allora
riassumiamo- ha ripreso Raniero -quanto siamo venuti dicendo fin
qui. Penso che siamo ormai d’accordo nel sentirci autorizzati a parlare
dell’esistenza di una bipartizione delle cose in proairetiche e
aproairetiche. Questa bipartizione è un dato né ideologico né culturale. Si
tratta, credetemi, della semplice e incontrovertibile constatazione empirica
di che cosa siamo in grado di fare e di che cosa non siamo in grado di fare.
Siamo anche d’accordo nel sentirci autorizzati a parlare dell’esistenza di
una natura delle cose aproairetiche, così come ce ne parlano i fisici che le
studiano. Come tali, tutte le cose aproairetiche sono deboli, serve,
soggette ad impedimenti e costrizioni da parte di ciò che, di volta in
volta, assume un valore finito superiore ad esse. Siamo inoltre d’accordo
nel sentirci autorizzati a parlare dell’esistenza di una natura delle cose
proairetiche, la quale si sostanza nella infinita libertà della nostra
proairesi. La difficoltà che Muriel vede, può essere risolta in questo modo.
È fuori di dubbio che male e bene, felicità e infelicità, bellezza e
bruttezza e così via sono giudizi che appartengono soltanto ai singoli
individui e che sono forme della loro infinita libertà. Poniamoci adesso la
domanda cruciale in questa forma: anche se è certo che noi differiamo nel
giudicare buone o cattive certe cose, esiste almeno un giudizio o una coppia
di giudizi sui quali tutti gli esseri umani adulti non possono non concordare,
indipendentemente dalla loro cultura, razza, religione, ideologia, lingua,
età, sesso, e quant’altre differenze si possano immaginare? Se la risposta
sarà: sì, ecco che avremo trovato il fondamento incrollabile sul quale
basare la fiducia nell’esistenza di una natura umana. Se la risposta sarà:
no, dovremo concluderne che non esiste una natura umana e che noi saremo
eternamente chiusi entro i limiti dell’’ideologia’ e della ‘cultura’, con
tutto ciò che ne consegue. Qualcuno di voi ha una risposta o si sente di
azzardarne una?- Nel silenzio, si udiva il sibilo delle ali dei grandi
gabbiani che sfrecciavano in cielo e i cui rauchi stridii si mescolavano al
frinire inesausto delle cicale. -Va bene- ha ripreso Raniero -allora tenterò io di dare una
risposta. Esiste una coppia di giudizi sui quali tutti gli esseri umani non
possono non concordare, indipendentemente, come dicevo poco fa, dalla loro
cultura, razza, religione, ideologia, lingua, età, sesso, e così via.
Infatti nessun essere umano, ripeto nessuno, può fare a meno di giudicare
bello, felice, buono l’ottenere ciò che desidera e di giudicare brutto,
infelice e cattivo l’incappare in ciò che avversa. Questo fonda l’esistenza
di una natura umana- -Non capisco- lo ha interrotto Irene -in quale senso la
fondi- -La fonda- ha spiegato Raniero -nel senso che la natura
umana esiste giacché è tale che ogni essere umano tende ad ottenere per sé
ciò che è bello, giusto, buono e così via ed a fuggire da quanto è per lui
brutto, ingiusto, cattivo e così via. Dunque siamo autorizzati a definire la
natura umana come una natura che tende alla felicità e non al suo contrario- -Non sono d’accordo con te- ha detto
con fermezza Irene -Una mia amica
che fa di professione la psicoterapeuta mi racconta di quanto invece le
persone che vengono da lei si lamentino di fare continuamente scelte che
definiscono ‘sbagliate’ e che le rendono infelici. Esse dichiarano di
scegliere continuamente ciò che le fa stare male, in una sorta di coazione a
ripetere- -Vedi- ha chiarito Raniero -Apparentemente sembra che queste
persone contraddicano quanto ho detto prima, ma in realtà quando scelgono
qualcosa che può pure apparire loro ‘negativo’, come per esempio abbuffarsi
di cibo per una persona bulimica, la quale sa che non le fa bene mangiare
tanto perché poi vomiterà, fanno una scelta che in quel momento è in ogni
caso buona per loro perché altrimenti non la farebbero- -Sì è vero- ha commentato Irene
-In fondo, la terapia che
cos’è se non un percorso che porta a cambiare il proprio giudizio su ciò che
è buono per sé e ad accettare di confrontarsi con la realtà per quello che
è, senza fuggirla?- -Siamo d’accordo su questo- ha detto Muriel: qualunque
individuo desidera per sé il suo bene ed avversa il proprio male, ma è del
tutto evidente che la differenza tra gli individui sta proprio in ciò che
ciascuno di essi intende per bene e per male, per giusto e per ingiusto e
quindi in ciò che ciascuno di essi desidererà o avverserà per sé
concretamente- -Limitiamoci pure, per semplicità, a prendere in esame
desiderio e avversione. E’ vero: la differenza tra noi- ha risposto Raniero
-sta in ciò che desideriamo o avversiamo e per ciascuno di noi il verbo
desiderare e il verbo avversare hanno un senso diverso. Vi ricordate il
discorso sulle tre città che facemmo parlando, a suo tempo, della
proairesi?- -Sì, lo ricordiamo perfettamente- hanno dichiarato Muriel e
Irene -Ebbene io credo che la chiave per la soluzione del problema
stia proprio là. Gli esseri umani desiderano cose diverse, ma sono soltanto
due le classi di cose che essi in ogni caso possono desiderare o avversare:
cose proairetiche e cose aproairetiche. Questa affermazione è valida sempre
e per tutti, giacché non riflette altro che la natura delle cose e la sua fondamentale bipartizione. Dunque di fronte a qualunque desiderio o avversione di qualunque
essere umano la sola domanda sensata che dobbiamo porci è questa: questo
individuo desidera o avversa qualcosa di proairetico o qualcosa di
aproairetico? Limitiamoci, sempre per semplicità, a considerare unicamente
il caso del desiderio e dell’avversione e facciamo un esempio. Qualcuno di
voi vuole proporne uno?- -Parla del denaro- ha suggerito Muriel -Ottimo spunto- si è complimentato Raniero
-Dunque, questo
individuo giudica desiderabile il denaro e lo ritiene essere un bene. Il
denaro è ovviamente una cosa aproairetica ed è su di essa che egli pone il
suo desiderio- -Così facendo- è intervenuta Irene -egli fa dipendere la
propria felicità, ossia il compimento del proprio desiderio, dal possesso di
un oggetto aproairetico che non sarà mai, vista la natura delle cose, in suo
esclusivo potere. Dunque corre un rischio gravissimo- -Non soltanto- ha ripreso Raniero
-tu dici il vero quando
affermi che egli corre un rischio gravissimo ma, siccome stiamo facendo il
caso di un individuo che sa quello che dice, egli non può non porsi
l’obiettivo di possedere tutto il denaro del mondo e per fare ciò egli deve
essere disposto, seppure tacitamente, a rubare a più non posso. Se un
individuo è serio e per lui il denaro è un bene, egli 'deve', per coerenza e semplice
rispetto della non-contraddizione, diventare un ladro. E visto che egli non
raggiungerà mai lo scopo della sua vita, che è quello di possedere tutto il
denaro del mondo, ecco che il rischio è diventato mortale ed egli si è
votato alla perenne infelicità- -Tu però esageri- lo ha interrotto Muriel
-quando fai
l’esempio di Paperon de’ Paperoni. Comunemente un individuo non desidera
possedere tutto il denaro del mondo e si accontenta di molto meno- -Certo- ha risposto Raniero
-ma questo accade semplicemente
perché al mondo pullulano da sempre gli individui di mezza tacca, coloro che
un po’ desiderano e un po’ non desiderano, che credono di poter dire sì e no
allo stesso tempo- -E anche la vita di costoro- ha interloquito Irene -è
comunque una galoppata di infelicità. Ma facciamo adesso il caso di un
individuo che invece giudica il denaro essere un male e quindi ne avversa il
possesso- -Accetto ben volentieri il suggerimento- ha detto Raniero -Questo individuo
giudica il denaro un male e dunque per prima cosa si sbarazzerà di quello
che eventualmente possiede- -Questo accenno- ha detto Muriel -mi fa subito venire in
mente la storia di San Francesco- -Lasciamo in pace il poverello di Assisi- ha continuato
Raniero -e parliamo di un individuo che sa quello che avversa. Qualunque sia
il modo in cui si è sbarazzato del denaro in suo possesso, costui farà
dipendere la propria felicità dall’avversare il denaro dovunque esso si
trovi. Ma egli incappa continuamente in ciò che avversa, e questo fa la sua
infelicità, perché interseca senza posa persone che lo usano e che glielo
propongono. Si sforzerà allora di convincere gli altri individui a fare come
lui, spiegando loro che il denaro è un male. Ma il suo progetto di
sradicare il denaro dal mondo è del tutto insensato poiché contraddice le
sue stesse necessità di vita le quali, anche se non coinvolgessero
esplicitamente del denaro ne implicherebbero comunque degli equivalenti. Sapete
qual era la battuta che circolava a suo tempo tra coloro che facevano parte
del più immediato entourage di Gandhi? La battuta era questa: 'E’
inimmaginabile quanto denaro ci costa il mantenere Gandhi povero!' Siccome
il nostro individuo è una persona coerente, si troverà dunque ben presto
costretto a fuggire da tutti i contatti umani che implicano scambio. Questo
equivale ad una fuga dal mondo civile e alla ricerca di una pura, assoluta e
totale autarchia. Come si vede, quest’individuo 'deve' fuggire e isolarsi. E
siccome non trova mai il perfetto isolamento e la perfetta autarchia, non mi
stupirei se decidesse di suicidarsi. E qui lo lasciamo al suo destino- -Insomma- ha concluso Irene
-smaniare per avere un qualunque
oggetto aproairetico oppure smaniare per non averlo non fa gran differenza.
In entrambi i casi mostriamo di non conoscere l’arte di usarlo rettamente
per godere serenità ed essere felici- -E’ esattamente così- ha annuito Raniero
-Ci rimane da
considerare l’ultimo caso, ossia il caso dell’individuo per il quale non gli
oggetti aproairetici bensì soltanto i nostri giudizi sugli oggetti
aproairetici possono essere bene o male. Questo individuo giudicherà che il
denaro non è né un bene né un male e si comporterà in conseguenza- -Intendi dire- ha chiesto Irene
-che se avrà molto denaro
saprà essere ricco di denaro con dignità e rispetto di sé e degli altri, non
dimenticando dove sta la sua vera ricchezza, e che farà altrettanto se sarà
povero di denaro?- -E’ esattamente così- ha risposto Raniero -Bene non è il
denaro bensì il giudizio che il denaro non è né bene né male. Basta
possedere intimamente questo giudizio, farlo proprio, applicarlo nel
quotidiano e si è felici e uomini virtuosi. Allo stesso modo si può
affermare che male non è il denaro bensì il giudizio che ci fa smaniare per
esso come se fosse bene o se fosse male. Chi si nutre del giudizio che il
denaro è un bene è infelice e vizioso tanto quanto chi si nutre del giudizio
che il denaro è un male- -Proviamo a fare anche un altro esempio- ha proposto Muriel
-che non abbia a che fare con il denaro- -Ecco- disse Raniero -un altro esempio che riguarda
l’incapacità di riconoscere la natura delle cose e la loro fondamentale
bipartizione. Un individuo non può sopportare che altri individui abbiano
giudizi diversi dai suoi e, credendo di poter essere padrone della proairesi
altrui, cerca in vario modo di imporre i propri. Chiediamoci: i giudizi
altrui sono cose proairetiche o aproairetiche? Evidentemente essi sono cose
aproairetiche come il denaro di cui parlavamo prima anche se, a differenza
del denaro, possiamo ritenerle cose immateriali. Pure in questo caso valgono
le conclusioni che abbiamo appena raggiunto. Bene è il giudizio che i
giudizi altrui non sono, per me, né bene né male. Male è il giudizio che i
giudizi altrui siano, per me, bene o siano male. Nel primo caso io sarò
tollerante e cercherò di comprendere e di farmi comprendere. Nel secondo
caso sarò pronto a farmi adepto di una setta, di un partito, di una
religione e mi riterrò obbligato a fare di tutto perché chi non ha i miei
giudizi li abbia. Nel tentativo di far cambiare i giudizi altrui, gli
infelici e i viziosi di mezza tacca si accontenteranno d’essere volpi
ingiuriose e maligne o qualcos'altro ancor più sfortunato e miserabile, ma
le scelte di un ‘kamikaze’ che massacra persone a lui del tutto sconosciute
sulla base di criteri puramente, questa volta davvero ‘ideologici’ o ‘culturali’,
hanno esattamente questa radice- -Che è anche la radice, se non sbaglio, che sottostà a tutte
le grandi religioni monoteistiche- ha aggiunto Muriel -Nessuna di esse
riconosce la bipartizione fondamentale delle cose e la loro natura. Tutte si
dichiarano invece depositarie della ‘Verità rivelata’ e si pongono come
scopo quello di ‘salvare’ gli altri portandoli dalla condizione di
‘infedeli’ a quella di ‘fedeli’-
-Voglio anch’io- è intervenuta Irene -fare un esempio più vicino
all’esperienza di tutti noi. Quando due persone fanno l’amore può
succedere che non raggiungano l’orgasmo, tutti e due o una di loro, anche se
stanno molto bene insieme. Ci sono due modi di prendere la cosa: il primo,
molto diffuso, è quello di pensare che la colpa è dell’altro; il secondo è
quello di sentirsi colpevoli per non essere stati all’altezza della
situazione. Questo, come tante altre cose che qui è inutile adesso
considerare, deriva dal fatto che uno pensa che raggiungere l’orgasmo sia
cosa in proprio esclusivo potere e dunque proairetica. Da questo modo di
pensare derivano infelicità, accuse, dissidi o disamoramento. Ma l’orgasmo
non è in nostro esclusivo potere giacché moltissime cose esterne a noi
possono condizionarlo. Soltanto il pensare in questo modo ci permette di
godere con piacere quello che viviamo e che abbiamo vissuto: i baci, le
carezze, la sensualità; e di non distruggerlo perché non abbiamo raggiunto
l’orgasmo-
-Anche dopo tutti gli esempi fatti- ha aggiunto Muriel -a me rimane sempre
il dubbio che una simile posizione di fronte alla vita condanni ad una certa
passività: se tutto è aproairetico tranne il giudizio che ne dai, nulla si
può cambiare!- -Non è esatto affermare
che nulla si può cambiare- ha risposto Raniero -Intanto puoi cambiare i tuoi
giudizi, e qualche tempo fa abbiamo già discusso a fondo di ciò, concludendo
che non è corretto chiamare ‘attività’ il tentativo di dominare ciò che è
aproairetico e chiamare ‘passività’ il progetto di usare rettamente la
nostra proairesi. In secondo luogo abbiamo già constatato che nessuno di noi
può fare a meno di interagire con le persone e le cose esterne. Ebbene,
abbiamo chiarito che non dobbiamo avere alcun timore di questi rapporti con
tutto ciò che è aproairetico e che non dobbiamo aspettarci da essi alcun
male bensì un bene, qualora noi sappiamo, grazie alla capacità di usare la
diairesi, tenere fermo il loro valore. In terzo luogo, l’imparare ad usare
correttamente la diairesi è indispensabile per riconoscere la natura delle
cose e la loro fondamentale bipartizione. Allo stesso modo, imparare ad
usare correttamente l’antidiairesi è del tutto doveroso al fine di non usare
i normali materiali dell’esistenza con trascuratezza, con avventatezza e con
negligenza. Ricordiamoci che tutte le cose aproairetiche ci sono
indifferenti ma che il nostro uso di esse non è affatto indifferente e deve
essere caratterizzato da cura, diligenza ed attenzione estrema- -A questo
punto io avrei voglia di un
altro caffè- ha interrotto Irene -Quello che abbiamo bevuto era così
eccellente... Non ti pare, Muriel?- -Sono d’accordo per un
secondo caffè- ha sorriso Muriel -Se mi offrite anche qualche tavoletta di
cioccolato, che qui da voi non manca mai...-
-Anch’io bevo volentieri un caffè e direi di sospendere per oggi la nostra
conversazione- ha detto Raniero -Potremmo rivederci qui tra qualche giorno.
Avrei da raccontarvi una storia, se avrete ancora voglia di sentirla, a
proposito di un certo Gige-
<><><>
Il
quinto
dialogo, intitolato 'Gige: Diairesi e Controdiairesi, Bene e Male' ,
è il seguente:
Dopo
qualche giorno Muriel, Irene e Raniero si sono ritrovati nel piccolo
anfiteatro ed hanno ripreso le loro conversazioni.
-Qualche tempo fa- ha esordito Raniero -rileggevo alcuni capitoli del primo
libro delle ‘Storie’ di Erodoto e sono capitato là dove si parla di Gige. Le
vicissitudini di Gige ruotano intorno a delle scelte e la vicenda in cui
egli è coinvolto mi sembra un ottimo esempio per capire che cosa sono e dove
stanno il ‘bene’ e il ‘male’ e che cosa si debba intendere per corretto uso
della proairesi- -Non ho mai sentito parlare di questa storia e volentieri la
ascolto- ha detto Muriel
-Anche a me il nome di Gige suona del tutto nuovo e mi piacerebbe molto
saperne di più- ha aggiunto Irene -Ecco dunque la storia di Gige- ha proseguito Raniero
-così come la
racconta Erodoto. *Candaule, re della Lidia, era innamorato della sua sposa e,
innamorato com’era, riteneva di possedere la donna di molto più bella di
tutte. Poiché aveva questa opinione e fra le guardie del corpo Gige, figlio
di Daskylos, era a lui particolarmente caro, Candaule gli confidava anche i
più importanti dei suoi affari e gli parlò perfino della bellezza della
moglie, lodandola oltre misura. Un giorno il re fece a Gige questo discorso:
”Gige, io penso che tu non mi presti fede quando ti parlo della bellezza
della mia sposa. Fa dunque in modo di vederla nuda”. Al che Gige replicò con
voce concitata: “Signore, qual mai insano discorso fai tu, invitandomi a
guardare la mia sovrana nuda? Con lo spogliarsi delle vesti la donna si
spoglia anche del pudore. Da molto tempo gli uomini hanno trovato buoni
precetti dai quali bisogna imparare, ed uno di essi è questo: che ognuno
abbia cura delle cose sue. Io sono persuaso che la regina sia la più bella
di tutte le donne e ti prego di non chiedermi cose che sono contro ogni
legge”. Egli dunque così dicendo si schermiva, temendo gliene potesse venire
qualche male. Ma Candaule rispose: “Rassicurati, Gige, e non temere né di
me, che io ti faccia qualche proposta per metterti alla prova; né di mia
moglie, che tu riceva da lei qualche danno; perché farò in modo che essa non
sappia neppure di essere stata vista da te. Io ti collocherò nella camera in
cui dormiamo, dietro la porta lasciata aperta. Dopo che io sarò entrato,
subito anche la mia sposa verrà a coricarsi. Accanto all’ingresso c’è uno
sgabello: su questo essa riporrà le vesti, spogliandosene ad una ad una, e
con tutta calma tu potrai contemplarla. Poi, quando ella si dirigerà dallo
sgabello al letto e tu verrai a trovarti alle sua spalle, fai attenzione
allora di non essere visto mentre esci dalla porta”. Così Gige, dal momento
che non poteva esimersi, era pronto ad ubbidire. Candaule, quando gli parve
che fosse l’ora di coricarsi, lo condusse nella camera, e poi subito
comparve anche la moglie e mentre essa, entrata, deponeva gli abiti, Gige la
osservava. Quando poi si trovò alle spalle della donna che si dirigeva verso
il letto, di soppiatto uscì fuori. La donna lo scorse mentre usciva ma,
avendo compreso ciò che il marito aveva fatto, non gridò di vergogna e fece
finta di non essersi accorta di nulla, avendo in mente di vendicarsi di
Candaule. Presso i Lidi infatti, come in genere anche presso gli altri
barbari, è causa di grande disonore, anche per un uomo, l’essere visto
nudo. Per il momento dunque la regina se ne stette tranquilla, senza far
mostra di nulla. Ma appena venne giorno, avvertiti quei servi che ella
sapeva esserle più fedeli, mandò a chiamare Gige. Quello, credendo che non
sapesse nulla dell’accaduto, accolse l’invito, giacché anche prima soleva
fare visita alla sovrana quando ella lo chiamava. Appena Gige fu giunto, la
donna gli disse: “Ora, Gige, di due strade che ti sono davanti ti lascio
scegliere per quale tu voglia dirigerti. O, ucciso Candaule, ti prendi me e
il regno di Lidia oppure conviene che tu stesso muoia, affinché per
l’avvenire tu non abbia a vedere, obbedendo in tutto a Candaule, ciò che non
devi vedere. Orsù dunque, bisogna che perisca o lui, che ha ordito questo
tranello, o tu, che mi hai vista nuda e hai commesso un’azione non lecita”.
Gige dapprima rimase sbalordito davanti a questo discorso, ma poi supplicò
la regina di non costringerlo ad una simile scelta. Non riuscì però a
persuaderla e si vide realmente nella necessità o di uccidere il suo signore
o di perire egli stesso per mano altrui. Scelse di sopravvivere e le
domandò: ”Poiché mi costringi a uccidere il mio signore contro la mia
volontà, suvvia, ch’io sappia il modo in cui lo assaliremo”. La regina
rispose: ”L’attacco avverrà nello stesso luogo in cui lui mostrò me nuda, e
lo assaliremo mentre dorme”. Così tramarono l’insidia e, venuta la notte,
Gige- poiché non veniva lasciato libero né aveva alcuna via di scampo, ma
era necessario che o lui o Candaule perisse- seguì nella camera da letto la
donna la quale, datogli un pugnale, lo nascose dietro la stessa porta. Più
tardi, mentre Candaule dormiva, Gige uscì dal nascondiglio, lo uccise ed
ebbe la donna e il regno.* -Che ve ne pare?- -Una storia davvero interessante-
disse Irene -A me piacerebbe che la esaminassimo- propose Raniero -entrando nella testa dei tre personaggi e vedendo cosa succede nella loro
proairesi. Se anche voi credete che ne valga la pena, possiamo tentare di
procedere accontentandoci di un pur sommario esame. Visto che noi siamo in
tre e i personaggi in questione sono tre, potremmo affidarne uno a ciascuno
di noi- -Io sono d’accordo- disse piuttosto eccitata Irene -Propongo che Raniero sia il primo, perché così potrà anche darci una utile
traccia, e che ci parli di Candaule. Che Muriel ci parli della regina e che
io, per ultima, parli di Gige. Vi va?- -Uauh!- sbottò Muriel -Irene mi mette davanti ad una prova
che mi fa venire la tremarella, ma non mi tirerò indietro e farò del mio
meglio per essere all’altezza della situazione- -Allora comincio io- disse rassicurante Raniero
-Non siamo
davanti ad una commissione d’esame. Noi cerchiamo soltanto di capire meglio
certe cose e ci daremo una mano vicendevolmente. Dunque, diamo per scontato
che la regina fosse davvero la più venusta di tutte le donne. Diamo
parimenti per scontato che tutti i sudditi fossero sinceramente convinti di
ciò, Gige compreso- -Gia!- disse Irene -E allora perché Candaule interroga Gige?- -Lo interroga- rispose Raniero
-perché il re è evidentemente
un individuo che non sopporta neppure il dubbio che altre persone abbiano
giudizi diversi dai suoi, in quanto ritiene ciò un ‘male’ per lui. Dubitando
di Gige, Candaule decide di convincerlo che effettivamente sua moglie è di
gran lunga la più venusta di tutte le donne. Per raggiungere questo scopo
egli progetta di mostrare a Gige la regina nella sua sontuosa nudità,
giudicando che questa sarebbe una visione capace di far confessare a Gige la
verità. Il progetto che Candaule deve mettere in opera a questo fine è assai
rischioso, poiché egli sa perfettamente che Gige deve ‘vedere ma non essere
visto’ dalla regina la quale, se scoprisse il tranello e sapesse di essere
stata vista nuda da un estraneo, si vendicherebbe dell’oltraggio. Tuttavia
Candaule giudica più nefasto per lui il dubbio che ha sui giudizi di Gige
che non l’eventuale vendetta della moglie. Gige dunque contempla la sua
regina nuda e, possiamo tranquillamente esserne certi, giura e spergiura poi
a Candaule di essere ora affatto persuaso che la regina sia la donna più
bella di tutte. Il progetto del re sembra essersi realizzato alla
perfezione. Candaule è felice perché ha ottenuto ciò che desiderava. Gige è
felice perché ha ottenuto ciò che desiderava. La realtà è invece che né Candaule né Gige sanno come
stiano in effetti le cose. Vediamo allora come e perchè è così. Noi possediamo ormai gli strumenti per esaminare il
personaggio Candaule per quanto riguarda l’aspetto ‘proairetico/aproairetico’
e per quanto riguarda l’aspetto ‘bene/male’. Cominciamo dall’aspetto
‘proairetico/aproairetico’. La prima domanda che io mi pongo è questa: il
giudizio di Gige sulla venustà della moglie di Candaule è cosa proairetica o
aproairetica? Mi rispondo, e se non siete d’accordo interrompetemi, così:
proairetica per Gige ma aproairetica per chiunque altro, Candaule compreso.
Adesso mi chiedo: sappiamo cosa pensa Candaule al riguardo? Certamente,
poiché ce lo dice egli stesso. Egli pensa che il giudizio di Gige sia cosa
che deve essere in esclusivo potere suo, di Candaule, ossia proairetica; e
non sopportando il dubbio di non dominare la proairesi di Gige, mette in
opera il progetto che sappiamo. Insomma il pensiero di re Candaule si
potrebbe riassumere così: ‘Io sono il re e la proairesi dei miei sudditi è
cosa mia!’ Il progetto che Candaule elabora per dominare la proairesi di
Gige può essere suddiviso in due elementi. Il primo è la concezione del
progetto, il secondo è la realizzazione del progetto. E noi sappiamo già che
la concezione di un progetto è cosa proairetica mentre la sua realizzazione
è cosa aproairetica. Adesso mi pongo la terza domanda: Candaule pensa che la
realizzazione del suo progetto sia cosa proairetica o aproairetica?
Certamente proairetica, poiché ce lo dice il suo comportamento. Candaule è
certo, senza riserve, che Gige vedrà senza essere visto. Il pensiero di
Candaule in proposito si potrebbe riassumere così: ‘Il re propone e il re
dispone!’ Esaminiamo ora il personaggio Candaule sotto l’aspetto
‘bene/male’. Noi sappiamo che nulla di aproairetico può mai essere ‘bene’ o
‘male’ e che ‘bene’ è soltanto il giudizio di una retta proairesi, ‘male’ il
giudizio di una proairesi che opera non rettamente. Dunque noi sappiamo che
‘bene’ è il giudizio: ‘il giudizio altrui non è né bene né male’. Sappiamo
anche che ‘male’ sono i due giudizi: ‘il giudizio altrui è bene’ e ‘il
giudizio altrui è male’. Cosa pensa Candaule al riguardo? Basta, anche qui
badare alle sue parole e osservare il suo comportamento. Il re pensa che il
giudizio di Gige sulla venustà della regina è ‘male’ se è differente dal
suo, di Candaule. Successivamente cade dalla padella nella brace: infatti
pensa che il giudizio di Gige sulla venustà della regina è ‘bene’ poiché è
diventato uguale al suo. Riassumiamo. Candaule in almeno due casi erra
perché giudica proairetico ciò che per natura delle cose noi sappiamo invece
essere aproairetico. Inoltre Candaule è nel ‘male’ perché ha almeno una
coppia di giudizi che noi sappiamo essere la forma che prende una proairesi
che non opera rettamente. Cosa diremo a Candaule? Gli diremo: ‘Fermati,
Candaule, fermati! Quello che tu credi amore, quella che tu credi felicità
poggia su fondamenta errate, irrispettose della natura delle cose. Fermati e
cambia i tuoi giudizi. Soltanto usando la Diairesi potrai sfuggire la
tragica catena di errore, vizio, infelicità che già vediamo stretta intorno
alla tua gola!’- -Adesso tocca a me- disse con un po’ di timore Muriel -Parlando della regina io però mi limito, se siete d’accordo, soltanto
all’aspetto ‘bene/male’- -È più che sufficiente questo- annuirono Irene
e Raniero -Noi sappiamo già- proseguì allora Muriel -che ‘bene’ è il
giudizio: ‘L’essere vista nuda da altri occhi non è né bene né male’.
Sappiamo anche che ‘male’ è la coppia di giudizi: ‘L’essere vista nuda da
altri occhi è bene’ e ‘L’essere vista nuda da altri occhi è male’. Quali
sono i giudizi della regina? A parere mio è fuori di dubbio che i giudizi
della regina sono i seguenti: ‘L’essere vista nuda da Candaule è bene’ e
‘L’essere vista nuda da Gige è male’. Ella giudica che lo sguardo di
Candaule abbia il potere di cingerla del ‘bene’ mentre pensa che quello di
Gige abbia avuto il potere di metterla nella vergogna, in una condizione di
‘male’ insopportabile. L’oltraggio è stato talmente grave da meritare una
vendetta. Né Candaule né Gige sanno che la regina ha scorto quest’ultimo
mentre usciva dalla camera da letto ed ella, mentre Candaule la abbraccia e
la penetra, ragiona così: ‘Io sono la regina e l’essere vista nuda dal mio
sposo Candaule è per me ‘bene’. Ma ora io so che anche Gige mi ha vista nuda
e questo è per me ‘male’. Gige non avrebbe mai potuto vedermi nuda se non
fosse stato autorizzato e forse istigato a ciò da Candaule. Dunque Candaule
mi ha tradito ed è innanzitutto su di lui che debbo vendicarmi. Ma anche
Gige, il quale obbedisce in tutto a Candaule, merita di morire affinché per
l’avvenire non abbia a vedere ciò che non deve vedere. Io farò dunque perire
o l’uno o l’altro, così da poter tornare ad essere cinta di ‘bene’ e di
nuovo dire a me stessa: ‘L’essere vista nuda da X è per me bene’. A questo
punto la regina opera sull’anello più debole e progetta di mettere Gige
contro Candaule. Chiamato Gige, lo pone di fronte all’alternativa di morire
o di uccidere il re. La proairesi della regina ha concepito non una
fantasticheria ma un vero progetto omicida. Sappiamo che questa concezione è
proairetica e che ‘bene’ e ‘male’ sono caratteristiche unicamente di ciò che
è proairetico. Consentitemi di trascurare l’analisi della realizzazione del
progetto omicida della regina, progetto che andrà ad effetto attraverso la mano di
Gige armata da lei; la presa del potere da parte di Gige e le nuove nozze
della regina con Gige. Salto direttamente alla domanda: la concezione di
questo progetto omicida da parte della regina è ‘bene’ o è ‘male’? Giunti a
questo passaggio io so di avere una risposta ma non so come giustificarla.
Ho bisogno che tu Raniero mi dia una mano per chiarire questo punto. Infatti
se ‘bene’ e ‘male’ sono caratteristiche unicamente di ciò che è proairetico,
se essi non sono altro che atteggiamenti diversi della proairesi, quando
possiamo dire che quel certo modo della proairesi è ‘bene’ e che quell’altro
modo della proairesi è ‘male’? Oppure, detto in termini leggermente diversi:
quando potremo dire che quella certa concezione della proairesi è ‘bene’ e
che quell’altra concezione della proairesi è ‘male’?- -Ti ringrazio- rispose Raniero
-della fiducia che mi mostri e
proverò a darti una risposta. Io mi pongo questa domanda: tutto ciò che è
proairetico e dunque in nostro esclusivo potere è forse ‘bene’? Qualunque
nostra concezione, impulso, desiderio, avversione, assenso e così via sono
‘bene’ per il semplice fatto di essere cose proairetiche? Certamente no,
poiché noi sappiamo che possono anche essere ‘male’, mentre nulla di
aproairetico può essere ‘bene’ o ‘male’. Quando, dunque definiremo una
nostra concezione, impulso, desiderio, avversione, assenso e così via ‘bene’
e quando la definiremo ‘male’? Il problema è serio, perché anche in questo
caso abbiamo bisogno di trovare un canone, un criterio che abbia la
caratteristica di essere ‘invariante’ ossia di non risentire di qualunque
differenza di ideologia, cultura, razza, religione, lingua, età, sesso, e
così via tra gli esseri umani. Vi ricordate di quando abbiamo concluso che
esiste una natura delle cose anche nell’ambito di ciò che è proairetico e
che le nostre concezioni, desideri, assensi e così via sono aspetti di una
stessa grandezza invariante ed infinita che abbiamo chiamato ‘libertà’? La
nostra proairesi è questa grandezza invariante ed infinita e come tale essa
è per natura delle cose libera, inasservibile e insubordinabile. Qual è
dunque il canone che cerchiamo? Io penso che la risposta può essere
formulata in questi termini: 'La proairesi è nel ‘bene’ quando mantiene se
stessa libera, infinita, inasservibile e insubordinabile. La proairesi è nel ‘male’
quando non mantiene se stessa libera, infinita, inasservibile e insubordinabile'. La
proairesi è una grandezza infinita e nulla di finito può esserle superiore,
dunque nulla di aproairetico può limitarla. Essa soltanto può scegliere di
travestirsi e di apparire schiava, serva, subordinata. La proairesi è nel
‘male’ quando opera su se stessa questo pervertimento, e propongo di
chiamare questo pervertimento ‘Controdiairesi’. Quando la nostra proairesi
controdiairesizza, essa afferma non essere in suo esclusivo potere quanto
invece è in suo esclusivo potere per natura delle cose. Quando usa la
Controdiairesi, la nostra proairesi si deresponsabilizza e presenta se
stessa come condizionata o inferiore a grandezze finite. Diairesi e
Controdiairesi appaiono così come fossero i due modi che la proairesi ha di
ruotare su se stessa, mentre la realizzazione di ciò che l’una o l’altra
decidono è affidata, quand’è il caso, all’Antidiairesi, la quale può essere
complementare a tutte e due. Trovato il canone, credo che abbiamo trovato
risposta alla domanda che ci eravamo posti e che possiamo così tornare alla
regina- -Caro Raniero, sei impagabile- gli sorrise Muriel -Spero di
avere capito bene e di essere ora in grado di portare a termine il mio
compito. Noto soltanto, per inciso, che allora i giudici presenti nella
proairesi intesa come Tribunale sarebbero tre: Controdiairesi, Diairesi e
Antidiairesi. Dunque, sappiamo che Candaule e Gige sono per la regina entità
aproairetiche. Se la proairesi della regina concepisce necessaria
l’eliminazione di Candaule o di Gige significa che giudica la loro esistenza
come una diminuzione della propria libertà. Ma se la proairesi giudica che
la sua propria libertà possa essere diminuita da qualcosa di aproairetico
non giudica più se stessa come libertà infinita. La proairesi della regina
non usa la Diairesi ma la Controdiairesi. La proairesi delle regina ha
pervertito se stessa ed è dunque nel ‘male’. Riassumo. Come Candaule anche
la regina è nel ‘male’ perché ha almeno una coppia di giudizi che noi
sappiamo essere la forma che prende una proairesi incapace di operare
rettamente. Per di più la proairesi della regina è nel ‘male’ perché, usando
la Controdiairesi, si è pervertita e si nutre di un preciso progetto
omicida. Cosa diremo alla regina? Le diremo: ‘Che notte è stata questa per
te, regina! D’improvviso sono cadute le ghirlande dai muri della reggia.
Fermati, regina, fermati e cambia i tuoi giudizi! Se non usi la Diairesi
saranno nozze di sangue quelle che celebrerai e l’infelicità sarà la perenne
invitata ai tuoi banchetti’- -Cara Muriel- disse Irene -altro che tremarella! Mi parevi
un libro stampato! Adesso che tocca a me, non so davvero se mi riuscirà la
tua precisione e la tua chiarezza. Io devo prendere ora in esame il
comportamento di Gige. Gige è ovviamente il più debole dei tre e potrebbe
dire: ‘Il re mi ha imposto di vedere la regina nuda ed io non ho potuto
rifiutarmi al suo comando. La regina mi ha costretto a fare qualcosa contro
la mia volontà ed io non ho potuto rifiutarmi alla sua imposizione’. Vediamo come
stanno le cose. Gige viene posto da Candaule di fronte ad una alternativa
che riguarda il rispetto o la violazione di una legge. Questa legge, in
effetti, si chiamerebbe molto meglio un semplice modello, questa volta sì
davvero, ‘culturale’, perché ci troviamo frammezzo a persone che credono
essere un grande disonore, anche per un uomo, l’essere visto nudo. La legge
in questione, che esclude ovviamente il solo re, si potrebbe riassumere
così: ‘Tu non vedrai mai nuda la tua regina’. Raniero ha già esaminato i
motivi per cui Candaule presenta a Gige questa alternativa e sappiamo dal
racconto di Erodoto che, nonostante le rassicurazioni del re, Gige si viene
a trovare in una situazione nella quale non può esimersi di scegliere.
Candaule sa bene che sta dicendo a Gige: ‘Viola la legge’ e Gige è
pienamente cosciente di ciò. Il comando del re mette dunque Gige nella
seguente contraddizione: ‘Ubbidire al re mi è utile (perché continuerò ad
ottenerne i favori)’ e ‘Ubbidire al re non mi è utile (perché violo una
legge)’. Sappiamo che la contraddizione è insopportabile e che va
rapidamente risolta. È chiaro dal racconto di Erodoto che Gige tenderebbe a
scegliere di non violare la legge, ma disubbidendo al re egli è certo che ne
perderebbe i favori. Gige sa che non violando la legge manterrebbe la sua
proairesi libera, inasservita e insubordinata. Ma questo significa
disubbidire al re e perderne i favori. Se invece ubbidirà al re e violerà la
legge, Gige sa che conserverà i favori del re a costo, però, di
controdiairesizzare e quindi di rendere la sua proairesi schiava, asservita
e subordinata. Sappiamo cosa sceglie Gige. Avendo in vista non più se stessa
ma essendosi infatuata di cose aproairetiche come i favori del re, la
proairesi di Gige si è pervertita ed è dunque nel ‘male’. È tanto vero che
la proairesi di Gige sta usando la Controdiairesi, che essa si trova nella
necessità di giustificare la rinuncia alla sua infinita libertà. Questa
giustificazione prende ‘invariabilmente’ per qualunque essere umano
appartenente a qualunque cultura, civiltà, sesso, religione, lingua e così
via la forma ‘è colpa di un altro’. La proairesi non più libera e padrona di
se stessa a causa dell’uso della Controdiairesi, è costretta
‘invariabilmente’ a proiettare fuori di sé la causa della sua perversione in
quanto è, almeno temporaneamente, impossibilitata a riconoscersi per quello
che è per natura delle cose. Gige dunque dirà che la sua scelta è colpa del
re. E cosa diremo noi a Gige? Gli diremo: ‘Fermati, Gige, fermati! A che
vile prezzo vendi la tua proairesi! La vendi a prezzo di indigestioni e di
ubriachezza. Non usare la Controdiairesi! Cambia i tuoi giudizi, cambiali
prima che tu sia costretto a un banchetto di sangue!’. Passano poche ore e
Gige si trova per la seconda volta in una situazione, per lui del tutto
inattesa, che gli impone di nuovo una scelta. Questa volta è la regina a proporgliela
ed è subito una scelta brutale tra la vita e la morte. Gige entra adesso nella
seguente contraddizione: ‘Ubbidire alla regina mi è utile (perché vivrò,
avrò la regina e il regno)’ e ‘Ubbidire alla regina non mi è utile (perché
diventerò assassino del mio re)’. Anche questa contraddizione è insopportabile e va
rapidamente risolta. È chiaro dal racconto di Erodoto che Gige tenderebbe a
scegliere di non uccidere Candaule, ma questo significherebbe la sua morte.
E Gige sceglie di vivere. Dimentichiamo per un momento che la proairesi di
Gige è già nel ‘male’ a causa della sua prima Controdiairesi e trascuriamo
del tutto l’influenza di questo stato. Non uccidendo il re egli manterrebbe
la sua proairesi (ammesso e non concesso che essa fosse nel ‘bene’) libera,
inasservita, insubordinata, ma questo significherebbe la sua morte.
Uccidendo il re Gige otterrebbe la vita, la regina e il regno a prezzo,
però, della perversione della propria proairesi. Sappiamo cosa Gige sceglie
e sappiamo anche che egli ne attribuisce la colpa, questa volta, alla
regina. Cosa diremo a Gige? Gli diremo: ‘Fermati, Gige, fermati! La tua
proairesi è doppiamente nel ‘male’. Cambia i tuoi giudizi, usa la Diairesi e
rinuncia al banchetto di sangue. Gige oggi si salva morendo, non
uccidendo!’- Seguì un lunghissimo momento di pace e di silenzio. -Per oggi- disse poi sommessamente Raniero
-mi pare che
abbiamo esaminato parecchie cose e che sia ora di andare a preparare la
cena. Ti fermi con noi a cena, Muriel?- -Ho una gran voglia di un buon bicchiere di retsina-
rispose Muriel con gli occhi umidi -Metteremo il tavolo sul grande terrazzo, mangeremo e poi- disse Irene -aspetteremo insieme che nel cielo si accendano pian piano le
stelle-
<><><>
THE PHILOSOPHY OF EPICTETUS
This page contains a collection of five
dialogues, in Italian, that explain the philosophy of Epictetus in a discoursive and
dramatic form, according to the model of Socrates' teaching.
Three people meet in a small Greek island and
discuss the following topics:
'Dialogue' I: -The Proairesis-
Proairesis is a key concept in the phylosophy of Epictetus.
Proairesis is shown to be the human reason as our only faculty capable of
assuming an attitude according to Diairesis or in contrast with it (that is
according to Counterdiairesis).
'Dialogue' II: -Medea: Diairesis,
Antidiairesis and the mysterious judge-
The well known story of Medea is told and analyzed in order to
understand in depth the way that all human Proairesis work. It is shown that
human Proairesis is home to:
1) a Superjudgement called Diairesis,
2) a 'mysterious judge' which will later (in
the fifth dialogue) shown to be a Superjudgement that can be called
Counterdiairesis,
3) a huge class of ordinary judgements that
can be collected under the general name of Antidiairesis.
'Dialogue' III: -The Diairesis at work-
The dialogue shows that conscious human life is a continuous
stream of Antidiairesis at the orders of either Diairesis or
Counterdiairesis.
'Dialogue' IV: -The Stoic precept is not
that of 'living according to nature' but that of 'living according to the
nature of the things'-
Living in accord with 'nature' means perfectly nothing, simply
because it's impossible to live ‘against nature’. Instead, the dialogue
shows that men can live in accord with the 'nature of the things' or in
contrast with it. It is shown that the nature of the things exists, is
invariant like the speed of light in Physics, and is valid for all human
being without exception.
'Dialogue' V: -Giges: Diairesis and
Counterdiairesis, Good and Evil-
The story of Giges is told according to Herodotus and analyzed so
as to show that 'good' and 'evil' indeed exist and what they are.
No English translation of these five
Dialogues is at present available.
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