MARCO AURELIO

 

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MARCUS AURELIUS

 

 

MARCO AURELIO 

 

'RICORDI'

 

nuovamente tradotti da

 

FRANCO SCALENGHE

 

 col titolo

'LA PROAIRESI A SE STESSA'

(edizione completa con note e concise interpretazioni di ciascun frammento)

 

LIBRO I

 

[I,1,1] Da mio nonno Vero: il buon carattere e la non inclinazione all’ira.

 

[I,2,1] Dalla fama e dalla memoria che si ha di colui che mi generò: il rispetto di sé e degli altri e la maschiezza.

 

[I,3,1] Da mia madre: la devozione, la generosità, l’astenersi non soltanto dal malfare ma anche dall’addivenire ad un siffatto concetto; [I,3,2] e inoltre la frugalità nella dieta, lontana dal tenore di vita delle persone ricche di denaro.

 

[I,4,1] Dal mio bisnonno: non avere frequentato scuole pubbliche [I,4,2] ma avere potuto servirmi di eccellenti insegnanti in casa; [I,4,3] e riconoscere che per questo genere di cose vale la pena di spendere con larghezza.

 

[I,5,1] Dal mio aio: non essere diventato tifoso né dei Verdi né degli Azzurri, né dei Palmulari né degli Scutari. [I,5,2] Inoltre la resistenza alla fatica, la parsimonia, la capacità di lavoro manuale, il non essere un ficcanaso [I,5,3] e la refrattarietà alle calunnie.

 

[I,6,1] Da Diogneto: il disinteresse per le bagattelle [I,6,2] e la diffidenza per le parole di fattucchiere e stregoni che dicono di poter fare incantesimi, esorcismo di demoni e siffatte ciarlatanerie. [I,6,3] Il non giocare a colpire le quaglie e il non essere entrato in fibrillazione per siffatti passatempi; [I,6,4] la tolleranza per la libertà di parola; [I,6,5] l’avere familiarizzato con la filosofia [I,6,6] ascoltando dapprima le lezioni di Bacchio, poi quelle di Tantaside e di Marciano; [I,6,7] l’avere scritto dialoghi quand’ero fanciullo [I,6,8] e la smania per un pagliericcio coperto di pelle e quant’altre cose del genere avevano a che fare col sistema di educazione greco.

 

[I,7,1] Da Rustico: accogliere la rappresentazione che il mio carattere aveva bisogno di correzione e di cura. [I,7,2] Il non essere stato fuorviato verso uno zelo sofistico né verso la compilazione di trattati speculativi, la redazione di dialoghetti esortativi o il fare colpo sull’altrui fantasia sfoggiando me stesso come modello di asceta o di benefattore. [I,7,3] L’essermi distornato dalla retorica, dalla poesia e dalle spiritosaggini; [I,7,4] il non girare su e giù per casa in abiti eleganti né fare altre cose del genere. [I,7,5] La semplicità nello scrivere le lettere, semplicità di cui è esempio ciò che proprio lui scrisse a mia madre da Sinuessa. [I,7,6] Il diportarmi senza rancore e in modo conciliante verso coloro che ci esasperano e commettono dei falli contro di noi, non appena costoro scelgano di rivenire sui loro passi. [I,7,7] A leggere un testo con precisione; a non accontentarsi di intenderlo genericamente e a non assentire in fretta a coloro che ne vanno cianciando. [I,7,8] E l’essermi imbattuto nelle ‘Memorie’ di Epitteto, delle quali egli mi fece parte traendole dalla biblioteca di casa sua.

 

[I,8,1] Da Apollonio: la libertà e l’indisputabile avversione all’azzardo; [I,8,2] il non volgere lo sguardo ad altro, neppure per poco, che alla ragione; [I,8,3] l’essere sempre identico in mezzo a sofferenze acute, in occasione della perdita di un figlio, nel corso di lunghe malattie. [I,8,4] Il vedere con evidenza un paradigma vivente del fatto che la stessa persona può essere sommamente energica e anche rilassata; [I,8,5] il non spazientirsi mai nel corso delle spiegazioni; [I,8,6] il vedere un uomo che riteneva chiaramente minime delle proprie buone doti la perizia e l’abilità nel trasmettere i principi generali della filosofia, [I,8,7] e l’imparare come si debbano prendere dagli amici quei che han sembiante di favori, senza sentirsene obbligati e senza metterli da parte per insensibilità.

 

[I,9,1] Da Sesto: la pazienza [I,9,2] e il paradigma di una casa paternamente governata; [I,9,3] il concetto del vivere secondo la natura delle cose; [I,9,4] la solennità non artefatta; [I,9,5] la provvida presupposizione delle richieste degli amici; [I,9,6] la tolleranza per le persone comuni e per coloro che presumono ascientificamente. [I,9,7] Poi l’adattabilità verso tutti, sicché la sua conversazione era gradevole più di qualunque adulazione nel momento stesso in cui egli era, per i suoi interlocutori, la più rispettabile delle persone. [I,9,8] La capacità di scovare e ordinare con perfetta certezza e con metodo i giudizi necessari per vivere; [I,9,9] il non esibire mai ira né qualche altra passione, ma l’essere allo stesso tempo spassionatissimo ed affettuosissimo; [I,9,10] l’inclinazione ad elogiare senza fare baccano; [I,9,11] ed una poliedrica erudizione senza pose.

 

[I,10,1] Da Alessandro il grammatico: non censurare [I,10,2] e redarguire con acrimonia coloro che proferiscono un barbarismo, un solecismo o qualche parola stonata, bensì soltanto a proferire a mia volta destramente l’espressione corretta, a modo di risposta o di testimonianza o di considerazione congiunta alla faccenda in questione e non al vocabolo usato erroneamente; oppure attraverso qualche altra siffatta garbata menzione.

 

[I,11,1] Da Frontone: aver soppesato la malignità, varietà di sotterfugi e ipocrisia della quale è capace un tiranno; e come coloro che chiamiamo patrizi siano, per lo più, le persone meno affettuose che esistono.

 

[I,12,1] Da Alessandro il Platonico: non dire a qualcuno o scrivere in una lettera, spesso anche senza necessità, che sono impegnato; né ad accampare il pretesto di affari pressanti al fine di schivare continuamente, in questo modo, cose da parte mia doverose per le relazioni con i conviventi.

 

[I,13,1] Da Catulo: non trattare con negligenza l’amico che ti accagiona di qualcosa, anche se capita che lo faccia irrazionalmente, ma anzi provare a ristabilire con lui il rapporto consueto; [I,13,2] e l’elogio di cuore dei propri insegnanti, come raccontano i fatti memorabili riguardanti Domizio e Atenodoto; [I,13,3] ed a nutrire vera amorevolezza per i figli.

 

[I,14,1] Da Severo: l’amore per la famiglia, la verità e la giustizia. [I,14,2] L’avere riconosciuto grazie a lui che uomini erano Trasea, Elvidio, Catone, Dione, Bruto e accolto la rappresentazione di un Stato con una legge uguale per tutti, governato secondo uguaglianza politica ed uguale diritto di parola; e di una monarchia che onori al di sopra ogni cosa la libertà dei sudditi. [I,14,3] E ancora, il dare un onore equilibrato ed uniforme alla filosofia; [I,14,4] l’inclinazione alla beneficenza e la liberalità con larghezza; [I,14,5] l’ottimismo e la fiducia nell’amore degli amici; [I,14,6] la spigliatezza con coloro che gli capitava di riprovare, [I,14,7] come pure il fatto che i suoi amici non abbisognavano di presupposizioni per capire cosa volesse, talmente era manifesto.

 

[I,15,1] Da Massimo: padroneggiare se stessi e non lasciarsi trascinare in nulla da impulsi passeggeri. [I,15,2] Il buon umore nelle altre circostanze difficili e nelle malattie. [I,15,3] Il contemperamento di blando e di grave nel carattere. [I,15,4] L’espletamento non improvvisato degli obiettivi prefissi. [I,15,5] Il fatto che tutti si fidavano che egli dicesse ciò che davvero pensava e che facesse quel che faceva senza secondi fini. [I,15,6] Non stupirsi, non sbigottirsi, non mostrarsi mai frettoloso o titubante o imbarazzato o accasciato o sguaiato oppure, ancora, rancoroso o sospettoso. [I,15,7] Il beneficare, il perdonare e la sincerità. [I,15,8] Il palesare l’immagine di una proairesi non pervertita piuttosto che quella di una che fosse stata corretta. [I,15,9] E che nessuno credette mai di essere disdegnato da lui né avrebbe retto di concepirglisi superiore. [I,15,10] E l’essere amabilmente arguto.

 

[I,16,1] Da mio padre: la mansuetudine e la fermezza irremovibile nelle determinazioni prese dopo attenta indagine; [I,16,2] l’assenza di vanagloria per quei che han sembiante di onori; [I,16,3] la laboriosità e l’assiduità nell’impegno; [I,16,4] la capacità di prestare ascolto a quanti hanno qualcosa di comune giovamento da suggerire; [I,16,5] il non sviarsi nell’assegnare a ciascuno secondo il proprio valore; [I,16,6] la perizia nel capire dove c’era bisogno di tenere la briglia corta e dove invece era il caso di lasciarla lunga; [I,16,7] l’aver fatto cessare gli episodi di passione amorosa per gli adolescenti; [I,16,8] il senso della comunanza civile e l’autorizzazione agli amici di non essergli ad ogni costo commensali né di accompagnarlo per forza in viaggio, e il farsi ritrovare sempre l’identica persona da coloro che erano rimasti indietro per qualche bisogno; [I,16,9] la ricerca precisa e tenace del meglio nelle riunioni con i consiglieri; [I,16,10] la capacità di serbare a dovere gli amici senza presto saziarsene o infatuarsene; [I,16,11] l’autosufficienza in tutto e un aspetto raggiante; [I,16,12] la previsione a lunga scadenza e il regolare, senza pose eroiche, anche i minimi particolari; [I,16,13] le restrizioni imposte alle acclamazioni pubbliche e ad ogni forma di adulazione alla sua persona; [I,16,14] la costante custodia delle risorse necessarie all’Impero, la gestione di tesoreria delle sue spese e la capacità di reggere un'incolpazione su faccende siffatte. [I,16,15] Antonino non nutriva superstizioni circa gli dei e non era demagogico con gli uomini, non era un piaggiatore e non corteggiava la turba ma era sobrio in tutto, saldo, mai privo del senso del bello e lontano da ogni smania di novità. [I,16,16] Utilizzava quegli oggetti che apportano comodità alla vita e che la fortuna procura a profusione, con modestia e insieme senza esitazione, cosicché si accostava alla buona a quelli presenti e non abbisognava di quelli assenti. [I,16,17] Di lui nessuno avrebbe potuto dire che era un sofista, un buffone o un pedante, ma che era un uomo maturo, completo, insensibile all’adulazione, capace di capeggiare se stesso ed altri. [I,16,18] Inoltre egli ha impersonato l’onore riservato a chi viveva davvero la filosofia, senza tuttavia essere ingiurioso con gli altri né credulone. [I,16,19] E ancora, l’affabilità e la buonagrazia senza esagerazioni. [I,16,20] La misurata sollecitudine per il proprio corpo, non come di chi sia attaccato alla vita, né per imbellettarsi né con negligenza, ma in modo da avere bisogno il meno possibile, grazie alla propria attenzione, dell’arte medica o di farmaci e di applicazioni esterne. [I,16,21] Soprattutto la rinuncia senza malignità a qualunque pretesa in favore di chi aveva acquisito qualche arte o facoltà, come la capacità espressiva o quella derivante dall’investigazione delle leggi, dei costumi o di altre faccende, e la premurosità nei loro riguardi affinché ciascuno di essi ottenesse la buona fama che meritavano i suoi pregi in un dato campo. Così pure, il fare tutto secondo i patrii usi e l’occuparsi a far sì che questo non apparisse. [I,16,22] Antonino non era mai in preda ad instabilità o irrequietezza, ma si intratteneva volentieri nelle stesse faccende e negli stessi luoghi. [I,16,23] Dopo un attacco parossistico di cefalalgia ritornava subito ai consueti lavori con giovanile vigore. [I,16,24] Non aveva molti segreti, anzi pochissimi, ben di rado e solo su affari di Stato. [I,16,25] Mostrava un assennato scrupolo nell’allestimento di spettacoli, nella fabbricazione di opere pubbliche, nelle elargizioni e in altre attività siffatte, da uomo che guata ciò che bisogna fare e non la buona fama che può derivare dall’averlo fatto. [I,16,26] Non faceva bagni ad ore inopportune; non aveva la smania delle costruzioni; non pensava troppo ai suoi pasti, né ai tessuti e alla coloritura dei suoi vestiti, né alla grazia degli schiavi. [I,16,27] La galleria di Lorio, che viene verso l’alto dalla casa di campagna in basso; i molti fatti che accaddero a Lanuvio; [I,16,28] e come trattò, a Tuscolo, il doganiere che lo schivava e tutti gli altri fatti analoghi. [I,16,29] Nulla di ruvido, di inesorabile, di veemente; nulla di cui si potesse dire ‘fino al sudore’; ma tutto egli discerneva al modo di chi ha fatto i suoi conti, con agio, senza sconcerto, con ordine, gagliardamente e in sinfonia. [I,16,30] Gli si adatterebbe bene quel che si rammemora di Socrate, ossia che poteva astenersi e poteva godere di ciò di cui molti sono deboli nell’astinenza e arrendevoli nel godimento. [I,16,31] Ora, essere potente, saper perseverare ed essere sobrio sia nell’uno che nell’altro caso è proprio di un animo integro e invitto come, ad esempio, nella malattia di Massimo.

 

[I,17,1] Dagli immortali: avere avuto buoni nonni, buoni parenti, una buona sorella, buoni insegnanti, buoni familiari, congeneri, amici, quasi tutti. [I,17,2] Non essere stato precipitoso a commettere falli contro nessuno di loro, pur avendo io una disposizione naturale tale che avrei potuto, se fosse capitato, fare qualcosa del genere. Ed è una beneficenza degli immortali quella per cui non si è mai verificato un concorso di circostanze tali da riscontrarmi. [I,17,3] Non essere stato allevato oltre presso la concubina di mio nonno. [I,17,4] Avere preservato il fior degli anni miei, non avendo io raggiunto la maturità sessuale anzitempo ma per avere essa, anzi, preso del tempo. [I,17,5] Essere rimasto subordinato al mio condottiero e padre, le cui intenzioni erano quelle di eliminare del tutto la mia vanità, conducendomi al concetto che è possibile, pur vivendo a corte, non avere bisogno né di guardie del corpo, né di vestiti ricercati, né di certi candelabri, né di certe statue né di simile pompa, ma che ci si può restringere molto vicino al tenore di vita della persona comune senza per questo sentirsi più miserabili o più pigri verso ciò che si deve operare, da capi, per lo Stato. [I,17,6] Essermi capitato un fratello capace, col suo carattere, di svegliarmi alla sollecitudine per me stesso e, insieme, di allietarmi con il suo onore e il suo affetto. [I,17,7] Non essere diventati i miei bambini né inetti né fisicamente deformi. [I,17,8] Non avere io fatto troppi progressi in retorica, in poesia e in altre occupazioni, nelle quali forse mi sarei trattenuto se mi fossi accorto di star procedendo con libero corso. [I,17,9] Avere ben presto istituito i miei precettori ad un posto elevato, per il quale mi sembrava smaniassero; e non averlo rimandato nella speranza, dato che erano ancora giovani, di farlo poscia. [I,17,10] Avere conosciuto Apollonio, Rustico e Massimo. [I,17,11] Essere stato capace di rappresentarmi, con evidenza e spesso, il vivere in armonia con la natura delle cose; cosicché, per quanto attiene agli immortali e alle loro reciprocità, soccorsi e ispirazioni, nulla mi impedisce di vivere già ora in armonia con la natura delle cose e, se qualcosa al riguardo rimane indietro, ne sono io la causa; perché non serbo a dovere i loro rammentamenti e pressoché insegnamenti. [I,17,12] Avere il mio corpo tenuto duro per così tanto in una vita siffatta. [I,17,13] Non essermi accostato sessualmente né a Benedetta né a Teodoto e anche poscia, quando fui preda di passione erotica, esserne risanato. [I,17,14] Non essere andato oltre, quando mi sono spesso esasperato con Rustico, facendo cose di cui poi avrei provato rimorso. [I,17,15] Avere potuto colei che mi procreò, la quale doveva morire giovane, comunque abitare con me i suoi ultimi anni di vita. [I,17,16] Avere potuto prestare aiuto, quante volte così ho deciso, a qualcuno in stato di indigenza oppure in bisogno di qualcos'altro, senza sentirmi dire che non avevo i denari per farlo. [I,17,17] Non essermi contemporaneamente accaduto di avere io stesso un simile bisogno di ricevere aiuto da un altro. [I,17,18] L’essere mia moglie la donna che è, così sottomessa eppure così affettuosa e semplice. [I,17,19] Avere avuto abbondanza di idonei precettori per i miei bambini. [I,17,20] Avere ricevuto aiuti attraverso i sogni, in particolare contro lo sputo di sangue e contro le vertigini; [I,17,21] e il responso dell’oracolo a Gaeta. [I,17,22] Non essere caduto, quando smaniavo per la filosofia, nelle mani di nessun sofista; non essermi seduto in disparte per compilare luoghi comuni o risolvere sillogismi o applicarmi allo studio dei fenomeni celesti. [I,17,23] Giacché tutto questo abbisogna dell’aiuto degli immortali e del favore della fortuna.

 

(Scritto nel territorio dei Quadi*, presso il fiume Granua**)

 

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[I,1] La famiglia di Marco Annio Vero, nonno paterno di Marco Aurelio, era originaria di Succubi, nei dintorni di Cordova, in Spagna. M. Annio Vero era nato probabilmente intorno al 65 d.C., apparteneva al rango senatoriale e fu per ben tre volte console: console sostituto nel 97 d.C. sotto l’impero di Nerva; nel 121 e nel 126 d.C. console ordinario sotto quello di Adriano. Fece inoltre stabilmente parte, per parecchi decenni, del circolo dei consiglieri più intimi dell’imperatore.
Sposò Rupilia Faustina e ne ebbe tre figli: Marco Annio Vero, del quale Marco Aurelio sarà figlio nel 121 d.C.; Marco Annio Libone e Annia Galeria Faustina. Quest’ultima, dunque zia di Marco Aurelio, sposerà il futuro imperatore Antonino Pio ed è comunemente indicata come ‘Faustina maggiore’.
M. Annio Vero era una persona economicamente ricchissima e politicamente molto influente. All’origine della sua potenza economica stavano le numerose fabbriche di laterizi delle quali era proprietario, ed è certamente questa potenza che portò poi la famiglia degli Antonini al potere imperiale nel 138 d.C. Se si ragiona comunemente e si considera che M. Annio Vero fu suocero di un imperatore -Antonino Pio-, e nonno di un altro -Marco Aurelio-, non si può non ammettere che la sua carriera sia stata uno straordinario successo politico.
Oltre che abilissimo nel gioco della politica, sappiamo che M. Annio Vero era un fuoriclasse anche nel gioco della palla (gioco in cui si dilettò volentieri anche Marco Aurelio da giovane), tanto da essere considerato uno dei migliori giocatori del suo tempo.
Quando il padre di Marco Aurelio morì, questi fu adottato proprio da M. Annio Vero, suo nonno, e con lui convisse a lungo nel suo palazzo di Roma, nei pressi del Laterano.
M. Annio Vero morì quasi certamente nel 138 d.C.

 

[I,2] Il padre di Marco Aurelio si chiamava, esattamente come il nonno, Marco Annio Vero. A differenza del nonno, del padre di Marco Aurelio si sa pochissimo. Non l’anno della nascita e neppure l’anno della morte, poiché alcuni datano quest’ultima al 124 d.C., anno in cui egli ricoprì la carica di Pretore, mentre altri la datano intorno al 129 d.C. Sappiamo che sposò Domizia Lucilla e che da lei ebbe due figli: nel 121 d.C. Marco Aurelio e poco dopo una bambina, cui fu dato il nome di Annia Cornificia Faustina.
Le parole di questo frammento sono in ogni caso una testimonianza inequivocabile del fatto che Marco Aurelio non ha un ricordo cosciente, diretto, di suo padre.

 

[I,3] Domizia Lucilla, la madre di Marco Aurelio, apparteneva ad una famiglia la cui fortuna economica, come quella di M. Annio Vero, era legata alle fabbriche di laterizi.
Tutto era cominciato circa un secolo prima con Cneo Domizio Afro, oratore assai noto ed originario della città di Nimes, nella Gallia. Quando egli morì, nel 59 d.C., ad ereditarne tutte le proprietà furono i suoi due figli adottivi: Cneo Domizio Lucano e Cneo Domizio Tullo. Nessuno poteva allora immaginare che le fabbriche di laterizi rappresentassero una vera e propria miniera d’oro e invece, a partire dal 64 d.C., col famoso incendio di Roma sotto Nerone e poi, nei decenni successivi, fino a Traiano e ad Adriano, tutte le attività di costruzione e di ricostruzione di Roma, e non soltanto di essa, conobbero un periodo di espansione permanente e prodigiosa. Ma andiamo con ordine.
C. Domizio Lucano sposò una figlia di Curtilio Mancia, uomo di grande ricchezza economica e di rango consolare, e da questo matrimonio nacque una bambina, Domizia Lucilla, futura nonna materna di Marco Aurelio. Accadde poi che per motivi ignoti, anche se immaginabili, il suocero Curtilio Mancia prese a detestare il genero C. Domizio Lucano ed entrò con lui in un dissidio tanto grave da legare tutta la sua fortuna in eredità alla nipote Domizia Lucilla a patto che essa fosse emancipata e dunque uscisse dalla potestà del padre, l’odiato C. Domizio Lucano.
Domizia Lucilla fu effettivamente emancipata, ma fu allora adottata da C. Domizio Tullo, fratello, come abbiamo detto, di C. Domizio Lucano. E così rimase frustrato il proposito di Curtilio Mancia poiché i due fratelli, mantenendo indivise le loro proprietà, attraverso l’adozione riportarono Domizia Lucilla e la sua larga fortuna sotto il controllo del padre. Insomma, questi due fratelli sembravano destinati ad essere coperti d’oro da coloro che invece avevano scopi del tutto contrari.
C. Domizio Lucano morì intorno al 94 d.C., lasciando unico erede il fratello C. Domizio Tullo. Questi, a sua volta, morì intorno al 108 d.C., e lasciò unica erede la figlia adottiva Domizia Lucilla, la quale venne così a trovarsi in possesso di una fortuna immensa. Quando a Roma succedevano queste cose, come ci informa dettagliatamente in una sua lettera Plinio il giovane, a lungo non si pettegolò d’altro.
Questa ricchissima ereditiera, Domizia Lucilla (indicata anche come ‘maggiore’ e nonna materna di Marco Aurelio) sposò in seconde nozze Calvisio Tullo, anch’egli persona di rango consolare. Dal loro matrimonio nacque una figlia che prese lo stesso nome della madre, Domizia Lucilla, e che sarà appunto la madre di Marco Aurelio. Sarebbe difficile immaginare un matrimonio d’interesse meglio assortito di quello tra M. Annio Vero e Domizia Lucilla ‘minore’. Alla coppia non dovevano certo fare difetto né le proprietà né i mezzi finanziari.
Quando M. Annio Vero morì, Domizia Lucilla non si risposò e rimase sempre vicina al figlio Marco Aurelio. Ella morì tra il 155 e il 161 d.C., senza vedere suo figlio diventare imperatore.

 

[I,4] Si ammette comunemente che il bisnonno del quale parla qui Marco Aurelio sia il bisnonno materno Catilio Severo. Ma esattamente per via di quale parentela Catilio Severo possa esserlo stato è un problema che gli storici e gli eruditi non hanno ancora risolto, e che probabilmente rimarrà per sempre un mistero. In ogni caso, è lo stesso Marco Aurelio ad assicurarci che questo bisnonno ha giocato un ruolo decisivo nella sua educazione.
Catilio Severo apparteneva ad una famiglia originaria della Bitinia. Prima del 110 d.C. ricoprì varie cariche di modesto prestigio ma poi, a partire da quell’anno, la sua figura emerse in primissimo piano. Fu console sostituto nel 110 d.C., legato di Traiano in Armenia e Cappadocia, governatore della Siria nel 117 d.C., console ordinario con Antonino Pio nel 120 d.C., prefetto di Roma tra il 134 e il 138 d.C. e, quest’anno, addirittura possibile successore di Adriano.
Lo speciale interesse che Adriano manifestò per il giovane Marco Aurelio, da lui soprannominato ‘Verissimus’, si spiega verosimilmente anche con il fatto che Marco Aurelio aveva come nonno M. Annio Vero e come bisnonno Catilio Severo, due figure di assoluto rilievo nel circolo degli intimi dell’imperatore.

 

[I,5] Nulla ci è noto di questo precettore di cui non conosciamo neppure il nome, e che doveva vegliare sulla salute fisica e morale di Marco Aurelio bambino.
Verde ed Azzurro erano i colori di due delle principali scuderie che si contendevano la vittoria nelle corse dei cavalli. Palmulari e Scutari erano due delle categorie in cui erano suddivisi i gladiatori del Circo.

 

[I,6] L’educazione elementare di Marco Aurelio fanciullo continuò sotto la guida di Diogneto, dal quale sappiamo che imparò a dipingere. Anche di questo suo primo maestro poco o nulla è noto, salvo che egli non è identificabile con il destinatario di un’operetta apologetica cristiana intitolata ‘Lettera a Diogneto’.
Pochissimo sappiamo anche dei tre personaggi dei quali a Roma Marco Aurelio, per suggerimento di Diogneto, frequentò le conferenze pubbliche. Bacchio è con ogni probabilità un filosofo di scuola platonica originario della città di Pafo, nell’isola di Cipro. Tantaside e Marciano, se si tratta di nomi esatti, sono personaggi o sconosciuti o non identificabili.

 

[I,7] Giunio Rustico era uno dei massimi eredi e depositari della grande tradizione stoica in onore presso una parte dell’aristocrazia romana. Ad esempio suo nonno, Giunio Aruleno Rustico, era stato addirittura condannato a morte e fatto uccidere da Domiziano nel 93 d.C. per avere osato difendere la memoria di Trasea Peto scrivendo la verità sulle vicende che lo portarono al suicidio.
Nato probabilmente intorno al 100 d.C., sappiamo che Giunio Rustico fu console sostituto nel 133 d.C., prefetto di Roma dal 160 al 168 d.C. e console ordinario nel 162 d.C.
Grazie alle notizie contenute nella corrispondenza di Marco Aurelio con Frontone, è verosimile supporre che Giunio Rustico abbia iniziato ad esercitare un’influenza significativa su Marco Aurelio nel 146 d.C. Da quell’anno in poi -essendo Marco Aurelio già ‘Cesare’, marito di sua cugina Annia Galeria Faustina, padre, diretto collaboratore dell’imperatore Antonino Pio- i loro rapporti si fecero molto stretti e continui, anche se essi furono a volte assai burrascosi. È sicuramente grazie a Giunio Rustico che Marco Aurelio ebbe il fondamentale incontro con l’insegnamento di Epitteto, ossia la rivelazione di cosa sia davvero la filosofia. Ed è addirittura possibile, benché non provato, che Giunio Rustico fosse stato uno dei tanti giovani allievi romani di Epitteto a Nicopoli, e che le ‘Memorie’ che Marco Aurelio qui cita siano in realtà gli appunti che Giunio Rustico aveva preso personalmente a quelle lezioni.
 

[I,8] La reputazione di Apollonio doveva essere notevole se fu scelto da Antonino Pio per dare una formazione filosofica a Marco Aurelio. Apollonio era molto probabilmente originario di Calcedonia, città della Bitinia non lontana dall’attuale Costantinopoli. Filosofo stoico di professione e non uomo di Stato, pare che il suo insegnamento a Marco Aurelio, insegnamento del quale nulla conosciamo nei dettagli, sia da situare negli anni intorno al 150 d.C.
Nel corso del suo viaggio verso l’Italia, sappiamo che Apollonio sostò ad Atene e che, una volta giunto a Roma, si rifiutò però di recarsi a tenere le sue lezioni nel palazzo di Tiberio sul Palatino, dove Marco Aurelio abitava, affermando: ‘Il maestro non deve andare dal discepolo, ma è il discepolo che deve andare dal maestro’. Al che si racconta che l’imperatore Antonino Pio abbia argutamente fatto notare: ‘Per Apollonio è stato più facile venire da Calcedonia a Roma che venire da casa al palazzo di Tiberio’.
 

[I,9] Sesto era un greco originario di Cheronea, città della Beozia non molto lontana da Delfi. Sappiamo anche con certezza che uno dei suoi zii era il famoso poligrafo Plutarco, scrittore di tendenze platoneggianti ed acerrimo nemico degli Stoici, autore delle notissime ‘Vite parallele’.
Filosofo e non uomo di Stato, Sesto fu maestro di Marco Aurelio intorno al 161 d.C., ossia subito prima e subito dopo l’ascesa di quest’ultimo al potere imperiale. Marco Aurelio, allora quarantenne, parla di sé in quegli anni come di un uomo che comincia ad invecchiare, ed un aneddoto ci racconta la risposta che egli diede ad un altro filosofo, di nome Lucio, al quale era capitato di incontrarlo mentre si recava, con al collo le tavolette di cera degli studenti, a lezione da Sesto. Alla richiesta di dove si recasse e per quale scopo, Marco Aurelio rispose: ‘Vado da Sesto per imparare quello che ancora non so’.
Sullo stoicismo di Sesto, sul suo stampo derivato da Epitteto e sul rilievo che il suo insegnamento ebbe per Marco Aurelio abbiamo molte testimonianze. Quando un personaggio notissimo, che aveva visto la morte della figlia Panatenaide e della moglie Regilla, perse anche la figlia Elpinice e piangendo disperatamente chiedeva quali offerte potesse ormai consacrarle e cosa potesse seppellire con lei, si racconta che Sesto dicesse: ‘Le farai una grande offerta se, nel lutto, manterrai la padronanza di te stesso’.
 

[I,10] Si ritiene che l’attuale città turca di Kütahya sia situata là dove sorgeva un tempo l’antica Cozieo, nella Frigia Ellespontica. Questa è, se non quella d’origine, sicuramente la città nella quale Alessandro aveva la sua scuola di grammatica greca, di esegesi dei testi e di critica letteraria. Conosciamo anche il nome, e sono giunte fino a noi alcune delle opere, di almeno uno dei suoi più celebri allievi. La fama della scuola era dunque tale che non è sorprendente se essa giunse fino a Roma. Alessandro ‘il grammatico’ fu così scelto da Antonino Pio per insegnare la lingua e la letteratura greca a Marco Aurelio allora quattordicenne, intorno al 135 d.C.
Alessandro ‘il grammatico’ morì probabilmente intorno al 150 d.C.
 

[I,11] Marco Cornelio Frontone era di almeno vent’anni più anziano di Marco Aurelio. Era nato a Cirta, l’odierna città algerina di Costantina e allora colonia romana, poco prima del 100 d.C. Dopo gli studi ad Alessandria d’Egitto venne a Roma, dove seppe farsi largo acquistando presto rinomanza come avvocato ed oratore. Raggiunto il rango senatoriale, ricoprì alcuni incarichi pubblici, ma soprattutto si acquistò il favore di Adriano e di Antonino Pio tanto che intorno al 135 d.C. gli fu affidata l’educazione letteraria e retorica in lingua latina di Marco Aurelio, allora quattordicenne. Certamente fu questo suo ruolo ad aprirgli più tardi le porte di un breve consolato, nell’estate del 143 d.C.
Frontone godette presso i contemporanei la fama di sommo oratore e gli fu assegnato, nella storia dell’eloquenza latina, un posto secondo, forse, soltanto a quello di Cicerone. Nonostante ciò, delle sue opere si era da millenni completamente persa ogni traccia fino alla fortunata scoperta da parte di Angelo Mai, agli inizi del 1800, di alcuni libri della sua corrispondenza privata con Marco Aurelio ed altri personaggi politici di primo piano. Questa corrispondenza copre gli anni che vanno dal 139 al 167 d.C. ed è stata di grande importanza per svelarcene un po’ meglio le qualità professionali ed umane. Frontone morì intorno al 170 d.C.
 

[I,12] L’Alessandro che qui Marco Aurelio chiama “il Platonico” era in realtà meglio conosciuto con il soprannome di “Platone d’argilla”, ed era originario di Seleucia della Cilicia, l’attuale città turca di Silifke. Sappiamo che Alessandro era individuo di un fascino certamente non comune: gradevolissimo d’aspetto, curato nella persona fino ai minimi particolari e di grandissima abilità oratoria. Era un perfetto esemplare dei sofisti allora alla moda: viaggiatore indefesso, conversatore brillantissimo, capace di tenere conferenze di città in città sugli argomenti più disparati e spesso scelti all’ultimo momenti dagli stessi uditori.
Anche se alieno a questo genere di declamazioni, Marco Aurelio non dovette essere insensibile alle qualità di Alessandro, tanto che lo nominò suo segretario personale ‘ab epistulis graecis’, ossia incaricato di tutta la corrispondenza imperiale in lingua greca. Questo ufficio fu con ogni probabilità ricoperto da Alessandro tra il 170 e il 175 d.C., che viene anche comunemente ritenuto l’anno della sua morte.
 

[I,13] Di Cinna Catulo non conosciamo altro che la citazione che qui ne fa Marco Aurelio, ed una seconda che lo indica puramente e semplicemente come filosofo stoico.
Domizio potrebbe essere, ma al riguardo non vi è alcuna certezza, Cneo Domizio Afro, il famoso oratore e lontano progenitore della madre di Marco Aurelio.
Atenodoto è invece sicuramente una persona di cui Frontone parla nelle sue lettere e di cui si sa che fu, come Epitteto, discepolo di Musonio Rufo.
 

[I,14] Claudio Severo Arabiano era nato molto probabilmente nel 113 d.C., mentre il padre era Governatore romano della Provincia d’Arabia. La famiglia, di rango senatoriale, era originaria di Pompeiopoli di Paflagonia, città dell’entroterra turco non lontana dalla moderna Sinop. Sappiamo che egli fu console ordinario sotto Antonino Pio nel 146 d.C. e, forse, Prefetto della città di Roma.
Claudio Severo era un filosofo di scuola aristotelica e quando Marco Aurelio decise di familiarizzarsi con la filosofia peripatetica, che allora significava essenzialmente familiarizzarsi con gli studi che oggi si chiamerebbero di ‘Scienze Naturali’ (Botanica, Zoologia, Anatomia Comparata, ecc.), prese lezioni da lui. D’altra parte il celebre Galeno, che fu medico personale di Marco Aurelio, ci conferma che anche il figlio di questo Claudio Severo assisteva alle sue lezioni di anatomia. Proprio questo figlio di Claudio Severo sposò, intorno al 163 d.C., la figlia primogenita di Marco Aurelio, figlia che portava anch’essa il nome di sua madre e di sua nonna ossia quello di Annia Galeria Faustina. Questo matrimonio fece dunque sì che i legami tra le due famiglie, com’è verosimile, diventassero assai stretti.
 

[I,15] Claudio Massimo è un personaggio storicamente assai ben conosciuto. Nato probabilmente intorno al 100 d.C., filosofo stoico, senatore, tra il 132 e il 155 d.C. ricoprì molte e diverse cariche pubbliche, essendo console sostituto nel 141-142 d.C. e proconsole d’Africa nel 158-159 d.C. In quanto proconsole d’Africa fu lui a giudicare nel famoso processo ‘per magia’ intentato contro Apuleio di Madaura.
Nel corso degli anni in cui visse a Roma, Claudio Massimo sembra essere stato intimamente legato alla famiglia imperiale, e la sua morte avere rappresentato un avvenimento intensamente vissuto da Marco Aurelio.
 

[I,16] Successore di Adriano, l’imperatore Antonino Pio era nato nell’86 d.C. a Lanuvio, poco a sud di Roma, ai piedi dei Colli Albani. Fu, tra molti altri incarichi, console nel 120 d.C. e proconsole d’Asia nel 135-136 d.C. Adriano lo adottò pochi mesi prima di morire, nel 138 d.C., ed Antonino Pio resse l’impero per 23 anni, fino al 161 d.C.
Era sposato con Faustina ‘maggiore’, zia di Marco Aurelio, il quale fu da lui adottato nel 138 d.C. per espressa volontà di Adriano. Da allora Marco Aurelio, che era rimasto orfano di padre in tenerissima età, lo considerò e lo onorò a tutti gli effetti come il proprio padre.
 

[I,17] Cos’è immortale nel cosmo? Null’altro che il cosmo stesso ossia la Materia della quale esso è costituito. E nell’uomo? Il suo corpo, in quanto Materia Immortale del cosmo eternamente destinata a continue trasformazioni e combinazioni. Se usata rettamente, la ragione umana è allora in grado di concepire di sé e del cosmo quelle rappresentazioni felicitanti, generose, liberatorie ed aderenti alla natura delle cose che si possono anche chiamare ‘dei’.

 

*I Quadi erano un popolo il cui territorio occupava, a nord del Danubio, parte dell’odierna Boemia e Moravia.
**Il fiume Granua o Gran è un affluente di sinistra del Danubio.

 

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LIBRO II

 

 

[II,1,1] Fin dal mattino devi preannunciare a te stesso: m’imbatterò in un intrigante, in un ingrato, in chi oltraggia, in una canaglia, in una persona maligna, in una antisociale. [II,1,2] Tutte queste aberrazioni sono loro avvenute a causa dell’ignoranza del bene e del male. [II,1,3] Io invece, avendo chiara conoscenza della natura del bene: che è bello; e di quella del male: che è vergognoso; e inoltre della natura di colui che aberra: che mi è congenere, non di un medesimo sangue e di un medesimo sperma ma di una medesima mente e in quanto partecipe di una divina particella, neppure posso essere danneggiato da uno di loro. Nessuno, infatti, mi precingerà di vergogna; né io posso adirarmi con chi mi è congenere né averlo in odio. [II,1,4] Giacché siamo nati per la cooperazione: come i piedi, le mani, le palpebre, le chiostre dei denti di sopra e di sotto. [II,1,5] Operare gli uni contro gli altri è dunque contrario alla natura delle cose; fremere di odio e distogliersi dalla cooperazione è quindi operare contro di essa.

 

[II,2,1] Qualunque cosa mai io sia, è carne, pneuma, l’egemonico. [II,2,2] Tralascia i libri, non ambasciartene più: non ti è stato dato. Invece, come qualcuno ormai morente, giudicati pure superiore alla tua carne: è sangue coagulato, ossa, un reticolo di nervi, di vene, di arterie. [II,2,3] Osserva anche cos’è il tuo pneuma: aria in movimento, non sempre la stessa ma ogni momento espirata e poi di nuovo inspirata. [II,2,4] E terzo viene il tuo egemonico. Qui pensaci: sei vecchio; non permettergli più di essere servo; non permettergli più di essere mosso come una marionetta da impulsi antisociali; non permettergli più di essere malcontento del destino presente o di rifiutare quello futuro.

 

[II,3,1] Le opere degli immortali sono intrise di Prònoia; quelle della Fortuna non mancano di legame con la Natura o della trama e dell’ordito di quelle governate dalla prònoia: tutto scorre di là. [II,3,2] In aggiunta vi è la Necessità e quel che è utile al cosmo nella sua interezza, del quale sei una parte. Bene per qualunque parte della natura è inoltre ciò che la natura del cosmo apporta e ciò che la salvaguarda. E come salvaguardano il cosmo le trasformazioni degli elementi naturali, così pure lo salvaguardano quelle delle sostanze composte. [II,3,3] Questo ti basti, se sono giudizi che hai fatto tuoi. Scaccia invece la sete di libri, per non morire brontolando ma davvero pacificato e grato di cuore agli immortali.

 

[II,4,1] Ricorda da quanto tempo rimandi questi conti e quanto spesso, pur prendendo proroghe dagli immortali, non le utilizzi. [II,4,2] Bisogna ormai che tu ti accorga una buona volta di quale cosmo sei parte; a quale governante del cosmo sottostai quale emanazione; e che vi è per te un limite circoscritto di tempo il quale, se non te ne servirai per darti aria pulita, disparirà e non vi sarà più un daccapo.

 

[II,5,1] Ogni ora preoccupati seriamente, da Romano e da maschio, di effettuare ciò che hai per le mani con precisa e non artefatta solennità, con affettuosità, libertà e giustezza; e di provvederti agio da qualunque altra rappresentazione. [II,5,2] E te lo provvederai se esegui ciascuna azione come se fosse l’estrema della vita, essendoti allontanato da ogni avventatezza, da emotivo distoglimento dalla ragione che opera la diairesi, da ipocrisia, malinteso egoismo e dispiacere per gli avvenimenti compartiti dalla sorte. [II,5,3] Vedi quante poche sono le cose padroneggiando le quali si può vivere una vita serena e da dio; giacché gli immortali non richiederanno nulla di più a chi custodisce questi giudizi.

 

[II,6,1] Oltraggia, oltraggia te stesso, o animo! Di renderti onore non avrai più occasione. Non è, infatti, breve la vita concessa a ciascuno di noi? [II,6,2] E questa vita per te è ormai quasi conclusa; per te che non hai avuto rispetto di te stesso ma hai posto negli animi di altri la tua buona sorte.

 

[II,7,1] Gli accidenti esteriori ti distraggono? Procurati agio di apprendere qualcosa di buono in più e cessa di girovagare di qua e di là. [II,7,2] Ma bisogna anche stare in guardia dall’altra condotta: giacché vaneggiano in pratica anche coloro i quali, stanchi della vita, non hanno uno scopo sul quale indirizzare una volta per tutte ogni impulso e rappresentazione.

 

[II,8,1] Difficilmente si vede qualcuno infelice perchè non riesce a soppesare ciò che succede nell’animo di un altro. È invece necessario che non conoscano felicità gli esseri che non hanno la comprensione delle mosse del proprio animo.

 

[II,9,1] Bisogna sempre ricordare questo: quale sia la natura del cosmo; quale sia la mia natura e in quale relazione questa stia con quella; quale parte di quale cosmo essa sia; che nessuno può impedire di fare e di dire sempre ciò che è conseguente con la natura della quale sei parte.

 

[II,10,1] Come chi paragonasse le aberrazioni nel modo più comune, Teofrasto afferma, da filosofo, che siffatti falli sono più gravi se commessi per smania che per rancore. [II,10,2] Chi è preda del rancore, infatti, mostra di essersi distolto dalla ragione con una certa afflizione ed una latente contrizione. Chi invece aberra per smania, vinto dall'ebbrezza, appare in un certo modo più impudente ed effeminato nelle aberrazioni. [II,10,3] Rettamente da filosofo, pertanto, Teofrasto ha detto che è maggior crimine l’aberrare con ebbrezza che con afflizione. Insomma, l’uno assomiglia di più a chi abbia prima subito un’ingiustizia e sia stato costretto dalla propria afflizione ad infuriarsi; mentre l’altro si è mosso spontaneamente verso un’azione ingiusta, portato dalla propria smania a fare qualcosa di aberrante.

 

[II,11,1] Fare, dire, pensare ogni cosa come chi può ormai uscire dalla vita. [II,11,2] L’andarsene via dagli uomini, se esistono degli immortali, non è nulla di terribile; giacché essi non ti precingerebbero di un male. Se poi degli immortali non esistono oppure non importa loro delle umane vicende, cos’è per me il vivere in un cosmo vacuo di immortali e di prònoia? [II,11,3] Ma essi esistono, importa loro delle vicende umane ed hanno posto in esclusivo potere dell’uomo tutto ciò che gli permette di non incappare nei mali veri. E se qualcuna delle altre cose fosse un male, anche questo avrebbero previsto, affinché fosse del tutto in potere dell’uomo non incapparvi. [II,11,4] Ciò che non fa peggiore un uomo, come potrebbe fare peggiore la sua vita? [II,11,5] La natura non avrebbe trascurato queste cose né per ignoranza né, sapendolo, per incapacità di prevenirle o di correggerle e neppure avrebbe aberrato a tal punto, o per impotenza o per imperizia, da far sì che tanto i beni quanto i mali capitassero in modo pasticciato e parimenti sia ai virtuosi che ai viziosi. [II,11,6] Morte e vita, gloria e discredito, dolore e piacere fisico, ricchezza e povertà di denaro: tutte queste cose, che non sono né belle né vergognose, capitano parimenti sia ai virtuosi che ai viziosi. Dunque esse non sono né beni né mali.

 

[II,12,1] Tocca alla facoltà cognitiva soppesare come tutto scompaia in fretta: i corpi stessi nel cosmo, nell’eternità la loro memoria; quale natura abbiano tutte le cose sensibili e soprattutto quelle che ci adescano col piacere o ci impauriscono col dolore fisico o sono all'ultimo grido della vanità umana; come esse siano da poco, spregevoli, sozze, deteriorabili, cadaveriche. [II,12,2] E poi chi siano costoro le cui concezioni e le cui voci appiccano ad alcuni buona fama o discredito; [II,12,3] cosa sia il morire e che, se uno guarderà la cosa in se stessa e con la partizione del concetto dissolverà le immaginazioni ad essa associate, lo concepirà essere null’altro che un’opera di natura; e se uno ha paura di un’opera di natura è un bambino. E nondimeno esso non è soltanto un’opera di natura ma anche un’opera utile ad essa. [II,12,4] Come, infine, l’uomo si accosti a un dio, grazie a quale sua parte e quando questa parte costitutiva dell’uomo si trovi in quale disposizione.

 

[II,13,1] Niente è più meschino di colui che fa il giro intorno ad ogni cosa, ed ‘inquisisce’, come dice il poeta, ‘i sotterranei’ e cerca di arguire da segni esteriori cosa ci sia negli animi di chi gli sta intorno; senza accorgersi, invece, che gli basta stare in compagnia del demone che è dentro di lui ed accudirlo genuinamente. [II,13,2] Averne cura è serbarlo a dovere puro da passione, da avventatezza, da dispiacere per ciò che gli viene dagli dei e dagli uomini. [II,13,3] Ciò che viene dagli immortali, infatti, è rispettabile per virtù; e ciò che viene dagli uomini è caro per congenericità e, a volte e in un certo modo, anche degno di commiserazione per la loro ignoranza del bene e del male; storpiatura, questa, non minore di quella che defrauda della capacità di discriminare il bianco dal nero.

 

[II,14,1] Anche se tu stessi per vivere tremila anni e altrettante volte diecimila anni, comunque ricorda che nessuno perde altra vita che questa che vive, e non vive altra vita che questa che perde. [II,14,2] Pertanto, una vita lunghissima e una vita brevissima si riducono alla stessa cosa. [II,14,3] Il presente, infatti, è uguale per tutti e quindi quel che sfuma è uguale e quel che si perde compare, così, infinitesimo. [II,14,4] Uno non potrebbe perdere né il passato né il futuro. Come potrebbe, infatti, essergli sottratto ciò che non ha? [II,14,5] Bisogna dunque ricordare sempre queste due cose: primo, che tutto è da sempre conforme, ciclico, e non fa alcuna differenza vedere le stesse cose in cento anni o in duecento o in un tempo infinito; secondo, che chi vive moltissimo e chi muore prestissimo subiscono uguale perdita. [II,14,6] E’ soltanto il presente quello di cui si può essere defraudati, dato che è l’unica cosa che si ha, e nessuno perde ciò che non ha.

 

[II,15,1] "Che tutto è concezione”. Queste parole riferite al cinico Monimo sono chiare ed è manifesta anche la loro utilità, se uno ne accoglierà il veritiero sapore.

 

[II,16,1] L’animo umano oltraggia se stesso soprattutto quando diventa, per quanto è in suo esclusivo potere, un ascesso e come un tumore del cosmo. [II,16,2] Infatti, l’essere malcontenti di qualche evento è diserzione dalla natura delle cose, nel cui contesto sono incluse le nature di ciascuno degli altri esseri umani. [II,16,3] In secondo luogo l’animo umano oltraggia se stesso quando si distolga da qualcuno o gli si porti contro col proposito di danneggiarlo, come nel caso degli animi iracondi. [II,16,4] In terzo luogo oltraggia se stesso quando si lascia vincere dal piacere o dal dolore fisico. [II,16,5] In quarto luogo quando recita e fa o dice qualcosa per finta e senza verità. [II,16,6] In quinto luogo quando lasci senza uno scopo qualche sua azione e impulso, ma esegua una cosa qualunque a casaccio e senza comprenderlo, mentre invece anche le più piccole azioni devono avvenire in riferimento ad un fine. E il fine delle creature razionali è quello di seguire ragione e statuto della città e del regime primigenio.

 

[II,17,1] La durata della vita umana è un attimo; la sostanza, un continuo fluire; la sensazione, ottusa; il composto dell’intero corpo va in putrefazione facilmente; l’animo è un girovago; la fortuna, indecifrabile; la notorietà, spregiudicata. [II,17,2] Per dirla in breve: tutto quanto concerne il corpo è un fiume; quanto concerne l’animo è sogno e vanità; la vita è guerra e soggiorno di uno straniero; la fama presso i posteri, oblio. [II,17,3] Cosa può farci mettere da parte tutto ciò? Solo e soltanto la filosofia. [II,17,4] Ed essa consiste nel serbare il proprio demone interiore indenne da oltraggi fatti o subiti, superiore ai piaceri e ai dolori fisici, capace di non operare nulla a casaccio né da mendace e da ipocrita, libero dal bisogno che un altro faccia o non faccia qualcosa. E ancora: capace di accogliere le contingenze assegnategli come provenienti da un qualche di là donde lui stesso è venuto. E soprattutto capace di attendere la morte con pacificata intelligenza, cosciente che la morte non è altro che la risoluzione degli elementi naturali dei quali ogni creatura è composta. [II,17,5] Se non vi è nulla di terribile per gli elementi naturali nel trasformarsi senza interruzione l’uno nell’altro, perché si dovrebbe guardare con sospetto la trasformazione e la dissoluzione di tutte le creature? Essa è secondo natura, e nessun male è secondo la natura delle cose.

 

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[II,1] La giornata di un imperatore, sembra dirci Marco Aurelio, non è molto diversa da quella di uno qualunque di voi.
Tutti i vizi degli esseri umani, infatti, sono forme del giudizio che bene e male sono entità esterne ed aproairetiche, così come tutte le loro virtù sono forme del sapere che bene e male sono unicamente giudizi ossia entità proairetiche. Questa è la natura delle cose: inviolabile, eterna, invariante; e pertanto l’uomo non può fare del bene o del male ad altri che a se stesso.
Da stoico, Marco Aurelio ha chiara coscienza del fatto che tutti gli esseri umani sono partecipi di una medesima ragione, che sono tutti congeneri e destinati alla cooperazione, non all’odio reciproco. Pur vivendo tutti secondo natura, la differenza tra saggi ed insipienti consiste allora in ciò: che il virtuoso vive secondo natura e in armonia con la natura delle cose, mentre il vizioso vive secondo natura ma in contrasto con la natura delle cose.

 

[II,2] ‘Proairesi’ nella prevalente terminologia di Epitteto, ed ‘egemonico’ nella prevalente terminologia di Marco Aurelio, sono sostantivi del tutto equivalenti e intercambiabili.
Cos’è la proairesi? La proairesi, o egemonico, è la facoltà logica degli esseri umani in quanto facoltà autoteoretica capace di atteggiarsi in armonia con la natura delle cose ossia ‘diaireticamente’, oppure in contrasto con la natura delle cose ossia ‘controdiaireticamente’. Essa è la causa basilare di tutte le azioni responsabili dell’uomo ed è, in un certo senso, l’uomo stesso. Tra tutti gli esseri viventi, finora l’unico animale ad essere ‘proairetico’ è proprio l’uomo.
Marco Aurelio lo afferma con decisione e riafferma qui che la proairesi, o egemonico, è l’unica facoltà umana capace di parlare a se stessa, di esaminarsi e di decidere se essere serva ed infelice oppure libera e felice.

 

[II,3] Cos’è la Prònoia? Molti sono i modi in cui la Prònoia può essere definita: come mente della Materia Immortale; come la proairesi, o egemonico, del cosmo; come il ‘logos’ che lo pervade; come le leggi inviolabili, eterne, invarianti che manifesta; come la razionalità che gli inerisce e che da esso è inseparabile come sono inseparabili i poli positivo e negativo di un magnete.
Nel solco della tradizione fissata da Aristotele e condivisa dagli stoici, in questo frammento anche Marco Aurelio sottoscrive il giudizio che quattro sono le cause basilari degli eventi cosmici e le presenta nella loro sequenza tradizionale: Proairesi umana e Prònoia cosmica, Natura, Necessità, Fortuna.
Queste quattro cause basilari e le loro relazioni reciproche potrebbero forse essere illustrate con un esempio di questo genere: che un seme sia un seme è Prònoia; che un seme di grano generi una pianticella di grano è Natura; che una pianticella di grano sia distrutta da una furiosa grandinata è Necessità; che la grandine cada proprio su quella pianticella è Fortuna.

 

[II,4] L’uomo che rimanda di fare questi conti e non li fa in questa vita, non avrà più una seconda possibilità. Quali conti?
Se le parole del frammento non fossero ancora abbastanza eloquenti, basta riflettere su parole come queste di Epitteto: ‘Voi vi mettete in viaggio per Olimpia per vedere lo Zeus di Fidia e ciascuno di voi crede una sfortuna morire senza averlo visto. E laddove non c’è neppure bisogno di mettersi in viaggio, ma dove Zeus è già e presenzia con le opere, queste non smanierete di osservarle e di capirle? Quindi non vi accorgerete né di chi siete, né del per che cosa siete nati, né di cos’è quest’opera alla cui visione siete stati invitati?’

 

[II,5] L’uomo può essere in vita, ma può affermare in senso proprio di ‘vivere’ unicamente ‘da quando a quando’ la sua proairesi si afferma per quello che è per natura: libera, infinita, inasservibile, insubordinabile. Per affermarsi ‘vivente’ alla proairesi basta dunque fare una operazione sola: quella di atteggiarsi diaireticamente, ossia operare la diairesi.
Cos’è la diairesi? Basterà dire, come Epitteto ha insegnato anche a Marco Aurelio, che la diairesi è un supergiudizio e precisamente il giudizio che sa distinguere quanto è in nostro esclusivo potere e quanto invece non è in nostro esclusivo potere.
Dobbiamo allora usare gli oggetti esterni, quanto non è in nostro esclusivo potere, insomma i normali materiali dell’esistenza, casualmente e con trascuratezza o addirittura rifiutare di usarli? Nient’affatto! Anzi, dobbiamo imparare ad usarli con estrema solerzia, poiché il loro uso non è indifferente, e insieme con stabilità di giudizio e dominio sullo sconcerto, poiché il materiale non fa differenza.
Siccome una e medesima è la ragione del cosmo e la ragione dell’uomo, la diairesi innalza pertanto l’uomo al livello di un dio e ‘vivere’ non può che diventare sinonimo di ‘vivere da dio’.

 

[II,6] È noto che per gli Stoici l’animo umano può essere distinto in otto parti: i cinque sensi (vista, udito, olfatto, gusto, tatto), la parte legata alla fonazione, la parte legata alla sessualità e la proairesi o egemonico.
Con caratteristico procedimento retorico, Marco Aurelio impiega in questo frammento, e userà più volte in seguito, una sineddoche, e indica il tutto (l’animo) per indicare la parte (la proairesi). È infatti incontrovertibile che la sola facoltà autoteoretica dell’animo umano è la proairesi e che soltanto essa è in grado di scegliere di oltraggiarsi.
Quando la proairesi oltraggia se stessa? Quando si afferma per quello che per natura non è, ossia quando si atteggia controdiaireticamente.
E cos’è la controdiairesi? Basterà anche qui dire che è il supergiudizio, esattamente contrario alla diairesi, che afferma in nostro esclusivo potere quanto non è in nostro esclusivo potere oppure non essere in nostro esclusivo potere quanto invece è in nostro esclusivo potere.
Porre nelle proairesi altrui la propria buona sorte, ossia far dipendere la propria felicità dagli altri è caratteristico di una proairesi che si atteggia controdiaireticamente e questo, appunto, non può che renderci schiavi.
 

[II,7] La vita in senso proprio dell’uomo è strettamente legata allo stato della sua proairesi. Egli infatti ‘vive’ quando la sua proairesi è atteggiata diaireticamente, mentre è ‘in vita’ quando la sua proairesi è fisiologicamente spenta, come nel sonno, oppure ‘da quando a quando’ essa si nega per quello che è e si atteggia controdiaireticamente. Marco Aurelio ci offre qui la rappresentazione di due modi a lui ben noti, da imperatore, in cui la proairesi si atteggia controdiaireticamente, ossia di due modi di essere ‘in vita’ senza ‘vivere’.
Il primo è quello di lasciarci talmente distrarre dagli avvenimenti esteriori da immedesimarci in essi, giudicandoli in nostro esclusivo potere. Il secondo è quello di estraniarcene al punto tale da decidere di perdere ogni contatto con essi. Chi legge attentamente il frammento si accorgerà che Marco Aurelio suggerisce nel contempo anche i corrispondenti rimedi.

 

[II,8] L’uomo, finora unico tra tutti gli animali, non soltanto usa le rappresentazioni ma ha anche la comprensione del loro uso, giacché è stato dotato dalla natura di ragione, è ‘Homo proaireticus’. Questo lo pone nella condizione di conoscere bene e male, felicità e infelicità, a seconda dell’uso che la sua proairesi fa di se stessa.
Se i vegetali non hanno rappresentazioni, gli altri animali hanno invece certamente rappresentazioni e le usano ma, pur facendo di esse un uso anche raffinatissimo, non hanno la comprensione dell’uso che ne fanno. Essi sono pertanto creature aproairetiche, esseri non dotati di ragione. Questo esclude che si possa parlare a loro riguardo di bene e di male, di felicità e infelicità.

 

[II,9] La natura esiste ed essa fu, è, sarà eternamente onnicomprensiva. Con l’uomo viene all’esistenza anche la ‘natura delle cose’, che consiste nella essenziale bipartizione di quel tutto eternamente onnicomprensivo che è la natura o cosmo, in entità aproairetiche ed in entità proairetiche. La peculiare natura dell’uomo è tutt’uno con la conoscenza e la pratica delle conseguenze di questa fondamentale diairesi.
Marco Aurelio poi afferma, in verità più da imperatore che da filosofo, che nessuno può impedirci di fare o dire ciò che consegue alla nostra natura di uomini. Dovrebbe invece dire, con Epitteto, che non soggetto ad impedimento è soltanto il desiderio, o l’impulso, o l’assenso a fare e dire ciò che consegue alla nostra natura di uomini, giacché laddove vi è bisogno del corpo e della sua collaborazione noi possiamo sempre esserne impediti dalle più svariate e imprevedibili circostanze.

 

[II,10] È noto che secondo gli Stoici tutte le aberrazioni degli uomini sono ugualmente gravi. Se, infatti, non c’è una verità che sia più vera di un’altra, non ci sarà neppure una falsità che sia più falsa di un’altra, e lo stesso vale per le aberrazioni. E così non si trova a Nicopoli tanto chi ne dista un miglio quanto chi ne dista cento, ed è destinato ad annegare tanto chi resta un metro quanto chi resta cinque metri sott’acqua.
Marco Aurelio invece, più da seguace di Aristotele che di Crisippo, mostra qui di concordare con Teofrasto, il quale vede una differenza tra l’aberrazione di una proairesi come quella di Medea, che aberra per rancore, ed una, come quella di Fedra, che aberra per smania.
Teofrasto è il noto filosofo di Ereso, nell’isola di Lesbo, nato intono al 372 a.C. e morto intorno al 286 a.C., che successe ad Aristotele nella direzione della scuola Peripatetica.

 

[II,11] La natura è immortale. L’uomo è mortale. Al perenne flusso della divina natura, di cui l’uomo è parte, inerisce una razionalità, la Prònoia o Logos, della quale la ragione dell’uomo partecipa con la Proairesi. L’armonia dell’uomo con la natura non può pertanto stabilirsi che quando la proairesi sia in armonia con la prònoia.
È possibile questa armonia? Questa armonia è possibile quando la proairesi dell’uomo si atteggia diaireticamente, ossia quando riconosce la differenza tra ciò che è aproairetico e ciò che è proairetico: nel presente caso, tra natura e prònoia (entità aproairetiche) ed i giudizi che essa ha su natura e prònoia (entità proairetiche). Se la proairesi giudicasse che natura e prònoia sono ‘male’, in quanto la destinano alla morte, implicherebbe per sé il progetto di contrastare qualcosa che essa stessa invece ha già definito incontrastabile. Se giudicasse che esse sono ‘bene’, in quanto l’hanno chiamata alla vita, implicherebbe l’esistenza al di fuori di sé di un bene da lei stessa già definito irraggiungibile, così come la parte non può essere il tutto. Dunque la retta proairesi deve giudicare che natura e prònoia non sono né bene né male, ma ‘indifferenti’ per la propria felicità o infelicità, e comportarsi di conseguenza.
Ed è possibile la disarmonia? La disarmonia dell’uomo con la natura delle cose, ossia della proairesi con la prònoia, è facilissima da ottenere. Basta giudicare che natura e prònoia siano ‘male’ o siano ‘bene’. E dunque anche, ancora più semplicemente, che vita, gloria, piacere fisico, ricchezza di denaro siano ‘bene’, con le inevitabili disillusioni conseguenti; e che i loro contrari: morte, discredito, dolore fisico, povertà di denaro, siano ‘male’, con l’inevitabile infelicità che li accompagna.

 

[II,12] Epitteto afferma che tutte le cose aproairetiche sono deboli, serve, soggette ad impedimenti, periture e, soprattutto, che non sono né beni né mali, ma materiali indifferenti dai quali la proairesi può trarre il proprio bene o il proprio male a seconda dell’uso che ne fa.
Tra le cose aproairetiche rientra anche la morte, la paura della quale è tutt’uno con il giudizio che essa sia un male. La morte, invece, non soltanto è un’opera della divina natura ma è anche utile ad essa. L’uomo la cui proairesi è atteggiata diaireticamente e che quindi non ha paura della morte sarà anche, per conseguenza, divinamente atteggiato.

 

[II,13] Per vivere bene, in modo eticamente adeguato, non basta imparare la sostanza del bene e del male, le misure di desideri ed avversioni, di impulsi e repulsioni, di assensi e dissensi e, usando queste come canoni, governare quotidianamente i fatti della vita? Non sono, in un certo senso, da commiserare coloro che giudicano indispensabile conoscere se esiste il bosone di Higgs per vivere bene?
Nessuna scoperta può dare alla proairesi, al demone che è dentro di noi, la felicità che le viene dal sapere di nutrire retti giudizi e di essere per natura libera, infinita, inasservibile e insubordinabile.
La citazione poetica viene da un frammento di Pindaro (V° secolo a.C.).

 

[II,14] Siccome né il passato né il futuro ci appartengono e noi viviamo in un eterno presente, non si può essere felici che nella vita che si vive. E si può esserlo anche nel corso di una vita brevissima, così come si può non esserlo anche nel corso di una vita lunghissima.

 

[II,15] Monimo il cinico era nato a Siracusa e visse nel IV° secolo a.C. Fu allievo di Diogene e seguì molto da vicino anche Cratete, avendone gli stessi propositi. Conquistò tale reputazione che il poeta comico Menandro ne fece menzione in una commedia della quale Marco Aurelio cita qui un frammento. Monimo, si racconta, si sentì superiore alla gloria ed ebbe il gusto di dire e di sentir dire soltanto la verità.

 

[II,16] Poiché il cosmo è natura onnicomprensiva, nessuna particolare natura in esso compresa può essergli estranea o contraria. Pertanto nulla di ciò che accade nel cosmo può avvenire e dirsi ‘contro natura’. La vita è ‘secondo natura’ tanto quanto lo è la morte, e sono secondo natura tanto la salute quanto la malattia, tanto un ascesso quanto un tumore.
Questo vale pienamente anche nel caso dell’uomo. Inveire contro gli avvenimenti, cercare di danneggiare un altro, lasciarsi vincere dal piacere o dal dolore, fingere, mentire, agire a casaccio, ma anche uccidere per piacere, torturare per lucro, inquinare l’ambiente, e così via non sono affatto atteggiamenti ‘contro natura’ ma pienamente ‘secondo natura’ ed ai quali il cosmo assiste con sovrana, eterna indifferenza, senza esserne minimamente scalfito.
Ma esiste, allora, una peculiare natura dell’uomo? E se essa esiste qual è?
Se l’uomo è, come in effetti è, ‘Homo proaireticus’, la sua peculiare natura sarà da ricercarsi in ciò che lo differenzia da tutti gli altri animali: e questa differenza è la proairesi. Natura della proairesi è quella di essere libera, infinita, inasservibile e insubordinabile; ed essa salvaguarda questa sua peculiare natura soltanto mantenendosi in tale stato. Per mantenersi in tale stato la proairesi deve scegliere di atteggiarsi diaireticamente, ossia deve scegliere di riconoscere pienamente la differenza tra ciò che è in suo esclusivo potere e ciò che non lo è, e dunque rispettare la ‘natura delle cose’.
È in esclusivo potere della proairesi anche atteggiarsi controdiaireticamente, negare la propria natura, aberrare, oltraggiarsi. Oltraggiarsi è ‘contro natura’? Assolutamente no. Oltraggiarsi è ‘secondo natura’. Ma la proairesi che si oltraggia è esattamente la proairesi che fallisce la diairesi tra ciò che è in suo esclusivo potere e ciò che non lo è, che fallisce il rispetto della ‘natura delle cose’, che aberra. E la ‘natura delle cose’ non è stata scritta né dall’uomo né dalla sua proairesi, ma è la legge inviolabile scritta da quella che qui Marco Aurelio chiama ‘ragione e statuto della città e del regime primigenio’, ossia la Prònoia del cosmo, ovvero dalla mente della Materia Immortale, e che può essere letta e interpretata soltanto dall’uomo.

 

[II,17] Questo frammento finale del secondo libro è con tutta evidenza strutturato in due parti ben distinte, corrispondenti ai due possibili atteggiamenti del demone interiore dell’uomo, ossia della sua proairesi; parti che ruotano intorno ad un asse rappresentato dalla domanda che ne sta al centro.
Nella prima parte la proairesi confessa, con tono accorato e dolente, come essa vede se stessa e il mondo quando è atteggiata controdiaireticamente. In questo stato si potrebbe dire che essa non ha altra certezza che quella di non avere certezze: tutto è instabile, degradato, incomprensibile, vano. In tre parole: male e infelicità.
Ora, siccome ogni proairesi cerca per sua inviolabile natura il proprio bene e non il proprio male, essa è necessitata a porsi la domanda centrale: esiste la scienza della felicità?
La seconda parte del frammento è la risposta a questa domanda. La scienza della felicità non soltanto esiste, ma è addirittura l’unica vera scienza concessa all’uomo. Basta che la proairesi trasformi i propri giudizi aberranti e pervertiti in retti giudizi e riconosca di essere per natura libera, infinita, inasservibile, insubordinabile, atteggiandosi diaireticamente.
Se nella prima parte la proairesi era schiacciata sull’infelicità in quanto atteggiata secondo natura ma contro la natura delle cose, la felicità della seconda parte consegue al suo atteggiamento secondo natura e secondo la natura delle cose.

 

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LIBRO III

 

(Scritto a Carnunto*)

 

[III,1,1] Non bisogna conteggiare soltanto il fatto che giorno dopo giorno la vita è distrutta e ne rimane una parte sempre minore, ma anche il fatto che, se uno vivesse più a lungo, è dubbio se l’intelletto sarebbe poi egualmente bastante per l'accorta comprensione dei fatti e per quelle conoscenze che hanno per intento la nostra perizia nelle cose umane e divine. [III,1,2] Se, infatti, comincerà a sragionare, però il traspirare, nutrirsi, immaginare, impellere e tutto il resto non verrà meno; mentre invece la sua autocoscienza, la precisa enumerazione di ciò che è doveroso, l’articolazione di ciò che appare ai sensi, il soppesare su di sé per capire se ormai non sia tempo per lui di uscire dalla vita, e quant'altro ha bisogno di un raziocinio molto ben allenato, si sono ormai estinti prima. [III,1,3] Occorre dunque fare presto, non soltanto perché la morte diventa ciascun momento più vicina, ma anche perché la facoltà di concettualizzazione dei fatti e la loro comprensione si esaurisce prima di morire.

 

[III,2,1] Occorre inoltre tenere ben presente che anche gli accessori degli eventi naturali hanno aspetti graziosi e attraenti. [III,2,2] Per esempio, quando si cuoce il pane alcune sue parti si screpolano e queste screpolature, pur in un certo modo contrarie all’arte professata dalla panificazione, gli danno come un risalto e stimolano uno slancio peculiare verso il cibo. [III,2,3] A loro volta i fichi, quando sono ben maturi, si aprono. [III,2,4] E nelle olive maturate sull’albero, proprio l’essere vicine a marcire addiziona al frutto una peculiare leggiadria. [III,2,5] Le spighe di grano incurvate fino al suolo, il cipiglio del leone, la schiuma che scorre fuor di bocca ai cinghiali e molti altri particolari, considerati uno per uno, pur essendo lontani dalla bellezza, tuttavia per il fatto di essere conseguenze di fenomeni naturali, li ornano e li rendono accattivanti; sicché se uno ha passione e un concetto più approfondito di ciò che succede nel cosmo, quasi nulla, anche di ciò che avviene per conseguenza, non gli parrà comporsi al resto con una certa qual piacevolezza. [III,2,6] Costui guarderà le vere fauci delle belve non meno piacevolmente di quanto guarda quelle che pittori e scultori mostrano imitando la natura. Sarà capace di vedere con i suoi occhi temperanti il colmo dell’autunno di una vecchia e di un vecchio, e tutta la vezzosità che è nei fanciulli. E molte altre osservazioni siffatte, non persuasive per tutti, incoglieranno soltanto chi si è genuinamente familiarizzato con la natura e le sue opere.

 

[III,3,1] Dopo avere guarito molte malattie, Ippocrate stesso si ammalò e morì. [III,3,2] I Caldei predissero le morti di molte persone e poi la fatalità afferrò anche loro. [III,3,3] Alessandro, Pompeo, Gaio Cesare dopo avere fatto così tante volte sparire dalle fondamenta intere città e macellato molte decine di migliaia di cavalieri e di fanti schierati, anch’essi a un certo punto uscirono di vita. [III,3,4] Dopo avere tanto scientificamente discusso circa la conflagrazione cosmica, Eraclito si ammalò di idropisia e morì col corpo imbrattato di letame. [III,3,5] I pidocchi uccisero Democrito e altri pidocchi uccisero Socrate. [III,3,6] E allora? Ti sei imbarcato, hai navigato, sei arrivato in porto: sbarca. Se verso un’altra vita, là pure nulla sarà vuoto di immortali. Se, invece, verso uno stato di assenza di sensazioni, cesserai di sopportare piaceri e dolori fisici e di rendere culto ad un recipiente tanto peggiore di ciò cui rende servizio: questo, infatti, è mente e demone; l’altro, terra e sangue coagulato.

 

[III,4,1] Non sciupare la parte di vita che ti sopravanza in immaginazioni circa altre persone e faccende, quando questo non faccia riferimento a qualcosa di comune giovamento: cioè immaginando cosa faccia il tale e perché; cosa dica, ponderi o macchini e tutto quanto ti fa divagare dalla disamina del tuo proprio egemonico. [III,4,2] Occorre dunque circostanziare nella sequela delle rappresentazioni quanto è a casaccio e soprattutto ciò che è da intriganti e da individui di cattivo carattere. [III,4,3] Abituati ad immaginare soltanto cose circa le quali, se qualcuno improvvisamente ti interrogasse chiedendoti: ‘Cosa stai pensando?’ potresti rispondere immediatamente con libertà di parola: ‘Questo e quest’altro’. Così che dalle tue parole stesse sia subito manifesto che tutto in te è schietto e paziente, degno di una creatura socievole, che ha negletto le fantasticherie di ebbrezze o, in una parola, di godimento, e quelle dell’ambizione, della malignità, del sospetto o di qualcos'altro di cui arrossiresti spiegando ciò che avevi in mente. [III,4,4] L’uomo siffatto, colui che non pospone più la sua entrata tra i migliori in assoluto, è un sacerdote e un ministro di immortali dal momento in cui utilizza quell’egemonico che ha sede nel suo intimo e che rende l’uomo incontaminato dai piaceri volgari, invulnerabile a qualunque dolore, intangibile da qualunque oltraggio, insensibile a qualunque malvagità, un atleta della contesa più grande: quella per non essere abbattuti da nessuna passione. Immerso a fondo nella giustizia, egli accetta di buon grado e con tutto l’animo ciò che avviene e che gli è assegnato; non spesso, e soltanto per necessità grandi e di comune giovamento, disponendosi ad immaginare cosa un’altra persona dica, faccia o pensi. [III,4,5] Egli fa attenzione soltanto a come potrebbe eseguire le cose che sono in suo esclusivo potere e concettualizza ininterrottamente quali siano quelle che gli sono intessute dalla fabbrica dell’universo. E mentre procura che le prime siano rette, è persuaso che le seconde possano essere beni. [III,4,6] Giacché la sorte dispensata a ciascuno di noi è un elemento tanto condizionato quanto condizionante. [III,4,7] Egli si ricorda anche che tutto ciò che è razionale è congenere e che tutelare tutti gli uomini è in accordo con la natura umana. Non bisogna tuttavia attenersi all’opinione di tutti, ma soltanto a quella di coloro che vivono ammissibilmente con la natura delle cose. [III,4,8] Perciò egli ricorda in continuazione che genere di persone siano coloro che non vivono così, sia dentro casa che fuori di casa, e con chi si lordino di notte e di giorno. [III,4,9] Non tiene perciò in nessun conto la lode di gente siffatta, che non gradisce neppure se stessa.

 

[III,5,1] Non agire indeliberatamente, in modo antisociale, incontrollato, lasciandoti tirare in direzione contraria da altri. L’affettazione non imbelletti il tuo intelletto. Non essere verboso né ficcanaso. [III,5,2] Il dio che è dentro di te sia patrocinatore di una creatura maschia, provetta, politica, di un romano, di un condottiero predispostosi come chi attendesse il segnale della ritirata dalla vita con scioltezza e non abbisognasse né di giuramenti né di testimoni. [III,5,3] Dentro raggiante, non bisognevole di servizi dall’esterno e di una quiete procurata da altri. [III,5,4] Occorre essere retti, non corretti.

 

[III,6,1] Se tu scopri nella vita umana qualcosa di migliore della giustizia, della verità, della temperanza, della virilità e, in una parola, del fatto che il tuo intelletto sia pago di se stesso in quei giudizi che ti fanno agire in armonia con la retta ragione e col destino in ciò che di aproairetico ci è assegnato; se, dico, vedi qualcosa migliore di questo, volgiti ad esso con tutto l’animo e godi del meglio in assoluto che hai scoperto. [III,6,2] Se invece nulla ti appare migliore di quel demone che ha sede in te, che ha subordinato a se stesso i tuoi impulsi, che indaga le rappresentazioni, che ha estirpato da sé, come diceva Socrate, le passioni dei sensi, che si è subordinato agli immortali e si dà pensiero degli uomini; [III,6,3] se trovi tutto il resto più piccolo e più da poco di questo: non dare spazio ad altro, propendendo ed inclinando al quale una volta sola potresti poi non preferire più quel bene tuo proprio senza distrazioni. [III,6,4] Al bene della ragione e dello Stato è infatti illecito contrapporre qualunque cosa d’altro genere, come la lode dei più o le cariche pubbliche o la ricchezza di denaro o i godimenti di ebbrezze. [III,6,5] Tutte queste cose, anche se sembrassero per un po’ accordarsi, improvvisamente assoggettano e travolgono. [III,6,6] Tu invece, dico, scegli schiettamente e liberamente il meglio e attieniti ad esso. Ma il meglio è l’utile. [III,6,7] Se intendi utile a te come creatura razionale, serba questa scelta. Se intendi utile a te come animale, dichiara e custodisci senza tante storie la risoluzione. Bada soltanto di fare l’indagine con sicurezza.

 

[III,7,1] Non onorare mai come tuo utile ciò che un giorno ti costringerà a violare la lealtà, gettarti alle spalle il rispetto di te e degli altri, odiare qualcuno, sospettare, maledire, recitare una parte ipocrita, smaniare per qualcosa che abbisogna di muri e cortine. [III,7,2] Giacché chi presceglie la propria mente, il proprio demone e il sacro culto della sua virtù, non fa tragedie, non sospira, non abbisognerà né di isolamento né di pienone; e poi la cosa più grande di tutte: vivrà senza inseguire e senza fuggire nulla. [III,7,3] A lui non importa un bel nulla se disporrà di un animo circondato dal corpo più o meno a lungo. [III,7,4] E se dovesse ormai allontanarsene, se ne andrà con tale scioltezza come se eseguisse un’altra qualunque delle azioni che possono essere eseguite con rispetto di sé e degli altri e con compostezza, dopo avere per tutta la vita usato cautela soltanto su questo, ossia che il suo intelletto non prendesse un rivolgimento estraneo ad una creatura cognitiva e politica.

 

[III,8,1] Nell’intelletto dell’uomo castigato e purgato non scopriresti nulla di purulento né di insudiciato né di fradicio. [III,8,2] E quando la fatalità afferra la sua vita, essa non è incompiuta, come si direbbe di un attore tragico che si allontana prima di ultimare la recitazione del dramma. [III,8,3] Inoltre non vi è nulla di servo, di affettato, né di dipendente, né di frammentato, nulla di cui sia tenuta a render conto e nulla in agguato.

 

[III,9,1] Venera la facoltà di concepire i giudizi. Dipende interamente da questa che nel tuo egemonico non si ingeneri più una concezione inconseguente alla natura delle cose e alla struttura della creatura razionale. [III,9,2] Questa inoltre professa la non precipitosità, la dimestichezza con gli uomini e il conformarsi agli immortali.

 

[III,10,1] Scacciati dunque tutti gli altri giudizi, dà continuità a questi pochi soltanto e insieme rammemora a te stesso che ognuno vive soltanto questo brevissimo presente, mentre tutto il resto o è stato già vissuto o è in dubbio. [III,10,2] Breve è dunque il tempo che ciascuno vive e piccolo è l’angolino di terra dove vive. Ben poca cosa è anche la più lunga fama postuma, tramandata per successione di ometti che prestissimo moriranno senza avere conosciuto neppure se stessi e tanto meno chi è morto da moltissimo tempo.

 

[III,11,1] Ai suddetti precetti se ne aggiunga ancora uno, ossia quello di dare sempre la definizione o fare la descrizione di ciò di cui ci accade di avere la rappresentazione, così da vederlo qual è nella sostanza, nudo e distintamente in ogni sua parte; e da poterci dire il suo nome proprio e i nomi dei componenti di cui è composto e nei quali sarà ridissolto. [III,11,2] Nulla è, infatti, tanto produttivo di giudizi disinteressati quanto il poter riscontrare con metodo e verità ciascuno degli accadimenti della vita e guardare ad essi così da congetturare a quale bisogno di quale cosmo sopperiscano, che valore abbiano riguardo al tutto e riguardo all’uomo in quanto cittadino della città suprema, della quale le restanti città sono come delle case; [III,11,3] cos’è e da cos'è composto, per quanto tempo è nato per permanere questo oggetto che ora produce in me questa rappresentazione; di quale virtù c’è ora bisogno nei suoi confronti: per esempio di mansuetudine, di virilità, verità, lealtà, semplicità, autosufficienza, eccetera. [III,11,4] Perciò bisogna dire su ciascuno: questo è giunto dalla divinità; questo secondo la congiunzione e la trama compartita dalla necessità; questo secondo quella certa coincidenza legata alla fortuna; questo da un individuo della mia stessa razza, da un congenere, da un compagno che però ignora che cos'è per lui secondo la natura delle cose. [III,11,5] Io, invece, non lo ignoro e per questo tratto lui secondo la legge naturale della società, con pazienza e con giustizia, e nel contempo ho di mira, in ciò che è né buono né cattivo, il suo reale valore.

 

[III,12,1] Se esegui il presente incarico seguendo la retta ragione con industria, gagliardia, pazienza e serbi puro non qualche appendice ma il demone che è in te, come se fosse già tempo di restituirlo; se a questo ti rannoderai senza nulla attendere né fuggire, pago della presente attività in accordo con la natura delle cose e della romana verità in ciò che dici e proclami, tu vivrai bene. [III,12,2] E non v’è nessuno che può impedirtelo.

 

[III,13,1] Come i medici hanno sempre a portata di mano gli strumenti e i ferri per le cure d’emergenza, così tu abbi pronti i giudizi per conoscere il divino e l’umano e per fare anche la più piccola azione come chi ricorda il reciproco legame tra ambedue. [III,13,2] Giacché non riuscirai bene in nulla di umano ignorando la correlazione con il divino, né viceversa.

 

[III,14,1] Non andare più errando qual e là. Non sei più in condizione di leggere i tuoi Appunti né le Gesta degli antichi Romani e degli antichi Greci, né le Selezioni di quelle compilazioni che ti eri messo in serbo per la vecchiaia. Affrettati dunque al fine e, tralasciate le vuote speranze, aiuta te stesso, se t’importa qualcosa di te, finché ne hai la potestà.

 

[III,15,1] Non sanno quante cose significa ‘rubare’, ‘inseminare’, ‘comperare’, ‘acquietarsi’, ‘vedere il da farsi’, ciò che non avviene con gli occhi ma con un’altra vista.

 

[III,16,1] Corpo, animo, mente. Del corpo, le sensazioni; dell’animo, gli impulsi; della mente, i giudizi. [III,16,2] Essere modellati dalle rappresentazioni è proprio anche del bestiame; essere mossi come marionette dagli impulsi è proprio anche delle belve, degli androgini, di un Falaride o di un Nerone; avere la mente come duce su quanto appare doveroso è proprio anche di coloro che non legittimano gli dei, che si gettano alle spalle la patria e che, una volta chiuse le porte, commettono i peggiori misfatti. [III,16,3] Se dunque il resto è comune con i suddetti, ebbene è proprio del virtuoso amare ed accettare di buon grado gli avvenimenti intessuti per lui; non lordare né mettere in trambusto con una turba di rappresentazioni il demone che ha sede nel suo petto, ma serbarlo a dovere pacificato, compostamente al seguito della divinità, lontano dal proclamare qualcosa contrario alla verità o eseguire qualcosa contrario alla giustizia. [III,16,4] Se poi tutta la gente diffida di lui perché vive con schiettezza, rispetto di sé e degli altri e buon umore, egli non si esaspera con nessuno di loro né si svia dalla strada che conduce al fine della vita, cui bisogna pervenire puri, tranquilli, con scioltezza, conciliati senza sforzo con la propria sorte.

 

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* Carnunto era la sede del quartier generale di Marco Aurelio nel 171-173 d.C., all’epoca della guerra contro i Quadi e i Marcomanni. La località si trova poche decine di chilometri ad est di Vienna.

 

[III,1] Appare esservi una sostanziale differenza tra il ‘vivere’ e l’essere ‘in vita’. Affinché l’uomo ‘viva’, la sua proairesi deve essere pienamente funzionante ed atteggiata diaireticamente. L’uomo è invece semplicemente ‘in vita’ quando la sua proairesi è fisiologicamente spenta, come nel sonno; quando è pienamente funzionante ma è atteggiata controdiaireticamente; e quando un trauma o una qualunque malattia degenerativa alteri radicalmente o impedisca il funzionamento della proairesi in quanto facoltà, pur assistendosi alla permanenza di tutte o molte delle altre facoltà vegetative ed animali. Già per Marco Aurelio, il quale parla qui non in astratto ma di se stesso, il deperimento e la morte della proairesi dell’uomo possono precedere la morte del corpo.

 

[III,2] La natura si mostra maestra inarrivabile anche in particolari del tutto accessori delle proprie opere.
Con sovrana imparzialità essa dona a Marco Aurelio una disastrosa inondazione del Tevere che distrugge molte case di Roma, fa annegare un gran numero di animali, causa una severa carestia e il vezzoso sorriso dei fanciulli; gli orrori di una guerra contro i Quadi e i Marcomanni e i colori dell’autunno; i raccapriccianti spettacoli di una epidemia di peste e le screpolature del pane fragrante; la schiuma e il sangue che gorgogliano da gole strozzate e le spighe di grano mature e incurvate fino al suolo.
Con eguale sovrana indifferenza, la natura dà a ciascuno di noi le risorse necessarie per odiarla, maledirla ed esecrarla oppure giudicare in ogni circostanza dove stiano il bene ed il male.

 

[III,3] Ti sei imbarcato, hai navigato, sei approdato: è ora di sbarcare. Quello che adesso tocca a Marco Aurelio è toccato e toccherà a tutti gli uomini, sapienti e insipienti, virtuosi e viziosi. Come sappiamo, per lo stoico la morte è né un bene né un male, in quanto fatto aproairetico che si disegna nel quadro di eventi necessari e naturali da non temere.
Di fronte alla morte non è dunque la proairesi, qui chiamata ‘mente e demone’, del sapiente Marco Aurelio ma piuttosto la proairesi del Marco Aurelio che dorme intruppato fra le turbe degli insipienti quella che può parlare con sufficienza e con disprezzo del corpo umano, ossia della Materia Immortale che esprime la proairesi stessa, come di un sozzo e spregevole recipiente.
Tutti i personaggi citati nel frammento sono notissimi e non richiedono precisazioni.

 

[III,4] ‘Un desiderio che non fallisce e un’avversione che non incappa in quanto intende evitare. Un impulso conveniente, che sa accordarsi abilmente con ciò che è doveroso e una repulsione secondo la natura delle cose, libera dall’errore. Un assenso non precipitoso né sconsiderato e un dissenso meditato e fermo’.
Ecco il ritratto dell’uomo virtuoso, di colui che ha imparato ad usare quotidianamente la diairesi.

 

[III,5] Dentro di me una proairesi raggiante, atteggiata diaireticamente e dunque dotata delle risorse per accettare qualunque sfida.

 

[III,6] Chi giudica che i delinquenti, i ladri, i politicanti, i ricchi di denaro siano uomini giusti, veritieri, temperanti, virili, ha l’obbligo di fare di tutto per diventare come loro ed essere il primo dei delinquenti, il primo dei ladri, il primo dei politicanti e un Creso.
Chi, invece, giudica che le virtù proprie dell’uomo stiano in una proairesi rettamente operante, capace di disciplinarne gli assensi, i desideri e gli impulsi e che in questo consistano giustizia, verità, temperanza e virilità, fa inevitabilmente altre scelte.
Dove cercare il canone che permette di portare a termine questa indagine con sicurezza e scegliere la strada giusta? Da nessun'altra parte che nella natura delle cose, laddove la ragione umana sa leggere quello che la Prònoia vi ha scritto e riconoscere la differenza fra ciò che è utile all’uomo in quanto semplice animale e ciò che gli è utile in quanto creatura razionale.

 

[III,7] La natura concede all’uomo di far assumere alla sua acropoli interiore, la proairesi, uno schieramento controdiairetico ossia contrario alla natura delle cose, oppure diairetico cioè in armonia con la natura delle cose.
Le armi della controdiairesi sono slealtà, odio, sospetti, ipocrisia.
Quelle della diairesi sono franchezza, libertà, serenità, felicità.

 

[III,8] Nell’acropoli dei retti giudizi nulla è purulento, sudicio o fradicio. La retta proairesi, che Marco Aurelio designa qui con il semplice termine ‘intelletto’ è ‘natura viva’, e soltanto colui che ha atteggiato la sua proairesi diaireticamente, anche una sola volta nel corso dell’esistenza, può dire di avere conosciuto la vita.

 

[III,9] A fare retta la proairesi è la concezione di retti giudizi. Retti sono i giudizi in armonia con la natura delle cose: senza precipitazione nell’assentire, senza avversione per gli uomini, senza repulsione per ciò che è immortale.

 

[III,10] Se non si getta alle spalle tutti i giudizi errati, la proairesi che rimanda a domani, poi a dopodomani, quindi a postdopodomani l’uso della diairesi non conquista un terreno neutro ma rimane saldamente in terreno controdiairetico. Sappiamo che l’assillo della fama presente e postuma, dell’opinione che gli altri hanno e avranno di noi era fortissimo in Marco Aurelio. Ed esso è caratteristico di una proairesi atteggiata controdiaireticamente, giacché fa dipendere il proprio bene e il proprio male da cose per noi aproairetiche come i giudizi altrui.

 

[III,11] È noto che gli stoici hanno abbandonato al loro destino numerosi capisaldi della filosofia classica facendo svanire, ad esempio, l’autonomia del concetto e la trascendenza delle idee, la distanza tra l’essenza dei fenomeni e la loro conoscenza sensibile. Per gli stoici, la definizione di un oggetto o di un evento è tutt’uno con la sua descrizione e raggiunge l’essenza di esso, che risiede nel nesso causale tra il singolo evento e la totalità degli eventi cosmici. Per gli stoici, dunque, la corretta descrizione di un oggetto o di un evento di cui abbiamo la rappresentazione non afferra soltanto i suoi aspetti esteriori (dimensioni, modalità, tempi, ecc.) ma coglie insieme l’ordine causale, ossia la trama universale in cui il singolo oggetto o evento è inscritto e nel quale si definisce.
Essenziale affinché la proairesi dell’uomo operi secondo la natura delle cose è pertanto il suo saper riconoscere dinanzi ad ogni oggetto od evento da quale delle quattro cause basilari esso provenga: dalla divinità o natura, dalla necessità, dalla fortuna, dalla proairesi; così da potersi atteggiare correttamente di fronte ad esso. Qualora un evento provenga a noi da un’altrui proairesi atteggiata controdiaireticamente e dunque ignorante della natura delle cose -ad esempio un insulto che ci viene rivolto da un’altra persona-, la retta proairesi descrive a se stessa che qualcuno ci sta insultando ma non dà il suo assenso alla rappresentazione che qualcuno ci stia facendo del male. Perciò non se ne lascia sconvolgere e non si sposta a sua volta in terreno controdiairetico ribattendo all’insulto con l’insulto, ma si mantiene saldamente in terreno diairetico e tratta ciò che è aproairetico, ossia tanto l’autore dell’insulto quanto l’insulto, secondo il suo valore.

 

[III,12] Chi vive bene? Se il falegname diventa falegname imparando certe cose e il pilota diventa pilota imparando certe cose, vivrà bene colui che impara le cose necessarie per vivere bene. Per vivere bene l’uomo deve conoscere la natura delle cose ed essere in armonia con essa. La natura delle cose è la inviolabile, maschia, ‘romana’, come la chiama qui da imperatore Marco Aurelio, verità. Essa è verità con la quale è essenziale che la nostra proairesi sia in armonia eseguendo qualunque attività. E siccome la proairesi è per natura libera, infinita, inasservibile, insubordinabile, nulla e nessuno può impedirle di atteggiarsi come essa dispone: tant’è vero che turbe sterminate di esseri umani rifiutano di riconoscere la natura delle cose e vivono il male.

 

[III,13] Occorre tenere sempre ben presente che delle quattro cause basilari degli eventi cosmici, tre sono divine ossia non in nostro esclusivo potere: natura, fortuna, necessità; e una è in nostro esclusivo potere: la proairesi.

 

[III,14] Forse è il caso di abbandonare tutte le vuote speranze e di soccorrere se stessi.

 

[III,15] Vedere con gli occhi della testa e vedere con gli occhi della proairesi.

 

[III,16] Il caldo e il freddo, il dolce e l’amaro sono sensazioni percepite da qualunque animale. Gli stimoli a bere, a mangiare, a dormire, ad accoppiarsi sono propri di tutti gli animali. Propria ed esclusiva dell’essere umano è invece quella facoltà autoteoretica, la proairesi, che lo fa capace di comprendere l’uso delle rappresentazioni ed alla quale tutte le altre facoltà sono subordinate. Pertanto il peggior delinquente e l’uomo virtuoso hanno entrambi come signora e duce la loro proairesi. La differenza tra di loro consiste unicamente nel modo in cui la usano.

 

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LIBRO IV

 

[IV,1,1] La facoltà che signoreggia dentro di noi, qualora sia atteggiata secondo la natura delle cose, sta di fronte agli avvenimenti così da allogarsi sempre facilmente a quello dato. [IV,1,2] Essa infatti non ama specificatamente alcun materiale ed impelle ad essi all’inizio con riserva ma poi, in compenso, ne fa materiale per se stessa. Proprio come il fuoco, quando riesce vittorioso su quanto gli cade sopra. Una lucernina ne sarebbe stata spenta; invece un fuoco vivido assimila rapidamente ciò che gli si accumula sopra, lo consuma e grazie ad esso si leva più grande.

 

[IV,2,1] Non si esegua alcuna operazione a casaccio né altrimenti che secondo il principio generale completivo dell’arte.

 

[IV,3,1] Molti vanno in cerca per sé di ricetti agresti, di spiagge e monti. [IV,3,2] Ma tutto questo è cosa da gente affatto comune, dato che ti è lecito, in qualunque momento lo disponga, ritirarti in te stesso. In nessun luogo, infatti, un uomo si ritira con maggiore tranquillità e minori grattacapi che nel suo stesso animo; soprattutto chiunque ha dentro di sé giudizi tali che, chinandosi su di essi, subito si ritrova interamente a suo comodo: e chiamo comodità nient'altro che il buon ordine interiore. [IV,3,3] Concediti dunque continuamente questo ricetto e rinnovati. Brevi ed elementari siano le massime che, appena incontrate, basteranno a dilavare tutto il dispiacere ed a farti accomiatare non più malcontento di quegli impegni ai quali rivieni. [IV,3,4] Per cosa, infatti, sei malcontento? Per la viziosità degli esseri umani? Facendo la somma della determinazione che le creature razionali sono nate le une per le altre; che sopportare l’intemperanza altrui è parte della giustizia; che gli esseri umani aberrano loro malgrado; che tanti sono coloro che dopo inimicizie, sospetti, odi, dopo essersi combattuti con le lance giacciono distesi sul letto di morte e sono ridotti in cenere; ebbene cessa una buona volta di essere malcontento! [IV,3,5] O sei malcontento anche per ciò che ti è assegnato dall’universo? Smettila, rinnovando la considerazione della proposizione disgiuntiva: ‘O prònoia o atomi’; e di quante volte è stato dimostrato che il cosmo è come se fosse una città. [IV,3,6] Le passioni del corpo ti si accosteranno ancora? Smettila, riconsiderando il concetto che l’intelletto, una volta ripresosi in se stesso e riconosciuto quanto è in sua propria potestà, non si mescola più ai moti dolci e piacevoli oppure aspri e dolorosi dello pneuma; e inoltre a quante massime sul dolore e sul piacere fisico hai prestato ascolto e dato il tuo assenso. [IV,3,7] Sei malcontento perché sarai distratto dalla fama? Smettila, riguardando la rapidità dell’oblio di tutto; il subisso dell’eternità infinita nel passato e nel futuro; la vacuità della risonanza; la mutabilità e spregiudicatezza di coloro che sembrano elogiare; e la ristrettezza del luogo in cui la fama si circoscrive. [IV,3,8] Giacché la terra nella sua interezza è un puntino, e questa tua dimora quale angolino è mai di essa? E quanti sono e chi sono qui coloro che ti loderanno? [IV,3,9] Orbene, ricordati del ritiro in questo tuo campicello e prima di tutto non ambasciarti e non sforzarti, ma sii libero e guarda i fatti da uomo, da essere umano, da cittadino, da creatura mortale. [IV,3,10] Infine, tra le massime che devi avere più a portata di mano e sulle quali chinarti, vi siano queste due. L’una: i fatti non si accostano all’animo ma se ne stanno fuori immobili, mentre i fastidi ci provengono soltanto dalla nostra interiore concezione di essi. [IV,3,11] L’altra: tutte le cose che vedi, in men che non si dica si trasformeranno e non saranno più come ora; e pensa continuamente alle trasformazioni di quante ti è capitato di assistere. [IV,3,12] Il cosmo è cambiamento, la vita è concezione.

 

[IV,4,1] Se la cognitività ci è comune, anche la ragione, grazie alla quale siamo creature razionali, è comune. Se è così, anche la ragione imperativa di ciò che va fatto o non va fatto è comune. Se è così, anche la legge è comune. Se è così, noi siamo cittadini. Se è così, noi partecipiamo di uno Stato. Se è così, il cosmo è come se fosse una città. [IV,4,2] Di quale altro Stato, infatti, si dirà che tutto il genere umano partecipa? È di là, da questa comune città, che ci viene anche la nostra cognitività, logicità e legalità. O se no, da dove? [IV,4,3] Come, infatti, la mia componente terrosa mi viene per scompartimento dell’elemento terra, quella umida per scompartimento di un altro elemento, lo pneuma da un’altra sorgente e la componente calda e ignea da un’altra specifica sorgente; e poiché nulla viene dal nulla come neppure se ne va via verso il non essere, così anche la cognitività è giunta da qualche parte.

 

[IV,5,1] La morte è tale e quale la genesi: mistero di natura, composizione dai medesimi elementi e dissoluzione nei medesimi elementi. Insomma, qualcosa di cui non ci si vergognerebbe. Essa, infatti, non è contraria alla condizione di creatura cognitiva né è razionalmente contraria alla sua preparazione.

 

[IV,6,1] Queste cose debbono per natura accadere di necessità così ad opera di siffatti elementi; e chi non vuole questo, vuole che il fico non abbia un lattice. [IV,6,2] Insomma, ricorda che entro pochissimo tempo sia tu che costui sarete morti e che, tra breve, di voi non sopravanzerà neppure il nome.

 

[IV,7,1] Rimuovine la concezione, ed ecco che è stato rimosso il “sono stato danneggiato”. Rimuovi il “sono stato danneggiato”, ed ecco che è stato rimosso il danno.

 

[IV,8,1] Ciò che non fa l’uomo peggiore di se stesso non rende peggiore la sua vita e non lo danneggia, né dal di fuori né dal di dentro.

 

[IV,9,1] La natura dell’utile [è tale che la proairesi] è stata costretta a fare questo.

 

[IV,10,1] Ricorda che tutto ciò che avviene, avviene giustamente: lo scoprirai se ne terrai ben nota con precisione. Non lo dico soltanto intendendo dire che avviene come conseguenza, ma che avviene secondo giustizia: come se fosse opera di qualcuno che assegna secondo il merito. [IV,10,2] Tienine dunque ben nota, come hai cominciato a fare, e qualunque cosa tu faccia, falla da virtuoso, ossia secondo la cognizione che ne ha propriamente il virtuoso. [IV,10,3] E salvaguarda questo proposito in ogni attività.

 

[IV,11,1] Non concepire i giudizi che muovono chi oltraggia o quelli che egli decide che tu abbia, ma guarda ai giudizi che sono in armonia con la verità.

 

[IV,12,1] Bisogna sempre avere queste due prontezze: prontezza a fare soltanto ciò che la ragione di imperatore e legislatore ti sottoponga a giovamento degli uomini; e prontezza ad allogarti diversamente ove vi sia qualcuno in grado di correggerti e dissuaderti da una qualche presunzione. [IV,12,2] Questo mutamento d’avviso deve avvenire sempre per persuasive ragioni di giustizia e di comune giovamento, e ciò che gli dà nuova forma deve essere di siffatta natura e non qualcosa che sia apparso piacevole o fonte di celebrità.

 

[IV,13,1] Hai la ragione? Sì. Perché non la usi? Se, infatti, la ragione fa ciò che le è proprio, cos’altro vuoi?

 

[IV,14,1] Tu sei venuto a sussistenza come parte. Scomparirai in ciò che genera, o piuttosto sarai riassunto, per trasformazione, nella sua ragione seminale.

 

[IV,15,1] Molti pezzettini di incenso sullo stesso altare: uno vi è caduto sopra prima, un altro poscia; ma non fa alcuna differenza.

 

[IV,16,1] Entro dieci giorni sembrerai un dio a coloro cui adesso sembri una belva o una scimmia se, quanto a retti giudizi e venerazione della ragione, ripieghi indietro.

 

[IV,17,1] Non vivere come se avessi dinanzi diecimila anni. Il fato pende sulla tua testa: finché vivi, finché ne hai la potestà, diventa virtuoso.

 

[IV,18,1] Convinciti di quanto bell’agio guadagna chi non guarda cosa ha detto o fatto o pensato chi gli sta intorno, ma soltanto quel che fa lui, affinché proprio questo sia giusto, sacrosanto e in armonia col bene. Nessun carattere nero, nessun guardarsi attorno, ma correre in linea retta senza dimenarsi di qua e di là.

 

[IV,19,1] Chi è entrato in fibrillazione a proposito della fama postuma non immagina che ciascuno di coloro che si ricorderanno di lui prestissimo morirà; poi morirà a sua volta il successore fino a che ogni memoria, procedendo attraverso accensioni e spegnimenti successivi, si estinguerà del tutto. [IV,19,2] Presupponi adesso che anche coloro che si ricorderanno di te siano immortali, e immortale la memoria: che vantaggio te ne viene? E non dico: nessun vantaggio da morto; ma: che vantaggio viene dalla lode a chi è vivo? Eccetto che per un qualche vantaggio economico. [IV,19,3] Eppure tu ora pretermetti impropriamente la donazione che la natura ti ha fatto [ossia la tua proairesi] e ti preoccupi di qualcos’altro.

 

[IV,20,1] Orbene, tutto il bello in qualunque modo bello è bello di per se stesso e si esaurisce in se stesso, non avendo in esso parte alcuna la lode. [IV,20,2] Dunque, ciò che è lodato non diventa né peggiore né migliore. Dico questo anche a proposito di ciò che è detto bello comunemente, per esempio gli oggetti materiali e le opere d’arte. Quanto è per essenza bello, ha bisogno di qualcosa? No; non più della legge, della verità, della benevolenza, del rispetto di sé e degli altri. [IV,20,3] Quale di queste cose è bella a causa delle lodi che riceve o si rovina se è denigrata? Lo smeraldo diventa peggiore se non è lodato? E cosa diventano l’oro, l’avorio, la porpora, la lira, il coltello, il fiorellino, l’alberello?

 

[IV,21,1] Se gli animi sopravvivono, come può l’aria avere spazio per tutti da sempre? [IV,21,2] Come la terra ha spazio per i corpi tumulativi da così tanto tempo. Infatti, come qui la loro trasformazione e dissoluzione fa spazio ad altri cadaveri, così gli animi trasferitisi nell’aria, dopo esservi restati per un certo tempo si trasformano, traboccano, s’infiammano e sono riassunti nella ragione seminale del tutto e in questo modo procurano spazio a quelli che ne prendono il posto in aggiunta. Questa è la risposta che si darebbe, nell’ipotesi che gli animi sopravvivano. [IV,21,3] Ma non occorre soltanto ponderare lo stuolo dei corpi così tumulati, ma anche lo stuolo degli animali mangiati ogni giorno da noi e dagli altri animali. [IV,21,4] Quanto è grande il numero di quelli consumati e, come dire, tumulati negli organismi di coloro che se ne nutrono? Eppure vi è lo spazio per accoglierli, grazie alla loro trasformazione in sangue e ai cambiamenti in elemento aeriforme o igneo. [IV,21,5] Qual è, in proposito, l’investigazione che porta alla verità? La diairesi tra componente materiale e componente causale.

 

[IV,22,1] Non divagare, ma per ogni impulso esplicare il giusto e per ogni rappresentazione salvaguardare il catalettico.

 

[IV,23,1] Tutto ciò che ben si adatta a te, o cosmo, si concilia con me. Quel che è tempestivo per te, per me non è né prematuro né tardivo. [IV,23,2] Tutto è frutto per me, o natura, quello che apportano le tue stagioni. Tutto da te, tutto in te, tutto per te. [IV,23,3] Quel poeta dice: “Salve, o cara città di Cecrope”; e tu invece non dirai: “Salve, o cara città di Zeus”?

 

[IV,24,1] ‘Fa poco’ -dice- ‘se vuoi vivere di buon umore’. Non è meglio fare ciò che è necessario e quanto sceglie la ragione dell’animale politico per natura, e farlo come essa lo sceglie? [IV,24,2] Questo, infatti, non soltanto apporta il buon umore derivante dal fare bene ma anche quello dal fare poco. [IV,24,3] Giacché se uno si togliesse d’attorno la maggior parte delle cose che diciamo e facciamo e che non sono necessarie, potrebbe starsene più a bell’agio e dominare meglio lo sconcerto. [IV,24,4] Da cui deriva che in ogni occasione dobbiamo rammentare a noi stessi: ‘È questa una delle cose non necessarie?’ [IV,24,5] E bisogna togliersi d’attorno non soltanto le azioni ma anche le rappresentazioni non necessarie, giacché in questo modo neppure ne conseguiranno azioni superflue.

 

[IV,25,1] Esperimenta come ti riesce anche la vita dell’uomo virtuoso, il quale gradisce quel che il cosmo assegna a ciascuno ed è pago della sua propria azione giusta e disposizione paziente.

 

[IV,26,1] Hai visto quelle cose? Guarda anche queste. [IV,26,2] Non sconcertarti, sii schietto. [IV,26,3] Qualcuno aberra? Aberra a suo danno. [IV,26,4] Ti è successo qualcosa? Bene, quel che ti succede era stato predestinato e intessuto per te dal cosmo fin dall’inizio. [IV,26,5] Insomma, la vita è breve e il presente va guadagnato con razionalità e giustizia. [IV,26,6] E sii sobrio quando ti rilassi.

 

[IV,27,1] O un cosmo organizzato o un guazzabuglio raccogliticcio e disordinato. [IV,27,2] Oppure può sussistere in te un ordine mentre tutto il resto è disordine e mentre tutte le cose sono così scriminate, effuse e in relazione reciproca?

 

[IV,28,1] Un carattere nero, un carattere effeminato, un carattere arido, belluino, brutale, puerile, infingardo, disonesto, parassita, mercenario, tirannico.

 

[IV,29,1] Se straniero nel cosmo è chi non conosce gli esseri che lo abitano, non meno straniero è chi non conosce i fatti che vi succedono. [IV,29,2] Esule è chi esula dalla ragione di questo stato; cieco è chi tiene chiuso l’occhio cognitivo; poveraccio è chi è bisognoso dell’altrui e non ha con sé tutto ciò che è proficuo per la vita. [IV,29,3] Ascesso del cosmo è chi si distorna e spazieggia se stesso dalla ragione della comune natura dispiacendosi di ciò che avviene; giacché la natura che apporta questo evento è quella che ha portato al mondo anche te. Frammento staccato della città è chi frammenta il proprio animo da quello, che è uno solo, delle creature razionali.

 

[IV,30,1] Uno vive da filosofo senza avere una tunica, un altro senza avere un libro. Quest’altro, mezzo nudo, dice: “Non ho pane e rimango fedele alla ragione”. Io invece ho il cibo che proviene dalle nozioni filosofiche e non le rimango fedele.

 

[IV,31,1] Ama la piccola arte che hai imparato e trova conforto in essa. Attraversa la restante parte della tua vita come colui che ha affidato tutto se stesso agli immortali dal profondo dell’animo, senza istituirsi né tiranno né servo di alcun uomo.

 

[IV,32,1] Pensa, faccio per dire, ai tempi di Vespasiano e vedrai tutte le stesse cose: sposarsi, allevare bambini, ammalarsi, morire, guerreggiare, festeggiare, commerciare, coltivare la terra, adulare, vantarsi, sospettare, tramare insidie, auspicare la morte di qualcuno, brontolare sul presente, fare l’amore, tesaurizzare, smaniare per il consolato o per un trono. Ebbene, di quelle vite non rimane più nulla da nessuna parte. [IV,32,2] Adesso va oltre, ai tempi di Traiano: di nuovo tutte le stesse cose. E anche quelle vite non ci sono più. [IV,32,3] Accerta similmente le documentazioni riferentisi ad altri tempi e ad altre popolazioni intere, e guarda quanti individui, dopo tanti sforzi per affermarsi, dopo breve sono caduti e sono stati ridissolti negli elementi naturali. [IV,32,4] Soprattutto sono da rivangare coloro che tu stesso riconosci essersi ambasciati invano, avendo tralasciato di fare ciò che era in armonia con la propria struttura, di attenersi pervicacemente ad essa e di essere paghi di ciò. [IV,32,5] Qui è poi necessario ricordare che anche la diligenza per ciascuna nostra azione ha un proprio ben proporzionato valore. Non ti sentirai un malcapitato, infatti, se non ti applicherai a cose minori più di quanto conviene.

 

[IV,33,1] Le parole un tempo consuete adesso sono arcaismi, e così anche i nomi di persone un tempo molto decantate adesso sono in un certo modo arcaismi: Camillo, Cesone, Voleso, Dentato; tra poco anche Scipione e Catone, poi anche Augusto e poi Adriano e Antonino. Giacché tutto svanisce, diventa in fretta leggendario e poi in fretta il definitivo oblio lo ricopre. [IV,33,2] E dico questo a proposito degli individui stupendamente brillanti giacché i restanti, una volta esalato l’ultimo respiro, sono “ignoti, sconosciuti”. Ma cos’è, insomma, l’indimenticabilità? Vuoto assoluto. [IV,33,3] A cosa dobbiamo dunque rivolgere la nostra industria? A questo soltanto: giusto intelletto, azioni socievoli, discorsi non mendaci, disposizione ad accettare di buon grado tutto ciò che avviene in quanto necessario, conosciuto, scorrente dalla medesima causa basilare e fonte

 

[IV,34,1] Di proposito offriti intero a Cloto, acconsentendole di filarti insieme a qualunque fatto ella decida.

 

[IV,35,1] Tutto è effimero, sia il rammemorante, sia il rammemorato.

 

[IV,36,1] Conosci con chiarezza che tutto ininterrottamente nasce per trasformazione, e abituati a pensare che la natura dell’universo nulla ama tanto quanto trasformare le cose esistenti e farne nuove di simili. [IV,36,2] Tutto ciò che esiste, infatti, è in un certo modo semenza di ciò che da esso deriverà. [IV,36,3] La sola semenza che tu immagini è quella gettata nella terra o nell’utero, ma questa è un’immagine da gente davvero troppo comune.

 

[IV,37,1] Tra poco sarai morto e non sei ancora né schietto, né capace di dominare lo sconcerto, né capace di dominare il sospetto che potresti essere danneggiato dall’esterno, né benigno con tutti, né qualcuno che pone la saggezza nel solo operare il giusto.

 

[IV,38,1] Fissa lo sguardo sui loro egemonici e su quali cose essi fuggano e quali cose inseguano.

 

[IV,39,1] Il tuo male non sta in un egemonico allotrio e di sicuro neppure in qualche rivolgimento e alterazione di ciò che ti circonda. [IV,39,2] Dunque dov’è? È laddove sta la tua facoltà di concepire giudizi circa i mali. Questa facoltà non li concepisca e tutto sta bene. [IV,39,3] E se ciò che le è più vicino, ossia il corpo, fosse tagliato, bruciato, suppurasse o imputridisse, tuttavia la parte costitutiva che concepisce i giudizi su queste cose si acquieti, cioè giudichi che non è né un bene né un male ciò che può avvenire parimenti ad un uomo virtuoso e ad un vizioso. [IV,39,4] Infatti, ciò che avviene parimenti a chi vive contro la natura delle cose e a chi vive secondo la natura delle cose è secondo natura e non contro natura.

 

[IV,40,1] Devi continuamente pensare il cosmo come una sola creatura, espressione di una sola sostanza e di un solo animo; come tutto si accomuni in una sola sua sensazione; come quest’essere operi tutto con un solo impulso; come tutto sia concausa di tutto quel che succede e quali ne siano le connessioni e le compartizioni.

 

[IV,41,1] Sei un’animuzza che sorregge un cadavere, come diceva Epitteto.

 

[IV,42,1] Non vi è male alcuno nelle cose che si trasformano, così come non vi è bene alcuno in quelle che traggono sussistenza dalla trasformazione.

 

[IV,43,1] L’eternità è un fiume di eventi e una corrente violenta. Ciascuna cosa, non appena emerge alla vista è spazzata via; poi ne passa un’altra, che a sua volta sarà portata via.

 

[IV,44,1] Tutto ciò che avviene è tanto noto e consueto quanto le rose in primavera e la frutta d’estate. Tali sono la malattia, la morte, la maldicenza, l’insidia e quant’altre cose allietano o affliggono gli stupidi.

 

[IV,45,1] Le cose che vengono dopo susseguono sempre in affinità a quelle che le precedono. Non si tratta, infatti, come di una enumerazione di cose sconnesse avente soltanto cogenza, ma di un contatto ben logico. E come le cose che sono, sono state conciliate e coordinate, così nelle cose che nascono traspare non una mera successione, ma una certa mirabile affinità.

 

[IV,46,1] Bisogna sempre ricordarsi del detto di Eraclito che “morte della terra è diventare acqua, morte dell’acqua è diventare aria, e l’aria fuoco e poi così viceversa”. [IV,46,2] Bisogna anche ricordarsi di “colui che ha dimenticato dove conduce la strada”. [IV,46,3] E che: “gli uomini soprattutto litigano grazie a ciò, ossia la ragione che tutto governa, per cui possono ininterrottamente capirsi conversando”. E che: “ciò che gli uomini si trovano di fronte ogni giorno è ciò che loro appare strambo”. [IV,46,4] E che: “nulla bisogna fare né dire come se si stesse dormendo” giacché anche allora ci sembra di fare e di dire delle cose. [IV,46,5] E che non bisogna agire “come fanciulli di genitori” ossia secondo il mero “secondoché abbiamo assunto”.

 

[IV,47,1] Come se uno degli dei ti avesse detto: “Domani o dopodomani sarai certamente morto”; tu non daresti maggiore importanza al morire domani o dopodomani, a meno che non fossi una persona di estrema grettezza (quant’è grande, infatti, ‘il frattempo’?); così legittima pure il pensiero che non è un grande affare morire tra molti anni invece che domani.

 

[IV,48,1] Devi farti continuamente il concetto di quanti medici siano morti dopo avere aggrottato spesso le sopracciglia sugli infermi. Quanti astrologi dopo avere predetto, come se fosse qualcosa di grande, le morti altrui; quanti filosofi, dopo essersi dilungati miriadi di volte in discorsi sulla morte e sull’immortalità; quanti capi, dopo avere ucciso tanta gente; quanti tiranni, dopo avere usato con terribile arroganza la loro potestà di vita e di morte, come se fossero immortali; quante città intere sono, per dire così, morte: Elice, Pompei, Ercolano e innumerabili altre. [IV,48,2] Passa anche in rassegna tutti quelli che sai, uno dopo l’altro. Dopo avere fatto il funerale a questo, quello è disteso sul letto di morte e un altro gli fa il funerale. E il tutto avviene in un breve volgere di tempo. [IV,48,3] Insomma, bisogna sempre guardare dall’alto le vicende umane come effimere e da poco: ieri moccicaglia, domani mummia e cenere. [IV,48,4] Questo tempo brevissimo bisogna dunque traversarlo restando in armonia con la natura delle cose e poi disciogliersene pacificati; come un’oliva che, divenuta matura, cade elogiando la natura che l’ha apportata e rendendo grazie all’albero che l’ha generata.

 

[IV,49,1] Essere simile al promontorio contro il quale i flutti ininterrottamente si frangono. Il promontorio sta immoto e intorno a lui il ribollire delle acque si calma. [IV,49,2] “Sfortunato me perché mi avvenne questo!” Nient’affatto, ma: “Fortunato me perché, pur essendomi avvenuto questo, continuo a saper dominare l'afflizione, a non essere fracassato dal presente ed a non avere paura di quel che si approssima”. [IV,49,3] Giacché qualcosa di siffatto poteva avvenire a tutti ma non tutti, per questo, avrebbero continuato a saper dominare l'afflizione. Perché dunque quella una sfortuna piuttosto che questa una fortuna? [IV,49,4] Insomma dici sfortuna dell'uomo ciò che non è un traviamento della natura dell'uomo? E reputi un traviamento della natura dell'uomo ciò che non è contro il piano della sua natura? E dunque? [IV,49,5] Hai imparato il piano della natura dell'uomo. Dunque l'accidente ti impedisce di essere giusto, magnanimo, temperante, assennato, non precipitoso, sincero, rispettoso di te e degli altri, libero, e le altre cose grazie alla cui compresenza la natura dell'uomo incorpora in sè il fine che le è proprio? [IV,49,6] Orbene, di fronte ad ogni cosa che ti promuova ad una afflizione, ricordati di usare questo giudizio: “Non che questo è una sfortuna, ma che il portarlo nobilmente è una fortuna”.

 

[IV,50,1] Un aiuto da gente comune e tuttavia efficace per tenere in spregio la morte viene dal rivangare il ricordo di coloro che si sono cocciutamente intrattenuti oltre nella vita. [IV,50,2] Cosa hanno ottenuto più di coloro che sono morti inopportunamente? [IV,50,3] Cecidiano, Fabio, Giuliano, Lepido o altri come loro che hanno sepolto molti e poi sono stati sepolti, certamente giacciono anch’essi da qualche parte. Ben piccolo è l’intervallo di tempo [della nostra vita], che svuotiamo come la sentina di una nave con quante fatiche, in compagnia di chi e dentro quale corpo! [IV,50,4] Dunque, non considerarlo un affare! [IV,50,5] Guarda alle tue spalle l’abisso dell’eternità e innanzi a te un altro tempo infinito. [IV,50,6] In questa immensità, che differenza c’è tra chi ha vissuto tre giorni e chi ha vissuto tre volte la vita di Nestore?

 

[IV,51,1] Corri sempre per la via più spiccia, e quella più spiccia è la via in armonia con la natura delle cose, così da dire e fare tutto nel modo più valido. [IV,51,2] Un siffatto proposito, infatti, allontana dal tedio, dal tentennamento, dalla considerazione di ogni vantaggio economico e da ogni affettazione.

 

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[IV,1] L’insipiente va a fare un bagno e s’infuria e si consuma in frivole altercazioni con coloro che sulla spiaggia spruzzano, spintonano, ingiuriano. Il saggio va a fare un bagno dicendo prima a se stesso: ‘Dispongo di fare un bagno ma anche di serbare la mia proairesi in accordo con la natura delle cose: e tale non la serberò se m’infurio e mi consumo in frivole altercazioni con coloro che spruzzano, spintonano, ingiuriano’.
Questa è la ‘riserva’ che contraddistingue la diairesi, ed è per questo che la proairesi del saggio, atteggiata secondo diairesi, è puro fuoco interiore capace di trarre dagli avvenimenti luce, felicità e bellezza; laddove la proairesi dell’insipiente, atteggiata secondo controdiairesi, è invece una lucerna destinata a languire ed essere spenta dal trambusto e dal fracasso degli eventi aproairetici che le si accumulano sopra.

 

[IV,2] Chi dispone di apprendere l’arte di vivere bene non deve imparare altro che l’uso quotidiano e sistematico della diairesi.

 

[IV,3] Dove stanno felicità ed infelicità? Le turbe di insipienti microimperatori che vanno sotto il nome di cittadini credono fermamente che l’infelicità stia dentro l’uomo e sia causata da eventi a lui esterni ed aproairetici e che la felicità stia fuori dell’uomo e si trovi nel possesso di cose anch’esse esterne ed aproairetiche da ricercarsi in campagna, ai monti, al mare oppure nel diventare imperatore.
La natura delle cose è invece diversa e vieta inviolabilmente che felicità e infelicità stiano altrove che nella proairesi degli esseri umani. Questo è il motivo per cui il mero fatto di essere imperatore non equivale ad essere felice e per cui anche un imperatore, puramente e semplicemente come tale può, e forse deve, essere insipiente tanto quanto quei suoi concittadini.
Marco Aurelio non potrebbe fare e non fa eccezione. E però egli ammette di aver sentito dire da Epitteto che, per un imperatore cui manca il coraggio di dire pubblicamente come stanno le cose, l’unico modo per trovare qualche momento di felicità è quello di avere retti giudizi sull’impero e quindi di ritirarsi il più spesso possibile da uomo libero, da cittadino del mondo, nel campicello della propria proairesi; dove potrà riscoprire continuamente che a fare infelice l’uomo non sono né l’insipienza di quei microimperatori, né gli accidenti assegnatigli dalla fortuna, né le passioni del corpo né la scarsità delle lodi altrui bensì il giudizio che queste cose esterne ed aproairetiche possano essere bene o male.
Soltanto chi ha imparato ad atteggiare la propria proairesi in modo diairetico, ossia secondo quei retti giudizi che soli definiscono e rispettano la natura delle cose, trova le brevi e semplici massime indispensabili per vivere bene in questo mondo di microimperatori e di imperatori, anche se dovesse passare gli anni abbandonato e occulto tra uno stuolo di malevoli.

 

[IV,4] Se, come l’uomo continuamente sperimenta, nulla viene dal nulla e neppure ritorna nel nulla, allora ciò che esiste ha perenne sussistenza e dunque il cosmo è Materia Immortale le cui trasformazioni non comportano né creazione né annullamento. Il movimento incausato, eterno, inarrestabile, generativo di queste continue trasformazioni è appunto quella dimensione della Materia Immortale che può essere correttamente chiamata logos o mente o prònoia o egemonico o proairesi del cosmo e della quale la proairesi ragionante dell’uomo è come un’immagine, avendone la medesima natura.
Una volta assodata la mente come una delle facoltà della Materia, che poi la cosmologia di Marco Aurelio si fondi sull’esistenza di soli quattro elementi: terra, aria, acqua e fuoco; invece che di circa un centinaio di specie atomiche presenti nell’universo in percentuali quantitativamente variabili, fa assai poca differenza.

 

[IV,5] La nascita e la morte di qualunque cosa sono eventi opposti ma non contraddittori, e rappresentano l’eterna aggregazione e dissoluzione dei medesimi elementi e della medesima energia senza la scomparsa di neppure un solo quanto di essi.

 

[IV,6] Il cosmo è tale per cui ogni cosa che in esso vi nasce è necessariamente destinata a morire, e da ogni cosa che vi muore un’altra è necessariamente destinata a nascerne.

 

[IV,7] Il danno è, per l’uomo, il giudizio di essere stato danneggiato.

 

[IV,8] Ciò che è aproairetico può uccidere la proairesi umana ma non farle danno, e dunque nulla di aproairetico ha il potere di rendere un individuo peggiore o migliore.

 

[IV,9] La proairesi sceglie sempre ed inviolabilmente ciò che ad essa appare essere il proprio utile.

 

[IV,10] Il solo retto giudizio che la proairesi umana può e deve pronunciare dinanzi a qualunque evento aproairetico in quanto tale è che esso è indifferente, che esso è né bene né male. Pertanto, ad esempio, l’eruzione del Vesuvio che seppellì Pompei circa un secolo prima che Marco Aurelio scrivesse questo frammento può certamente essere concepita come ‘conseguenza’ di leggi naturali, ma certamente né a queste né all’eruzione del Vesuvio si attaglia l’attribuzione di essere ‘giusta’ o ingiusta, secondo ‘giustizia’ o in contrasto con la giustizia.
Laddove invece tutto ciò che accade come ‘conseguenza’ accade anche secondo ‘giustizia’ e mai secondo ingiustizia, è nell’ambito degli eventi proairetici. Qui, nella proairesi dell’essere umano e soltanto in essa, tutto ciò che accade accade giustamente, in quanto premio e punizione, virtù e vizio, felicità e infelicità sono tutt’uno con l’atteggiamento, diairetico o controdiairetico, che essa assume. Pertanto la proairesi che rifiuta di riconoscersi per natura  libera, infinita, inasservibile, insubordinabile e si atteggia in modo controdiairetico ha con ciò stesso già snaturato e punito se stessa.

 

[IV,11] Che differenza c’è tra chi oltraggia e chi è oltraggiato se le loro proairesi sono entrambe mosse dalla controdiairesi?

 

[IV,12] Giulio Capitolino racconta nella ‘Storia Augusta’ che nel 138 d.C., quando l’allora diciassettenne Marco Aurelio seppe di essere stato adottato da Adriano fu atterrito e non allietato dalla notizia; e che quando gli fu intimato di recarsi ad abitare nella casa privata di Adriano lasciò la casa materna con estrema riluttanza. Ed a chi gli chiedeva perché egli fosse triste per l’adozione imperiale, Marco Aurelio enumerò le disgrazie e i mali che può contenere in sé il potere imperiale. È dunque certo, grazie anche altre evidenze, che Marco Aurelio non ambì all’impero ma che fu scelto dalla sorte per quella carica.
Ora, chi giudica che diventare imperatore sia un bene in quanto intrinsecamente produttivo di felicità propria e altrui, come giudicano le turbe di microimperatori insipienti che non sanno di cosa parlano e vanno sotto il nome di cittadini, smanierà e bramerà, benché invano, una simile carica e toccherebbe il cielo con un dito se gli toccasse di ricoprirla.
Chi giudica che diventare imperatore sia un male, in quanto intrinsecamente ostativo alla felicità propria e altrui, farà di tutto per evitare tale carica per sé e soprattutto, senza avere coscienza della terribile contraddizione in cui si dibatte, riterrà giusto che la aborrano gli altri e tenderà ad istituirsi come minoranza fanaticamente regicida fino all’esilio o alla morte.
Chi giudica invece che l’impero, come qualunque altra cosa esterna e aproairetica, sia di per sè né un bene né un male, accetterà eventualmente la decisione della sorte e dimostrerà, se ne è capace, come si conduce in simili circostanze un uomo educato ad usare la diairesi e capace di vivere da libero in questo mondo.
Questo è il rischio che Marco Aurelio, a diciassette anni e con il batticuore, ha accettato di correre. Pur non essendo dotato, come egli stesso ammette, di un intelletto particolarmente brillante, vivendo a corte egli deve avere nel corso del tempo capito che la sorte lo aveva immerso in una fogna maleodorante, mefitica e che gli aveva affidato un lavoro più sporco di quello del pulitore dei più sudici cessi. Sul fatto che egli sia riuscito o meno a rendere decorosamente pulite le chiaviche che la sorte gli aveva affidato in custodia ognuno ha il diritto di avere la propria opinione. In ogni caso Marco Aurelio non ha rifiutato il lavoro, e le testimonianze storiche sono prevalentemente concordi nel valutare positivamente il suo operato, dandogli atto che egli, con le capacità che aveva, nelle condizioni e nei tempi che gli erano concessi, primo e forse unico nella storia si è sforzato di interpretare il proprio ruolo di augusto custode del merdaio, come quello di colui che può giovare agli uomini principalmente creando loro il minor numero di difficoltà e di complicazioni possibili in vista di un retto uso della proairesi e che è pronto ad accogliere qualunque suggerimento si dimostri il migliore a questo scopo.

 

[IV,13] Per essere liberi, ossia felici, è sufficiente avere una retta proairesi.

 

[IV,14] Tu sei un refolo di vento nell’aria di primavera. C’è qualcosa di strano in questo?

 

[IV,15] Tu sei una fiammella nel caminetto. C’è qualcosa di strano in questo?

 

[IV,16] Tu sarai venerato come un dio dagli insipienti se userai, come loro e più di loro, la controdiairesi. C’è qualcosa di strano in questo?

 

[IV,17] La virtù, come il vizio, è soltanto nel presente.

 

[IV,18] Il virtuoso è apportatore di luce, di vitalità, di semplicità, di chiarezza, di calore.

 

[IV,19] La fama presso i posteri è qualcosa di proairetico o di aproairetico? È essa in mio esclusivo potere o è in non mio esclusivo potere? A queste domande chiunque risponderebbe correttamente che la fama presso i posteri è qualcosa di aproairetico, qualcosa che è in non mio esclusivo potere. È dunque da sapienti o da insipienti trascurare lo stato della propria proairesi per preoccuparsi della propria fama presso i posteri?
 

[IV,20] Questa preziosa testimonianza di Marco Aurelio certifica che ormai da migliaia di anni è invalso comunemente in Occidente l’uso di chiamare ‘belli’ oggetti esterni ed aproairetici, invece di riservare l’aggettivo ‘bello’, com’è corretto fare, esclusivamente alla virtù e alle sue opere, ossia alla proairesi atteggiata diaireticamente. Questo accade perché e quando è spezzato nelle turbe degli esseri umani il collegamento tra virtù ed atti di giudizio. Essi credono che l’infelicità sia causata dagli oggetti esterni e rechi l’impronta della loro inevitabilità, giacché hanno perso il senso della verità seguente: non la morte mi fa infelice, bensì l’errato giudizio che la morte sia un male.
L’uso di massa scorretto e improprio dell’aggettivo ‘bello’ segnala inoltre drammaticamente la devastante contraddizione nella quale si dibatte la proairesi umana atteggiata controdiaireticamente, giacché essa tradisce in questo modo la sua perdita di contatto con la natura delle cose, la quale stabilisce invariabilmente ed inviolabilmente per chiunque che il giudizio di lode o di biasimo di un evento o di un oggetto qualunque non può mai diventare una sua qualità.
 

[IV,21] Marco Aurelio mostra spesso, nelle sue riflessioni, un’acuta attenzione alle questioni cosmologiche e di tipo fisico-naturalistico, indubbiamente derivata anche dal suo interesse per la filosofia peripatetica e dagli studi condotti sotto la guida di Claudio Severo Arabiano. Per esempio, egli si chiede qui cosa accadrebbe se gli animi di tutte le creature viventi sopravvivessero dopo la morte. Potrebbe l’elemento aria esserne ad un certo punto saturato e non avere più spazio per il loro numero continuamente crescente? Senza bisogno di discostarsi dalla cosmologia del suo tempo, gli basta l’osservazione empirica del destino degli alimenti e dei cadaveri a convincerlo delle possibili reciproche trasformazioni dei quattro elementi: terra, acqua, aria e fuoco; e a permettergli di dare in questo modo risposta alla domanda.
Notevole è l’uso che Marco Aurelio fa qui per la prima volta del sostantivo ‘diairesi’, sostantivo che egli impiega soltanto tre volte in tutta l’opera. Esso significa, in questo caso, ‘distinzione’ concettuale, proairetica, tra la componente materiale, ossia i quattro elementi suddetti, e la componente causale, ossia il logos, i quali sappiamo però essere entità inseparabili in quanto aventi tra di esse lo stesso rapporto che esiste tra i due poli di un magnete.
 

[IV,22] Per meritare l’assenso di una retta proairesi una rappresentazione deve essere catalettica, essere cioè dotata di perfetta evidenza e certezza. Se vediamo qualcuno fare un bagno frettolosamente dobbiamo assentire alla rappresentazione che qualcuno fa un bagno frettolosamente, non alla rappresentazione che qualcuno fa male il bagno. Se vediamo qualcuno bere molto vino dobbiamo assentire alla rappresentazione che qualcuno beve molto vino, non alla rappresentazione che qualcuno beve male. Prima di averne vagliato i giudizi, infatti, come possiamo sapere se sta facendo bene o male? In questo modo non ci avverrà di avere rappresentazioni catalettiche di certe cose e di assentire ad altre. Non ‘divagare’ significa appunto, in questo frammento, non perdere il contatto con la natura delle cose; il che si sostanza, nell’ambito degli impulsi e delle repulsioni, con l’esplicare ciò che Epitteto chiama in modo filosoficamente rigoroso il ‘doveroso’ e che Marco Aurelio indica qui come il ‘giusto’ e, nell’ambito degli assensi e dei dissensi, il ‘catalettico’.

 

[IV,23] Diceva Epitteto: “Che altro posso io, vecchio zoppo, se non inneggiare a Zeus? Se fossi un usignolo farei quel che fa un usignolo; se fossi un cigno, quel che fa un cigno. Ora, sono una creatura logica: bisogna che inneggi alla Materia Immortale. Questa è l'opera mia“.
Il frammento poetico citato è di Aristofane e la città di Cecrope è Atene.

 

[IV,24] La proairesi atteggiata controdiaireticamente vede il proprio bene e il proprio male fuori di sé, nelle cose esterne ed aproairetiche, e questo la costringe ad una prodigiosa moltiplicazione dell’inutile e del superfluo. Il che fa tutt’uno con la nostra incapacità di usare la diairesi e di distinguere quel poco che ci è davvero utile e necessario per vivere bene.
Il detto proverbiale che apre il frammento è attribuito a Democrito.

 

[IV,25] Dopo avere fatto tanta esperienza della tragica catena di controdiairesi, vizio e infelicità, prova una buona volta ad usare la diairesi; prova a seguire le orme di un uomo virtuoso e felice!

 

[IV,26] Gli esseri umani usano la proairesi ogni giorno e ogni ora del giorno, sia nel bene che nel male. Dunque dipende esclusivamente da me sconcertarmi o non sconcertarmi di fronte ad un avvenimento, comprenderne o fraintenderne l’origine e il significato, essere giusto o ingiusto con qualcuno.

 

[IV,27] Un ordine immutabile, razionale, perfetto e necessario che governa e sorregge infallibilmente tutte le cose e le fa essere e conservarsi quelle che sono. Questa è, secondo Marco Aurelio, la rappresentazione del cosmo cui conducono il rigoroso materialismo e il rigoroso monismo degli Stoici. Egli la condivide e guarda al cosmo come ad un’unità organizzata e indivisibile dotata di un logos o prònoia o egemonico del quale la proairesi o egemonico dell’uomo è come un’immagine, un riflesso del quale il virtuoso ha esperienza empirica quando, usando la diairesi, si sente ordinato e bello dentro.
Nel contempo, Marco Aurelio mostra di intendere l’ipotesi atomistica di Democrito e di Epicuro, che pure poggia anch’essa su basi rigorosamente materialistiche, come radicalmente alternativa a quella stoica, come un’ipotesi negatrice del cosmo e che prospetta l’esistente come un guazzabuglio intrinsecamente disordinato, casuale e privo di unità.

 

[IV,28] Non c’è uno solo, fra di voi che leggete, che non sappia di chi si parla: dunque è inutile fare nomi.

 

[IV,29] Un individuo risiede da tanto tempo in una città me ne ignora le leggi e le abitudini. Non sa di cosa qui si ha potestà e di cosa non si ha potestà. Usa desiderio ed avversione, impulso e repulsione, assenso e dissenso a casaccio, come capita e senza tener conto della natura delle cose. Vuole quanto non è dato avere e non vuole quanto è necessario. Crede di potere impunemente trasgredire il confine che separa quanto è suo peculiare e quanto è allotrio. Chi, dunque, è straniero nel cosmo?

 

[IV,30] Il frammento evidenzia in modo esplicito e drammatico la terribile differenza che intercorre tra il vivere filosoficamente e il chiacchierare di tesi filosofiche dall’alto di una cattedra o di un trono.

Epitteto soleva ripetere che vergognoso non è non avere una tunica, un libro, di che mangiare, bensì avere una ragione incapace di liberarci dall’afflizione e dalla paura di non avere una tunica, un libro, di che mangiare.
Io invece, pare confessare Marco Aurelio, ho tuniche, libri, pane eppure sento serrarmi il cuore, sento di non riuscire a consolarmi del tutto del mio destino quando ripenso al giorno in cui fui chiamato a scegliere tra l’accettare o il rifiutare l’adozione imperiale e la mia proairesi scelse, avevo diciassette anni e forse fu per paura e per viltà, di accettare.

 

[IV,31] Se la mia proairesi scelse allora come scelse, parrebbe continuare Marco Aurelio, essa ha però imparato poi a coltivare l’albero della diairesi, albero dai cui rami pende anche un frutto che contiene la piccola arte di governare quanto si può e come si deve. A questa coltura essa rimarrà ormai fedele a qualunque prezzo, anche se nessuno capisce di cosa io stia parlando ed anche se nessuno mi crede.

 

[IV,32] Tutto, infatti, è nella sua essenza sempre uguale dappertutto e noi siamo venuti al mondo non per cambiarlo ma per farvi vivere l’albero della diairesi, che cresce egualmente bene in qualunque uomo, ed esservi felici.

 

[IV,33] Se la fama presso i posteri è puro vuoto, ecco a cosa dobbiamo rivolgere la nostra industria nell’ambito degli assensi, degli impulsi e dei desideri.

 

[IV,34] L’offerta di sé a Cloto, la filatrice dello stame della vita umana.

 

[IV,35] Come qualunque altra creatura, anche noi siamo esseri inevitabilmente precari.

 

[IV,36] Tutto è in continua trasformazione.

 

[IV,37] Tra poco sarai morto e devi riconoscere di non essere ancora al riparo da tante aberrazioni.

 

[IV,38] Mostrami i giudizi della tua proairesi e ti dirò chi sei.

 

[IV,39] Nulla di ciò che avviene nel cosmo può essere contro natura. Soltanto la proairesi dell’uomo può atteggiarsi non contro natura bensì contro la natura delle cose, generando così il proprio male; oppure secondo la natura delle cose, generando così il proprio bene.

 

[IV,40] Il cosmo è un’unità, una sola creatura vivente

 

[IV,41] Chi può dire del corpo umano vivente, il quale è una macchina naturale meravigliosa, straordinariamente sofisticata e complessa, che è null’altro che ‘cadavere’?
Chi può dire della proairesi che il corpo umano è capace di esprimere, la quale è per natura libera, infinita, inasservibile, insubordinabile, che è ‘animuzza’ da nulla?
Pare di sentire queste parole uscire dalla bocca dei generali francesi i quali, vedendosi sconfitti militarmente dalle armate tedesche nel giugno del 1940, per spingere il governo del loro paese alla capitolazione e staccarlo dalla decisione britannica di continuare la resistenza contro la Gemania nazista fino alla fine e a qualunque costo, assicuravano il loro Primo Ministro che nel giro di tre settimane Hitler avrebbe tirato il collo all’Inghilterra come ad un pollo. Assicurazione che il capo del Governo inglese Winston Churchill, parlando al Parlamento Canadese un anno e mezzo dopo, il 30 Dicembre 1941, poteva commentare con queste due semplici battute riferite al proprio paese: “Che pollo! che collo!” ; come se qui Epitteto dicesse: “Che animuzza! che cadavere!”
Queste sono dunque parole che si possono intendere messe da Epitteto in bocca agli insipienti, ma non sarà mai esclusa la possibilità di intenderle compuntamente come una penetrante meditazione nella quale, con immagine icastica, si raffigura il vivere come una fragile animuncola che trasporta un cadavere. Quel cadavere che sarebbe, ovviamente, l’uomo.

 

[IV,42] Nulla di aproairetico è male o è bene.

 

[IV,43] Lo spettacolo che abbiamo davanti è quello di un incessante e tumultuoso scorrere di eventi, nel quale la nostra proairesi può scoprire il modo di trovarsi perfettamente a proprio agio.

 

[IV,44] Come le rose a primavera e la frutta d’estate, gli insipienti si allieteranno o si affliggeranno sempre di ciò che è esterno ed aproairetico: del pane e della morte, dei porci e della maldicenza.

 

[IV,45] Il tema di questo frammento è certamente la generale connessione logica esistente tra premesse e conseguenze, tra antecedenti e conseguenti, ma l’indeterminatezza in cui è lasciato il soggetto ne rende ardua una comprensione univoca, lasciandolo aperto a varie interpretazioni possibili. La più semplice potrebbe essere rappresentata dall’interpretarlo come diretta continuazione del pensiero precedente e dunque come una presa d’atto del fatto, secondo Marco Aurelio inspiegabile nei termini dell’ipotesi puramente atomistica e meccanicistica di Democrito e di Epicuro, che una rosa genera sempre delle rose, un melo delle mele, e gli stupidi generano sempre infelicità.

L’osservazione e la relativa domanda paiono ovvie e banali, ma così non è; giacché se è vero che già Marco Aurelio era in grado di rispondere scientificamente alla domanda sul perché gli stupidi sono sempre generatori di infelicità, sarebbero dovuti passare migliaia di anni prima che si riuscisse a rispondere con altrettanto rigore alla domanda sul come una rosa generi sempre delle rose e un melo dei meli.

 

[IV,46] I vari detti di Eraclito qui ricordati da Marco Aurelio si prestano bene a condensare due tesi fondamentali degli Stoici. Il primo detto richiama l’unitarietà e la continua trasformazione del cosmo. Il filo conduttore che lega i restanti cinque è rappresentato dal corretto uso che la proairesi deve fare della ragione e richiama la tesi stoica per cui la proairesi grazie alla quale siamo felici è la stessa grazie alla quale siamo infelici.

 

[IV,47] Le folle che fanno da sfondo in questo frammento sono quelle di coloro che non hanno mai sperimentato in vita loro cosa sia un giudizio virtuoso né cosa siano libertà e felicità, e che proiettano costantemente nel futuro l’accadere di tali ‘miracoli’ oppure li rimandano infingardamente ad un’altra vita che essi fantasticano di vivere dopo la morte. Virtù e vizio, felicità e infelicità, libertà e schiavitù sono invece nel presente, non sono questioni di tempo ma di atteggiamento della nostra proairesi.

 

[IV,48] Molti credono che la vita umana non abbia un frutto e sia un’inutile miseria. La vita dell’uomo, invece, ha un frutto, non è un’inutile miseria. Inutile miseria è l’ignoranza che ci spinge al vizio e l’infelicità che ci fa credere di essere nulla o di essere immortali. Il frutto della vita dell’uomo è la sua libertà, la sua felicità, la sua virtù.
Se un’oliva diventata matura potesse parlare, cadrebbe elogiando la natura che l’ha apportata e rendendo grazie all’albero che l’ha generata. All’ombra dell’albero della diairesi, anche la vita dell’uomo è un tempo irripetibile e fruttuoso che merita di essere attraversato mantenendo la nostra proairesi in armonia con la natura delle cose.

 

[IV,49] Esclusi soltanto il primo e l’ultimo paragrafo, per convincenti ragioni principalmente lessicografiche questo frammento è da molti studiosi ritenuto una citazione autentica e diretta di parole di Epitteto, tratta da qualche opera che non ci è pervenuta. E non vi si può non ammirare lo straordinario vigore e l’incisività mozzafiato con la quale vi si rappresentano la natura delle cose e dell’uomo, e si evidenzia la proairesi nei suoi due atteggiamenti possibili di fronte a ciò che è esterno e aproairetico.

Di Marco Aurelio sono invece la potente immagine della retta proairesi come roccioso e saldo promontorio contro il quale i flutti del mare infine si calmano e l’ammonimento finale a non credere sfortuna ciò che invece è una fortuna saper sopportare nobilmente.

 

[IV,50] Un aiuto semplice ed efficace per non avere paura della morte è quello di comprendere fino in fondo che, tra fatiche e difficoltà di ogni genere, il fine della vita umana è quello di conoscere la natura delle cose e quindi vivere in modo ammissibile con essa, virtuosamente e felicemente. Quando questo fine sia raggiunto, non vi è differenza tra chi lascia la vita essendovi pervenuto dopo un dato numero di anni e chi lascia la vita essendovi pervenuto dopo il triplo di anni. E neppure vi è differenza tra chi muore dopo un dato numero di anni senza avere mai raggiunto quel fine e chi muore, senza averlo mai raggiunto, dopo un numero triplo di anni. Anni che sono comunque ben poca cosa rispetto all’eternità.
Cecidiano, Fabio, Giuliano e Lepido sono nomi qualunque di persone verosimilmente longeve. Nestore è il personaggio omerico, re di Pilo, cui il mito attribuisce una vita lunghissima.

 

[IV,51] Un pressante invito di Marco Aurelio ad usare la diairesi e gli ovvi vantaggi che quest’uso comporta.

 

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LIBRO V

 

 

[V,1,1] All’alba, quando ti risvegli di malavoglia, abbi a portata di mano il giudizio: ‘Mi desto in vista di un lavoro da uomo’. Dunque sono ancora scontroso se m’incammino a fare ciò per cui sono nato e per cui sono stato promosso al mondo? Oppure sono stato strutturato per starmene al calduccio sotto le coperte? [V,1,2] “Ma questo è più piacevole!” Dunque sei nato per godere nella carne? Insomma per la passività o per l’attività? Non vedi i vegetali, i passerotti, le formiche, i ragni, le api che fanno ognuno quel che è loro peculiare e che, per quanto sta a loro, forgiano il cosmo? [V,1,3] E poi tu non vuoi fare ciò che è proprio dell’uomo? Non corri a far ciò che è in armonia con la tua natura? [V,1,4] “Ma bisogna anche riposarsi!” Certo, bisogna; lo dico anch’io. La natura ha dato dei metri anche per questo. Li ha dati anche per il mangiare e per il bere, e nonostante questo tu avanzi al di là di quanto basta? Non ancora, però, nelle azioni, ma ‘entro il possibile’. [V,1,5] Infatti tu non ami te stesso, giacché allora ameresti tanto la tua natura quanto il suo piano. [V,1,6] Altri amano le loro arti così profondamente da fondersi nei loro lavori, senza lavarsi e senza mangiare. Tu invece onori la tua natura meno di quanto il cesellatore onori la toreutica, il danzatore la danza, l’avaro il denaro e il vanaglorioso la fama. [V,1,7] Costoro, qualora si struggano per qualcosa, non vogliono né mangiare né andare a letto pur di incrementare ciò cui sono portati; mentre a te le azioni socievoli appaiono cose da poco e degne di minore industria?

 

[V,2,1] Com’è agevole respingere e scancellare ogni rappresentazione fastidiosa o estranea ed essere subito in totale bonaccia.

 

[V,3,1] Giudicati degno di qualunque parola e di qualunque opera che sia in accordo con la natura delle cose. Se poi ne conseguirà il biasimo o le chiacchiere di alcuni, questo non ti imbarazzi ma, dovendo qualcosa di buono essere fatto o detto, non stimartene indegno. [V,3,2] Quelli, infatti, hanno il loro proprio egemonico ed utilizzano il loro proprio impulso. Tu non guardare torno torno a questo, ma procedi per la diritta via conformandoti alla natura tua propria e a quella delle cose, che è comune per tutti. Giacché di ambedue unica è la via.

 

[V,4,1] M’incammino attraverso attività in armonia con la natura fino a che, dopo essere spirato in questo elemento [l’aria] da cui ogni giorno traggo respiro, mi riposerò; cadendo in questo elemento [il fuoco] da cui anche mio padre raccolse lo sperma, mia madre il sangue, la mia balia il latte; grazie a cui quotidianamente da tanti anni mi pasco e mi disseto [l’acqua]; che mi porta mentre incedo [la terra] e che sfrutto per tanti scopi.

 

[V,5,1] Gli altri non hanno modo di ammirarti per acume: e sia. Ma vi sono molte altre buone qualità per le quali non hai modo di dire: ‘giacché non sono nato per questo’. [V,5,2] Metti dunque in atto queste, che sono proprio tutte in tuo esclusivo potere: autenticità, solennità, resistenza alla fatica, disinteresse per i piaceri fisici, nessun biasimo della sorte, parsimonia, pazienza, libertà, morigeratezza, avversione alle chiacchiere, munificenza. [V,5,3] Non ti accorgi quante buone qualità, per le quali non sono possibili pretesti di inettitudine naturale o di inidoneità, puoi mettere in atto da subito e delle quali tu invece resti al disotto di proposito? [V,5,4] Oppure sei costretto a brontolare, ad essere spilorcio, ad adulare, a dare la colpa al tuo corpo, a piaggiare, a fare il frivolo e agitare tante idee nel tuo animo a causa dell’essere stato strutturato naturalmente inetto ad altro? [V,5,5] No, per gli dei! Già da tempo avresti potuto allontanarti da questi difetti ed essere soltanto accusato, se davvero è così, di essere più lento e duro di comprendonio di altri; e anche in questo bisogna esercitarsi, senza infischiarsene e senza crogiolarsi nell’indolenza.

 

[V,6,1] Persone di un certo tipo, quando abbiano operato con destrezza per qualcuno, sono anche pronte a presentargli il conto per i favori che gli hanno fatto. [V,6,2] Persone di un altro tipo non sono subito pronte a presentare il conto, ma tra sé e sé pensano all’altro come a un debitore e sanno quel che hanno fatto. [V,6,3] Un altro tipo di persone ancora, in un certo qual modo neppure sa quel che ha fatto ed è simile ad una vite che ha apportato il grappolo e che, una volta apportato il proprio frutto, non va ulteriormente in cerca d’altro. [V,6,4] L’uomo che opera bene non cerca di attirarsi una ricompensa ma passa oltre, come la vite passa ad apportare di nuovo il grappolo nella stagione stabilita, come fa un cavallo quando corre, un cane quando bracca, l’ape quando fa il miele. [V,6,5] In queste faccende bisogna dunque essere di quelli che fanno bene senza, in un certo qual modo, comprenderlo. [V,6,6] “Sì, ma bisogna comprendere proprio questo; giacché, si dice, peculiare della creatura socievole è il rendersi conto di agire socievolmente e, per Zeus, decidere che anche chi gli è compagno se ne accorga”. [V,6,7] Quello che dici è vero, ma tu fraintendi quello che ho appena detto. Per questo sarai uno di quelli che menzionavo in precedenza, giacché anch’essi sono influenzati da una certa qual persuasività logica dei loro giudizi. [V,6,8] Se invece vorrai capir bene di cosa si sta parlando, al contrario sta sicuro che non ometterai, per questo, un’opera socievole.

 

[V,7,1] Auspicio degli Ateniesi : “Piovi, piovi, o caro Zeus, sui campi e sui pianori degli Ateniesi”. [V,7,2] O non si devono fare auspici, oppure si deve auspicare così, con schiettezza e libertà.

 

[V,8,1] Come si dice: ‘Asclepio ha prescritto a costui di andare a cavallo o di fare dei bagni freddi oppure di andare scalzo’; così si dice: ‘La natura ha prescritto a costui una malattia o una storpiatura o una perdita o qualcos'altro di siffatto’. [V,8,2] Nel primo caso ‘ha prescritto’ significa qualcosa del genere: ‘ha ordinato a costui questo come consono alla sua salute’. Nel secondo caso, ciò che avviene a ciascuno di noi è stato in qualche modo ordinato per noi dalla natura come consono al nostro destino. [V,8,3] Diciamo pure che queste cose ‘capitano’, come anche gli artefici dicono che le pietre squadrate ‘capitano’ a puntino nelle mura di una città o nelle piramidi, intendendo dire che si conciliano bene l’una con l’altra in una certa combinazione. [V,8,4] Insomma l’armonia è una. E come il cosmo è il corpo che è, essendo il complesso di tutti i corpi; così il destino è la causa che è, essendo il complesso di tutte le cause. [V,8,5] Di ciò che dico hanno cognizione anche le persone appieno comuni, giacché esse dicono: ‘Il destino gli ha portato questo’. [V,8,6] Dunque questo gli è stato portato e questo gli è stato prescritto. [V,8,7] Accogliamo allora queste prescrizioni come accogliamo quelle di Asclepio. [V,8,8] Anche tra quelle ve ne sono molte aspre e dolorose, ma noi le accettiamo di buon grado nella speranza di ritrovare la salute. [V,8,9] Reputa quindi che il compimento e l’adempimento di quel che pare bene alla natura comune a tutti, sia qualcosa come la tua salute. [V,8,10] E così accetta di buon grado tutto quel che succede, anche se ti sembrerà la cosa più ruvida da fare, pensando che conduce là, alla salute del cosmo, al libero corso e al felice successo di Zeus. [V,8,11] Il quale, infatti, non apporterebbe qualcosa a qualcuno se ciò non fosse utile all’insieme del cosmo. Né una natura, qualunque capiti, apporta qualcosa che non sia consono a ciò che da essa è governato. [V,8,12] Per due ragioni, dunque, occorre che tu sia contento di quel che ti avviene: la prima, perché è successo per te, per te è stato prescritto e perchè aveva a che fare in qualche modo con te, intessuto fin dall’origine con i fili delle cause primigenie; la seconda, perché a ciò che governa il tutto [ossia all’egemonico del cosmo] è causa di libero corso, di compimento e, per Zeus, della sua permanenza stessa. [V,8,13] L’integrità è storpiata, se frantumerai un elemento qualunque del contatto e della continuità tanto delle parti costitutive quanto delle cause. E tu lo frantumi e in un certo modo, per quanto è in tuo esclusivo potere, lo fai sparire quando fai il dispiaciuto.

 

[V,9,1] Non avere ribrezzo, non capitolare, non sentirti un malcapitato se ciascuna tua azione non è un condensato di retti giudizi. Se ti sei stornato da essi, ritorna alla filosofia ed esulta se la maggior parte di quelle azioni è stata da uomo. Ama ciò su cui rivieni, senza ritornare alla filosofia come ad un pedagogo, ma come il malato d’occhi ritorna alla spugnetta e al bianco d’uovo, un altro ad un impiastro o ad un impacco. [V,9,2] In questo modo non farai vacuo sfoggio di obbedienza alla ragione, ma troverai conforto in essa. [V,9,3] Ricorda che la filosofia non dispone altro che ciò che dispone la tua natura di uomo, mentre tu volevi qualcos'altro che non era in armonia con la natura delle cose. [V,9,4] E quali gradevolezze sono maggiori di queste? L'ebbrezza non alletta grazie a questo? Invece tu osserva se non sia più gradevole la magnanimità, la libertà, la schiettezza, la costumatezza, la santità. [V,9,5] Qualora tu abbia ponderato come la facoltà che è comprensione e scienza non ti porti a passi falsi e ti offra serenità in ogni circostanza, cosa c’è di più gradevole della saggezza stessa?

 

[V,10,1] La realtà è, in un certo modo, avvolta in tali velami che a non pochi filosofi, e non dei primi che capitano, essa è sembrata totalmente inintelligibile; e peraltro agli stessi Stoici essa appare di difficile intelligibilità. [V,10,2] E ogni nostro assenso è volubile: dov’è, infatti, la persona dai giudizi immutabili? [V,10,3] Passa adesso a considerare gli oggetti esterni e vedi come essi sono di breve durata, da poco, passibili di essere in possesso di un cinedo, di una prostituta o di un rapinatore. [V,10,4] Dopo di ciò, passa in rassegna i caratteri dei tuoi conviventi, dei quali è appena appena sopportabile il più raffinato; per non dire che uno già a stento regge se stesso. [V,10,5] In siffatte tenebre e sudiciume, in così grande flusso di sostanza, di tempo, di movimento e di cose mosse, non penso che qualcosa possa ancora avere un valore supremo o insomma meritare la nostra industria. [V,10,6] Al contrario, bisogna consolarsi di attendere la nostra naturale risoluzione e non bisogna costernarsi nell’attesa, ma trovare conforto in questi giudizi: uno è che non mi avverrà nulla che non sia in armonia con la natura; l’altro è che ho la potestà di non fare nulla che sia in contrasto con il dio e il demone che mi porto dentro. [V,10,7] Nessuno, infatti, può costringermi a contravvenire ai suoi comandi.

 

[V,11,1] ‘Verso quale meta, dunque, uso ora il mio animo?’ In ciascuna situazione bisogna interrogarsi ed indagare che cosa ci sia adesso in questa mia parte costitutiva che chiamano appunto ‘egemonico’, e di chi io abbia adesso l’animo. Ho forse l’animo di un bambino? o di un adolescente? o di una femminetta? o di un tiranno? o di un capo di bestiame? o di una belva?

 

[V,12,1] Di quale natura siano le cose che ai più sembrano beni, potresti prenderne coscienza anche da questo. [V,12,2] Se, infatti, uno pensasse che ci sono certe virtù, quali la saggezza, la temperanza, la giustizia e la virilità, che sono davvero beni, pensando in anticipo a queste non potrebbe più sentir dire che qualcosa è ‘bene’, giacché nulla si adatterebbe ad essere definito così. Quando uno invece pensa in anticipo a quelli che appaiono ‘beni’ ai più, allora sentirà dire e accoglierà con facilità come appropriatamente soggiunta l’espressione del poeta comico. [V,12,3] Così, anche i più si rappresentano la differenza. Giacché questa espressione offenderebbe e sarebbe stimata indegna, e quanto è detto sulla ricchezza di denaro e i colpi di fortuna che portano lusso o fama noi non li accoglieremmo come cose dette decentemente e spiritosamente. [V,12,4] Procedi e domandati se meritino onore e si debbano concepire ‘beni’ oggetti siffatti, pensando in anticipo ai quali si inferirebbe appropriatamente che ‘chi li ha acquisiti, in grazia della sua prosperità, non ha dove cacare’.

 

[V,13,1] Io consto di una componente causale e di una componente materiale. Nessuna delle due rovinerà nel nulla, così come neppure sussistette dal nulla. [V,13,2] Quindi ogni parte di me sarà ridisposta per trasformazione in qualche parte del cosmo, poi a sua volta quella si trasformerà in un’altra parte del cosmo e così all’infinito. [V,13,3] Anch’io sussistei in armonia con siffatta trasformazione, così come coloro che mi generarono e così, a ritroso, all’infinito. [V,13,4] Nulla impedisce di parlare così, pur se il cosmo si governasse secondo determinati periodi ciclici.

 

[V,14,1] Ragione e logica sono arti e facoltà paghe di se stesse e delle opere in armonia con loro stesse. [V,14,2] Esse prendono spunto dalla causa appropriata e quindi si avviano verso l’obiettivo che hanno come fine; onde tali operati sono denominati operati retti, per significare la dirittura della via che seguono.

 

[V,15,1] L’uomo non deve serbare per sé nessuna delle cose che non spettano all’uomo in quanto è uomo. [V,15,2] Queste cose non sono requisiti dell’uomo, la natura umana non le professa e neppure esse sono completezze della natura umana. [V,15,3] Pertanto neppure il fine dell’uomo è giacente in esse e neppure lo è ciò che è completivo del suo fine: il bene. [V,15,4] Inoltre, se qualcuna di esse gli spettasse come uomo, non gli spetterebbe di guardarle con austerità né di essere in rivolta contro di esse, non sarebbe lodevole chi fa in modo di non esserne bisognevole e neppure, se davvero esse fossero beni, sarebbe virtuoso chi si autolimita in qualcuna di esse. [V,15,5] Ora, invece, quanto più uno fa a meno di queste o di altre cose siffatte oppure tollera di essere costretto a farne a meno, tanto più è virtuoso.

 

[V,16,1] Tale sarà il tuo intelletto quale tu l’abbia spesso rappresentato a te stesso, giacché l’animo è immerso nelle rappresentazioni. [V,16,2] Immergilo dunque in continuità in rappresentazioni come queste: dove ci è dato di vivere, là ci è anche dato di vivere bene. Ci è dato di vivere a corte, dunque ci è anche dato di vivere bene a corte. [V,16,3] E ancora: ciascun essere è portato a ciò per cui è stato strutturato, e ciò verso cui è portato è il suo fine. Laddove è il fine, là è anche l’utile e il bene di ciascuno. Bene della creatura razionale, pertanto, è la vita in società. [V,16,4] Che noi siamo nati per la vita in società, infatti, è stato mostrato da tempo. [V,16,5] O non era evidente che gli esseri inferiori esistono per i superiori, e i superiori gli uni per gli altri? Gli esseri animati, inoltre, sono superiori a quelli inanimati e, tra gli esseri animati, i superiori sono gli esseri razionali.

 

[V,17,1] Inseguire l’impossibile è cosa da pazzi; ma è impossibile che gli insipienti non facciano qualcosa del genere.

 

[V,18,1] A nessuno avviene qualcosa che egli non possa per natura portare con pazienza. [V,18,2] Ad un altro avvengono le stesse cose ed egli, o perché ignora che sono avvenute o perché vuole sfoggiare grandezza d’animo, resta ben stabile e ne esce illeso. [V,18,3] È terribile che l’ignoranza e la piaggeria siano più potenti della saggezza.

 

[V,19,1] Le cose di per sé non s’accostano in alcun modo al nostro animo né vi hanno accesso né possono farlo volgere o farlo smuovere. Esso soltanto volge e smuove se stesso e rende le cose che gli si presentano dal di fuori tali quali sono le determinazioni delle quali si ritenga degno.

 

[V,20,1] D’altra parte l’uomo ci è familiare strettissimo, secondo che bisogna far bene nei loro riguardi e sopportarli; ma, quanto a coloro che recalcitrano davanti alle opere proprie dell’uomo, l’uomo diventa per me una qualunque delle entità indifferenti, non meno del sole, del vento o di una belva. [V,20,2] Ammettiamo che una qualche attività fosse stata intralciata da un’entità indifferente. Ciò non diventa affatto un intralcio dell’impulso e della disposizione d’animo, grazie alla riserva cui io li sottopongo e al capovolgimento che posso effettuarne. [V,20,3] L’intelletto, infatti, è capace di capovolgere e di sgombrare qualunque impedimento all’attività che è il suo fine cardinale [ossia quello di mantenersi in accordo con la natura delle cose]. E così ciò che impacciava quell’attività va a vantaggio di questa seconda opera; ciò che ostacolava quella via diventa un vantaggio per compiere quest’altra.

 

[V,21,1] Rendi onore alla più possente delle cause basilari che sono nel cosmo: questo è ciò che tutto usa e tutto dirige. [V,21,2] Similmente rendi onore a quella che in te è più possente. Questa è omogenea a quella. [V,21,3] Questa è in te la facoltà che usa le altre facoltà, e la tua vita da questa facoltà è governata.

 

[V,22,1] Ciò che non è dannoso per la città, neppure danneggia il cittadino. [V,22,2] Ad ogni rappresentazione di essere stato danneggiato, applica questo canone: ‘Se la città non ne è danneggiata, neppure io sono stato danneggiato’. E se la città è danneggiata, non bisogna adirarsi con chi danneggia, ma mostragli che cosa ha travisato.

 

[V,23,1] Pondera spesso la rapidità con la quale è spazzato via e sottratto alla vista l’esistente e il diveniente. [V,23,2] Giacché la sostanza è come un fiume in flusso ininterrotto, le attività sono in continua trasformazione, le cause vi agiscono in miriadi di rivolgimenti e quasi nulla è stabile, né l’istante né il passato prossimo, mentre l’infinito del passato e del futuro sono abissi in cui tutto scompare. [V,23,3] Come fa a non essere stupido chi in queste circostanze si boria, si ambascia, si cruccia come se qualcosa potesse disturbarlo a lungo?

 

[V,24,1] Ricordati della totalità della sostanza, della quale partecipi per pochissima parte; dell’eternità intera, di cui ti è stato demarcato un intervallo infinitesimamente breve; e del destino, di cui quanta parte sei!

 

[V,25,1] Un altro individuo aberra in qualcosa nei miei confronti? Affar suo; giacché quella disposizione di proairesi è sua peculiare, quell’attività è sua peculiare. [V,25,2] Io ho in questo momento quella disposizione di proairesi che la natura delle cose, comune per tutti, dispone che io abbia; ed opero ciò che la mia natura di uomo dispone che io operi ora.

 

[V,26,1] L’egemonico che signoreggia il tuo animo, sia parte non coinvolta nei movimenti dolci e piacevoli o aspri e dolorosi della carne e non se immischi, ma si circoscriva in se stesso e releghi quelle affezioni nelle loro parti costitutive. [V,26,2] Qualora però esse si accomunino verso l’alto fino all’intelletto, a causa di quel genere di simpatia che lega le parti del corpo in una unità organica, allora non bisogna provare ad andare contro la sensazione, in quanto essa è fisica; tuttavia l’egemonico non deve addizionarle, traendola da se stesso, la concezione che si tratti di un bene o di un male.

 

[V,27,1] Convivere con gli dei. Convive con gli dei chi continuamente mostra loro che il proprio animo gradisce la parte assegnatagli ed opera quanto decide il demone che Zeus ha dato, una scintilla di se stesso, a ciascun essere umano quale patrocinatore e duce. [V,27,2] E questo è la mente e la ragione di ciascuno di noi.

 

[V,28,1] Ti adiri con chi puzza di caprone? Ti adiri con chi ha l’alito cattivo? E che ti faranno mai? Uno ha una bocca siffatta, un altro le ascelle siffatte: è necessario che ne sortiscano effluvi siffatti. [V,28,2] “Ma l’uomo”, dice, “è dotato di ragione e, soppesando, può capacitarsi in cosa commette dei falli”. [V,28,3] Bravissimo! Ebbene, anche tu hai la ragione. Con la tua disposizione razionale smuovi la sua, mostragliela, rammentagliela. Giacché se ti intende, così lo curerai e non ci sarà bisogno d’ira. [V,28,4] Né attore tragico né prostituta.

 

[V,29,1] Come pensi di poter vivere uscendo di qui, così hai la potestà di vivere qui. Se non te lo concedono, allora va fuori dalla vita; ma non davvero come se patissi qualche male. [V,29,2] C’è fumo e dunque me ne vado via. Che problema ci vedi? Finché a trarmi fuori non è un fumo del genere, io resto libero e nessuno mi impedirà di fare quello che dispongo. E io dispongo di fare ciò che è in armonia con la natura della creatura razionale e socievole.

 

[V,30,1] La mente del cosmo è socievole. Ha fatto le creature inferiori in vista di quelle superiori e conciliato le superiori una con l’altra. [V,30,2] Vedi come ha subordinato, coordinato, assegnato a ciascuno secondo il suo valore e come ha aggregato le creature più eccellenti in concordia reciproca.

 

[V,31,1] Come ti sei comportato fino ad ora con dei, parenti, fratelli, moglie, figli, insegnanti, precettori, amici, familiari, domestici? Se verso tutti costoro fino ad ora vale per te il verso

‘non fare né dire nulla di anomalo’

[V,31,2] allora sovvieniti anche di quali vicende hai traversato e quali pesi sei bastato a reggere; [V,31,3] che la tua storia di vita è ormai compiuta; finale l’ufficio che presti; di quante cose belle hai visto; di quanti piaceri e dolori fisici hai disdegnato; di quante occasioni di celebrità hai trascurato; con quante persone scostumate sei stato costumato.

 

[V,32,1] Perché animi imperiti ed incolti riescono a sconfonderne uno che ha arte e scienza? [V,32,2] Quale animo, allora, ha arte e scienza? Quell’animo che sa principio e fine, che conosce la ragione insita nella sostanza tutta e come questa ragione amministri l’universo, secondo periodi ciclici ordinati, per l’eternità.

 

[V,33,1] Quanto prima sarai cenere, o scheletro, e un nome, oppure neanche un nome. E il nome è comunque soltanto un rumore e un’eco lontana. [V,33,2] Le cose tanto onorate in vita sono vacuità, schifezze, piccolezze, cagnetti che si mordono l’un l’altro, bambini ambiziosi che prima ridono ma poi subito dopo si mettono a singhiozzare. [V,33,3] Lealtà, rispetto di sé e degli altri, giustizia, verità ‘lungi dalla terra spaziosa, verso l’Olimpo…’ [V,33,4] Cosa dunque ti trattiene ancora qui? Se gli oggetti sensibili sono facilmente mutevoli e instabili, i nostri sensi ottusi e facili da ingannare con false impressioni, la nostra animuzza stessa una esalazione proveniente dal sangue: allora ottenere buona fama presso individui siffatti è pura vacuità. [V,33,5] E allora? Attenderai con animo pacificato o il tuo spegnimento o il tuo cambio di dimora. [V,33,6] Ma finché il tempo li tiene in sospeso, cosa ti basta? Cos’altro se non venerare ed elogiare gli dei, far bene riguardo agli uomini, sopportarli quando sono intolleranti e astenerti dall’intolleranza. Quanto poi sta fuori dei limiti di questo pezzetto di carne e del tuo pneuma, ricordati che non è tuo e che non è in tuo esclusivo potere.

 

[V,34,1] Puoi sempre essere sereno, se appunto l’animo tuo può avere libero corso e se appunto puoi concepire ed operare con metodo. [V,34,2] Queste sono le due caratteristiche comuni all’animo della divinità, dell’uomo e di ogni creatura razionale: quella di non poter essere intralciato da un altro e quella di porre il bene in una disposizione e una pratica di vita socievoli, qui facendo esaurire il desiderio.

 

[V,35,1] Se questo atto non è né un mio vizio né una mia attività viziosa e lo Stato non ne è danneggiato, perché litigo riguardo ad esso? Che danno ne ha lo Stato?

 

[V,36,1] Non bisogna lasciarsi genericamente rapire dalla rappresentazione, ma aiutare gli altri secondo possibilità e secondo il valore della faccenda e, qualora essi siano menomati in cose che non sono né bene né male, non immaginarlo un danno, giacché questa è una cattiva abitudine. [V,36,2] Ma, come nel caso di quel vecchio che, andandosene via, richiedeva la trottola del suo pupillo, pur ricordando che era solo una trottola, così anche qui circa i paletti... [V,36,3] O uomo, hai dimenticato di cosa si trattava? ‘Sì, ma per costoro sono cose altamente desiderabili’. E per questo anche tu devi diventare stupido?

 

[V,37,1] Un tempo io fui, ovunque mi ritrovassi, un uomo baciato dalla buona sorte. Ma ha buona sorte chi assegna a se stesso una sorte buona; e una sorte buona sono buoni rivolgimenti dell’animo, buoni impulsi, buone azioni.

 

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[V,1] Il silenzioso colloquio con se stesso di un essere umano nel quale si fronteggiano due principi in contrasto: uno, che lo spinge a badare unicamente al proprio ‘piacere’; e un altro, che si appella alla ‘realtà’ e cerca giudiziosamente di convincerlo ad assolvere il compito per il quale è al mondo. Alla fine, le ragioni della realtà prevalgono su quelle del piacere ed inizia così una nuova giornata di ordinario lavoro. Questa interpretazione, comunemente proposta per la comprensione del frammento, è la sola possibile? Le cose stanno davvero così?
Chi è intimamente convinto dell’utilità e della bontà del lavoro che gli tocca fare, come una madre la quale non si lamenta mai di dover vegliare o di doversi svegliare a qualunque ora della notte per allattare al seno il suo bimbo appena nato, vivrebbe l’intimo contrasto che qui ci è testimoniato? La risposta certa ed univoca è: no! La natura delle cose, infatti, vieta inviolabilmente di ritenere una cosa giusta e di farne un’altra, di vedere un bene e di non desiderarlo, di vedere un male e di non fuggirlo.
Se dunque Marco Aurelio è drammaticamente riluttante ad iniziare la sua giornata di ordinario lavoro è perché in realtà giudica che si tratti di un’ennesima giornata di ordinaria follia, la cui unica giustificazione risiederebbe nel fare, da imperatore, ‘azioni socievoli’ e volte al ‘bene comune’.
Qual è, invece, la menzogna del ‘bene comune’? Qual è la menzogna insita necessariamente nel ‘potere’ e nelle ‘istituzioni’, che Marco Aurelio incarna e qui ci testimonia?

Basterà, al riguardo, ricordare le definitive parole di Giacomo Leopardi nella ‘Palinodia al Marchese Gino Capponi’ (v. 197-207):

.......................... Ma novo e quasi

divin consiglio ritrovar gli eccelsi

spirti del secol mio: che, non potendo

felice in terra far persona alcuna,

l’uomo obbliando, a ricercar si diero

una comun felicitade; e quella

trovata agevolmente, essi di molti

tristi e miseri tutti, un popol fanno

lieto e felice: e tal portento, ancora

da pamphlets, da riviste e da gazzette

non dichiarato, il civil gregge ammira.
Dunque, la menzogna del ‘potere’ e delle ‘istituzioni’ è né più né meno la menzogna della controdiairesi, laddove essa proclama in suo esclusivo potere ciò che invece, per inviolabile natura delle cose, non è in suo esclusivo potere; e dunque laddove il potere e l’istituzione propongono se stessi come portatori di bene comune, di libertà e di felicità per il genere umano. La proairesi di Marco Aurelio, quando e in quanto stoicamente orientata, non può che ribellarsi continuamente all’uso della controdiairesi alla quale si costringe accettando di sedere sul trono di un grande impero, e pertanto vive la maggior parte del suo tempo in drammatica contraddizione con se stessa.

 

[V,2] La proairesi è per natura capace, ed è fatta per avere il dominio delle rappresentazioni, non per esserne dominata.

 

[V,3] Conoscere la natura delle cose significa saperne riconoscere la essenziale bipartizione e la sua inviolabilità: dunque praticare la diairesi, giudicandoci degni di dire e fare tutto ciò che è in accordo con essa. E quando tu, vagliato che una cosa è da fare, la faccia; non fuggire mai dall'essere visto effettuarla anche se il gregge che hai intorno concepirà qualcosa di diverso al riguardo. Giacché se non operi rettamente, fuggi l'opera stessa. Se operi rettamente, perché hai paura di coloro che censureranno non rettamente?

 

[V,4] È noto che nella cosmologia stoica il fuoco è il principio generativo, origine e fine degli altri tre elementi (aria, acqua, terra) che da esso si generano e che in esso sono destinati a riconfluire nella conflagrazione finale che segna la fine di un ciclo cosmico e l’inizio di uno nuovo.
Ed è altrettanto noto che il principale rito funebre del tempo era la cremazione. Grazie ad essa Marco Aurelio, con intensa commozione, descrive qui i primi passi del suo ritorno al fuoco primordiale.

 

[V,5] Un uomo corre più velocemente di un altro. Diremo che il primo è un uomo e che il secondo non lo è? L’uomo è definito dalla capacità della sua proairesi di atteggiarsi diaireticamente o controdiaireticamente e non dalla velocità della sua corsa o dalla brillantezza del suo intelletto; velocità o brillantezza che, come il colore degli occhi o l’altezza, non sono proairetiche ma legate a fattori esterni ed aproairetici.
Chi prende atto del suo scarso acume, se davvero è così, come prenderebbe atto di correre meno velocemente di un altro e non si affligge quando riconosce che altri sono più veloci di lui o hanno un intelletto più brillante del suo, mostra di usare la diairesi, di saper mantenere la propria proairesi libera, infinita, inasservibile, insubordinabile e dunque felice.
Chi invece si affligge del suo scarso acume, come Marco Aurelio qui confessa apertamente di se stesso, lo fa perché vuole che sia in suo esclusivo potere una brillantezza di intelletto che non è in suo esclusivo potere avere. Egli tradisce così, da imperatore e non da stoico, la sua quotidiana pratica della controdiairesi, che rende la sua proairesi serva, preda di giudizi scorretti, che lo fa vivere in contraddizione con se stesso. Ulteriore esempio di come, se non ci si corregge, si possa sedere su un trono imperiale, fraintendere il proprio ruolo ed essere schiavi e infelici.

 

[V,6] Quando si identifica con lo stoico che è in lui, Marco Aurelio dice: “Se è vero che bene e male sono entità proairetiche, giudizi della proairesi, allora virtù e vizio, premio e punizione sono insiti nelle nostre deliberazioni e nelle conseguenti azioni che compiamo, e non vanno attesi come contraccambio dall’esterno”. Ma subito l’imperatore che è in lui risponde: “Voglio che le deliberazioni che quotidianamente prendo siano riconosciute come beni, e il mio virtuoso operato al servizio della comunità sia lodato”. Come se non bastasse, Giulio Capitolino riferisce che Marco Aurelio era sempre preoccupatissimo della propria reputazione e che chiedeva continuamente ai suoi collaboratori cosa si dicesse in giro di lui, giustificandosi col desiderio di emendare i propri difetti laddove riconoscesse fondate alcune critiche.

 

[V,7] Come si deve auspicare?
È impossibile dire da dove Marco Aurelio abbia preso il testo qui riferito.

 

[V,8] Tutto ciò che non è in nostro esclusivo potere, ossia tutto ciò che è aproairetico, va riconosciuto e trattato come tale grazie all’uso sistematico della diairesi.
La malattia, la perdita di un figlio, la morte sono entità aproairetiche. E come vanno trattate? Come le lettere dell’alfabeto di una lingua che non siamo stati noi ad inventare ma che impariamo stando al mondo. Scriviamo forse la parola “Dione” a casaccio, secondo l’impulso del momento? No, ma impariamo a disporre le lettere affinché sia scritta come si deve. Cosa facciamo con le note musicali? Allo stesso modo. Cosa facciamo, in generale, laddove è in gioco un'arte od una scienza? Altrimenti, di nessun valore sarebbe l'avere scienza di qualcosa, se ciò si acconciasse alle decisioni di ciascuno. Qui dunque, soltanto su quanto è massimo e sommamente dominante, sulla libertà e sulla felicità, ci è stato accordato di volere come capita? Nient'affatto! Ma educarsi a diairesizzare è appunto questo imparare a disporre ciascuna cosa così come accade. E come accade? Come da sempre la costituisce quell’insieme di tutte le cause che si può chiamare natura o necessità o destino o Zeus. Ed esso costituì che vi fossero estate ed inverno, profusione e penuria, virtù e vizio, diairesi e controdiairesi, e tutte le opposizioni siffatte per l'armonia dell'intero e che ognuno di noi, imparandone la lingua, potesse scrivere correttamente, se così dispone, la parola “Felicità”.
Asclepio è il dio greco della medicina, figlio di Apollo e di Coronide, che il mito vuole sia stato ucciso da Zeus con un fulmine perché aveva resuscitato dalla morte alcuni uomini.

 

[V,9] La filosofia stoica è la sola filosofia esistente la cui essenza non sia normativa. Come una buona madre, essa non ci insegna a riconoscere altro che ciò che ineluttabilmente dispone la nostra natura di uomini, ed educa alla diairesi quella sola facoltà che in noi è comprensione e scienza di noi stessi e delle cose che accadono, ossia la proairesi.

 

[V,10] Di fronte all’enigmaticità della realtà, alla pochezza e caducità di tutti gli oggetti materiali, ai violenti contrasti e alle guerre mortali che gli uomini conducono gli uni contro gli altri, alla volubilità delle loro idee e al sudiciume dei loro costumi, la maggioranza dei filosofi ha decretato la incomprensibilità del tutto e le ideologie hanno fatto bancarotta.
Gli unici a non spaventarsi di questa situazione e ad avere trovato la chiave per capire la realtà e partorire la libertà in questo mondo sono stati, e sono ancora oggi, gli stoici. Essi si sono chiesti se, in tale flusso e in tali tenebre, tutto ciò che esiste sia in nostro esclusivo potere, oppure nulla di ciò che esiste sia in nostro esclusivo potere, oppure se di ciò che esiste alcune cose siano in nostro esclusivo potere ed altre non lo siano. Gli Stoici hanno così potuto dimostrare definitivamente che delle cose che sono, alcune sono in nostro esclusivo potere mentre altre non sono in nostro esclusivo potere. In nostro esclusivo potere sono, ad esempio, giudizi, valutazioni, progetti, desideri, impulsi ed hanno chiamato queste entità ‘proairetiche’. Non sono invece in nostro esclusivo potere cose come il corpo, il denaro, la reputazione, il lavoro, che vanno definite entità ‘aproairetiche’. Ed hanno altrettanto definitivamente dimostrato che questa è sempre stata, è, e sempre sarà la ‘natura delle cose’, la quale è universalmente valida, invariante e inviolabile.
Se la diairesi è il giudizio che ci fa capaci di distinguere in qualunque circostanza quanto è in nostro esclusivo potere e quanto invece non lo è, allora l’uomo conosce il segreto per trovare il giusto comportamento in ogni situazione, giacché non ci potrà avvenire nulla che non sia in armonia con la natura, ed è in esclusivo potere della nostra proairesi fare sì che noi non facciamo nulla che sia in contrasto con la natura delle cose.

 

[V,11] È la proairesi o egemonico la parte costitutiva capace di comandare all’animo. E, a seconda dei giudizi retti o scorretti presenti nella proairesi, del suo atteggiarsi diaireticamente o controdiaireticamente, l’animo dell’uomo sarà libero dalle passioni o preda delle passioni, sarà quello di un sapiente o quello di un insipiente.

 

[V,12] Anche quella contenuta in questo frammento è una preziosa testimonianza del fatto che da migliaia di anni si chiamano comunemente ‘beni’ gli oggetti esterni ed aproairetici, invece di riservare il temine, com’è corretto fare, esclusivamente alla virtù e alle sue opere, ossia alla proairesi atteggiata diaireticamente.
La constatazione che per le turbe umane ‘beni’ e ‘mali’ sono oggetti esterni e aproairetici non sposta di una virgola la verità che felicità e infelicità non sono qualità di ciò che è aproairetico e che ‘beni’ e ‘mali’ sono per invariante, eterna, inviolabile natura delle cose entità proairetiche. Questo null’altro segnala che la assenza di contatto delle turbe, se mai contatto vi fu, dalla natura delle cose, la quale comunque rimane quella che fu, è, e sarà sempre, senza che spetti ad essa di darsi la minima cura di dove gli uomini cacano o non cacano.
Il frammento poetico citato è tratto da una commedia di Menandro.

 

[V,13] La componente causale è la proairesi o egemonico, la componente materiale è rappresentata dagli elementi naturali (aria o pneuma, acqua, terra e fuoco) che compongono l’uomo.
Bisogna stare in guardia dal compiere l’errore di intendere la componente causale, la proairesi, come ‘res cogitans’ e la componente materiale come ‘res extensa’, secondo un dualismo che ha avuto ed ha ancora grande successo di massa, ma che è del tutto infondato (come dimostra a iosa la moderna neurobiologia molecolare) e completamente alieno allo stoicismo antico e, almeno in gran parte, a Marco Aurelio. Componente causale e componente materiale sono come il magnete con i suoi due poli, sono entrambe ‘corpo’, Materia Immortale dalle cui trasformazioni eternamente nasce, muore e rinasce tutto l’esistente.

 

[V,14] Siccome quanto articola le altre conoscenze è la logica ed essa non può né essere né rimanere disarticolata, da che cosa sarà articolata? E' manifesto che lo sarà o da se stessa o da qualcos’altro. Questo o è una seconda logica o qualcos'altro migliore della logica, il che però è impossibile. Se, pertanto, è una seconda logica chi, di nuovo, articolerà questa? Giacché se questa si autoarticola, anche la prima lo può. Se, infatti, ci fosse bisogno di una seconda logica, ci sarebbe poi bisogno di una terza a poi di una quarta logica, e il processo diventerebbe infinito. La ragione, pertanto, è la sola facoltà umana autoteoretica in quanto la logica, muovendosi con metodi e principi che le consentono di distinguere formalmente i ragionamenti corretti da quelli scorretti, è autonoma dalla materia alla quale è applicata.

 

[V,15] Le turbe considerano che la ricchezza di denaro, i colpi di fortuna che portano lusso e fama oppure, al contrario, la povertà di denaro e la malattia, siano un bene o un male. Se fosse vero che gli oggetti esterni ed aproairetici sono bene o male, tutti gli uomini dovrebbero concordare nel ritenere bene e male le stesse cose, così come concordano nel ritenere luminoso il sole e che i cani abbaiano. Essendo invece gli uomini in continuo e feroce contrasto tra di loro riguardo a ciò che considerano bene o male, è impossibile sostenere che bene e male siano qualità oggettive di ciò che è esterno e aproairetico.
Se è così, ciò che spetta all’uomo in quanto uomo, ciò che ne definisce la natura, va ricercato non fuori dell’uomo ma dentro l’uomo stesso. E si può trovare? Sì. E dov’è? Nella proairesi. Infatti, è dimostrato che spettano all’uomo in quanto uomo unicamente i suoi giudizi su di sé e su ciò che è aproairetico. Soltanto questi giudizi, che sono proairetici, opera della sua proairesi, possono a buon diritto essere considerati propri dell’uomo in quanto uomo e sono soltanto essi ad essere il suo bene o il suo male.

 

[V,16] Si può, si deve ed è inevitabile che l’uomo abbia a che fare con le cose esterne e aproairetiche. Ma quando egli si dà da fare intorno ad esse senza riserva, come se fossero in suo esclusivo potere mentre invece, per inviolabile natura delle cose, esse non lo sono; ecco che l’uomo perde se stesso.
Chi, dunque, può affermare che essendoci dato di vivere a corte ci è anche dato, per ciò stesso e senza ulteriori precisazioni, di vivere bene a corte; tacendo il fatto che non si può vivere laddove e quando c’è troppo fumo e dunque che vivere bene a corte può anche essere impossibile?
La creatura razionale ha come fine cardinale quello di mantenere la propria proairesi in accordo con la natura delle cose. Chi dunque può affermare, senza ulteriori distinzioni, che la creatura razionale è nata per la vita in società e per operare il bene comune, se non chi vede il bene principalmente fuori di sé, nel dominio di ciò che è esterno e aproairetico?
Certamente le creature razionali hanno facoltà che altre creature non hanno. Ma chi può ritenersi superiore a tutti gli altri esseri quando anche i lupi, nel loro linguaggio, ringraziano certamente la prònoia di avere fatto gli uomini così stupidi da massacrarsi l’un l’altro a milioni per offrire loro, in questo modo, dei lauti banchetti?
Se il frammento è anche soltanto parzialmente autobiografico, è difficile sfuggire alla sensazione che Marco Aurelio lo sprema dalla falsa coscienza di un insipiente che ha il problema di giustificare ex-post le proprie scelte di vita, e che la sua autocritica sia rappresentata, né più né meno, dalle parole del frammento immediatamente successivo.

 

[V,17] Il fine cardinale della vita degli insipienti è quello di far volare gli asini e di cavare sangue dalle rape.

 

[V,18] Come mai la controdiairesi è una pratica di massa? È certamente difficile convincere qualcuno ad abbracciare la saggezza quando il suo guadagnarsi da mangiare dipende dal rimanere insipiente. La saggezza, pertanto, sarà sempre merce rarissima dovunque e finché la stabilità di un lavoro o di un incarico a corte, è fatto strettamente dipendere dalla stabilità della propria ignoranza della natura delle cose e della propria piaggeria.

 

[V,19] Dei nostri giudizi è padrona la proairesi, non le cose esterne ed aproairetiche.

 

[V,20] I giudizi, così come i desideri, gli impulsi, gli assensi della mia proairesi sono entità proairetiche. Anche i giudizi della proairesi di un altro uomo sono entità proairetiche. Proairetiche per lui, ma per me sono entità aproairetiche tanto quanto lo sono i miei giudizi per lui, giacché la natura delle cose vieta inviolabilmente che qualcuno sia padrone della proairesi di un altro. Questo significa anche che nessuna proairesi può essere intralciata o danneggiata da un’altra proairesi e tanto meno da ciò che è esterno e aproairetico.
Ora: quando vi è bisogno della collaborazione di qualcosa di esterno ed aproairetico per la realizzazione pratica di un’entità proairetica, questa realizzazione pratica è proairetica o aproairetica?
Sentiamo la risposta di Epitteto: “E dunque se mentre io desidero camminare, un altro me lo impedirà? -Cosa impedirà di te? Forse il desiderio?- No, ma il corpo. E però io non cammino più. -E chi ti ha mai detto che camminare è opera tua non soggetta ad impedimenti? Giacché io dicevo non soggetto ad impedimenti, ossia proairetico, soltanto il desiderio. Dove invece c'è bisogno del corpo e della sua cooperazione, sai bene da tempo che nulla è tuo”.
Così come un altro uomo è per me un oggetto esterno e aproairetico, anche la realizzazione di un progetto proairetico è qualcosa di aproairetico, in quanto non è in mio esclusivo potere. La retta proairesi, pertanto, è retta in quanto tiene conto della natura delle cose e subordina sempre i propri comandi ad una clausola di riserva, laddove per la loro realizzazione ci sia bisogno della collaborazione di qualcosa di aproairetico come il corpo.

 

[V,21] Delle quattro cause basilari operanti nel cosmo, quella cui Marco Aurelio qui allude più direttamente è la Prònoia, cui la Proairesi umana è omogenea, in quanto espressione entrambe del medesimo ‘logos’, e della quale è come un’immagine.

 

[V,22] Morte, malattia, disastri naturali sono eventi del tutto fisiologici per quella città che è il cosmo e non lo danneggiano affatto, ma rappresentano semplici momenti delle sue incessanti trasformazioni. Perché dunque la proairesi dell’uomo dovrebbe giudicarli come mali dai quali ritenersi danneggiata?
Se il cosmo è indenne da qualunque danneggiamento, la proairesi dell’uomo può invece danneggiare se stessa, qualora trascuri di attenersi alla natura delle cose e di rispettarla attraverso l’uso della diairesi.

 

[V,23] Il movimento incausato, perpetuo, inarrestabile della Materia immortale che tutto trasforma in rapidissima sequenza.

 

[V,24] L’uomo è piccolissima parte della sostanza del cosmo e un istante appena della sua immortalità; ma egli, grazie alla proairesi, ha un ruolo decisivo nel proprio destino.

 

[V,25] Se un altro agisce per offendere me, quella disposizione offensiva è proairetica o aproairetica? Ovviamente essa è aproairetica per me e proairetica per l’altro. Se è per me aproairetica, secondo saggezza io non devo vedere in essa né un bene né un male per me. Bene e male rimangono affare dell’altro, in quanto quella disposizione a offendere è propria della sua proairesi, non della mia.
C’è qualcosa di proairetico, di mio proprio, in questa situazione? Certamente. La mia proairesi entra in gioco nel giudizio che ho della disposizione della proairesi e delle azioni dell’altro. E qui la mia proairesi può assumere due diversi atteggiamenti. Se prende l’atteggiamento diairetico non mi sentirò offeso e cercherò anzi di far capire all’altro l’aberrazione che sta commettendo contro se stesso. Se invece prende l’atteggiamento controdiairetico mi sentirò offeso e quindi reagirò all’offesa con l’offesa.
Vi è una operazione matematica che è aberrante: quella di dividere per zero. Ecco, in molti casi l’uso della controdiairesi può essere paragonato all’esecuzione dell’operazione suddetta.

 

[V,26] Le sensazioni fisiche che l’uomo prova (il dolce e l’amaro, il caldo e il freddo, il piacere sessuale, il dolore fisico) sorgono indipendentemente dalla nostra proairesi e sono, dunque, entità aproairetiche. Proairetico è invece il giudizio che la nostra proairesi dà di esse quando ne sia stata raggiunta, non in quanto piacevoli o dolorose ma in quanto bene o male.
Siccome bene e male sono per natura delle cose unicamente giudizi della nostra proairesi, la proairesi che si atteggia controdiaireticamente giudica le sensazioni fisiche essere bene o male, mentre la retta proairesi che si atteggia diaireticamente le riconoscerà ugualmente piacevoli o dolorose ma le giudicherà essere né bene né male.

 

[V,27] Il demone che ci portiamo dentro e che è capace di farci convivere con gli dei, è la nostra proairesi.

 

[V,28] Ecco la diairesi all’opera.
Al contrario, due personaggi emblematici che non mettono mai in opera la diairesi bensì si ostinano sistematicamente a dividere per zero quello che loro capita, sono quelli indicati da Marco Aurelio nell’ultimo paragrafo: i protagonisti delle tragedie e chi prostituisce il proprio corpo, simboli entrambi della proairesi che prostituisce se stessa attraverso l’uso della controdiairesi.

 

[V,29] Queste sono le parole di Epitteto: “Uno ha fatto fumo nella stanza? Se il fumo è in quantità moderata, rimarrò; se è troppo, esco. Giacché si deve ricordare e tenere ben fermo che la porta è sempre aperta. Mi si ordina: ‘Non abitare a Nicopoli’. Non ci abito. ‘Neppure ad Atene’. Non abito ad Atene. ‘Neppure a Roma’. Non abito a Roma. ‘Abita a Giaro!’ Ci abito. Ma abitare a Giaro mi appare come abitare dove c’è troppo fumo. Mi ritiro laddove nessuno mi impedirà di abitare, giacché quella dimora è aperta a tutti”.
In questo frammento Marco Aurelio riprende esattamente il tema di un frammento precedente ma, questa volta, in accordo con la prospettiva correttamente stoica secondo la quale il fine cardinale della proairesi è quello di mantenere se stessa in armonia con la natura delle cose: libera, infinita, inasservibile, insubordinabile; e per cui il saggio, pertanto, per vivere può scegliere di morire. Paradosso soltanto apparente, ed eterno scandalo per le turbe insipienti e stolte che hanno paura di morire perché hanno paura di vivere e che vivono la morte credendo di vivere la vita.

 

[V,30] Ovviamente non tutti gli esseri viventi si prestavano ad essere inseriti con facilità nel finalismo e nell’antropocentrismo di tradizione stoica. Ma l’acutezza di Crisippo, che echeggia nello sguardo di Marco Aurelio quando si incanta a guardare il cosmo, trovò sempre una via d’uscita: leoni, orsi, leopardi, cinghiali esistono per allenare i germi di coraggio presenti nell’uomo; i denti velenosi dei serpenti per fornire medicamenti; i topi ci abituano a stare attenti nel riporre le provviste di cibo; le cimici provvedono a che non dormiamo troppo e il pavone è stato generato in ragione della sua coda, perché noi possiamo ammirare lo splendore della sua coda.
Anche i Parti, i Quadi e i Marcomanni dovevano essere stati creati dalla prònoia per qualcosa su cui però Marco Aurelio preferisce non soffermarsi.

 

[V,31] Il frammento può certo sembrare il bilancio di una vita. Ma può anche essere inteso come l’invito ad un continuo riesame dello stato della propria proairesi e ad individuare e correggere l’eventuale ‘anomalia’ rappresentata da quell’atteggiamento della proairesi contrario alla natura delle cose che si chiama controdiairesi, ed a rallegrarsi di avere saputo usare la diairesi in tante occasioni.
Il verso citato è tratto dall’Odissea, libro IV°. Sono parole che Omero fa pronunciare a Penelope in riferimento ad Odisseo, quando Mentore sta per avvertirla che i Proci tramano un agguato mortale contro Telemaco.

 

[V,32] Queste sono le parole di Epitteto sulle quali Marco Aurelio sembra riflettere: “Perché dunque quelli sono più potenti di voi? Perché quelli enunciano i loro schifosi discorsi da giudizi, mentre voi proferite i vostri raffinati discorsi dalle labbra. Per questo essi sono atoni e cadaverici; ed è possibile che a chi ascolta le vostre esortazioni e sente parlare di quella disgraziata virtù della quale blaterate su e giù, venga il ribrezzo. Così le persone comuni vi vincono: giacché ovunque il giudizio è potente, il giudizio è invincibile. […] Finché avrete le concezioni di cera, statevene dunque da qualche parte lontano dal sole”.
Si può avere arte e scienza soltanto di due cose: di ciò che è proairetico e di ciò che è aproairetico.
Proairetiche sono unicamente la proairesi e le opere della proairesi: desideri e avversioni, impulsi e repulsioni, assensi e dissensi, giudizi, progetti, concezioni. Insomma quell’unico gruppo di cose che è in esclusivo potere dell’uomo e che può diventare virtù, libertà, felicità. L’arte e la scienza di questo gruppo di cose si chiama scienza della felicità o Cultura. Sui poveri stracci che la Cultura sventola sta scritta la inviolabilità della natura delle cose, ossia l’ordine cosmico legato al governo del logos e l’ordine interiore, legato al governo della diairesi, che regna nella proairesi dell’uomo.
Ciò che è aproairetico si frammenta invece in miriadi di competenze diverse, giacché miriadi sono gli oggetti e i gruppi di oggetti esterni e aproairetici dei quali l’uomo può avere arte e scienza. L’arte e la scienza di tutto ciò che è aproairetico si chiama Pseudocultura. Essa ha come unico scopo il dominio dell’uomo su tutto ciò che è esterno e aproairetico (altri uomini compresi), obiettivo che essa persegue celandosi in vario modo dietro i veli di Maia rappresentati da ‘politica’, da ‘religione’, da ‘economia’, da ‘scienza’ e così via. Ma un simile scopo, come qualunque altro scopo, è e non può che essere proairetico, e dunque la Pseudocultura si adagia e coincide necessariamente, per inviolabile natura delle cose, con quell’atteggiamento della proairesi che va sotto il nome di controdiairesi. Sulle bandiere della Pseudocultura si proclama non essere in esclusivo potere dell’uomo ciò che invece è in suo esclusivo potere (ossia la virtù, la libertà, la felicità) ed essere in esclusivo potere dell’uomo ciò che invece non è in suo esclusivo potere (ossia tutto ciò che è esterno e aproairetico).
Coloro che in questo frammento Marco Aurelio chiama animi imperiti e incolti -e s’intende che sono turbe immense- sono imperiti e incolti di diairesi ma sono peritissimi e coltissimi di controdiairesi. E siccome la forza delle persone sta nella saldezza dei loro giudizi, davanti alla Pseudocultura di gente con una controdiairesi d'acciaio non c’è scampo per la presunta Cultura di filosofi con una diairesi di cera.

 

[V,33] Lavorare per ottenere riconoscimenti e fama da una turba di individui viziosi, disonesti, turpi, che praticano sistematicamente la controdiairesi? Oltre che contraddittorio non sarebbe neppure un affare, perché il guadagno non coprirebbe le spese. Se gli esseri umani hanno scelto per se stessi questa misera sorte, è vizioso anche imprecare o scandalizzarsene. Bisogna lasciarli al loro destino badando, giacché questo è in nostro esclusivo potere, ad astenerci dal desiderare o avversare ciò che non è in nostro esclusivo potere, ossia essere temperanti; ed a sopportare l’intemperanza altrui giacché da essa, per inviolabile natura delle cose, in ogni caso non può venirci alcun male.
Il verso citato è tratto da “Le Opere e i Giorni” di Esiodo. Esiodo lo riferisce, esattamente come Marco Aurelio, al Rispetto di sé e degli altri e alla Nemesi che abbandonano gli esseri umani dell’odierna età del ferro al misero destino che essi hanno forgiato per sé.

 

[V,34] La felicità è cosa proairetica, è il giudizio di essere felici. A disporlo in modo inviolabile e invariante per tutti gli uomini è la natura delle cose, la quale dispone anche in modo altrettanto inviolabile e invariante che è il logos o Prònoia a stabilire le leggi cui ubbidisce tutto ciò che è aproairetico.
Mentre la Prònoia non si mette mai in armi contro la Proairesi, la Proairesi dell’uomo, atteggiandosi controdiaireticamente, può mettersi in armi contro la Prònoia. Ma siccome la proairesi umana è parte del cosmo e non può violarne le leggi, la sua ribellione è destinata a quella sconfitta che prende appunto il nome di ‘infelicità’.
Due sono dunque le caratteristiche principali della Prònoia e della Proairesi: entrambe non possono essere intralciate altro che da se stesse, per entrambe il bene consiste nel rispetto della natura delle cose.

 

[V,35] I retti giudizi sono i giudizi della proairesi che pratica la diairesi. Essi non portano danno.

 

[V,36] Ubbidire alla natura delle cose è un conto, ma l’ubbidienza o la disubbidienza ad un’autorità qualunque diversa dalla natura delle cose non deve essere pronta, cieca e assoluta, bensì commisurata alle proprie capacità e al valore di quel che è richiesto. Allo stesso modo l’aiuto che altri richiedono non va concesso o negato sempre, comunque e a tutti i costi, ma commisurato anch’esso ai dati delle situazioni concrete, che sono sempre diverse una dall’altra. Se infatti si ubbidisce o disubbidisce a qualcuno oppure si aiuta o non si aiuta qualcuno lasciandosi semplicemente rapire dalla rappresentazione che ‘ubbidire’ e ‘aiutare’ sono ‘bene’ o sono ‘male’ noi stiamo ponendo il bene e il male fuori di noi stessi, stiamo subordinando il proairetico all’aproairetico, stiamo operando viziosamente.

 

[V,37] La buona sorte è cosa aproairetica, la felicità è cosa proairetica.

 

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LIBRO VI

 

[VI,1,1] La sostanza del cosmo è obbediente e duttile. La ragione che la governa non ha in sé causa alcuna di malfare, giacché non ha vizio, non fa nulla male e nulla è da lei danneggiato. [VI,1,2] Tutto nasce e si realizza in armonia con quella ragione.

 

[VI,2,1] Se operi quanto è confacente, non fare differenza se lo operi soffrendo il freddo o al calduccio, cascando dal sonno o dopo avere sufficientemente dormito, mentre senti che si sparla di te o che ti si elogia, morendo o facendo qualcos'altro. [VI,2,2] Anche morire, infatti, è una delle azioni della vita: dunque basta fare buon uso del presente anche per questa.

 

[VI,3,1] Guarda dentro: né la qualità peculiare né il valore di una cosa qualunque sorpassino quelle che hai tu.

 

[VI,4,1] Tutti gli oggetti si trasformeranno molto in fretta e, o svaporeranno, se davvero la sostanza è una sola, oppure saranno dispersi.

 

[VI,5,1] La ragione che governa sa come si diporta, cosa fa e su quale materiale.

 

[VI,6,1] Il miglior modo in assoluto di difendersi da un nemico è quello di non rassomigliargli.

 

[VI,7,1] Di una sola cosa deliziati ed in una sola trova conforto: passare da un’azione socievole ad un’altra socievole, memore della divinità.

 

[VI,8,1] È l’egemonico quello che desta se stesso e volge e fa di sé quello che dispone di essere; e che inoltre fa apparire a se stesso tutto ciò che avviene quello che egli stesso dispone.

 

[VI,9,1] Ogni cosa si realizza in armonia con la natura del tutto, non secondo una qualche altra natura che la circondi dal di fuori o che sia inclusa al suo interno o esista sconnessa fuori di essa.

 

[VI,10,1] O guazzabuglio, groviglio e dispersione oppure unione, ordine e prònoia. [VI,10,2] Se è vera la prima ipotesi, perché smanio ancora di intrattenermi oltre in un’accozzaglia fortuita e in un garbuglio del genere? [VI,10,3] Che m’importa d’altro se non del modo in cui continuare a vivere? [VI,10,4] E perché sconcertarmi? La dispersione, infatti, giungerà anche per me qualunque cosa io faccia. [VI,10,5] Ma se è vera la seconda ipotesi, io venero, sono ben stabile ed ho confidenza in chi governa.

 

[VI,11,1] Qualora tu sia costretto dalle circostanze ad essere come gettato nello sconcerto, rientra in fretta in te stesso e non uscir di ritmo al di là del necessario. Sarai, infatti, molto più padrone dell’armonia con te stesso col rivenire continuamente ad essa.

 

[VI,12,1] Se tu avessi sia una matrigna che una madre, accudiresti la prima ma faresti continuamente ricorso alla seconda. [VI,12,2] Questo sono per te, adesso, la corte imperiale e la filosofia. Qui ritorna spesso e trova conforto in questa, grazie alla quale le vicende della corte ti appaiono sopportabili e tu appari sopportabile in esse.

 

[VI,13,1] Per esempio, davanti alle carni cotte ed altri alimenti del genere accogliere la rappresentazione che: questo è il cadavere di un pesce; questo è il cadavere di un uccello o di un porcello. E, di nuovo, che il vino Falerno è succo d’uva; la toga porporata è pelame di pecora bagnato nel sangue d’una conchiglia. E circa il coito che è lo sfregamento d’un budellino e l’escrezione di moccicaglia accompagnata da un certo spasmo. [VI,13,2] Ora, come queste sono rappresentazioni che vanno al fondo dei fatti e li particolareggiano in modo da farci vedere di cosa davvero si tratta, [VI,13,3] così bisogna fare per la vita intera, e mettere a nudo i fatti proprio laddove li immaginiamo troppo credibili, guardandone dall’alto la bassezza e togliendo loro d’attorno la storia di cui vanno solenni. [VI,13,4] La vanità, infatti, è una terribile sragionatrice e soprattutto quando reputi di applicarti a cose della massima importanza, proprio allora ti ritrovi turlupinato. [VI,13,5] Vedi, ad esempio, cosa dice Cratete dello stesso Senocrate.

 

[VI,14,1] La maggior parte delle cose che la folla delle persone ammira si possono ricondurre, in genere, ad oggetti tenuti insieme da uno stato fisico, come pietre e legno; oppure dalla natura, come fichi, viti, olivi. Quelle che suscitano l’ammirazione delle persone di poco meno mediocri sono entità tenute insieme da un animo, come greggi e mandrie. Quelle che suscitano l’ammirazione delle persone ancora più raffinate sono entità tenute insieme da un animo razionale, ma non in quanto razionale bensì in quanto animo capace d’arte o altrimenti di qualche altra abilità pratica, o meramente dell’acquisizione di uno stuolo di schiavi. [VI,14,2] Chi, invece, ha in onore l’animo razionale e politico, non si impensierisce più di nessun’altra cosa ma, al di sopra di tutto, preserva il proprio animo in quello stato e moto razionale e socievole e coopera a questo con chi gli è omogeneo.

 

[VI,15,1] Alcuni esseri han fretta di nascere, altri di sparire, e di ciò che è appena nato già qualcosa si è estinto. Flussi e cambiamenti rinnovano senza interruzione il cosmo, così come l’incessante corso del tempo rende sempre giovane l’eternità infinita. [VI,15,2] In questa fiumana non è dato di trovare a quale degli esseri che ci scorrono accanto uno potrebbe dare un valore supremo. È come se uno cominciasse ad amare uno dei passerotti che gli frullano accanto, ed ecco che quello è già sparito di vista. [VI,15,3] Anche la vita di ciascuno di noi è qualcosa come l’esalazione proveniente dal sangue e la respirazione dell’aria. [VI,15,4] Giacché quale è un singolo atto d’aspirazione e d’espirazione dell’aria, cosa che facciamo ogni momento; tale è anche il restituire l’intera facoltà respiratoria, che ieri o l’altro ieri hai acquisito col parto, là donde dapprima l’hai cavata.

 

[VI,16,1] Onorevole per l’uomo non è traspirare come fanno i vegetali, né respirare come fa il bestiame e fanno le belve, né il modellarsi a seconda delle rappresentazioni, né il muoversi come una marionetta a seconda degli impulsi, né lo stare in branco, né il nutrirsi: tutte queste operazioni, infatti, sono eguali a quella di defecare. [VI,16,2] Cos’è, dunque, onorevole? Essere applaudito? No. [VI,16,3] Dunque, neppure essere applaudito dalle lingue; giacché gli elogi dei più non sono altro che un applauso di lingue. [VI,16,4] Bene, hai tralasciato la gloria. Che cosa, allora, rimane onorevole? Reputo che sia il muoversi e l’arrestarsi in armonia con la nostra propria struttura di uomini, che è il risultato al quale conducono anche gli studi e le arti. [VI,16,5] Questo, infatti, ha di mira ogni arte: che la struttura risulti idonea all’opera per la quale è stata strutturata. Il giardiniere che coltiva con sollecitudine la vite, il domatore di cavalli, l’addestratore di cani vanno in cerca di questo risultato. [VI,16,6] Gli insegnamenti dei pedagoghi e dei maestri a cosa ci affrettano? Qui, dunque, è ciò che è onorevole. [VI,16,7] E una volta che esso stia bene, non cercherai di procacciarti altro. [VI,16,8] Non cesserai di onorare anche molte altre cose? Allora non sarai mai libero, né autosufficiente, né capace di dominare le passioni. [VI,16,9] È infatti necessario invidiare, essere geloso, guardare con sospetto coloro che possono sottrartele, insidiare coloro che posseggono ciò che tu tieni in onore. Insomma è necessario che chi è bisognoso di qualcuna di quelle cose sia lordo e inoltre che biasimi gli immortali per molti motivi. [VI,16,10] Invece il rispetto e l’onore per il tuo proprio intelletto ti farà gradito a te stesso, ben adattabile agli uomini e in sinfonia con gli immortali, ossia capace di lodare quanto essi attribuiscono ed hanno organizzato.

 

[VI,17,1] Su, giù, in circolo, sono i corsi degli elementi naturali. [VI,17,2] Il movimento della virtù non rientra in nessuno di questi ma è qualcosa di più divino ed ha libero corso procedendo per una via difficile da pensare.

 

[VI,18,1] Com’è [ridicolo] quel che fanno [gli insipienti]! Non vogliono elogiare i contemporanei che vivono con loro, mentre danno un grandissimo valore all’essere elogiati dai posteri, gente che essi non hanno mai visto né mai vedranno. [VI,18,2] Il che è vicino all’affliggersi perché anche i tuoi più lontani progenitori non ebbero parole di elogio nei tuoi confronti.

 

[VI,19,1] Se qualcosa è disagevole per te personalmente, non devi concepire che sia impossibile per l’uomo; ma se qualcosa è possibile ed appropriato per l’uomo, legittimalo come accessibile anche a te.

 

[VI,20,1] In palestra qualcuno può graffiarci con le unghie o darci una testata, ma noi non lo segnaliamo né ci offendiamo con lui né lo guardiamo con sospetto che ci trami poscia qualche insidia. Nondimeno stiamo in guardia nei suoi confronti, non come fosse un nemico personale e neppure con sospetto, ma con paziente avversione. [VI,20,2] Facciamo in modo che qualcosa di siffatto avvenga anche nelle altre parti della nostra vita e cerchiamo di infischiarcene di molte azioni dei nostri, per così dire, allenatori. [VI,20,3] Giacché è in nostra potestà evitarli, come dicevo, e farlo senza sospettare e senza averli in odio.

 

[VI,21,1] Se qualcuno è capace di riscontrarmi ed evidenziare che concepisco o faccio qualcosa non rettamente, mi rallegro di allogarmi diversamente. [VI,21,2] Infatti, io vado in cerca della verità, dalla quale nessuno è mai stato danneggiato. Piuttosto, danneggia se stesso chi persiste nel proprio inganno e nella propria ignoranza.

 

[VI,22,1] Io faccio quello che è per me doveroso. Tutto il resto non mi distrae, giacché si tratta di entità o inanimate o irrazionali o che sono andate errando ed ignorano la via.

 

[VI,23,1] In quanto sei una creatura dotata di ragione, usa con grandezza d’animo e con libertà le creature irrazionali e, in generale, faccende e oggetti privi di ragione; ma usa degli uomini con socievolezza, in quanto creature dotate di ragione. [VI,23,2] Invoca in ogni circostanza gli immortali, e non fare differenza su quanto tempo potrai operare così; giacché bastano anche tre ore vissute così.

 

[VI,24,1] Alessandro il Macedone e il suo mulattiere, da morti si ridussero nella stessa condizione, giacché o furono riassunti nelle medesime ragioni seminali del cosmo oppure furono similmente sparpagliati negli atomi.

 

[VI,25,1] Pondera quanti fenomeni, sia somatici sia psichici, contemporaneamente avvengono in ciascuno di noi in un medesimo brevissimo tempo; e così non ti stupirai se molti di più, anzi tutti i fenomeni che avvengono in quella unica totalità che denominiamo cosmo, vengono a sussistenza contemporaneamente.

 

[VI,26,1] Se qualcuno ti propone la domanda: “Come si scrive il nome ‘Antonino’?”; non ti sforzerai di proferire ciascun singolo elemento di quel nome? Non procederai ad elencare pacatamente ciascuna lettera? [VI,26,2] E cosa succede se i tuoi interlocutori si adirano? Ti adirerai a tua volta contro di loro? [VI,26,3] Allo stesso modo ricorda che anche nella vita tutto ciò che è doveroso fare risulta dal complesso di un certo numero di giudizi. Serba gli occhi fissi su questi e realizza con metodo l’obiettivo senza vacillare e senza mostrare a tua volta malcontento verso coloro che si mostrano malcontenti.

 

[VI,27,1] Com’è crudele non concedere agli uomini di impellere verso ciò che appare loro appropriato ed utile! Eppure, in qualche modo tu non consenti loro di fare proprio questo, quando fremi di odio perché aberrano. [VI,27,2] Essi vi sono certamente portati come verso qualcosa di appropriato ed utile per loro. [VI,27,3] “Ma le cose non stanno così!” Dunque insegnalo e mostralo loro senza fremere di odio.

 

[VI,28,1] La morte è requie dalle impressioni dei sensi e dagli impulsi che ti fanno muovere come una marionetta; è chiusura della via d’uscita dell’intelletto e fine degli uffici che rendiamo alla carne.

 

[VI,29,1] In una vita in cui il tuo corpo non capitola, è vergognoso che sia l’animo a capitolare per primo.

 

[VI,30,1] Vedi di non essere ‘cesarificato’, di non esserci immerso; perché succede. [VI,30,2] Serbati dunque schietto, buono, integro, solenne, senza fronzoli, amante della giustizia, devoto, paziente, affettuoso, gagliardo nelle opere cui si confà gagliardia. [VI,30,3] Gareggia per restare l’uomo che la filosofia dispose di fare di te. [VI,30,4] Rispetta gli immortali, salva gli uomini. Breve è la vita. Solo frutto dell’esistenza terrestre sono una disposizione conforme alle leggi divine e azioni socievoli. [VI,30,5] Sempre come discepolo di Antonino: quella sua giusta tensione ad operare in armonia con i dettati della ragione, la regolarità ovunque, la santità, la pace del volto, il blando, il non vanaglorioso, il farsi un punto d'onore del cercare sempre di avere un’apprensione certa delle cose. [VI,30,6] E che egli non avrebbe insomma mai pretermesso una questione se in precedenza non ne avesse avuta una buonissima visione dall’alto e una chiara cognizione; [VI,30,7] come portava pazienza con coloro che lo biasimavano ingiustamente senza, a sua volta, biasimarli; come non aveva mai fretta e non accoglieva le calunnie; [VI,30,8] come era preciso indagatore di caratteri e di azioni. Antonino non era acrimonioso, non era pauroso del minimo rumore, né sospettoso, né sofista. [VI,30,9] Si accontentava di poco quanto ad abitazione, giaciglio, vestiti, cibo, servizio. [VI,30,10] Era laborioso e longanime; e come…[VI,30,11] fino a sera, grazie alla dieta frugale e senza bisogno di defecare che all’ora consueta. [VI,30,12] Ricorda la saldezza e la costanza delle sue amicizie; [VI,30,13] come sopportava coloro che andavano contro i suoi pareri con libertà di parola e si rallegrava se qualcuno ne mostrava uno migliore; [VI,30,14] e com’era devoto senza essere superstizioso. [VI,30,15] Affinché l’ultima ora possa presentarsi a te e trovarti, come lui, con la coscienza pura.

 

[VI,31,1] Torna sobrio, rianimati, e una volta ridestatoti e fattoti il concetto che erano sogni quelli che ti disturbavano, guarda queste realtà come guardavi a quei sogni.

 

[VI,32,1] Sono fatto di corpo e di animo. Per il corpo, tutto è indifferente, giacché esso neppure può metter bocca al riguardo. [VI,32,2] Per l’intelletto, invece, indifferente è tutto ciò che non è operazione sua, mentre quanto lo è, ebbene, questo è in suo esclusivo potere. [VI,32,3] Di queste operazioni, poi, l’intelletto si affaccenda soltanto in quelle presenti, mentre le sue operazioni passate e future sono anch’esse indifferenti.

 

[VI,33,1] Il dolore alla mano o al piede non è contrario alla natura, finché il piede fa il piede e la mano fa la mano. [VI,33,2] Allo stesso modo, pertanto, il dolore fisico non è contrario alla natura per l’uomo in quanto uomo, finché egli fa l’uomo. [VI,33,3] E se dunque non è per lui contrario alla natura, non è per lui neppure un male.

 

[VI,34,1] Che grandi ebbrezze godono rapinatori, cinedi, parricidi e tiranni!

[VI,35,1] Non vedi quanti artefici artigianali si acconciano fino ad un certo punto ai giudizi delle persone comuni e nondimeno si attengono ai principi fondamentali della loro arte e non reggono di distornarsene? [VI,35,2] Non è dunque terribile che l’architetto e il medico rispettino i principi fondamentali della loro arte più di quanto l’uomo rispetti la propria ragione, quel principio fondamentale che egli ha in comune con gli dei?

 

[VI,36,1] L’Asia, l’Europa sono angoli del cosmo; il mare nella sua interezza è una goccia del cosmo; il monte Athos è un pezzettino del cosmo; ogni istante è un attimo dell’eternità: tutto è piccolo, versatile, destinato a scomparire. [VI,36,2] E tutto questo perviene di là, avendo preso impulso da quel comune egemonico del cosmo o per diretta conseguenza. [VI,36,3] Anche le fauci del leone, il veleno, ogni malanno, così come le spine, come la melma, sono consequenzialità di quei buoni e solenni impulsi. [VI,36,4] Tu dunque non immaginare che queste cose siano aliene all’egemonico del cosmo che tu veneri, ma fa calcolo della fonte del tutto.

 

[VI,37,1] Chi vede la realtà di adesso ha visto tutto quanto è successo da sempre fino ad ora e quanto sarà nell’infinito futuro: tutto, infatti, è omogeneo e conforme.

 

[VI,38,1] Pondera spesso circa collegamento di tutte le cose nel cosmo e sulla loro relazione reciproca. [VI,38,2] In qualche modo, infatti, esse sono tutte intrecciate le une alle altre e tutte hanno perciò rapporti di mutua solidarietà. Peraltro questo consegue al movimento tonico, alla cospirazione e all’unione della sostanza.

 

[VI,39,1] Concìliati con le faccende cui sei stato abbinato ed ama gli uomini cui sei stato unito, ma davvero.

 

[VI,40,1] Ogni strumento, attrezzo, suppellettile, sta bene se fa ciò per cui è stato strutturato, anche se chi l’ha costruito è fuori dai piedi. [VI,40,2] Nel caso delle entità che stanno insieme per natura, invece, la forza che le ha strutturate è al loro interno e qui permane: ragion per cui bisogna rispettarla ancora di più e ritenere legittimo che, se tu vivi in duratura armonia col piano della natura, tutto ti va secondo intendimento. [VI,40,3] E così, anche per il cosmo tutto va secondo intendimento.

 

[VI,41,1] Qualunque cosa aproairetica tu ponga per te a fondamento del bene o del male, è del tutto necessario che tu, per il fatto di incappare in quel certo male o di fallire l’ottenimento di quel certo bene, biasimi gli dei ed odi gli uomini che sono la causa vera o presunta che ti ha fatto fallire l’ottenimento del bene o incappare nel male. E noi commettiamo molte ingiustizie a causa dei nostri dissidi al riguardo. [VI,41,2] Se invece noi giudichiamo bene o male unicamente ciò che è in nostro esclusivo potere, non rimane più alcun motivo né per incolpare gli dei né per stare in posizione polemica verso gli uomini.

 

[VI,42,1] Tutti noi cooperiamo ad un unico risultato finale, alcuni con consapevole comprensione, altri inconsapevolmente; proprio nel senso in cui Eraclito, presumo, dice lavoratori e cooperatori degli eventi cosmici anche coloro che stanno dormendo. [VI,42,2] Si coopera chi in modo chi in un altro e, per giunta, coopera anche colui che biasima e prova ad andare contro e a far sparire quel che succede. Il cosmo, infatti, aveva bisogno anche di uno come lui. [VI,42,3] Orbene, cerca di capir bene con quali uomini ti ridisponi, perché il cosmo che tutto governa farà certamente buon uso di te e ti accoglierà in una delle schiere dei suoi cooperatori. [VI,42,4] Tu bada, pertanto, di non fare la parte di quel verso da poco e ridicolo, nel dramma che Crisippo ricorda.

 

[VI,43,1] Il sole sollecita forse di fare lui quel che fa la pioggia? E Asclepio quel che fa Demetra portatrice di frutti? E ogni singolo astro? Entità differenti non cooperano dunque ad un medesimo risultato?

 

[VI,44,1] Se dunque gli dei hanno deliberato riguardo a me ed a quanto deve avvenirmi, hanno deliberato certo bene; in quanto un dio abulico non è facile da pensare e, d’altra parte, per quale motivo avrebbero dovuto gli dei provare l’impulso di maltrattarmi? [VI,44,2] In questo caso, cosa ne promanerebbe per loro e per il cosmo del quale soprattutto si fanno mente? [VI,44,3] Se invece non hanno deliberato riguardo a me in particolare, hanno certamente deliberato riguardo al cosmo, ed io devo accettare di buon grado ed essere contento anche di quel che avviene in conseguenza di quelle deliberazioni. [VI,44,4] Se davvero gli dei non deliberano su nulla, fidarsi di essi non è santità; e allora che non si facciano sacrifici, che non si traggano auspici, non si giuri e non si facciano tutte le altre cose che noi tutte facciamo come se gli dei fossero presenti e con noi conviventi. Se essi non deliberano circa nulla di ciò che ci riguarda, io ho però la potestà di deliberare circa me stesso e di analizzare ciò che mi è utile. [VI,44,5] A ciascun essere è utile ciò che è in armonia con la propria struttura e con la propria natura: e la mia natura è razionale e politica. [VI,44,6] Roma è la mia città e la mia patria in quanto Antonino; il cosmo lo è in quanto uomo. Dunque soltanto ciò che giova a queste due città è bene per me.

 

[VI,45,1] Tutto quanto avviene a ciascuna parte è utile all’insieme. Basterebbe dire questo. [VI,45,2] Ma se ne tieni ben nota, vedrai inoltre che quanto avviene ad un uomo per lo più è utile o a lui o agli altri uomini. [VI,45,3] Il termine ‘utile’ va qui preso nel suo senso più comune, ossia riferito alle cose che non sono né bene né male.

 

[VI,46,1] Come i giochi nell’anfiteatro e in luoghi del genere ti vengono a noia perchè si vedono sempre le stesse cose e la monotonia dello spettacolo produce sazietà, così tu sperimenti questa noia anche per quanto riguarda la vita intera. Infatti, si tratta sempre suppergiù delle stesse cose ad opera delle stesse cause. Fino a quando, dunque?

 

[VI,47,1] Fatti continuamente il concetto di quanti uomini di tutti i tipi, d’ogni genere di occupazioni e d’ogni sorta di popolazioni, sono morti; e poi vieni giù giù fino a Filistione, a Febo e Origanione. [VI,47,2] Passa adesso a considerare altre genti. [VI,47,3] Dovremo davvero trasformarci e finire anche noi là dove sono finiti così valenti oratori, filosofi così solenni come Eraclito, come Pitagora, come Socrate e ancora in precedenza tanti eroi, e poscia tanti generali e tiranni. [VI,47,4] E inoltre Eudosso, Ipparco, Archimede, altri ingegni acuti, disinteressati, laboriosi, e poi furbastri, vantoni, schernitori proprio di questa vita fragile ed effimera, come Menippo e altri come lui. [VI,47,5] Fatti il concetto che tutti costoro da tempo giacciono morti. Che c’è di terribile, in questo, per loro? E per coloro che non hanno neppure un nome? [VI,47,6] Una sola cosa quaggiù sulla terra è molto degna: trascorrere la vita con verità, giustizia e pazienza verso i bugiardi e gli ingiusti.

 

[VI,48,1] Qualora tu disponga di allietarti, pondera i pregi di coloro che convivono con te: per esempio, l’operosità di uno; il rispetto di sé e degli altri di un altro, la liberalità di un altro ancora, ed altro per altri. [VI,48,2] Giacché nulla allieta tanto quanto quei simulacri di virtù, e possibilmente se accadono combinati assieme, che traspaiono nei caratteri dei conviventi. [VI,48,3] Perciò bisogna averli sempre a portata di mano.

 

[VI,49,1] Sei malcontento di pesare quelle tante libbre e non trecento? Così pure di dover vivere fino ad certo numero di anni e non di più? Come sei contento della quantità di sostanza per te demarcata, così siilo anche a proposito del tempo.

 

[VI,50,1] Prova a persuaderli, e tuttavia opera anche loro malgrado qualora ragioni di giustizia a questo conducano. [VI,50,2] Nel caso qualcuno opponga resistenza ed utilizzi per di più la violenza, passa oltre, ad un contegno compiaciuto e impassibile, ed approfitta dell’impedimento per esercitare ancora un’altra virtù. E ricorda che usavi l’impulso con riserva, giacché non desideravi ciò che è impossibile. [VI,50,3] Cosa desideravi dunque? Desideravi un certo impulso proprio come questo. Questo l’hai centrato. Ciò per cui fummo promossi al mondo è successo.

 

[VI,51,1] Chi è attaccato alla fama concepisce come proprio bene un’attività allotria; chi è attaccato all'ebbrezza concepisce come bene la propria passività; chi ha senno concepisce come bene la propria azione.

 

[VI,52,1] Tu hai la potestà di non concepire nulla su questo fatto e di non provarne alcun fastidio nell’animo. [VI,52,2] Infatti, queste faccende non hanno natura di essere fattive delle nostre risoluzioni.

 

[VI,53,1] Abituati a non essere sciatto nei confronti di ciò che un altro dice e, per quanto possibile, immedesimati con l’animo di chi parla.

 

[VI,54,1] Ciò che non è utile per lo sciame non è utile neppure per l’ape.

 

[VI,55,1] Se i pazienti parlassero male di uno che fa il medico o i marinai di uno che pilota, farebbero essi attenzione a qualcos'altro se non a come il pilota agisce per la salvezza dei passeggeri o il medico per la salute dei malati?

 

[VI,56,1] Quanti, con i quali sono venuto al mondo, se ne sono già andati via!

 

[VI,57,1] Il miele pare amaro agli itterici; l’acqua fa paura agli idrofobi e la palla pare bella ai bambini. [VI,57,2] Perché dunque mi adiro? O ti sembra che il giudizio mendace abbia minore potenza della bile per l’itterico o della bava velenosa per l’idrofobo?

 

[VI,58,1] Nessuno ti impedisce di vivere in armonia con la ragione della tua natura, e nulla mai ti avverrà che sia contrario alla ragione della comune natura.

 

[VI,59,1] Che razza di gente è quella alla quale vogliono riuscire graditi, per che razza di preminenze e attraverso quali attività! [VI,59,2] L’eternità rapidamente occulterà tutto, e quante cose essa ha già occultato!

 

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[VI,1] Non esiste il male nel cosmo. Il male esiste soltanto nella proairesi degli esseri umani viziosi. La prònoia che governa il cosmo, infatti, è legge razionale e verità, ossia natura delle cose, universalmente valida, invariante, inviolabile e tale legge non può essere contemporaneamente una ed il proprio opposto. Questo significa anche non esiste il bene nel cosmo. Il bene esiste soltanto nella proairesi degli uomini virtuosi.

 

[VI,2] Siccome vivere significa atteggiare la proairesi diaireticamente, le circostanze esteriori non fanno al riguardo alcuna differenza, dato che questa operazione è in nostro esclusivo potere. Anche morire diventa così, per l’uomo virtuoso, un momento di vita.

 

[VI,3] Chi guarda come si deve dentro un qualunque oggetto esterno vedrà che si tratta di qualcosa di aproairetico che è, per natura delle cose, debole, servo, soggetto ad impedimenti, finito.
Chi guarda dentro di sé come si deve, vi troverà una proairesi che è, per natura delle cose, libera, infinita, inasservibile, insubordinabile.
Il frammento invita a riconoscere proprio questa differenza.

 

[VI,4] Nella cosmologia stoica, il destino di tutti gli elementi che compongono il cosmo è, da ultimo, quello di trasformarsi in fuoco primordiale, dal quale prenderà nuovamente inizio un nuovo ciclo cosmico. Se la sostanza del cosmo, invece, non fosse una ma fosse plurima, allora i suoi elementi potrebbero andare incontro a dispersione.

 

[VI,5] Poiché la proairesi umana è facoltà autoteoretica, è legittimo chiedersi se anche la Prònoia del cosmo sia autoteoretica. Marco Aurelio, in questo frammento, da una risposta positiva a simile domanda, in accordo con una tradizione che non è soltanto stoica ma risale almeno al V° secolo a.C. Tale tradizione si basa su un ragionamento di questo genere: “Se nel cosmo non ci fosse l’elemento terreste, in te non vi sarebbe traccia di terra; e se non ci fosse l’elemento umido, in te non ci sarebbe traccia di acqua; e lo stesso vale per l’aria e per il fuoco. E dunque, se nel mondo non vi fosse intelletto, neppure in te ci sarebbe; ma c’è, e dunque c’è anche nel cosmo. Pertanto il cosmo è intelligente, e se è intelligente è anche dio”.

 

[VI,6] Queste sono le parole con le quali Epitteto bolla a fuoco l’insipienza di rispondere all’offesa con l’offesa: “E dunque? Non danneggerò chi mi danneggia? Innanzitutto vedi cos'è danno e ricordati di quanto hai sentito dire dai filosofi. Infatti, se il bene è nella proairesi ed il male allo stesso modo nella proairesi, scruta se quel che stai dicendo non è qualcosa del genere: ‘E dunque? Siccome quello ha danneggiato se stesso commettendo un'ingiustizia contro di me, io non danneggerò me stesso commettendo un'ingiustizia contro di lui?’ ”

 

[VI,7] L’azione più socievole che l’uomo possa fare è quella di atteggiare diaireticamente la propria proairesi e di invitare anche gli altri a fare lo stesso. Infatti, chi si appropria di colui che l'uomo davvero è per natura delle cose, ha fatto anche l'azione più socialmente utile e dunque anche divina che si possa fare.

 

[VI,8] La proairesi dell’uomo è la sua unica facoltà autoteoretica e fa di lui un saggio o in insipiente, un vizioso o un virtuoso, a seconda di come si atteggia nei confronti di ciò che proairetico e di ciò che è aproairetico.

 

[VI,9] Tutto ciò che avviene, avviene in armonia con la natura, la quale è una e onnicomprensiva.

 

[VI,10] Se il cosmo è un guazzabuglio senza legge, l’intrattenermi in esso non può avere altro scopo che quello di intrattenermici il più a lungo possibile, cercando di piegarlo il più rudemente possibile alla mia volontà di potenza, qualunque forma essa prenda. Infatti, non avrei da perdere altro se non quello che perderò comunque, mentre tutto il resto è per me un guadagno.

Marco Aurelio intende così, come assenza di ordine e di finalità, ossia di Prònoia o Logos quale legge immanente e razionale del divenire cosmico, l’ipotesi atomistica e meccanicistica di Epicuro anche se una simile interpretazione ne fraintende sostanzialmente il pensiero. Egli comunque può considerare seria questa prospettiva, giacché sarebbero dovuti ancora passare circa millecinquecento anni prima che Galileo, definendo le leggi di alcuni moti, dimostrasse per primo, empiricamente e inconfutabilmente, che il cosmo non è un guazzabuglio senza legge e ponesse così la Fisica su basi del tutto nuove.

 

[VI,11] Il passaggio dalla diairesi alla controdiairesi può essere fisiologicamente causato da rappresentazioni alle quali la proairesi dell’uomo si trova momentaneamente impreparata. Non bisogna avere timore di questi sbandamenti in quanto la proairesi bene allenata può operare il passaggio inverso, dalla controdiairesi alla diairesi, con estrema rapidità.

 

[VI,12] La filosofia è il luogo della diairesi ossia della generazione della vita. La corte imperiale è il luogo della controdiairesi. Quali parole più esplicite avrebbe potuto trovare Marco Aurelio?

 

[VI,13] Per gli stoici la rappresentazione catalettica è, com’è noto, la rappresentazione che ha caratteri tali da meritare il nostro assenso come quella che non potrebbe venire da un oggetto diverso. Chi vede unicamente del fumo deve assentire alla rappresentazione che c’è del fumo e non a quella che c’è un incendio, potendo il fumo avere molte altre origini diverse da un incendio. Chi ha la rappresentazione di certi organi sessuali in azione, non ha la rappresentazione di persone che provano piacere e tanto meno di persone felici. Così, sembra dirci Marco Aurelio, chi incontra qualcuno che siede sul trono imperiale di Roma deve assentire alla rappresentazione che ha visto l’imperatore, non che ha visto un filosofo intelligente e tanto meno uno stoico. Spessissimo, poi, l’unica vera differenza tra una rappresentazione catalettica e una rappresentazione non catalettica è la nostra vanità.
Il significato dell’ultimo paragrafo non è decifrabile, in quanto ne rimane ignoto l’oggetto. Il Cratete qui citato è probabilmente il cinico allievo del famoso Diogene di Sinope, vissuto nel III° secolo a.C. Senocrate dovrebbe essere allora il suo coetaneo, originario di Calcedonia, che fu secondo successore di Platone alla guida dell’Accademia.

 

[VI,14] A cosa volgono gli occhi gli esseri umani per trovare ciò che è più degno di ammirazione? Alcuni li fissano sull’oro, su turbe di cavalieri; altri sui vegetali; altri sugli animali; altri sulla persona che si ama o su persone capaci di opere ingegnose. Tutti, comunque, lo cercano fuori di sé, in ciò che è esterno e aproairetico.
Chi invece conosce la natura delle cose sa che la cosa più degna, la ricchezza più grande e più degna di ammirazione sta dentro l’uomo, nella sua proairesi atteggiata secondo diairesi.

 

[VI,15] Flussi e cambiamenti continui di tutto ciò che è esterno e aproairetico rinnovano incessantemente non soltanto il cosmo ma il nostro stesso organismo.

 

[VI,16] L’uomo traspira, respira, usa le rappresentazioni, ha impulsi e repulsioni. Ma tutto ciò non è peculiare dell’uomo. Qual è, dunque, l’opera propriamente umana? Affinché l’uomo risulti idoneo all’opera per la quale è stato strutturato dalla natura, la sua unica, vera e fondamentale educazione è quella al rispetto della natura delle cose e all’onore per la propria proairesi, ossia alla comprensione e all’uso della diairesi.

 

[VI,17] I movimenti e le reciproche trasformazioni dei quattro elementi naturali (fuoco, aria, acqua, terra) sono già stati ricordati più volte da Marco Aurelio. Il movimento dalla diairesi alla controdiairesi e viceversa, e la trasformazione della proairesi umana da virtù a vizio e viceversa, non segue invece regole semplici ed è impossibile da prevedere.

 

[VI,18] Aproairetico per aproairetico: come mai l’insipiente è in ansia soltanto per la sua immortalità futura e non anche per quella pregressa?

 

[VI,19] L’uso sistematico della diairesi non soltanto è possibile ma è anche facilmente accessibile.

 

[VI,20] Siccome l’avversione è qualcosa di proairetico, in mio esclusivo potere, Epitteto soleva dire che il malvagio è cattivo per se stesso ma per me è buono, giacché allena le mie virtù.
Queste sono le sue parole: “-E' dunque possibile trarre giovamento da questo?- Da tutto. -Anche da chi ingiuria?- Che giova all'atleta il preparatore atletico? Il massimo. E pure costui diventa mio preparatore atletico: allena la mia capacità di tolleranza, il mio dominio sull'ira, la mia mitezza. Chi avvinghia il mio collo e mi rimette in ordine lombi e spalle mi giova; ed il maestro di ginnastica fa bene a dirmi ‘Solleva il pestello con entrambe le mani’; e quanto più quello è pesante tanto più io ne traggo giovamento. E se uno mi allena al dominio sull'ira non mi giova? Questo è non saper trarre giovamento dagli esseri umani. Un cattivo vicino? Per lui stesso, ma per me è buono: allena la mia buona intelligenza, l'acquiescenza. Un cattivo padre? Per lui stesso, ma per me è buono”.

 

[VI,21] Quando io ti dico che i tuoi desideri soffrono di infiammazione, che le tue avversioni sono da servo nell'animo, che i tuoi progetti sono incoerenti, che hai impulsi in disarmonia con la natura delle cose, concezioni avventate e mendaci, perché ti ritieni oltraggiato?
Se ti ho dimostrato che ti mancano le cose più necessarie e grandi per la felicità, che fino a questo momento di tutto sei stato sollecito tranne che di quel che conviene, che tu non sai né cos'è proairesi né cos'è diairesi né cos'è bene né cos'è male e che sei ignorante di te stesso, di chi è un uomo: perché ti esasperi? Ti ho detto soltanto la verità. A meno che lo specchio non rechi danno a chi è laido, mostrandogli qual è. A meno che il medico non oltraggi l'ammalato quando gli dice: ‘Tu reputi di non avere nulla ma hai la febbre; oggi prendi gli antibiotici e stai a letto’.

 

[VI,22] Uno dei campi fondamentali nei quali deve esercitarsi l’uomo che conosce la natura delle cose è quello degli impulsi e delle repulsioni, al fine di agire con posizionamento, con razionalità, senza trascuratezza verso ciò che è inanimato, animato ma privo di ragione e verso gli altri esseri umani, anche insipienti. L’uomo, infatti, non è chiamato ad avere il dominio che di sé ha una statua, ma a serbare anche le sue relazioni sociali, naturali ed acquisite, da virtuoso.

 

[VI,23] L’uomo, creatura razionale, può usare tutto ciò che è aproairetico: oggetti, esseri irrazionali, esseri razionali, finché gli è dato; ma con la riserva di mantenere comunque la sua proairesi, qualunque uso faccia di essi, in accordo con la natura delle cose. E siccome dall’uso che di essi fa dipende il suo bene o il suo male, una buona vita sarà sinonimo di un uso che tenga conto delle loro peculiarità e differenze, e dunque di un uso attento, equilibrato, rispettoso, tale da non compromettere la naturale libertà della proairesi.
E qual è l’atteggiamento che l’uomo deve avere verso gli dei? Nel cosmo, dei e uomini condividono la stessa ragione e, in questo frammento, gli dei sono concepiti da Marco Aurelio come entità di perfezione superiore a quella umana cui è opportuno rivolgersi come ad esseri benevoli, con invocazioni di devota venerazione.

 

[VI,24] Se la morte uguaglia tutti gli esseri riducendoli ai loro componenti fondamentali, Marco Aurelio ribadisce di intendere come radicalmente alternative la concezione stoica e la concezione epicurea del loro successivo percorso.

 

[VI,25] La coscienza che abbiamo della complessità dei fenomeni che avvengono nel nostro corpo e nella nostra mente ci prepara ad accettare quella dei fenomeni che avvengono nell’immensità dell’universo.

 

[VI,26] Ecco come il saggio porta a termine ciò che la sua proairesi ha giudicato doveroso fare.

 

[VI,27] Diceva Epitteto che questa è la giustificazione che bisognerebbe dare ai genitori che fremono perché i figlioli studiano filosofia: “Dunque aberro, padre, e non so quel che mi spetta e conviene. Ma se questo non è né imparabile né insegnabile, perché mi incolpi? Se è insegnabile, insegnamelo; e se tu non puoi, lascia che io lo impari da coloro che dicono di sapere. Peraltro, cosa pensi? Che io incappi nel male e fallisca il bene perché lo voglio? Non è così! Cos'è, allora, causa del mio aberrare? L'ignoranza. Non vuoi che mi liberi dell'ignoranza? A chi mai l'ira insegnò l'arte di pilotare una nave o la musica? E tu reputi che io imparerò l'arte di vivere grazie alla tua ira?”

 

[VI,28] Mentre la proairesi può morire mentre il corpo rimane ancora in vita, con la morte del corpo muore anche la proairesi.

 

[VI,29] Capitolazione del corpo o capitolazione della proairesi? Capitolazione della proairesi è il suo negarsi come libera, infinita, inasservibile, insubordinabile, e il suo atteggiarsi controdiaireticamente.

 

[VI,30] ‘Cesarificare’ se stessi vuol dire abbandonare la diairesi ed usare quotidianamente e sistematicamente la controdiairesi: dunque, al mondo succede che vi siano degli imperatori ma anche che vi siano miliardi di microimperatori, di ‘piccoli Cesari’.
Il frammento contiene un lungo riferimento ad Antonino Pio come al modello di imperatore che invece non si è ‘cesarificato’, e potrebbe essere una bozza della trattazione, più lunga ed articolata, dello stesso personaggio in
[I,16].

 

[VI,31] Nel sonno la proairesi è spenta. I sogni, dunque, sono entità aproairetiche e come tali non sono né bene né male, né virtuosi né viziosi. Ma aproairetica, e con le stesse caratteristiche, è anche la realtà che abbiamo davanti quando siamo svegli e la proairesi è attiva.
Se, dunque, un sogno ci ha sconcertato, quando la nostra proairesi si risveglia ci rendiamo però conto di non avere alcun motivo di sgomento e tiriamo un sospiro di sollievo. Allo stesso modo possiamo guardare senza alcun motivo di sgomento alla realtà che abbiamo davanti, giacché essa è un materiale indifferente del quale possiamo fare un uso che, però, è in nostro esclusivo potere.

 

[VI,32] Tutto ciò che è aproairetico è indifferente quanto ad essere male e bene. Anche l’attività passata o futura della proairesi, in quanto priva della dimensione del presente, è qualcosa di aproairetico. L’attività presente della mia proairesi è invece in mio esclusivo potere, è cosa proairetica e può essere bene o male.

 

[VI,33] Il dolore fisico non è contrario alla natura: esso è cosa aproairetica e dunque per l’uomo non è né un male né un bene, poiché male è soltanto ciò che è proairetico e contrario alla natura delle cose.

 

[VI,34] Se anche gli insipienti possono godere dei piaceri della carne, allora il piacere fisico non può essere che un’entità aproairetica, un indifferente, qualcosa che non è né bene né male.

 

[VI,35] Tutti i comuni lavori manuali, come quello del falegname, del pescatore, dell’architetto o del medico possono essere definiti come opere dell’Antidiairesi. Infatti, proairetica è la decisione di costruire una sedia, di uscire a pesca, di edificare una casa, di curare un ammalato, di rapinare una banca, di uccidere un uomo; ma la realizzazione di queste decisioni avviene poi sempre attraverso una serie di operazioni standard guidate da giudizi che rimangono subordinati alla decisione originaria.
L’antidiairesi può dunque essere proficuamente definita come l’insieme di giudizi subordinati operante su quanto non è in nostro esclusivo potere e che, in quanto complementare alla diairesi o alla controdiairesi, è competente a realizzare il progetto dell’una o dell’altra.

L’antidiaresi, il nostro comune quotidiano lavoro, può essere immaginata come il tronco di un albero. Diairesi e controdiairesi sono allora come le radici dell’albero. Insieme al lavoro finito, libertà e felicità oppure schiavitù e infelicità sono come i frutti che pendono dai rami dell’albero, a seconda che alla radice noi vi abbiamo posto la diairesi oppure la controdiairesi.

Se gli artigiani sanno che per realizzare come si deve un lavoro qualunque occorre seguire strettamente le indicazioni dell’antidiaresi e non tener conto dei giudizi degli incompetenti, è stupefacente come noi invece ignoriamo che la realizzazione di noi stessi come uomini, ossia la saggezza, significa rispetto della natura delle cose, ossia mettere la diairesi alla radice dell’antidiairesi.

 

[VI,36] Il cosmo è uno ed uno è il suo egemonico. Sappiamo già che alla domanda cruciale se l’egemonico del cosmo sia da considerarsi autoteoretico come la proairesi umana oppure no, Marco Aurelio ha risposto affermativamente.

Così come gli è impossibile pensare che se un oggetto si muove uniformemente in linea retta non vi sia una forza che lo spinge, per lui è impossibile pensare che la ragione provenga da una materia che non contenga già in sé la ragione ‘come tale’ nei propri elementi, e dunque che la Prònoia o Logos del cosmo non sia autoteoretica visto che egli pensa al cosmo, secondo la tradizione stoica, come ad un organismo vivente e in continua trasformazione molto più grande e più perfetto del semplice uomo e della sua proairesi. Se la Prònoia è autoteoretica, pensa inoltre Marco Aurelio, essa non può contenere in sé nulla di contraddittorio e dunque dai suoi buoni e solenni impulsi è derivato anche tutto ciò che a noi può apparire deleterio o cattivo.

 

[VI,37] La natura delle cose è invariante: essa fu, è, e sarà sempre la stessa per qualunque essere umano di qualunque cultura.

 

[VI,38] Uno sguardo che vede il cosmo come un unico organismo vivente.

 

[VI,39] La retta proairesi non chiede compiti diversi da quelli che la sorte le ha assegnato, giacché sa di poter fare uso corretto di qualunque materiale le sia dato di lavorare.

 

[VI,40] Con un coltello si può tagliare il salame oppure uccidere un uomo. Dunque l’uso del coltello non è incluso nel suo essere coltello. Grazie alla proairesi, l’uso che l’uomo fa di se stesso è invece incluso nel suo essere uomo, in quanto vivere in armonia con la natura umana significa vivere virtuosamente e vivere virtuosamente significa vivere in armonia con la natura delle cose.

 

[VI,41] Chi pone il bene e il male negli oggetti esterni ed aproairetici deve ineluttabilmente accettarne le terrificanti conseguenze; e sono conseguenze che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni.

 

[VI,42] Comunque si atteggi la proairesi dell’uomo, in modo diairetico o controdiairetico, essa è sempre atteggiata secondo natura e coopera in ogni caso al succedersi degli eventi cosmici. Tuttavia la proairesi atteggiata diaireticamente è anche atteggiata in armonia con la natura delle cose, mentre la proairesi atteggiata controdiaireticamente è atteggiata in contrasto con la natura delle cose. Ma questo contrasto è vano, vizioso e stupido perché ha di mira l’impossibile, in quanto intenderebbe mutare la natura delle cose che invece è e rimane invariante, eterna, inviolabile. Mentre la proairesi atteggiata in armonia con la natura delle cose ottiene così felicità, quella atteggiata contro la natura delle cose ottiene infelicità e Plutarco riferisce che Crisippo paragonava l’infelicità, la viziosità, la stupidità umana alle battute scherzose e alle facezie che sono in sé prive di valore ma che sono utili all’andamento generale di uno spettacolo.

 

[VI,43] Ogni cosa ha nel cosmo un compito diverso, ma tutte collaborano per un medesimo fine.

 

[VI,44] Si può discutere all’infinito sul fatto che gli dei esistano o non esistano; che essi esistano ma non deliberino nulla oppure deliberino qualcosa; che essi deliberino bene o male sul cosmo oppure anche su di me personalmente. Quello che io so però con certezza, sembra dire Marco Aurelio, è di avere una proairesi che mi permette di deliberare su me stesso e su ciò che mi è utile in quanto creatura razionale e politica, in quanto imperatore di Roma e cittadino del mondo.

 

[VI,45] La proairesi dell’uomo, quando operi rettamente, è capace di rendere utile qualunque cosa ci accada.

 

[VI,46] E’ possibile che la felicità venga a noia? È possibile preferire, per sazietà, l’infelicità alla felicità?

 

[VI,47] Dovunque volga lo sguardo, l’uomo scopre che la sola cosa davvero degna di lui è la virtù.
Filistione, Febo e Origanione sono personaggi del tutto sconosciuti.
Eraclito di Efeso (V° secolo a.C.), Pitagora di Samo (circa 570-496 a.C.) e Socrate di Atene (470-399 a.C.) sono personaggi notissimi e per essi non è il caso di spendere ulteriori parole.
Eudosso di Cnido (circa 391-338 a.C.), Ipparco di Nicea (II° secolo a.C.) e Archimede di Siracusa (287-212 a.C.) sono celebri matematici ed astronomi.

 

[VI,48] Bella è soltanto la virtù e quanto della virtù partecipa.

 

[VI,49] Le vite sono peggiori o migliori a seconda che siano brevi o lunghe?
Una libbra è l’equivalente di 327 grammi, e dunque 300 libbre corrispondono a 98,1 chilogrammi.

 

[VI,50] Usare l’impulso ‘con riserva’ significa desiderare qualcosa e insieme, grazie all’uso della diairesi, desiderare di mantenere la propria proairesi in accordo con la natura delle cose.
Per chi decide di fare i primi passi sulla strada che porta alla virtù, è fondamentale imparare ad usare l’avversione esclusivamente nell’ambito di ciò che è proairetico e ad usare ‘con riserva’ il desiderio nell’ambito di ciò che è aproairetico.

 

[VI,51] Bisogna porre il nostro bene e il nostro male in ciò che aproairetico, come la fama e l’oscurità, il piacere e il dolore fisico, o in ciò che è proairetico, nelle opere della nostra proairesi? Bisogna porre la felicità e l’infelicità in mani altrui o nelle nostre?

 

[VI,52] I giudizi sono entità proairetiche, in assoluto nostro dominio. Infatti, le cose esterne ed aproairetiche come tali non hanno accesso alcuno alla nostra proairesi poiché devono, in ogni caso, sempre essere prima trasformate nelle corrispondenti rappresentazioni mentali.

 

[VI,53] Nessuna sciatteria verso ciò che è aproairetico, giacché dall’uso che di esso facciamo dipende il nostro bene o il nostro male, la nostra libertà o la nostra schiavitù.

 

[VI,54] Ciò che è utile all’ape è utile anche allo sciame. Se dunque è utile all’uomo mantenere la sua proairesi in accordo con la natura delle cose: libera, infinita, inasservibile, insubordinabile; ciò sarà anche utile alla società. La politica è questo. Ragion per cui, visto in quest’ottica vera, il grande politico era Socrate, non Pericle; Diogene, non Alessandro Magno; Epitteto, non Marco Aurelio.

 

[VI,55] Dov’è la salvezza dell’uomo? Gli Stoici hanno ampiamente dimostrato che tutto ciò che è aproairetico non può essere né bene né male e che soltanto ciò che è proairetico può essere tale.
La Natura, il Cosmo, il Fato, la Prònoia, la Materia Immortale, il Dio delle religioni monoteiste e così via, sono entità proairetiche o aproairetiche?
Se essi esistono indipendentemente da me, se non sono in mio esclusivo potere, essi sono entità aproairetiche. E se tali sono, nessuna di esse può e deve essere per me bene o male.
Infatti, se io le giudicassi essere un bene, ponendo il bene fuori di me farei inevitabilmente dipendere da esse e dal loro volere la mia libertà e la mia felicità e dunque le odierei e le bestemmierei quando ritenessi di non ottenere da esse quei beni dei quali le faccio depositarie. Se le giudicassi essere un male, ponendo il male fuori di me cercherei inevitabilmente di avversarle in ogni modo, ma farei comunque dipendere da esse e dal loro volere la mia libertà e la mia felicità, giacché le odierei e le bestemmierei quando incappassi in qualcuno dei mali dei quali le faccio depositarie.
Il solo atteggiamento corretto di fronte a tutte queste entità è dunque quello di riconoscere che esse non sono e non possono essere altro per me che né bene né male. Il che significa che l’uomo può benissimo immaginare di provare l’esistenza di un Dio malvagio come Arimane, ma resta il fatto che questo è affar suo, è affare di Arimane.
Come Epitteto ha insegnato a Marco Aurelio, e come invece Marco Aurelio continuamente mostra di fraintendere, Arimane o Zeus possono benissimo essere entità malvagie o buone ma per l’uomo virtuoso, per l’uomo che usa correttamente la proairesi e la diairesi, essi sono malvagi o buoni per se stessi ma comunque buoni per il virtuoso. La divinità può benissimo essere pensata non soltanto buona ma anche connotata dalla malvagità, da una provvidenzialità perversa che ha di mira il nostro danno. In quel caso l’uomo virtuoso perdona Dio ed usa con lui la bacchetta di Ermete e gli dice: ‘Tu, divinità, porta quel che vuoi ed io, uomo, ne farò un bene. Porta malattia, morte, difetto di mezzi di sussistenza, ingiurie, una condanna ingiusta. Io, uomo, ne farò un bene, una cosa attraverso cui mostrare nei fatti cos’è una creatura che comprende il tuo piano. Tutto ciò che mi darai lo farò beato, felicitante, solenne, da emulare’.
Allo stesso modo, abbiamo miriadi di esempi tutt’altro che immaginari di medici che non sono affatto interessati alla salute dei pazienti e di piloti la cui preoccupazione non è affatto l’attenzione alle esigenze dei passeggeri.
Sto per fare un viaggio per mare. Cosa mi è possibile? Mi è possibile scegliere la nave con cui partire e dunque, in un certo senso, il pilota e i marinai; il giorno; il porto da cui partire. Succede poi che una tempesta si abbatta sulla nave. Quale altra parte posso fare? La parte che mi spettava io l’ho già assolta. La tempesta è ipotesi di altri, del pilota e dell’equipaggio. Ma la nave affonda pure! E cosa posso fare per evitarlo? Quel che posso, questo soltanto faccio. E se non posso null’altro, affogo senza avere paura né strillando né incolpando Dio o la natura o chi altro, ma sapendo che quanto nasce deve anche perire. Giacché non sono eterno; sono un uomo, una parte del tutto, come un'ora di un giorno. Io devo come l'ora venire e come un'ora trapassare. C’è differenza sostanziale se trapasso annegando o per la febbre? Giacché per qualcosa devo pur morire.
È dunque controdiairetico, è da schiavi, è vizioso, è stupido credere nell’esistenza di un Dio aproairetico e giudicarlo come tale buono, provvidente, amoroso o il contrario di questi attributi.

 

[VI,56] La morte, anche quella delle persone più care, è ineluttabile.

 

[VI,57] Gli oggetti esterni ed aproairetici non hanno come tali accesso diretto alla nostra proairesi e sono sempre prima trasformati nelle corrispondenti rappresentazioni mentali. Ciò è tanto vero, che gli stessi oggetti sono valutati diversamente da persone diverse.
La controdiairesi, d’altra parte, è il supergiudizio non adeguato alla natura delle cose, sia proairetiche che aproairetiche, perché le assume in una prospettiva diversa da quella che effettivamente loro compete; ed è la più terribile delle malattie dell’uomo, perché è capace di ucciderlo pur mantenendolo in vita.

 

[VI,58] L’uomo può vivere in modo contrario alla natura delle cose ma non può mai vivere in modo contrario alla natura.

 

[VI,59] Prima ancora che sia il tempo a cancellarne la memoria, dice Marco Aurelio, meglio stendere un velo pietoso sui cortigiani che ho intorno.

 

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LIBRO VII

 

 

[VII,1,1] Cos'è il vizio? È ciò che hai già visto spesso. Qualunque cosa succeda, abbi a portata di mano il giudizio: è ciò che hai già visto tante volte. [VII,1,2] Insomma troverai sempre suppergiù le stesse cose, di cui sono piene le storie d’antica data, quelle dell’età di mezzo e quelle recenti; di cui adesso sono piene le città e le case. [VII,1,3] Nessuna novità. Tutto è consueto e di breve durata.

 

[VII,2,1] Come altrimenti possono i nostri giudizi andare in necrosi se non spegnendo le rappresentazioni loro consone, rappresentazioni che è ininterrottamente in tuo esclusivo potere ravvivare di nuovo? [VII,2,2] Io ho il potere di concepire al riguardo quel che bisogna concepire. E se ho questo potere, perché mi sconcerto? Tutto ciò che è fuori della mia proairesi non è assolutamente nulla per la mia proairesi. [VII,2,3] Impara questo e sei un uomo retto. Hai la potestà di rivivere. Guarda di nuovo le faccende come solevi vederle: giacché in questo consiste il rivivere.

 

[VII,3,1] Vacua premura per un pomposo corteo, messa in scena di drammi, greggi, mandrie, combattimenti con le lance, un osso buttato via a dei cagnetti, briciole nelle vasche dei pesci, formiche che tribolano e trasportano dei pesi, corse qua e là di topolini in fibrillazione, marionette tirate da fili. [VII,3,2] Di fronte a questi spettacoli occorre stare pazienti e non sbuffare, comprendendo tuttavia che ciascuno di noi di tanto è degno quanto vale ciò su cui si è industriato.

 

[VII,4,1] Bisogna comprendere, parola per parola, i discorsi che si fanno; e, impulso per impulso, gli eventi che ne conseguono. Per gli eventi, vedere subito a quale scopo fa riferimento l’impulso; per i discorsi, tenere ben presente il loro significato.

 

[VII,5,1] Il mio intelletto è bastante a quest’opera oppure no? [VII,5,2] Se è bastante, lo utilizzo per compiere l’opera, come strumento datomi dalla natura. Se però non è bastante, o rinuncio all’opera in favore di chi può portarla a termine meglio di me oppure, se questo non è doveroso per un altro, la compio io come posso associandomi chi può, con l’utilizzo per di più del mio egemonico, fare ciò che al momento è congruo e proficuo per lo Stato. [VII,5,3] Giacché qualunque opera io compia, solo o con un altro, occorre avere come unico intento ciò che è proficuo e ben adattabile allo Stato.

 

[VII,6,1] Quanti, dopo essere stati molto decantati, sono ormai stati consegnati all’oblio; e quanti, dopo avere decantato costoro, sono da tempo fuori dai piedi!

 

[VII,7,1] Non vergognarti di essere aiutato, giacché il tuo obiettivo è di eseguire quel che ti spetta, come un soldato in battaglia sulle mura. [VII,7,2] E allora, se tu zoppicante non fossi in grado di salire da solo sugli spalti e lo potessi fare grazie all’aiuto di un altro?

 

[VII,8,1] Il futuro non ti sconcerti. Vi giungerai infatti, se bisognerà arrivarci, portando con te la stessa ragione della quale ora ti servi nel presente.

 

[VII,9,1] Tutte le cose sono intrecciate le une alle altre, il loro legame è sacro e non v’è praticamente nulla di allotrio tra l’una e l’altra, giacché esse sono disposte con armonia ed adornano insieme il medesimo cosmo. [VII,9,2] Uno è il cosmo formato da tutte le cose e uno è il dio che tutte le pervade. Una è la sostanza e una è la legge. Comune è la ragione di tutte le creature cognitive. Una è la verità, se una appunto è anche la completezza delle creature omogenee e partecipanti della medesima ragione.

 

[VII,10,1] Tutto ciò che è materialità scompare molto in fretta nella sostanza del cosmo; tutto ciò che è causale molto in fretta è riassunto nella ragione del cosmo e la memoria d’ogni cosa molto in fretta si inabissa nell’eternità.

 

[VII,11,1] Per la creatura razionale, la medesima azione è in accordo con la natura delle cose e con la ragione.

 

[VII,12,1] Uomo retto, non uomo corretto.

 

[VII,13,1] Le creature razionali sono state strutturate per una certa cooperazione reciproca tra individui disparati ed hanno tra di loro lo stesso rapporto che si ha tra le membra del corpo negli organismi singoli. [VII,13,2] La cognizione di questo rapporto ti incoglierà meglio se ti dirai spesso di essere un ‘membro’ del sistema formato dagli esseri razionali. [VII,13,3] Se, invece, con la lettera ‘r’ muti il termine ‘melos=membro’ in ‘meros=parte’, e ti dirai di essere una sua ‘parte’, non ami ancora gli uomini dal profondo del cuore e il beneficare non ti allieta ancora con perfetta certezza; ma lo fai come cosa meramente confacente, non ancora come se facessi del bene a te stesso.

 

[VII,14,1] Che una qualunque cosa esterna incolga pure quelle parti di me che possono patire a seguito di questo colpo. [VII,14,2] La parte che lo vorrà, infatti, potrà mettersi a biasimare quei colpi. Io invece, se concepirò che l'accidente non è un male, neppure ne sono stato danneggiato. Ed io ho la potestà di non concepirlo.

 

[VII,15,1] Qualunque cosa un altro dica o faccia, io devo essere un uomo virtuoso. Come se l’oro o lo smeraldo o la porpora dicessero sempre: ‘Qualunque cosa uno faccia o dica, io devo sempre essere smeraldo ed avere il mio colore’.

 

[VII,16,1] L’egemonico [del cosmo] non reca disturbo a se stesso, non impaurisce e non affligge se stesso, non si volge a smaniare per qualcosa. [VII,16,2] Se qualcun altro può far sì che esso si impaurisca o che si affligga, lo faccia. Ma esso non volgerà mai se stesso, per propria concezione, a siffatto rivolgimento. [VII,16,3] Quanto al nostro corpo, s’affanni lui a non patire qualche infermità, se può; e se invece la patisce, che lo dica. L’animuzza poi, quella che ha paura, quella che si affligge, quella che, insomma, prende la parola a questo riguardo, fa’ in modo che non patisca per nulla, giacché non la vedrai mai prendere da sola questa risoluzione. [VII,16,4] L’egemonico dell’uomo, per quanto è in suo esclusivo potere, non è invece bisognevole; a meno che non si faccia esso stesso carente di qualcosa. Allo stesso modo esso sa dominare lo sconcerto e non è soggetto ad intralci, se da se stesso non si sconcerta e non si intralcia.

 

[VII,17,1] La felicità è un demone buono oppure un egemonico buono. [VII,17,2] Cosa fai dunque qui, o rappresentazione? Vattene via, per gli dei, come sei venuta! Non ho bisogno di te. [VII,17,3] Sei venuta secondo l’antica abitudine. Non sono adirato con te; soltanto vattene.

 

[VII,18,1] Qualcuno ha paura del mutamento? E cosa può avvenire senza mutamento? Che cos'è più caro e appropriato alla natura? [VII,18,2] Proprio tu, puoi fare un bagno caldo se la legna non si trasforma? Puoi nutrirti, se gli alimenti non si trasformano? Quale altra opera proficua può essere portata a compimento senza trasformazione? [VII,18,3] Non vedi dunque che anche il tuo stesso trasformarsi è un processo simile e similmente necessario alla natura?

 

[VII,19,1] Attraverso la sostanza delle cose tutte come attraverso un fiume in piena fanno il loro viaggio tutti i corpi, connaturati e cooperatori di quel tutto come lo sono le parti del nostro corpo l’una per l’altra. [VII,19,2] Quanti Crisippo, quanti Socrate, quanti Epitteto l’eternità ha già ingoiato? [VII,19,3] Questa stessa riflessione possa incoglierti a proposito di qualunque uomo e di qualunque faccenda.

 

[VII,20,1] Una sola determinazione mi sprona: quella di non fare ciò che la struttura dell’uomo non vuole, o come non vuole, oppure ciò che adesso non vuole.

 

[VII,21,1] Vicino è l’oblio di tutto da parte tua; vicino è l’oblio di te da parte di tutti.

 

[VII,22,1] Proprio dell’uomo è amare anche coloro che toppano. [VII,22,2] E questo succede se vi aggiungerai a commento che essi ti sono congeneri, che aberrano per ignoranza e loro malgrado, che dopo poco tempo ambedue sarete morti e innanzitutto che chi sbaglia non ti danneggia, giacché non rende il tuo egemonico peggiore di quanto fosse prima.

 

[VII,23,1] Usando la sostanza del cosmo come fosse cera, la natura plasma adesso un cavallo, poi lo sconfonde ed approfitta di questo materiale per plasmare un alberello, poi un ometto, poi qualcos'altro; e ciascuna di queste creature sussiste per pochissimo. [VII,23,2] Anche per un cofano non è nulla di terribile l’essere smontato e l’essere rimontato.

 

[VII,24,1] L’indignazione del volto è d’assai contraria alla natura delle cose. Qualora il decoro muoia spesso sul tuo volto, da ultimo esso si estingue tanto da non poterlo assolutamente più riaccendere. [VII,24,2] Prova a comprendere che ciò è contrario alla ragione. Giacché se disparirà la percezione di aberrare, che motivo c’è di vivere ancora?

 

[VII,25,1] La natura che tutto governa, tra poco trasformerà tutto quello che vedi e con la sua sostanza farà altre cose e poi di nuovo altre con la sostanza di quelle, così che il cosmo sia sempre giovanile.

 

[VII,26,1] Qualora qualcuno aberri in qualcosa nei tuoi confronti, pondera subito la concezione di quale bene o di quale male lo abbia indotto a tale aberrazione; giacché, compreso ciò, lo commisererai e non te ne stupirai né ti adirerai. [VII,26,2] E certo, o tu pure concepisci ancora essere bene la stessa cosa, o qualcos'altro di conforme: e allora lo devi perdonare; [VII,26,3] oppure, se non concepisci più che beni e mali siano cose siffatte, sarai più facilmente paziente con chi trascura [la natura delle cose].

 

[VII,27,1] Non bisogna farsi il concetto delle cose assenti come di cose già esistenti, ma eleggersi le più care e preziose delle presenti e rammentarsi, al riguardo, come le esigeremmo se non ci fossero. [VII,27,2] Nel contempo sta in guardia, per il fatto di esultare tanto di esse, a non abituarti a dare loro un valore supremo, così da essere poi sconcertato se mai non fossero più presenti.

 

[VII,28,1] Raccogliti in te stesso. Natura dell’egemonico razionale è quella di essere pago di se stesso operando il giusto e, così facendo, trovare bonaccia.

 

[VII,29,1] Cancella la rappresentazione. [VII,29,2] Ferma gli impulsi che fanno di te una marionetta. [VII,29,3] Circoscrivi l’istante. [VII,29,4] Riconosci quel che avviene a te o ad un altro. [VII,29,5] Usa la diairesi e spartisci l’oggetto in componente causale e materiale. [VII,29,6] Pensa all’ora estrema. [VII,29,7] Abbandona l’aberrazione al suo autore, là dove l’aberrazione stava.

 

[VII,30,1] Bisogna che la cognizione sia coestensiva a quanto si dice, e bisogna che la mente penetri anche nelle cause basilari degli eventi.

 

[VII,31,1] Sii raggiante di schiettezza, di rispetto di te e degli altri, di indifferenza per ciò che sta in mezzo tra la virtù e il vizio. [VII,31,2] Ama il genere umano. [VII,31,3] Conformati a dio. [VII,31,4] Quel noto filosofo dice: ‘Tutto per convenzione, in realtà solo gli elementi’. Basta ricordare: tutto per convenzione.

 

[VII,32,1] O dispersione, se gli atomi. Se unione, o spegnimento o cambio di dimora.

 

[VII,33,1] Il dolore fisico insopportabile trae fuori di vita, quello cronico è sopportabile. L’intelletto serba a dovere la sua bonaccia per interclusione in se stesso e l’egemonico non diventa peggiore. [VII,33,2] Quanto alle parti del corpo che sono maltrattate dal dolore, se possono, lo dichiarino.

 

[VII,34,1] Guarda le loro proairesi, quali sono, che razza di cose fuggono, che razza di cose inseguono. [VII,34,2] E vedi che, come i banchi di sabbia accumulandosi uno sull’altro nascondono i precedenti, così nella vita le fame precedenti sono prestissimo occultate da quelle che si sovrappongono loro.

 

[VII,35,1] “Chi dunque ha un intelletto davvero da grand’uomo e capace di contemplare la totalità del tempo e della sostanza; ebbene, presumi tu che egli reputi un gran che la vita umana?”
“È impossibile” rispose lui
“Ed egli riterrà che la morte è qualcosa di terribile?”
“No, per niente”.

 

[VII,36,1]                                                    “È da re agire bene e sentir parlare male di sé”

 

[VII,37,1] È vergognoso che il volto sia ossequente, si foggi e si componga come intima la proairesi, ed essa invece non si foggi e non si componga da se stessa come si deve.

 

[VII,38,1]                                                “Non è legge del fato il provare rancore contro i fatti,

                                                            giacché ai fatti del nostro rancore non importa proprio nulla”

 

[VII,39,1]                                               “Possa tu dare motivi di gioia agli dei immortali ed a noi”

 

[VII,40,1]                                                         “Mietere la vita come una spiga fruttuosa,

                                                                                     ed uno esistere, l’altro no”

 

[VII,41,1]                                                     “Se gli dei han negletto pure i miei due fanciulli,

                                                                                una ragione v’è anche per questo”

 

[VII,42,1]                                                               “Il bene e la giustizia sono con me”

 

[VII,43,1]                                                            “Non unirti a quei lamenti, non provare batticuori”

 

[VII,44,1] “Io gli ribatterei giustamente: non parli bene, mio caro, se presumi che un uomo, per pochi spiccioli che valga, debba fare il computo del pericolo di vivere o di morire e non invece, quando fa qualcosa, considerare soltanto se fa qualcosa di giusto o di ingiusto, qualcosa da uomo virtuoso o da vizioso”.

 

[VII,45,1] “Le cose stanno in verità, o Ateniesi, proprio così: che dove uno prenda posizione ritenendola la migliore possibile o dove gli sia ordinato da un comandante di prenderla, là, a me sembra, egli deve restare affrontando i pericoli senza computare la morte né null’altro più della vergogna”.

 

[VII,46,1] “Ma, o beato, vedi se bene e nobiltà non siano altro che salvare la vita altrui e la propria; e se l’essere umano davvero uomo non debba dismettere il calcolo di quanto tempo vivere e non restare amante della vita bensì, affidandosi in questo al dio e fidandosi di quel detto donnesco secondo cui nessuno potrebbe scampare al proprio destino, analizzare in che modo vivere il meglio possibile il tempo che gli tocca vivere”.

 

[VII,47,1] Bisogna osservare torno torno i percorsi degli astri, come ruotando insieme a loro; e pensare continuamente alle trasformazioni degli elementi uno nell’altro, [VII,47,2] giacché queste rappresentazioni ripuliscono il sudiciume di una vita vissuta terra terra.

 

[VII,48,1] E invero bisogna che chi discorre di uomini sopravveda le vicende terrestri come dall’alto in basso: mandrie, eserciti, campi coltivati, matrimoni, divorzi, genesi, morti, trambusto nei tribunali, paesi isolati, popolazioni variegate di barbari, feste, lamenti funebri, mercati, confusione e tutto l’insieme adornato dai contrari.

 

[VII,49,1] Esaminare a fondo le vicende passate e le tante e grandi trasformazioni che succedono: si possono [così] anche presagire le future. [VII,49,2] Giacché esse saranno del tutto conformi, e non è possibile che si svolgano con un ritmo diverso dalle attuali. Ragion per cui è uguale investigare la vita umana su un arco di quarant’anni o di diecimila anni. Cosa si vedrà di più?

 

[VII,50,1]                                       “Tornano alla terra le creature che dalla terra sono germinate

                                                                                  e alla volta eterea le stirpi

                                                                                da seme etereo germogliate”

 

[VII,51,1]                                                       “Con vivande, con bevande e con sortilegi

                                                                     deviando il corso della vita così da non morire”

[VII,51,2]                                                         “Senza lamenti l”aura che spira dal cielo

                                                                           pur tra le pene dobbiamo sopportare”

 

[VII,52,1] Più abile a fare lo sgambetto, ma non più socievole, più rispettoso di sé e degli altri, più disciplinato di fronte agli avvenimenti, più paziente verso le trascuratezze di chi gli sta intorno.

 

[VII,53,1] Laddove un’opera può essere portata a termine secondo quella ragione che è comune agli uomini e agli dei, non vi è nulla di terribile da temere. Giacché quando è lecito centrare il giovamento che proviene da un’attività che procede per un libero corso ed è in armonia con la nostra struttura, ebbene ad essa non bisogna guardare col sospetto di alcun danno.

 

[VII,54,1] Dovunque e senza interruzione è in tuo esclusivo potere compiacerti devotamente dell’evenienza presente, comportarti secondo giustizia con le persone presenti e lavorare con arte alla rappresentazione del momento affinché non vi si insinui qualcosa di non catalettico.

 

[VII,55,1] Non guardare attorno a te gli egemonici allotrii ma guarda diritto alla meta cui ti guida la natura, sia la natura del tutto attraverso quel che ti avviene, sia la tua attraverso le opere che compi. [VII,55,2] A ciascuna creatura tocca fare ciò che consegue alla propria struttura. Ora, tutte le altre creature sono strutturate in vista delle creature razionali -e in ogni caso le inferiori lo sono in vista delle superiori- mentre le creature logiche lo sono l’una in vista dell’altra. [VII,55,3] Dunque ciò che è cardinale nella struttura dell’uomo è la socievolezza. [VII,55,4] Seconda viene la sua capacità di non cedere alle passioni del corpo, essendo peculiare del moto razionale e cognitivo dell’uomo la capacità di delimitarsi in se stesso e di non essere mai vinto né dal moto dei sensi né da quello degli impulsi istintivi. Entrambi questi moti sono infatti animaleschi, mentre il movimento cognitivo dispone sempre di primeggiare e mai di essere assoggettato a quelli. E invero giustamente, giacché esso è nato per usare tutti quelli. [VII,55,5] Terza, nella struttura razionale dell’uomo, viene poi la sua capacità di non essere precipitoso nei giudizi e di tenersi al riparo dall’inganno. [VII,55,6] Avendo queste caratteristiche, l’egemonico proceda per la diritta via ed avrà così ciò che gli appartiene.

 

[VII,56,1] Bisogna che chi ha vissuto fino ad ora come se fosse morto, viva in armonia con la natura delle cose il resto del tempo che gli avanza.

 

[VII,57,1] Amare unicamente quel che gli avviene ed è intessuto per lui. Cosa potrebbe, infatti, essere più acconcio?

 

[VII,58,1] Per ciascun caso della vita, avere davanti agli occhi coloro ai quali sono avvenuti gli stessi casi e che solevano adontarsene, sbalordirsene, biasimarli. Dove sono costoro, adesso? Da nessuna parte. E allora? Vuoi comportarti anche tu similmente? [VII,58,2] Non abbandonare, piuttosto, i rivolgimenti allotrii ai conturbatori e ai conturbati, e tu invece concentrarti interamente sul come servirti di quei casi della vita? [VII,58,3] Giacché te ne servirai bene e sarà materiale per te. Soltanto fa’ attenzione a disporre di essere bello dentro in ogni cosa che fai, e ricordati di entrambe le cose, ossia...[che il caso della vita è indifferente mentre non è indifferente l’uso che ne fai]…con la tua azione.

 

[VII,59,1] Scava dentro. Dentro è la fonte del bene che sempre può sgorgare, se sempre scavi.

 

[VII,60,1] Bisogna che anche il corpo sia ben piantato e non si dimeni di qua e di là, tanto in movimento quanto in posizione di riposo. [VII,60,2] Infatti, come la retta proairesi procura al nostro volto un’espressione che lo mantiene intelligente e decoroso, qualcosa del genere va richiesto anche per tutto il corpo. [VII,60,3] E dobbiamo badare a raggiungere questo risultato alla buona.

 

[VII,61,1] L’arte della vita è più simile alla lotta corpo a corpo che alla danza, per via dello star pronti e incrollabili agli accidenti non pronosticabili.

 

[VII,62,1] Soppesare continuamente chi siano costoro dai quali intendi ottenere una testimonianza favorevole di te e quali egemonici essi abbiano. [VII,62,2] Giacché non biasimerai coloro che toppano indeliberatamente né abbisognerai di quella corroborazione se guardi ben dentro, alle fonti della loro concezione e del loro impulso.

 

[VII,63,1] Ogni animo, dice, si priva della verità suo malgrado. Dunque è così anche della giustizia, della temperanza, della pazienza e di tutto ciò che è siffatto. [VII,63,2] E’ oltremodo necessario ricordarsi ininterrottamente di questo, giacché così sarai più mite con tutti.

 

[VII,64,1] Di fronte ad ogni dolore fisico, abbi a portata di mano il giudizio che esso non è una vergogna; che non rende peggiore quell’intelletto che pilota né lo corrompe come facoltà razionale o socievole. [VII,64,2] Per la maggior parte dei dolori ti sia di aiuto anche il detto di Epicuro: ‘Il dolore fisico non è né insopportabile né eterno’; così che tu possa rammemorare i suoi limiti e non opinare nulla di più. [VII,64,3] Ricordati inoltre di questo, cioè che ci sfugge come molte altre faccende che ci rendono malcontenti siano dei dolori camuffati: per esempio il cascare dal sonno, il morire di caldo, l’essere inappetenti. [VII,64,4] Qualora dunque tu ti dispiaccia per qualcuna di queste faccende, dì a te stesso che ti arrendi al dolore.

 

[VII,65,1] Guarda di non sperimentare verso gli esseri umani che non sono uomini, quel che gli esseri umani sperimentano verso gli uomini.

 

[VII,66,1] Come facciamo a sapere se Telauge non fosse migliore di Socrate quanto a disposizione interiore? [VII,66,2] Non basta, infatti, che Socrate abbia fatto una morte più celebre; che fosse più abile nel dialogare con i sofisti; che potesse passare una nottata al gelo con straordinaria forza d’animo; che, essendogli intimato di condurre in arresto Leonte di Salamina, così nobilmente pensasse bene di andare contro l’ordine; che camminasse per le vie [di Atene] con aria spavalda (cosa, questa, della quale si potrebbe davvero diffidare che sia proprio vera). [VII,66,3] Bisogna invece considerare quale tipo di animo avesse Socrate e se poteva accontentarsi di essere giusto verso gli uomini e santo verso gli dei; senza fremere di odio contro il vizio; senza essere servo dell’ignoranza di qualcosa; senza accogliere come straniera qualcuna delle cose che ci sono assegnate dall’universo o reggerla come se fosse insopportabile; e senza dare alla sua mente la possibilità di provare affezione per le passioni della carne.

 

[VII,67,1] La natura non ti ha commisto in un composto in modo tale da non autorizzarti a delimitare te stesso ed a far sì che ciò che è tuo non sia in tuo esclusivo potere; infatti è d’assai fattibile per un uomo diventare come un dio e non essere riconosciuto come tale da nessuno. [VII,67,2] Ricordatene sempre e ricorda anche che il vivere felicemente giace in pochissime cose. [VII,67,3] Non disperare, inoltre, di essere libero, rispettoso di te e degli altri, socievole, obbediente a chi è immortale, dal momento che hai perso la speranza di essere un giorno espertissimo nella dialettica e nella fisica.

 

[VII,68,1] Senza sforzo, puoi passare la vita nella massima contentezza anche se tutti ti urlassero contro quel che vogliono, anche se belve dilaniassero le povere membra di questo impasto rappreso. [VII,68,2] Che cosa impedisce, infatti, che in tutte queste circostanze la proairesi si salvaguardi in bonaccia; capace della risoluzione veritiera circa ciò che la circonda; pronta all’uso di ciò che le è sottoposto? [VII,68,3] Così che la proairesi in quanto risoluzione, possa dire a ciò che la incoglie: “Tu nella sostanza sei questo, anche se all’opinione appari essere quest’altro”; e in quanto uso, possa dire a quel che accade: “Andavo in cerca proprio di te, giacché il presente è sempre il materiale della mia virtù razionale e politica e, in complesso, dell’arte di un uomo soggetto alla stessa legge cui è soggetto dio”. [VII,68,4] Tutto quel che avviene è infatti assimilabile ad una causa divina o umana e non è mai né una novità né difficile da trattare, ma è noto e facile da lavorare.

 

[VII,69,1] La completezza del carattere è questa: tragittare l’intera giornata come se fosse l’ultima, senza provare batticuori, senza intorpidirsi, senza recitare una parte.

 

[VII,70,1] Gli dei, essendo immortali, non sono malcontenti di dover certamente sempre sopportare per così tanto tempo tale e tanta quantità di insipienti; e per di più si prendono cura di loro in ogni genere di modi. [VII,70,2] E tu che stai per farla finita tra non molto, invece capitoli? E questo quando tu sei uno di quegli insipienti?

 

[VII,71,1] Ridicolo è il fatto che noi non scansiamo la nostra propria viziosità, cosa che è possibile; mentre vorremmo scansare la viziosità degli altri, cosa invece impossibile.

 

[VII,72,1] Ciò che la facoltà che è insieme razionale e politica trovi non essere né cognitivo né socievole, ben logicamente lo giudica ancora più bisognevole di se stessa.

 

[VII,73,1] Qualora tu abbia fatto qualcosa di buono e un altro ne abbia sperimentato un bene; perché, oltre questi due, cerchi, come fanno gli stupidi, un terzo risultato, ossia di centrare anche la fama di benefattore o il contraccambio?

 

[VII,74,1] Nessuno si stanca se gli si giova, e il giovare è azione in armonia con la natura. Dunque non stancarti se ti si giova dal momento che, così facendo, tu giovi ad altri.

 

[VII,75,1] La natura ha dato l’impulso alla fabbrica del cosmo. Ora, o tutto ciò che succede succede per conseguenza, oppure anche le creature principali [ossia gli uomini] attraverso le quali l’egemonico del cosmo si fa impulso privato e personale, sono creature prive di ragione. [VII,75,2] Rammemorare questo ti riporterà in bonaccia verso molte cose.

 

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[VII,1] Di una malattia del corpo a decorso rapido, violento, tumultuoso si dice che è una malattia acuta. Così, un episodio acuto di quella malattia della proairesi che è la controdiairesi va chiamato ‘aberrazione’.
Di una malattia ad andamento prolungato, con scarsa tendenza alla guarigione si dice che è una malattia cronica. Così, la scarsa o nulla tendenza alla guarigione, ossia alla diairesi, di quella malattia della proairesi che è la controdiairesi va chiamata ‘vizio’.
Tutti i differenti vizi non sono altro che forme di abitudine inveterata, di pratica sistematica della controdiairesi in contesti diversi. È sempre la stessa storia.

 

[VII,2] Se la malattia della controdiairesi non è cronica, la proairesi può facilmente riprendersi da un accesso acuto ossia da un’aberrazione. Rappresentazioni catalettiche, retti giudizi, diairesi sono infatti in esclusivo potere della nostra proairesi. Inoltre, il timore di non potersi riprendere è intrinsecamente contraddittorio giacché si tratta di un’operazione proairetica, nella quale gli oggetti esterni e aproairetici non hanno alcun potere. La natura ha dato alla proairesi, quasi araba fenice, la possibilità di rivivere da se stessa, dalle proprie ceneri.

 

[VII,3] Diceva Epitteto che se noi fossimo concentrati sulla nostra proairesi così energicamente come i senatori, a Roma, sono concentrati sulle cose esterne ed aproairetiche per le quali si industriano, probabilmente concluderemmo qualcosa anche noi. I senatori tutto il giorno e tutti i giorni consigliano, dibattono, votano su forniture di grano, su proprietà immobiliari, su profitti ottenuti o attesi.
In un certo senso, le faccende di quei senatori sono simili alle nostre, giacché ricevere da qualcuno una lettera e leggere: ‘Ti prego di delegarmi l'esportazione di una certa quantità grano in cambio del mio voto favorevole alla tua elezione a quella certa carica’ non è diverso dal riceverne un’altra e leggervi ‘Ti prego di esaminare qual è per Crisippo il governo dell'ordine del mondo e quale ufficio vi ha l'animale logico; esamina anche chi sei tu e cosa sono il tuo bene ed il tuo male’. Si tratta di istanze diverse quanto agli oggetti ma che hanno bisogno di eguale impegno.
Lo zelo che i senatori pongono nelle loro faccende non sarebbe, dunque, degno di opere migliori? Alla fin fine ognuno di noi tanto vale quanto vale ciò su cui si industria.

 

[VII,4] Nel caso dell’uomo, nessun progresso verso la virtù è possibile se egli usa parole del cui significato non ha piena comprensione e dà spazio ad impulsi all’azione che contrastano con quanto è per lui doveroso.

 

[VII,5] Se io sono cittadino del mondo, qual è l’opera che la natura della quale sono figlio richiede da me?
Che io rispetti la natura delle cose serbando la mia proairesi libera, infinita, inasservibile e insubordinabile.
Se io sono anche cittadino di una città più piccola che è parte del mondo, qual è l’opera che questa seconda città richiede da me? Che io rispetti le leggi che essa si dà per promuovere la pacifica convivenza tra i suoi cittadini.
Il fatto che il rispetto della natura delle cose sia intrinsecamente in mio esclusivo potere e dunque che la mia proairesi sia sempre adeguata a quest’opera; e soprattutto la possibilità che qualcun altro possa compiere l’opera in questione al mio posto, porta ad escludere che Marco Aurelio, in questo frammento, pensi alla prima città. Egli si riferisce evidentemente alla seconda città, alle sue leggi e al suo ruolo in essa; ruolo che, a seconda delle contingenze, egli porterà a termine, da imperatore, in uno dei tre modi che qui dettaglia.

 

[VII,6] La virtù è premio a se stessa. Lasciate che scompaiano i virtuosi, e anche la fama della virtù è destinata a scomparire.

 

[VII,7] Chi non capisce cosa siano proairesi, diairesi, controdiairesi e antidiairesi non deve vergognarsi di ammetterlo e, se ha bisogno di aiuto, deve accettare che qualcuno lo aiuti a comprendere chi è e che cos'è venuto a fare in questo mondo.

 

[VII,8] Se la morte dell’uomo è cancellazione della sua proairesi, il problema non si pone neppure. Se la proairesi invece permanesse, essa sarebbe comunque capace di dominare lo sconcerto domani, come lo è oggi e lo era ieri.

 

[VII,9] Il cosmo è un’unica sostanza e un’unica polis.

 

[VII,10] Tutto è sottoposto a rapide trasformazioni.

 

[VII,11] Qualunque azione umana è in accordo con la natura, ma non tutte le azioni umane sono in accordo con la natura delle cose ossia con la ragione.

 

[VII,12] Dice il proverbio che l’occasione fa l’uomo ladro. Meglio sarebbe dire che essa rivela il ladro. Rettitudine o soltanto correttezza?

 

[VII,13] Socrate affermava che Anito e Meleto potevano farlo uccidere ma non fargli del male.
Senza bisogno di attribuirgli la profondità del sapiente stoico, se Socrate giudica rettamente che nessun uomo può fare dal male ad altri che a se stesso, allora giudicherà anche che nessun altro può fargli del male. Ma è altrettanto evidente che nessun uomo può fare del bene ad altri che a se stesso, e che dunque nessuno può fargli del bene.
Questo accade poiché bene e male esistono soltanto nella proairesi dell’uomo, laddove ‘bene’ è il retto uso delle rappresentazioni, che significa -in questo caso- libertà e infinità della proairesi di Socrate; e ‘male’ l’uso scorretto delle rappresentazioni, che significa schiavitù e miseria delle proairesi di Anito e Meleto.
Dove nasce dunque l’aberrazione di giudicare che il bene e il male siano entità aproairetiche e, ancor peggio, che esista qualcosa come il ‘bene comune’? Ancora e sempre nella proairesi dell’uomo.
Infatti, ‘bene comune’ e ‘male comune’ non hanno maggiore realtà dell’esistenza di un fantomatico ‘pene comune’. Sono pure e vere contraddizioni in termini, concetti aberranti usati per giustificare se stessi e il proprio operato da menti deboli, immature, infantili, non sviluppate, anche se sui loro volti ondeggiassero barbe lunghe due spanne, anche se sedessero su un trono.

 

[VII,14] Il dolore fisico è un’entità aproairetica, l’afflizione è un’entità proairetica. Il dolore fisico non è né un bene né un male. L’afflizione è un male.

 

[VII,15] Se l’oro rimane oro pur frammisto ad altri materiali, la proairesi può e deve rimanere virtuosa anche quando sia circondata da proairesi viziose.

 

[VII,16] Marco Aurelio parla, in questo frammento, di due diversi egemonici o proairesi.
Nei primi due paragrafi il soggetto è la Prònoia, l’egemonico di quell’unico essere vivente che è il cosmo. Sappiamo che egli la concepisce come autoteoretica e non è difficile capire che la Prònoia, comunque muovesse il cosmo, lo muoverebbe verso il proprio bene, poiché qualunque essere fa sempre quello che giudica essere il proprio bene e mai il proprio male. E ovviamente nulla e nessuno potrebbe deviare la Prònoia del cosmo dal suo corso.
I paragrafi seguenti sono invece riferiti all’uomo, che Marco Aurelio vede composto, come ha già detto in precedenti frammenti, di: corpo, animo o pneuma, ed egemonico.
Il corpo può patire, provare dolore o piacere, ma non ha la capacità di esprimere giudizi su quello che prova. L’animo può avere reazioni istintive di paura o di afflizione che precedono la formazione dei giudizi da parte della proairesi, semplicemente perché esse sono reazioni animali rapidissime, utili all’individuo per sfuggire determinati pericoli e che gli conferiscono pertanto dei vantaggi di sopravvivenza. La proairesi è invece autoteoretica, è essa e soltanto essa quella che produce i giudizi ai quali corpo e animo ubbidiranno. E l’egemonico dell’uomo, quando operi rettamente è, sempre secondo Marco Aurelio, una fedele immagine dell’egemonico del cosmo.

 

[VII,17] Non si deve confondere ciò che ci viene in mente con ciò che pensiamo. Le rappresentazioni scabrose sono una cosa; l’assenso ad esse o il dissenso da esse è un’altra e la proairesi rettamente operante non confonde le due cose.

 

[VII,18] Il cosmo del quale siamo parte è un’unità in spontaneo, continuo e inarrestabile mutamento.

 

[VII,19] Di quanti Crisippo, di quanti Socrate, di quanti Epitteto ha bisogno il mondo?

 

[VII,20] Dà un certo conforto sentire Marco Aurelio dichiararsi risoluto a non usare la controdiairesi.

 

[VII,21] Come il lento richiudersi di un vecchio cofano.

 

[VII,22] Le aberrazioni sono figlie dell’ignoranza e dunque chiunque può uccidermi, ma nessuno può recarmi danno.

 

[VII,23] Nulla si crea e nulla si distrugge.

 

[VII,24] I vizi altrui possono indignarci e l’indignazione trasparire nel nostro volto. Ma il giudizio che l’aberrazione altrui debba essere motivo di indignazione fino a diventare infelicità per me è, a sua volta, male. E quando io non mi renda più conto che essendo infelice sto aberrando, ho passato il confine che separa il ‘vivere’ dall’ ‘essere in vita’.

 

[VII,25] Per il cosmo nel suo complesso il tempo non esiste e dunque esso è l’unico essere vivente non soggetto ad invecchiamento.

 

[VII,26] Chi trascura la natura delle cose e dunque aberra, è in contraddizione e diventa nemico di se stesso. Deve pertanto essere considerato per quello che è in simile stato: un infelice che non merita né stupore né ira da parte di una retta proairesi ma quel distacco che si confà a chi invece rispetta la natura delle cose.

 

[VII,27] Rallegrati pure di ciò che è aproairetico, ma con riserva; ossia non tanto da essere infelice per la sua mancanza.

 

[VII,28] La proairesi, quando opera rettamente, è pace vivente.

 

[VII,29] In questa sorta di breve memorandum Marco Aurelio ricorda a se stesso, tra altre cose, di disciplinare l’assenso alle rappresentazioni, l’impulso all’azione, il desiderio e l’avversione. Di particolare rilievo è il pressante invito alla diairesi tra ciò che è proairetico, che qui egli chiama ‘componente causale’ e ciò che è aproairetico, che egli chiama ‘componente materiale’.

 

[VII,30] È importante comprendere da quali cause basilari siano prodotti gli eventi. E noi sappiamo che anche per Marco Aurelio queste cause basilari sono quattro: Prònoia o Proairesi, Natura, Necessità, Fortuna.

 

[VII,31] Vestiti di virtù.
Il filosofo cui la citazione si riferisce è Democrito.

 

[VII,32] Il frammento ripropone le due prospettive che Marco Aurelio concepisce come radicalmente alternative: l’atomismo di Democrito ed Epicuro, che egli considera inaccettabile; e la visione stoica, che egli tende a colorare di un forte finalismo e di un intenso provvidenzialismo.

 

[VII,33] Di dolore fisico acuto si può morire? Epicuro pensa di sì. E il dolore fisico cronico, che Epicuro giudica sopportabile, come va affrontato?
Ricordiamoci che il dolore fisico è un’entità aproairetica e che proairetico è invece il giudizio che la proairesi ha di esso.
Ora, se la proairesi giudicasse il dolore fisico essere di per sé un bene, essa lo ricercherebbe attivamente, cosa che invece nessuna proairesi vediamo fare. Ma anche se lo facesse si tratterebbe di una aberrazione, in quanto la proairesi si sarebbe atteggiata in modo contrario alla natura delle cose, la quale stabilisce inviolabilmente che bene e male siano entità proairetiche e non oggetti esterni e aproairetici come il dolore fisico.
Se la proairesi giudicasse il dolore fisico essere di per sé un male, essa lo avverserebbe in ogni modo; ma anche in questo caso si tratterebbe di una aberrazione, in quanto la proairesi si sarebbe atteggiata in modo contrario alla natura delle cose, secondo la quale il dolore fisico è invariantemente un’entità aproairetica, non in esclusivo potere della proairesi: tant’è vero che essa vi è incappata suo malgrado.
Qual è allora l’atteggiamento della retta proairesi dinanzi al dolore fisico? A diairesi operata, ossia dopo avere correttamente giudicato che il dolore fisico non è né un bene né un male ma un ‘indifferente’, la proairesi ha il dovere di mantenere se stessa libera, infinita, inasservibile e insubordinabile; dunque ha il dovere di comandare all’antidiairesi di allontanare, secondo le circostanze e per quanto è possibile, un dolore fisico che esige per se stesso un’attenzione abnorme e che si propone niente meno che come agente limitante le caratteristiche naturali della proairesi. La retta proairesi fa dunque quel che può per allontanare il dolore fisico, senza trasformarlo in un motivo di paura e di afflizione (che sono proairetiche e male) né in noncuranza e trascuratezza (che sono anch’esse proairetiche e male). E lo fa con riserva, giacché sa che il successo in questa operazione non è in suo esclusivo potere. E quando l’opera dell’antidiaresi avesse fatto sparire il dolore fisico, la retta proairesi continuerebbe a serbare retti giudizi su di esso, senza inorgoglirsi e senza sentirsene per sempre al riparo. Quando invece fosse il dolore a sposarsi con la morte e ad avere il sopravvento, ebbene la retta proairesi farebbe vivere i suoi retti giudizi sulla morte e potrebbe salutare degnamente la fine della sua avventura con le parole che Socrate rivolgeva all’amico di una vita: ‘Critone, siamo debitori di un gallo ad Asclepio. Dateglielo e non ve ne dimenticate’.

 

[VII,34] Proairesi che inseguono e fuggono cose aproairetiche ed in esse pongono il loro bene ed il loro male: una fama fatta di sabbia.

 

[VII,35] In quanto entità aproairetiche, vita e morte non sono né un bene né un male.
Salvo un pronome ed un sostantivo, il frammento è la citazione testuale di un brano della ‘Repubblica’ di Platone nel quale Socrate, dialogando con Glaucone, spiega come gli uomini capaci di giungere all’apprensione di ciò che sempre permane invariabilmente costante siano filosofi di una filosofia, mentre coloro che non vi giungono ma vanno errando e si arrestano alla molteplicità del variabile siano filosofi di un’altra filosofia.

 

[VII,36] L'uomo che sa di bene operare non si duole di sentir parlar male di sé. Come tale, Marco Aurelio invita se stesso a non affliggersi delle maldicenze che corrono al suo riguardo.
Epitteto nelle ‘Diatribe’ cita le parole del frammento come parole che Antistene rivolge al persiano Ciro.
Amico e compagno di Socrate, Antistene è la grandissima personalità filosofica cui possono essere fatti risalire i fondamenti del cinismo e, in un certo senso, dello stesso stoicismo.

 

[VII,37] Quando Epitteto intendeva richiamare qualcuno alla verità che la nostra proairesi può atteggiarsi diaireticamente o controdiaireticamente, gli diceva: ‘Se qualcuno ti imponesse di prostituire il tuo corpo al primo individuo che casualmente ti viene incontro, ne fremeresti. E che tu prostituisca la tua proairesi al primo che capita così che, se sarai ingiuriato, essa ne sia sconcertata e confusa: per questo non ti vergogni?’

 

[VII,38] Il brano è un frammento dal ‘Bellerofonte’ di Euripide, e si può immaginare dedicato alle schiere dei combattenti contro i mulini a vento.

 

[VII,39] Il frammento è tratto da un’opera di autore sconosciuto.

 

[VII,40] Il frammento proviene dalla ‘Ipsipile’ di Euripide.

 

[VII,41] Il frammento proviene dalla ‘Antiope’ di Euripide.

 

[VII,42] La citazione è un frammento di un’opera sconosciuta di Euripide.

 

[VII,43] Il frammento proviene dall’opera di un autore sconosciuto. È comunque irresistibile la tentazione di intitolarlo: ‘Cent’anni di piagnistei’.

 

[VII,44] Marco Aurelio cita parole di Socrate, come le riferisce Platone nella sua ‘Apologia’.

 

[VII,45] Altre parole di Socrate, come le riferisce Platone nella sua ‘Apologia’.

 

[VII,46] Anche per Socrate, la vita di per se stessa non è né un bene né un male.
Il frammento è una citazione proveniente dal ‘Gorgia’ di Platone.

 

[VII,47] Soltanto il nitore della saggezza, simboleggiata dal moto ordinato dei corpi celesti e dalle regolari trasformazioni dei quattro elementi, è capace di ripulire la sudiceria prodotta dall’insipienza umana.

 

[VII,48] Un invito a guardare le vicende umane dall’alto della natura delle cose e della diairesi.

 

[VII,49] Quando si sia seguito l’invito del frammento precedente, cosa si potrà vedere domani più di quanto si sia visto oggi?

 

[VII,50] Il frammento proviene dal ‘Crisippo’ di Euripide.

 

[VII,51] Il primo frammento proviene dalla ‘Supplici’ di Euripide. Il secondo frammento è di autore ignoto.

 

[VII,52] Colui che vince una competizione ha anche, per il semplice fatto di avere vinto, retti giudizi sulla vittoria? E se non li ha, pur avendo primeggiato ha perso la gara fondamentale e decisiva della saggezza e della virtù.

 

[VII,53] Comune agli uomini e agli dei è la ragione. L’attività che ha libero corso ed è in armonia con la nostra struttura è la diairesi. Dall’uso della diairesi non può certamente venire alcun male.

 

[VII,54] Giusti desideri ed avversioni, doverosi impulsi e repulsioni, retti assensi e dissensi. Così una proairesi è libera dinnanzi agli eventi, agli uomini ed a se stessa.

 

[VII,55] La proairesi è una facoltà naturale nata per primeggiare poiché, avendo essa soltanto la conoscenza della natura delle cose, essa soltanto è in grado di disciplinare correttamente i desideri e le avversioni, gli impulsi e le repulsioni, gli assensi e i dissensi dell’uomo in vista del suo perseguimento della felicità.
Se è vero che l’uomo è finora l’unica creatura razionale esistente nel cosmo, è falso che il possesso della proairesi significhi per lui ‘ipso facto’ garanzia di felicità. E mentre tutti gli altri esseri viventi coniugano la loro assenza di proairesi con l’assenza del problema di essere felici o infelici, l’autoteoreticità dell’uomo gli lascia la possibilità di atteggiarsi diaireticamente o controdiaireticamente e dunque gli apre anche le porte dell’infelicità.
Lasciandosi scivolare lungo il piano inclinato della necessità di giustificare, innanzi tutto a se stesso, il proprio ruolo di ‘imperatore’ e non insensibile al canto delle Sirene che lo attorniano, Marco Aurelio colora a volte il suo stoicismo di un acceso finalismo provvidenzialistico e di un futile antropocentrismo, ripetendo luoghi comuni della scuola che forse non ha neppure ben capito.
Marco Aurelio, infatti, dimentica o finge di dimenticare che gli uomini sono gli unici animali nel cosmo che si massacrano l’un l’altro a milioni e che, per fare soltanto un minimo esempio, le formiche, le api e i lupi sono animali molto più socievoli e socialmente organizzati dell’uomo.
È persino stucchevole ricordare la mistificazione che si nasconde nel concetto di ‘bene comune’. La socievolezza dell’uomo, infatti, non consiste nel votarsi a perseguire un fantomatico e inesistente ‘bene comune’, che comunque sarebbe qualcosa di aproairetico e dunque non potrebbe neppure mai essere di per sè un ‘bene’. E neppure nel votarsi a scongiurare, perchè ‘male’, il fatto aproairetico che gli uomini si massacrino l’un l’altro a milioni.
La socievolezza dell’uomo consiste nel riconoscere la libertà, infinità, inasservibilità, insubordinabilità delle proairesi altrui e nel salvaguardare con tali caratteristiche la propria. E la stessa manifesta impossibilità di eliminare universalmente l’uso della controdiairesi è semplicemente un altro modo per qualificare l’inesistenza del bene comune, così come l’impossibilità di annichilare la diairesi qualifica l’inesistenza del male comune.
Per comprendere fino in fondo cos’è in gioco, merita ascoltare al riguardo queste parole di Epitteto, che si possono benissimo immaginare rivolte ad un imperatore: “-Ma io posso far prendere a legnate chi voglio- Certo tu puoi farlo, come faresti prendere a legnate un asino. Sappi dunque che questo tuo comando non è un comando da uomo che comanda uomini. Comandaci invece come creature logiche, mostrandoci quanto è utile, e noi ti seguiremo. Mostraci quanto non è utile e noi ce ne distoglieremo. Fa di noi dei tuoi emuli, come faceva Socrate di sé. Socrate era colui che comandava gli uomini come uomini, poiché li invitava a subordinare ad essa, alla ragione, il loro desiderio, l'avversione, l'impulso, la repulsione. Tu invece dici: ‘Fa questo, non fare questo; se no, ti farò buttare in prigione’. Questo non è più comando di noi come creature logiche. Dì piuttosto: ‘Come Zeus ha costituito per natura delle cose, questo fa. Se non lo farai sarai punito, sarai danneggiato’. Chiedi quale sia il danno? Nessun altro se non quello di non fare quel che si deve. Infatti, avrai mandato in malora l'uomo leale, rispettoso di sé e degli altri, il cittadino del mondo che è in te. E non cercare altri danni più grandi di questi”.

 

[VII,56] Marco Aurelio ci confessa, forse addirittura esagerando, di avere finora vissuto come se fosse morto.

 

[VII,57] Natura, fortuna, necessità e prònoia intessono tutto ciò che di aproairetico avviene all’uomo. Ma anche la proairesi è una delle cause basilari del nostro destino.

 

[VII,58] I casi della vita sono materiale per la nostra proairesi e una proairesi pervertita li trasforma inevitabilmente in male. Se anche tu vuoi fare così non hai che da accomodarti. La natura non ti frapporrà alcun impedimento, e sappi che non te lo frapporrà neppure se deciderai di trasformali in bene.

 

[VII,59] La fonte del bene, come del male, è dentro l’uomo ed è la sua proairesi.

 

[VII,60] Anche l’atteggiamento del corpo può rispecchiare lo stato della nostra proairesi.

 

[VII,61] Le giuste competizioni alle quali, nel corso della vita, non dobbiamo rifiutarci di partecipare.

 

[VII,62] Vuoi essere lodato dagli insipienti?

 

[VII,63] L’aberrazione della proairesi è ignoranza della diairesi, di cos'è bene di cos'è male.
La citazione che apre il frammento è molto nota e proviene da Epitteto il quale, a sua volta, la mutua da Platone.

 

[VII,64] Finché la facoltà proairetica non è compromessa, un qualunque intralcio del nostro corpo va correttamente giudicato come cosa aproairetica, e dunque non è un intralcio di proairesi.

 

[VII,65] Le proairesi atteggiate diaireticamente praticano il retto uso delle rappresentazioni. Chi pratica il retto uso delle rappresentazioni si chiama ‘uomo’. Gli uomini sono ‘pace vivente’.
Le proairesi atteggiate controdiaireticamente praticano l’uso scorretto delle rappresentazioni. Chi pratica l’uso scorretto delle rappresentazioni si chiama ‘essere umano’. Gli esseri umani non possono che odiare e odiarsi a vicenda: essi sono ‘inimicizie viventi’.

 

[VII,66] Poiché i giudizi dai quali procedono i comportamenti delle persone non sempre si desumono facilmente dalle apparenze esterne, si può cautamente affermare di conoscere un uomo soltanto quando se ne conoscano a fondo i giudizi.
In questo frammento Socrate e Telauge sono presi da Marco Aurelio a modelli emblematici del filosofo noto e del filosofo ignoto, al fine di rilevare che la notorietà non è indizio, e tanto meno prova, di eccellenza interiore.
Un filosofo di nome Telauge è effettivamente citato, come figlio di Pitagora, nelle ‘Vite dei filosofi’ scritte da Diogene Laerzio nel III° secolo d.C.
Le vicende della vita di Socrate sono troppo note per meritare ulteriori precisazioni.

 

[VII,67] Anche se hai avuto la sventura di sedere su un trono imperiale, sembra dire Marco Aurelio a se stesso, ricorda che comunque continui ad avere la proairesi che la natura ti ha dato e che essa è libera, infinita, inasservibile, insubordinabile; mentre il trono su cui siedi è schiavo di ambizioni viziose e cortigiane, finito nei suoi confini, asservibile da ogni sorta di nemici, subordinabile da popoli più ricchi e potenti.
Tutti ti conoscono come imperatore e nessuno, spesso neppure tu stesso, ti riconosce per chi tu davvero sei.

 

[VII,68] La proairesi umana è una delle quattro cause basilari degli eventi del cosmo ed è grazie al corretto uso di essa che l’uomo può essere felice in questa vita.
In questo frammento Marco Aurelio dettaglia il funzionamento della sua propria proairesi atteggiata diaireticamente davanti ad un evento esterno e aproairetico quale, ad esempio, le rabbiose urla di disapprovazione che gli sono rivolte contro da uno dei suoi più intimi collaboratori. Il processo è analizzato in tappe che soltanto per comodità di esposizione sono successive e che sono sommariamente, pur con qualche leggera imprecisione, riassumibili così.
Poiché nulla di ciò che è esterno ed aproairetico ha accesso diretto ad essa, innanzitutto la proairesi assume la rappresentazione di ciò che è esterno ed aproairetico e lo lavora fino a produrne una rappresentazione catalettica cui dà il proprio assenso (‘Avidio urla contro di me’). Immediatamente dopo, impiegando la diairesi, essa passa al retto uso della rappresentazione (‘le urla di Avidio non sono nulla in relazione a me, non sono né bene né male’) e decide se desideri o impulsi che scaturiscono da quel giudizio di assenso e dal responso della diairesi, implicano operazioni che sono in suo esclusivo potere (‘taccio’; ‘prendo la parola per spiegare perché Avidio si sbaglia’) oppure non sono in suo esclusivo potere (‘convincerò Avidio che si sbaglia’). Se sono in suo esclusivo potere essa le mette immediatamente in pratica. Se non sono in suo esclusivo potere essa formula, con riserva, quei i giudizi che chiamerà poi l’antidiairesi a mettere in pratica ove, quando, e come possibile.

 

[VII,69] La retta proairesi sa essere felice, e dunque può fare di ogni giorno il nostro potenziale ultimo giorno.

 

[VII,70] Quando gli dei decidono di punire gli insipienti non fanno altro che esaudirne i desideri. Come un dio, l’uomo che usa la diairesi sa sopportare coloro che non la usano.

 

[VII,71] La diairesi ci dice che nostri vizi sono per noi cosa proairetica e dunque evitabili, mentre i vizi altrui sono per noi cosa aproairetica e dunque inevitabili.

 

[VII,72] Anche per negare l’utilità della proairesi e delle sue opere ci sarebbe bisogno della proairesi.

 

[VII,73] La proairesi è autoteoretica: dunque è essa stessa premio o punizione a se stessa.

 

[VII,74] Una retta proairesi accetta ben volentieri l’aiuto di un’altra proairesi, quando quest’ultima sia retta ossia non pretenda di diventare padrona della proairesi che aiuta.

 

[VII,75] Se la prònoia, ossia l’egemonico del cosmo, fosse una entità irrazionale, non riuscirei a spiegarmi come mai io, Marco Aurelio, sono una creatura razionale.

 

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LIBRO VIII

 

 

[VIII,1,1] Al disprezzo della vanagloria porta anche questo, ossia il fatto che non puoi più dire di avere vissuto sempre, o almeno fin dalla giovinezza, una vita da filosofo. È ormai diventato manifesto a molti altri e pure a te stesso che sei ben lontano dalla filosofia. [VIII,1,2] Dunque, sei lordo; sicché l’acquisire fama di filosofo per te non è più facile, ed anche la tua ipotesi di vita è in antagonismo con ciò. [VIII,1,3] Se davvero hai visto dove giace il problema, tralascia, allora, la preoccupazione di chi sembrerai e accontentati di riuscire eventualmente a vivere il resto della tua vita come la natura delle cose dispone. [VIII,1,4] Sviscera ciò ch’essa dispone e null’altro ti distragga. Infatti, hai provato a te stesso, dopo essere andato errando intorno a tante cose, di non avere trovato il ‘vivere bene’. [VIII,1,5] Non l’hai trovato nei sillogismi, né nella ricchezza di denaro, né nella gloria, né nel godimento né da nessuna parte. [VIII,1,6] E dunque dov’è? Il vivere bene sta nel fare ciò che la natura dell’uomo esige. E questo, come lo farai? Se avrai i giudizi dai quali far discendere impulsi ed azioni. Quali giudizi? Quelli sul bene e sul male, per cui nessun giudizio è bene per l’uomo se non lo rende giusto, temperante, virile, liberale; e nessun giudizio è male se non lo rende il contrario di quanto appena detto.

 

[VIII,2,1] Per ciascuna tua azione domanda a te stesso: “Come mi si addice quest’azione? Non avrò a pentirmene?” Tra breve sarò morto e tutto sarà tolto di mezzo. [VIII,2,2] Se la presente mia opera è opera di una creatura cognitiva, socievole, soggetta alla stessa legge cui è soggetto dio, cosa esigo di più?

 

[VIII,3,1] Cosa sono Alessandro, Gaio Cesare, Pompeo a confronto di Diogene, Eraclito, Socrate? [VIII,3,2] Questi si resero ben conto dei fatti, delle cause, dei materiali con i quali avevano a che fare ed i loro egemonici erano autonomi. Là, invece, privilegio di quali e servitù di quanti!

 

[VIII,4,1] Essi faranno nondimeno le medesime cose, anche se tu crepassi di rabbia.

 

[VIII,5,1] In primo luogo, non sconcertarti; giacché tutto avviene in armonia con la natura e tra breve tu, come Adriano e come Augusto, non esisterai più da nessuna parte. [VIII,5,2] In secondo luogo, tieni lo sguardo teso alla faccenda in questione e, rammemorando insieme cosa richiede la natura umana e il fatto che tu devi essere un uomo virtuoso, fa quel che devi senza voltarti indietro e come ti appare più giusto; e fallo con pazienza, rispetto di te e degli altri, senza ipocrisia.

 

[VIII,6,1] La natura in generale fa questo lavoro: traslocare là le cose che sono qui, trasformare, sollevare di qua e portare là. [VIII,6,2] Tutti rivolgimenti che non sono da temersi come una novità, ma che sono tutti consueti.

 

[VIII,7,1] Ogni natura che abbia libero corso è paga di se stessa. La natura razionale ha libero corso quando, nel caso delle rappresentazioni, nega il proprio assenso ad una rappresentazione falsa o dubbia; quando indirizza gli impulsi verso opere socievoli; quando desidera ed avversa unicamente cose che sono in suo esclusivo potere e, per il resto, accetta di buon grado tutto ciò che le è assegnato dalla comune natura. [VIII,7,2] Di questa comune natura, infatti, essa è una parte; come la foglia lo è di un vegetale. Eccetto che, in questo caso, la natura della foglia è parte di una natura priva di sensazioni, irrazionale, soggetta ad intralci; mentre la natura dell’uomo è parte di una natura che non è soggetta ad intralci, che è cognitiva e giusta, dato che fa per ciascun uomo partizioni uguali e secondo il valore di tempo, di sostanza, di causa, di attività e di evenienza, ed uguali assegnazioni. [VIII,7,3] Considera, cioè, non se troverai questi fattori uguali uno per uno per ogni singolo uomo, ma se il totale assegnato ad uno equivale nell’assieme al totale toccato ad un altro.

 

[VIII,8,1] Non vi è la possibilità di leggere. Ma vi è la possibilità di reprimere lo stimolo ad oltraggiare; di prevalere sui piaceri e i dolori fisici; di essere ben al di sopra della fama; di non nutrire rancore per gli insensibili e gli ingrati e, per di più, di prendersi cura di loro.

 

[VIII,9,1] Che nessuno, neppure tu stesso, ti senta più vituperare la vita di corte.

 

[VIII,10,1] Il pentimento è uno scossone di biasimo che si dà a se stessi per avere pretermesso qualcosa di proficuo. Ciò che è proficuo deve essere un bene, e al virtuoso tocca avere ogni sollecitudine per esso. Ora, nessun uomo virtuoso si pentirebbe mai per avere trascurato una qualche ebbrezza: dunque l'ebbrezza non è proficua e non è un bene.

 

[VIII,11,1] Cos’è questo in se stesso per sua propria struttura? Quali sono il suo sostanziale e il suo materiale? Quale la sua causa? Cosa fa nel cosmo? Per quanto tempo sussiste?

 

[VIII,12,1] Qualora ti desti malcontento dal sonno, sovvieniti che l’esplicare azioni socievoli è in armonia con la tua struttura e con la natura umana, mentre il dormire è comune anche alle creature irrazionali. Ciò che è in armonia con la natura di ognuno è pertanto ciò che gli è più appropriato, più naturalmente appartenente, più gradevole.

 

[VIII,13,1] Bisogna applicare la fisica, l’etica, la dialettica ininterrottamente e, per quanto è possibile, su ogni rappresentazione.

 

[VIII,14,1] In chiunque t’imbatta, per prima cosa dì a te stesso: ‘Che giudizi ha costui sul bene e sul male?’ [VIII,14,2] Giacché se ha sul piacere fisico, sul dolore fisico e su ciò che è produttivo di entrambi, sulla fama, sul discredito, sulla morte e sulla vita un certo tipo di giudizi, non c’è da stupirsi e non mi sembrerà strano che egli faccia quel che consegue a quei giudizi; e mi ricorderò pure che egli è costretto ad agire così.

 

[VIII,15,1] Ricorda che come è vergognoso sbalordirsi se un fico apporta dei fichi, così è vergognoso sbalordirsi se il cosmo apporta ciò di cui è portatore. Anche per un medico o per un pilota è vergognoso sbalordirsi se qualcuno ha la febbre o se soffia un vento contrario.

 

[VIII,16,1] Ricorda che anche l’allogarti diversamente ed il seguire colui che ti corregge è egualmente un atto di libertà. [VIII,16,2] Infatti, è una tua attività realizzata secondo il tuo impulso e la tua risoluzione e quindi anche secondo il tuo intendimento.

 

[VIII,17,1] Se è in tuo esclusivo potere, perché lo fai? Se invece è in potere d’altri, chi biasimi? Gli atomi o gli dei? Ambedue le alternative sono pura pazzia. [VIII,17,2] Non bisogna biasimare nessuno. Se infatti lo puoi, correggi l’uomo. Se non lo puoi, correggi il fatto stesso. Se non puoi neppure questo, a cosa ancora è utile il biasimare? Giacché non bisogna fare nulla a casaccio.

 

[VIII,18,1] Ciò che muore non casca fuori del cosmo. [VIII,18,2] Se qua resta, allora qua si trasforma e si dissolve negli elementi naturali del cosmo. E questi stessi si trasformano e non brontolano.

 

[VIII,19,1] Ciascun essere, sia esso un cavallo o una vite, è nato per qualcosa. Perché te ne stupisci? Anche il sole dirà: ‘Sono nato per compiere una certa opera’. E così diranno il resto degli dei. [VIII,19,2] E tu per cosa sei nato? Per godere nella carne? Vedi se il concetto è tollerabile.

 

[VIII,20,1] La natura ha avuto di mira l’esaurimento di ciascuna cosa non meno che il suo principio e il suo tragitto, così come avviene a colui che lancia in alto la palla. [VIII,20,2] Per la palla, che bene c’è nel portarsi in alto, e che male c’è nel ricadere e nel cascare a terra? [VIII,20,3] Per una bolla d’aria, che bene c’è nel formarsi e che male c’è nel dissolversi? Considerazioni simili si potrebbero fare anche per una lucerna.

 

[VIII,21,1] Rivolta il corpo e osservalo qual è e quale diventa quando invecchia, è ammalato, soffre dolori. [VIII,21,2] Breve vita hanno tanto chi loda quanto chi è lodato; tanto chi rammemora quanto chi è rammemorato. [VIII,21,3] Per di più in un angolo di questa regione del cosmo, dove non vanno neppure tutti d’accordo e neppure ciascuno con se stesso, mentre la terra intera è un puntino.

 

[VIII,22,1] Fa attenzione all’oggetto, all’attività, al giudizio, al significato. [VIII,22,2] È giusto che patisca, giacché vuoi diventare virtuoso domani piuttosto che esserlo oggi.

 

[VIII,23,1] Faccio qualcosa? Lo faccio riferendolo ad una beneficenza per gli uomini. Mi capita qualcosa? Lo accolgo riferendolo agli immortali e alla sorgente di tutte le cose, da cui tutti gli eventi sono compartiti.

 

[VIII,24,1] Quale ti appare il fare un bagno caldo: olio, sudore, sudiciume, acqua emulsionata, tutte cose che fanno ribrezzo; tale è ogni parte della vita e ogni oggetto.

 

[VIII,25,1] Lucilla ha sepolto Vero, poi è toccato a Lucilla. Seconda ha sepolto Massimo, poi è toccato a Seconda. Epitincano ha sepolto Diotimo, poi è toccato a Diotimo. Faustina ha sepolto Antonino, poi è toccato a Faustina. Così è sempre. Celere ha sepolto Adriano, poi è toccato a Celere. [VIII,25,2] Dove sono quegli ingegni sottili, pronosticatori, vanitosi, come Carace, Demetrio il platonico, Eudemone ed altri come loro? [VIII,25,3] Tutti effimeri, morti da tempo. Taluni neppure rammemorati per un momento, altri trasformati in leggende, altri ancora svaniti pure dalle leggende. [VIII,25,4] Ricordati, allora, che il tuo corpo composto dovrà essere disperso, e lo pneuma spento o trasferito e ridisposto altrove.

 

[VIII,26,1] La letizia dell’uomo consiste nel fare ciò che dell’uomo è peculiare. [VIII,26,2] E peculiare dell’uomo è la benevolenza verso chi gli è consimile, il disdegno dei moti dei sensi, la discriminazione delle rappresentazioni speciosam