CICERONE

 

 

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CiCERONE

PARADOXA STOICORUM

 

[1] Bruto, io ho spesso notato che tuo zio Catone, quando prende la parola in Senato, argomenta in modo filosoficamente molto serio e assai diverso dal modo che si impiega nelle pubbliche assemblee. Ciononostante egli riesce a rendere il suo ragionamento chiaro e comprensibile a tutti coloro che lo ascoltano. [2] Questo è un risultato di grande valore che lui, ben più di te e di me, riesce ad ottenere; giacché noi due, al contrario, ci serviamo di quella filosofia che è parente stretta della magniloquenza ed usa argomentazioni che non differiscono granché dalle credenze popolari. Catone, che a parer mio è un perfetto Stoico, ha invece giudizi che non incontrano il plauso dell’opinione pubblica, in quanto egli appartiene ad una scuola filosofica che non insegue le espressioni fiorite e non tira per le lunghe le dimostrazioni, ma raggiunge lo scopo prefisso con domandine specifiche e brevi frasi. [3] Eppure nulla è talmente incredibile, che a forza di parole non si riesca a farlo diventare credibile; nulla è così orrido, così squallido, che l’eloquenza non riesca a farlo diventare qualcosa di splendido e di raffinato. Con questa opinione in testa, io ho fatto allora qualcosa di ancor più audace di ciò che fa colui del quale ti sto parlando. Infatti Catone, da Stoico qual è, suole aggiungere qualche ornamento retorico al suo discorso solo quando parla di grandezza d’animo, di temperanza, di morte, d’ogni sorta di lode della virtù, di dei immortali, di amor di patria; mentre io mi sono divertito a trasformare per te in luoghi comuni e facilmente comprensibili al pubblico, proprio quelle dottrine che gli Stoici stessi faticano a dimostrare in modo convincente quando ragionano nella quiete delle loro scuole di filosofia. [4] Ora, poiché tali dottrine sono sorprendenti e contrarie all’opinione generale (ed infatti gli Stoici stessi le chiamano ‘paradossi’), io ho voluto vedere se fosse possibile farle uscire alla luce del sole, insomma metterle in piazza presentandole in forma chiara e comprensibile, oppure se si debba accettare che un conto è il linguaggio colto, ed un altro e ben diverso è il linguaggio popolare. Ed ho scritto tanto più volentieri in quanto questi che si chiamano ‘paradossi’, ai miei occhi appaiono soprattutto dottrine risalenti a Socrate e fondate su solidissime basi di verità. [5] Accogli dunque il presente opuscoletto da me composto nel corso di queste notti che stanno diventando sempre più corte, giacché l’opera che fu il frutto di mie ben più lunghe e numerose veglie, è ormai apparsa con il tuo nome quale titolo. Assaggerai così un campione di quegli esercizi di scrittura che è diventato mia consuetudine fare, quando trasferisco in questo mio genere di oratoria quelli che nelle scuole di filosofia sono chiamati ‘esercizi di dimostrazione logica’. Non ti chiedo di annotare questa mia operetta nel registro delle tue entrate, giacché essa non è tale da meritare d’essere posta nel Campidoglio, quasi fosse la Minerva di Fidia; e tuttavia fa’ in modo di considerala comunque come uscita da quella officina d’artista.

PARADOSSO STOICO I

Che l’unico Bene è l’Onestà Intellettuale

[6] Ho il timore che a qualcuno di voi il discorso che sto per fare appaia non farina del mio sacco, ma roba cavata fuori da discussioni tra seguaci dello Stoicismo. Comunque sia, io dirò quel che penso; e lo dirò più succintamente di quanto meriti un argomento di tanto rilievo. Per Ercole! Io non ho mai giudicato essere ‘beni’ né roba desiderabile, il peculio di certa gente, le loro magnifiche abitazioni, le loro risorse, i posti di comando, i piaceri sfrenati ai quali essi sono legati mani e piedi; giacché ho constatato che pur circondati come sono da ogni lato da simile roba, essi però sentono in modo acutissimo la carenza proprio di ciò di cui già abbondano. Infatti, per un verso, la sete scatenata dalla cupidigia di possesso non si colma né si sazia mai; e per un altro, a tenerli in croce è non solo la libidine di aumentare la quantità della loro roba, ma anche il terrore di perderla. [7] È per questo che spesso io rimpiango la saggezza dei nostri antenati, che erano uomini di grandissima sobrietà i quali reputavano che tali robe inaffidabili e transitorie andassero chiamate ‘beni’ solo a parole, mentre nella realtà dei fatti ne avevano un giudizio di gran lunga diverso. Può un ‘bene’ essere un ‘male’ per qualcuno? Oppure, può qualcuno che ha abbondanza di ‘beni’ essere proprio lui ‘non buono’? Pertanto tutti questi ‘beni’ sono robe di natura tale che, come vediamo, anche i malvagi possiedono e che nocciono ai virtuosi. [8] A questo riguardo, se qualcuno vuole irridermi, lo faccia pure; ma per me il ragionamento verace varrà sempre di più della opinione del volgo. Io non affermerò mai che ha perso dei ‘beni’ chi ha dovuto abbandonare peculio o masserizie, e non mi stancherò mai di lodare quel celebre saggio, mi sembra si chiamasse Biante, che è annoverato tra i sette sapienti. Infatti, quando la sua patria Priene fu conquistata dai nemici e tutti gli abitanti si diedero alla fuga, cercando di portare con sé la maggior quantità possibile della loro roba, Biante fu incitato da qualcuno a fare anche lui ciò che facevano tutti, ed egli rispose: “Ma io lo sto già facendo, giacché tutto quanto è mio io lo porto con me”. [9] Egli insomma rifiutava di ritenere suoi quegli zimbelli della fortuna che noi chiamiamo addirittura ‘beni’, A questo punto qualcuno chiederà: “Ma allora cos’è il ‘bene’?” Ciò che è fatto rettamente, con onestà intellettuale, secondo virtù: ebbene, questo soltanto è ciò che io reputo essere davvero un ‘bene’. [10] Ma queste sono definizioni che si possono ritenere tanto più odiose quanto più la loro discussione va per le lunghe. È solo dall’esame della vita e delle imprese realizzate dagli uomini più eminenti, che si riesce a far piena luce su definizioni che appaiono discusse a parole più sottilmente di quanto basti. Voglio sapere da voi: “Coloro che ci hanno lasciato in eredità una Repubblica fondata su così solide basi, hanno forse mai mostrato di darsi qualche pensiero dell’argenteria per soddisfare la loro avidità, di luoghi ameni da cui trarre diletto, di mobilia per apparire raffinati, di banchetti per i loro piaceri? [11] Ponetevi dinanzi agli occhi uno qualunque dei re. Volete che si parta da Romolo? Volete che si parli dei tempi successivi alla liberazione della città dai re, e di quegli stessi personaggi che la liberarono? Romolo ascese al cielo salendo quali scalini? Quella roba che costoro chiamano ‘beni’, oppure grazie alle sue imprese e alle sue virtù? E che? Crediamo noi forse che i vasi sacrificali e le piccole urne di terracotta offerte da Numa Pompilio, fossero meno gradite agli dei immortali delle coppe ornate di fregi offerte dagli altri?” Lascio perdere i restanti re, giacché sono tutti su un piano di parità, eccezion fatta per il Superbo. [12] Se qualcuno chiedesse a Bruto che cosa egli si proponesse nel liberare la patria, e se si ponesse la stessa domanda ai compagni che a lui s’erano associati ed a cosa guardassero nel seguirlo; ebbene, ne esisterebbe forse uno solo che citerebbe il piacere e la ricchezza o, da ultimo, qualunque altro proposito diverso dal dovere degno di un uomo forte e magnanimo? Quali motivi spinsero Caio Mucio al tentato assassinio di Porsenna, senza alcuna speranza d’aver salva la vita? Quale forza spinse Orazio Coclite a tenere il controllo del ponte da solo, contro le soverchianti truppe nemiche? Quali motivi spinsero Decio padre e Decio figlio ad immolare la loro vita, gettandola contro le truppe pesantemente armate dei nemici? Quale conseguenza ebbero il rifiuto di Caio Fabrizio o la frugalità di Manio Curio? Quale conseguenza ebbe quella dei due baluardi della guerra Punica, Cneo Scipione e Publio Scipione, i quali decisero di frapporre i loro corpi all’avanzata dei Cartaginesi? E quella dei due Scipioni, l’Africano maggiore e l’Africano minore; quella di Catone, la cui età cadeva frammezzo a quelle di questi due, o quella di innumerevoli altri, visto che noi abbiamo abbondanza di esempi simili nella nostra storia patria? Non ritennero costoro che null’altro nella vita fosse ricercarsi se non ciò ch’è degno di lode e di gloria? [13] Dunque, vengano pure dinanzi a me tutti costoro che deridono queste mie parole ed il verdetto che ne discende, e giudichino essi stessi se preferiscono essere simili a qualcuno di coloro che abbondano di case in marmo, splendenti d’avorio e d’oro; di statue, di dipinti, di lavori cesellati in oro ed in argento, di opere d’arte Corinzie; oppure simili a Caio Fabrizio, il quale nulla del genere possedeva né volle mai possedere. [14] E vengano dinanzi a me anche coloro che, mentre si lasciano facilmente indurre a negare che la roba che passa di mano in mano in vari modi, possa essere annoverata tra i ‘beni’, sostengono però con artifici vari e difendono a spada tratta che il piacere sia il sommo bene. Questi a me sembrano belati di pecore, non voci di uomini. Mentre, sia egli un dio, sia ella una madre, per dir così, la natura delle cose tutte, ti ha dato gratuitamente un animo del quale nulla esiste di più eccellente e di più divino; tu rendi te stesso abietto e ti prosterni ad un punto tale da reputare che fra te e un qualunque quadrupede non esista differenza alcuna? Cos’altro mai è ‘bene’ se non ciò che rende migliore chi lo possiede? [15] Infatti, come chiunque di noi sia in sommo grado partecipe del ‘bene’, altrettanto è in sommo grado lodevole; così non c’è bene alcuno, il possessore del quale non possa gloriarsene con piena onestà intellettuale. Quale di queste caratteristiche appartiene al piacere? Il piacere rende forse un uomo migliore o più degno di lode? C’è qualcuno che si glori dei propri successi nell’ottenimento di piaceri e che vada in giro a proclamarlo? Pertanto, se il piacere che molti suoi patrocinatori difendono, non è roba da ritenersi tra i ‘beni’; e se, quanto maggiore è il piacere tanto più esso disloca la mente dalla sua sede e dal suo stato naturale; di fatto il vivere bene e felicemente altro non è che il vivere rettamente e con onestà intellettuale.

PARADOSSO STOICO II

Che basta il Possesso della Virtù per essere Felici

[16] Io non ho mai reputato Marco Regolo un uomo tormentato, infelice o miserabile. Non era infatti la grandezza dell’animo suo che veniva torturata dai Cartaginesi; non lo erano la sua dignità, la sua lealtà, la sua fermezza, né alcun’altra delle sue virtù; e neppure lo era, infine, l’animo suo, il quale, difeso da un tal numero ed un sì grande concorso di virtù, non poté certo esser fatto prigioniero, mentre poté esserlo il suo corpo. Io ho visto con i miei occhi Gaio Mario essere, in circostanze favorevoli, uno tra gli uomini più fortunati; e, in circostanze sfavorevoli, uno tra gli uomini più eroici. Nulla può capitare ad un essere mortale che possa superare tale condizione di perfetta felicità. [17] Tu non sai, pazzo furioso come sei, tu non sai quale formidabile potenza abbia la virtù. Della virtù tu usurpi il nome solo, ma ignori del tutto di cosa essa sia capace. Non può essere perfettamente felice se non colui che conta solamente su se stesso, e pone tutto ciò che possiede in sé solo. Invece colui le cui speranze, ragionamenti, disegni sono appesi alla fortuna: ebbene, per costui nulla può essere sicuro, tutte le sue certezze non sopravvivranno neppure un giorno. Tu va’ dunque a terrorizzare con le tue minacce di morte o di esilio il primo uomo in cui ti imbatterai. Quanto a me, qualunque cosa mi capitasse ad opera di questa così ingrata città, avverrà non solo senza ch’io protesti, ma pure senza alcuna resistenza da parte mia. Per cosa ho infatti tanto lavorato, che parte ho recitato, su cosa vertevano le mie preoccupazioni e le mie riflessioni durante tante veglie, se nulla ho generato, se nessun risultato ho conseguito che sia capace di farmi permanere in quello stato in cui né gli incerti della fortuna né gli assalti dei nemici possono farmi vacillare? [18] Tu minacci me di morte, affinché io mi diparta del tutto dai vivi; oppure di esilio, affinché io mi diparta del tutto dai malvagi? Ma la morte è terribile per coloro che con la morte si estinguono tutti interi, non per coloro la cui fama gloriosa non può morire. E l’esilio è terribile per coloro che sono abituati a vivere in ambienti ristretti e limitati, non per coloro che ritengono l’intero orbe terracqueo essere una città sola. È te che ogni sorta di miserie e di tormenti opprimono; sì, proprio te che invece ti ritieni una persona felice ed in auge. A torturarti sono le tue libidini; sei tu che stai in croce di notte e di giorno, giacché non ti contenti mai di ciò che hai e temi che esso pure non possa durare; è la coscienza delle tue malefatte che non ti dà tregua, mentre il timore dei processi e delle leggi ti fa impallidire; e dovunque tu volga lo sguardo i tuoi crimini ti vengono addosso come tante Furie che non lasciano più respirare. [19] Perciò, come a nessuna persona malvagia, stolta, inetta, può capitare alcun bene; così a nessun uomo virtuoso, forte, sapiente, può capitare d’essere infelice. Come dunque colui la cui virtù e i cui costumi sono degni di lode, non può che vivere una vita degna di lode; e come neppure si dà che una vita degna di lode sia da fuggirsi; si dà invece che sia da fuggirsi una vita che fosse infelice. Questo è il motivo per cui tutto ciò che è degno di lode va ritenuto perfettamente felice, degno d’essere in auge e da ricercarsi.

PARADOSSO STOICO III

Che tutte le Azioni Aberranti sono di pari Viziosità e tutte le Azioni Rette di pari Virtuosità

[20] “Eppure”, tu dici, “è una cosetta da nulla!” Ma la gran cosa è l’essere in colpa! Le azioni aberranti non vanno valutate dai risultati che producono, ma commisurate ai vizi praticati dai loro autori. Infatti, le aberrazioni di per sé possono essere, in un caso o nell’altro, di importanza ora maggiore ed ora minore; ma l’aberrare, qualunque esso sia e in qualunque modo sia stato messo in opera, è sempre lo stesso atto. Se il pilota di una nave carica d’oro oppure carica di paglia ne causa l’affondamento, ciò farà una certa differenza sul valore del carico perduto, ma non ne fa alcuna quanto all’imperizia del pilota. La passione sessuale ha spinto un tale alla violenza su di una popolana qualunque. Ciò causerà un doloroso risentimento in un numero di persone minore del numero di quelle che si sarebbero risentite, se quel tale si fosse incapricciato di una vergine di nobile lignaggio. Nonostante ciò, quel tale ha commesso un’azione aberrante, giacché aberrare è lo stesso che l’oltrepassare una certa linea. Una volta fatto ciò, ecco che sei diventato colpevole. Circa poi al quanto tu sia andato oltre quella linea di confine, ciò nulla ha più a che fare con l’aumento della tua colpa. Certo è, dunque, che a nessuno è lecito aberrare; e ciò che è illecito si basa sull’unico punto che sia dimostrata la sua illiceità. Se l’illiceità non può mai diventare maggiore o minore, poiché l’aberrazione consiste nella sua illiceità, e l’illiceità è sempre una e identica a se stessa, le aberrazioni che nascono dall’illiceità devono per forza essere tutte considerate di pari gravità. [21] Ragion per cui, se le virtù sono tutte di pari liceità, necessariamente anche i vizi sono tutti di pari illiceità. Ebbene, che le virtù siano tutte di pari liceità, lo si può capire con estrema facilità osservando che non può esistere uomo migliore del virtuoso, né uomo più temperante del temperante, né più forte del forte, né più saggio del saggio. Tu non chiamerai virtuoso chi restituisce una somma di denaro affidatagli in assenza di testimoni, e che quindi egli potrebbe impunemente intascare, sia quando si tratta di dieci monete d’oro che quando si tratta di diecimila? E chiamerai temperante chi si fosse lasciato andare ad azioni libidinose mentre in qualche altra si fosse contenuto? [22] Una sola è la virtù consentanea con costanza e coerenza alla ragione; ed affinché essa conservi il nome di virtù, nulla le si può aggiungere per cui diventi più grande, né alcunché sottrarre. Pertanto, se le azioni virtuose sono azioni fatte con rettitudine, e se nulla è più retto di ciò che è retto; è certo che non si può trovare nulla di migliore dell’azione virtuosa. Se dunque è corretta la definizione dei vizi quali perversioni dell’animo umano, ne consegue che anche i vizi sono tutti di pari viziosità. Ora, poiché le virtù sono tutte di pari virtuosità, e visto che le azioni fatte con rettitudine, in quanto procedenti dalle virtù, devono essere ritenute tutte pari; allo stesso modo è necessario che le aberrazioni, in quanto emananti dai vizi, siano tutte di eguale valore. [23] “È dai filosofi”, tu mi replichi, “che apprendi queste dottrine!”. Bene, avevo un certo timore che mi dicessi che le apprendo dai magnaccia. “Era Socrate che discuteva a questo modo!” Per Ercole, la racconti proprio giusta, giacché la tradizione vuole che costui fosse un uomo dotto e sapiente. E tuttavia io ti chiedo, visto che la contesa tra di noi è a parole e non a suon di pugni, se a proposito di virtù noi si debba discutere quali convinzioni ne abbiano avuto i facchini e i manovali oppure degli uomini dottissimi. Tanto più che la convinzione di questi ultimi è non solo la più veritiera di tutte quelle reperibili, ma anche la più utile alla vita degli uomini. Qual è infatti il potere che può maggiormente salvaguardare gli uomini da qualunque malvagità, se non la convinzione che non esiste differenza discriminante tra i vari fatti delittuosi e che ci si perverte ugualmente mettendo le maini addosso a privati cittadini quanto a pubblici ufficiali; e che qualunque sorta di violenza sessuale gli uomini introducano in una casa porta il marchio infame della libidine? [24] “Dunque non c’è differenza alcuna (questo qualcuno sostiene) tra l’uccidere uno schiavo e l’uccidere il proprio padre?” Se tu poni la faccenda in questi termini nudi e crudi, diventa difficile trovare quale sia la vera natura dei due casi. Infatti, se il privare della vita un padre è di per sé un crimine; allora i cittadini di Sagunto, quando preferirono che i loro genitori morissero da uomini liberi piuttosto che da schiavi, furono dei parricidi. Pertanto, il levar di vita un genitore può talvolta non essere un crimine, così come il levar di vita uno schiavo spesso implica la commissione di un reato. È il movente a differenziare ciascuna di queste azioni, non la loro semplice natura. E poiché prende sempre il sopravvento l’azione che ha in sé il movente più solido, entrambe le azioni che hanno lo stesso movente diventano necessariamente di pari virtuosità o viziosità.
[25] Rimane tuttavia una differenza tra tali azioni in quanto, nell’uccidere uno schiavo, ove ciò comporti la commissione di un reato, si compie una singola aberrazione; mentre attentando alla vita di un padre si compiono aberrazioni multiple, giacché si fa violenza a chi ci ha generato, cresciuto, istruito, ci ha dato un posto in casa sua e nella società civile. Il parricida è pertanto in prima fila quanto a numero di aberrazioni commesse, ed è perciò degno di una pena maggiore. Tuttavia, nella condotta della nostra vita, noi non dobbiamo badare alla pena che merita ciascuna singola aberrazione, ma a quanto è lecito a ciascuno di noi; e quindi reputare che qualunque azione inopportuna è un crimine, e qualunque azione illecita è un’empietà. “Anche nelle minuzie?” Anche in queste, giacché se indubbiamente noi non abbiamo il potere di modificare la natura delle cose, abbiamo però il totale controllo dei nostri animi.
[26] Il teatrante che fa un piccolo movimento fuori tempo con la musica, oppure che allunga o accorcia la durata di una sillaba, viene coperto di fischi e cacciato via dalla scena. E nella vita reale tu, che in ogni gesto devi essere più controllato, in ogni parola più appropriato di un teatrante, riterrai una valida scusa l’avere sbagliato una sola sillaba? Io non sto ad ascoltare un poeta che sbaglia già nel declamare cosette da nulla; e nelle frequentazioni della vita reale darò invece retta ad un cittadino che conta sulle dita delle mani il numero delle azioni aberranti che ha commesso e sostiene che ‘quanto minore è il loro numero, tanto meno gravi esse appariranno’? Come potrebbero esse apparire meno gravi, dal momento che qualunque azione aberrante sia commessa, questa perturba l’ordine razionale dell’animo, ed una volta che ciò sia avvenuto non è più possibile aggiungere nulla che faccia apparire l’azione aberrante ancora più grande?

PARADOSSO STOICO IV

Che ogni Stolto è un Pazzo

[27] Invero, di te io non dirò che sei stolto: questo lo sei spesso; né che sei malvagio: questo lo sei sempre; ma che sei demente e pazzo … se addirittura l’animo tuo è capace di non lasciarsi vincere da cose pur necessarie per vivere, non lo sarà invece l’animo della persona saggia il quale, circondato com’è, quasi fossero mura, dalla grandiosità dei propositi, dalla sopportazione delle avverse fortune, dal distacco per le umane vicende e pure da ogni sorta di virtù, si lascerà invece vincere ed espugnare? Il saggio nemmeno può essere cacciato in esilio dallo Stato. Cos’è, infatti, lo Stato? È forse qualunque congrega di belve disumane? Oppure qualunque moltitudine di fuggiaschi e di ladri congregata in un luogo solo? Certamente dirai di no. Pertanto non era uno Stato il nostro, al tempo in cui le leggi non avevano più alcun valore, le sentenze dei tribunali non venivano eseguite, i patrii costumi erano tramontati, chi ricopriva cariche pubbliche veniva cacciato via con le armi, e nella nostra Repubblica il nome ‘Senato’ era un nome sconosciuto. Non era uno Stato quell’assembramento di predoni e la banda di briganti con te alla testa, costituitasi nel foro; con l’aggiunta dei pochi superstiti convertitisi dalle sfuriate di Catilina al tuo furore criminale. [28] Dunque io non sono stato cacciato in esilio da uno Stato che non esisteva, ma sono stato richiamato nello Stato da parte di un console che era stato senza poteri, di un Senato che era stato inesistente, del libero consenso di un popolo e della fresca memoria di leggi eque, le quali sono quelle che tengono unito uno Stato. E adesso osserva in che conto io abbia tenuto le frecciate scagliatemi contro dalla tua banda di briganti. Io ho sempre ritenuto un’infamità l’ignominiosa accusa da te lanciata al mio indirizzo, ma non ho mai pensato che essa sia giunta fino a toccarmi; se non forse quando buttavi giù dei muri o lanciavi maledettissime torce sui tetti, reputando così di fare a pezzi o di incendiare qualcosa di mio proprio. [29] Nulla appartiene a me od a chiunque altro, di ciò che può essere portato via, o rubato, o perso. Se tu mi avessi rubato la mia divina fermezza d’animo; o la certezza che era grazie alle mie cure, alle mie veglie ed alle mie deliberazioni che, contro ogni tuo volere, lo Stato Repubblicano stava in piedi; se avessi cancellato la immortale memoria dell’eterno beneficio rappresentato da questi miei servizi allo Stato; ed ancor più se tu mi avessi rubato quella facoltà mentale dalla quale emanarono queste deliberazioni; allora sì che potrei infine ammettere di essere stato raggiunto e toccato dalla tua ignominiosa accusa. Invece, visto che tu né hai fatto né hai potuto fare ciò, la tua ignominiosa accusa mi ha concesso non una uscita di scena tra gli sberleffi, ma un ritorno in patria carico di gloria. Dunque io sono sempre stato un cittadino, e tale ero soprattutto quando il Senato affidava la protezione della mia incolumità personale, in qualità di cittadino di primissimo piano, a nazioni straniere. Tu, al contrario, cittadino non lo sei neppure ora, a meno che uno possa essere contemporaneamente cittadino e nemico. Tu distingui un cittadino da un nemico badando alla razza e alla località d’origine, e non alle sue qualità morali e alle azioni che compie? [30] Tu hai compiuto un massacro nel foro, hai occupato con i tuoi ladroni armati dei templi, hai incendiato abitazioni di privati cittadini ed edifici sacri: come può Spartaco essere un nemico se tu sei un cittadino? Come puoi tu essere un cittadino, se per colpa tua alfine non ci fu più lo Stato? Come puoi tu chiamare me col nome che invece spetta a te, visto che tutti sanno che con il mio allontanamento andò in esilio lo Stato Repubblicano? O dementissimo uomo, ma non ti sei mai guardato intorno? Non rifletterai mai su cosa fai né su cosa vai cianciando? Non ti rendi conto che l’esilio è pena che si commina per dei crimini, e che invece quel mio viaggio fu intrapreso a seguito delle gloriosissime gesta da me compiute? [31] Tutti i criminali e gli empi (dei quali tu ammetti di essere duce) che le leggi dispongono siano condannati all’esilio, sono esuli anche se non hanno ancora lasciato il suolo natio. E un nemico non ti chiamerà ‘esule’, visto che tutte le leggi impongono che tu sia esiliato? ‘Nemico è chi sia trovato con addosso un’arma’: e tu sei stato scoperto con addosso un pugnale mentre eri proprio dinanzi al Senato: ‘chi avrà ucciso un uomo’: e tu di uomini ne hai uccisi molti; ‘chi avrà causato degli incendi’: e tu hai dato alle fiamme l’edificio delle Ninfe con le tue mani; ‘chi abbia occupato dei terreni consacrati’: e tu hai accampato i tuoi scherani nel foro. [32] Ma perché citare leggi comuni a tutti gli Stati e per le quali tutte tu sei un esule? Un individuo cui sei legato assai intimamente fece approvare una legge speciale contro la tua persona, per la quale tu saresti stato condannato all’esilio se fossi entrato nel santuario della dea Bona: eppure tu sei solito addirittura vantarti d’aver fatto proprio questo. Condannato come sei all’esilio da un tal numero di leggi, come mai allora non rabbrividisci quando senti pronunciare la parola ‘esilio’? “Perché sono a Roma” rispondi tu. Senza dubbio tu eri a Roma, visto che eri in quel santuario. Ma quando ci si trova in un luogo, non è vero che si sia per ciò solo protetti dalla legge che vale per tale luogo, laddove un’altra legge impone che non ci si possa trovare lì.

PARADOSSO STOICO V

Che soltanto il saggio è libero e che ogni stolto è uno schiavo

[33] Costui sia pure osannato come ‘imperatore’, oppure anche solo chiamato così, o ritenuto degno di questo attributo. Imperatore come? Alla fin fine su quale uomo libero impererà costui, se non è capace di imperare sulle sue proprie cupidigie? Tenga prima a freno le sue libidini, in spregio i piaceri, sotto controllo l’ira, nei giusti limiti l’avidità, respinga le restanti pesti dell’animo, e cominci ad imperare sugli altri dopo avere smesso di ubbidire a quei padroni senza scrupoli che sono la sconvenienza e la disonestà. Ma finché obbedisce a tali padroni, costui sarà da considerarsi nient’affatto un imperatore, ma neppure un uomo libero. Infatti, è d’uso corrente tra le persone di elevata cultura una certa affermazione - dell’autorevolezza dei quali io non abuserei se dovessi pronunciare questo discorso davanti ad una platea di gente incolta; ma poiché io sto invece parlando dinanzi a persone di provata virtù alle quali le dottrine che espongo non sono ignote, perché dovrei simulare d’avere soltanto sprecato tempo e fatica applicandomi a questi studi? - l’affermazione, ripeto, di questi eruditissimi uomini è la seguente: nessun altro uomo è libero, e soltanto il saggio lo è. [34] Cos’è, infatti, la libertà? È la potestà di vivere comunque tu voglia. Chi, dunque, vive come vuole, se non chi segue la retta via; chi si rallegra delle azioni doverose che compie; chi ha davanti a sé un percorso di vita ben meditato e previsto; chi rispetta le leggi non per timore, ma le segue e le onora perché giudica che questa sia la disposizione più proficua di tutte; chi nulla dice, fa e finanche pensa, se non di propria iniziativa ed in piena libertà; colui le cui deliberazioni e tutte le intraprese emanano da lui stesso e fanno riferimento a lui stesso; colui per il quale nulla vi è di più importante della sua propria volontà e del suo proprio giudizio? Costui è colui al quale la fortuna stessa, il cui potere si dice essere supremo, cede il passo; se è vero, come affermò un saggio poeta, che per ogni uomo la fortuna ha l’aspetto dei modi di fare che egli ha. E tutto ciò appartiene soltanto al saggio, il quale nulla fa contro voglia, lamentandosene, in modo coatto. [35] Ora, pur dovendosi discutere più a lungo che le cose stiano esattamente in questi termini, con poche parole e con piena fiducia si può però ammettere che nessun uomo è libero se non ha quelle disposizioni d’animo; e che pertanto tutti gli empi sono degli schiavi, ripeto: degli schiavi! Né, a questo riguardo, si tratta di un’affermazione tanto paradossale e sorprendente come sembra. Queste parole non significano, infatti, che i malvagi siano schiavi nel senso che siano diventati proprietà di qualche padrone per via di debiti non onorati, o per qualsivoglia altra legge dello Stato; ma se la schiavitù è, come sicuramente è, l’ottusa obbedienza di un animo affranto, abietto e privo di capacità di scelta, chi allora negherà che tutti gli uomini superficiali, smaniosi ed empi siano degli schiavi? [36] Posso io considerare libero un individuo sul quale una donna impera, al quale ella impone leggi, prescrive e comanda quel che le pare; un individuo che è incapace di dire di no a qualunque richiesta di lei e non ha il coraggio di rifiutarle alcunché? Lei chiede e lui deve dare, lei chiama e lui deve venire, lei lo caccia via e lui deve allontanarsi, lei lo minaccia e lui deve spaventarsi. Io reputo che un tizio simile, pur se fosse nato in una famiglia illustrissima, va chiamato non soltanto schiavo, ma un vilissimo schiavo. E come là dove c’è un enorme numero di servitori, ve ne sono alcuni che vedono se stessi come schiavi più distinti, benché siano pur sempre anch’essi schiavi: com’è il caso dei maggiordomi e dei giardinieri; di pari stoltezza, io dico, sono coloro i quali si dilettano eccessivamente di statue, di dipinti, di argenti cesellati, di opere d’arte Corinzie e di magnifici edifici. “Ma noi siamo”, essi replicano, “personalità di primo piano nello Stato!” Voi, in realtà, non siete capi neppure dei vostri compagni di servitù; [37] ma come, tra i domestici, coloro che sono assegnati alla cura di cose che essi debbono asciugare, od ungere, o spazzare, o spruzzare, non ricoprono tra la servitù i ruoli più onorevoli; così nello Stato, coloro che sono dediti a soddisfare le loro manie per le cose che ho citato, occupano un posto pressoché infimo nella scala della schiavitù. “Ma io”, tu dici, “ho condotto guerre importanti, sono stato a capo di immensi Imperi e di Province!” Bene, allora governa l’animo tuo in un modo che sia degno di lode. Un dipinto di Aetione o una statua di Policleto ti fanno restare a bocca aperta. Ometto di chiederti da dove tu abbia portato via queste opere d’arte, ed a che titolo tu le possegga; ma mentre ti vedo tutto intento ad ammirarle lanciando gridolini di meraviglia, giudico che tu sia schiavo di qualunque bazzecola. [38] “Ma questi non sono forse oggetti deliziosi?” Lo siano pure, giacché anche noi abbiamo occhi capaci di riconoscere il bello; ma ti scongiuro: fa in modo che il fascino di questi oggetti serva non ad incatenare uomini, ma semplicemente a trastullare ragazzini. Infatti, cosa credi? Se Lucio Mummio avesse visto qualcuno di costoro come te, maneggiare con smanioso desiderio un pitale Corinzio, mentre lui aveva invece trattato come spregevole l’intera Corinto: ebbene, avrebbe ritenuto quel tale un cittadino eccellente oppure un diligente maggiordomo? Torni in vita Manio Curio, o qualcuno di coloro che né nella casa di campagna né in quella di città mai ospitarono alcunché di illustre o di distinto se non loro stessi, e veda qualcuno che ha ottenuto i più alti onori che uno Stato può conferire, mentre sta pescando nella sua piscina dei barbi e li palpa ben bene e si rallegra dell’abbondanza di murene che ha. Ebbene, qualcuno come te non giudicherà che si tratti di uno schiavo, indegno si svolgere qualche mansione più importante di quella che sta svolgendo nella famiglia cui appartiene? [39] Può esserci qualche dubbio sulla schiavitù di coloro che, per sfrenata avidità di denaro, accettano qualunque condizione, sia pur essa durissima? La speranza di ottenere un’eredità, quale livello di servile abiezione non mette in moto? Qual è il minimo cenno del capo di un anziano facoltoso e senza prole, cui costui non ubbidirà? Prende la parola soltanto quando l’altro così vuole; qualunque cosa gli sia intimata, la fa; gli sta sempre accanto, lo assiste continuamente, gli fa dei doni: quale di queste azioni ha a che fare con la libertà; quale, alla fin fine, non è da schiavo senz’arte né parte? [40] E dunque? Quella sfrenata avidità che pare avere maggiormente a che fare con la libertà: intendo dire quella di alte cariche civili, di comandi militari, del governo di province; che dura padrona è, quant’è imperiosa, quant’è rabbiosa! Essa costrinse coloro che si ritenevano persone ragguardevolissime a servire Cetego, uomo non proprio stimabilissimo, a fargli dei regali, a recarsi nottetempo a casa sua, ed infine a supplicare Precia. Orbene, se si stima questa essere libertà, allora qual è la schiavitù? E dunque? Quando poi il dominio della sfrenata avidità si sia attenuato, ecco spuntare fuori un altro padrone, ossia la paura legata alla coscienza delle proprie colpe. E che schiavitù miserabile e dura è questa! Bisogna fare i comodi di giovanotti un po’ troppo loquaci, e tutti coloro che appaiono sapere qualcosa sono temuti come dei padroni. Quanto grande è il dominio di un giudice! Quanta paura egli ispira ai colpevoli! E qualunque paura non è forse una forma di schiavitù? [41] Qual è dunque il valore di quella orazione, che in verità sovrabbonda più di parole che di saggezza, di quell’uomo eloquentissimo che fu Lucio Crasso? “Strappateci dalla schiavitù”: cosa intende per schiavitù un uomo tanto famoso e d’animo così nobile? Ogni pusillanimità d’un animo debilitato, umiliato, affranto è schiavitù. “Non vogliate permettere che noi si sia schiavi di qualcuno”: vuole egli rivendicare per sé la libertà? Niente affatto. Infatti, cosa aggiunge? “Se non di voi tutti”: egli non vuole essere libero ma soltanto cambiare padrone. “Dei quali possiamo e dobbiamo esserlo”: noi invece, se siamo d’animo elevato, profondo e forte d’ogni virtù, non dobbiamo né possiamo esserlo. Che tu possa esserlo, sia detto di te; giacché se tu puoi esserlo davvero, non avresti detto di doverlo; in quanto chiunque nulla deve fare se non ciò che è disonorevole non contraccambiare. Ma di ciò adesso basta. Veda costui in che modo poter essere imperatore, quando la ragione e la verità stessa dimostrano che egli neppure è un uomo libero.

PARADOSSO STOICO VI

Che soltanto il saggio è ricco

[42] Cos’è questa insolente ostentazione che ti fa menzionare continuamente il tuo peculio? Soltanto tu sei ricco? Per gli dei immortali! Io forse non gioisco, quando ho ascoltato ed imparato qualcosa? Soltanto tu sei ricco? E se ti dico che non sei ricco? Anzi, che in verità sei povero? Qual è, infatti, l’uomo che noi intendiamo come ricco, colui al quale applichiamo questo termine? Io reputo che ricco sia chi possiede quanto gli permette di vivere liberalmente e che di ciò facilmente si accontenta, nulla di più chiedendo, né desiderando, né scegliendo di avere. [43] Bisogna che sia il tuo animo a giudicarti ricco, non le parole degli uomini né i tuoi possessi. Il tuo animo reputa dunque che nulla gli manchi, di null’altro si cura più che di se stesso, è esso sazio o almeno s’accontenta del peculio che hai? Allora te lo concedo: sei ricco. Se invece, per avidità di denaro, tu ritieni che nessun tipo di profitto sia intellettualmente disonesto (benché degli appartenenti alla tua classe di cittadini non ne possa esistere uno solo che sia intellettualmente onesto) e pertanto quotidianamente truffi, inganni, pretendi, pattuisci, sottrai, rubi; se tu spogli i tuoi concittadini e depredi il pubblico erario; se tu aspetti i testamenti dei tuoi amici, o se neppure li aspetti ma ne redigi tu stesso uno falso in sostituzione: ebbene, questi sono segni che si sta parlando di una persona che nuota nell’oro o di una che è in miseria? [44] Di un uomo, solitamente si definisce ricco l’animo, non la cassaforte. Per quanto quest’ultima sia piena, finché ti vedrò d’animo vuoto non ti reputerò ricco. Difatti, gli uomini commisurano l’ammontare della ricchezza loro necessaria, a quanto basta a ciascuno di essi. Uno ha una figlia? Ha bisogno di denaro. Ha due figlie? Ce ne vuole di più. Ne ha molte? Ce ne vuole ancora di più. Se, come si racconta di Danao, le figlie sono cinquanta, un tal numero di doti richiede un grande peculio! Dunque la ricchezza necessaria, come ho appena detto, si commisura alla quantità di beni di cui ciascuno ha bisogno. Pertanto, se uno non ha parecchie figlie ma una sfrenata avidità di possedere innumerabili cose, l’ottenimento delle quali può consumare in breve tempo ingentissime risorse, come potrò io chiamare costui ricco, se per sua stessa ammissione egli si sente povero? [45] Molte persone ti hanno sentito affermare che nessuno è ricco se non colui il quale è capace, con le proprie entrate, di mantenere un intero esercito; cosa che lo stesso Stato romano ormai da tempo stenta a fare, pur riscuotendo numerosissime imposte. Detto ciò, ne discende che tu non sarai mai ricco prima che le rendite derivanti da quanto possiedi ti permettano di armare e foraggiare sei legioni, più una gran quantità di truppe ausiliarie di cavalleria e di fanteria. Insomma, stai già ammettendo tu stesso di non essere ricco, visto che sei ancora così lontano dal poter fare ciò che tanto agogni; né hai mai cercato di nascondere questa tua povertà o piuttosto indigenza e miseria, in altro modo che fingendo. [46] Infatti, come noi capiamo che quanti cercano di arricchire onestamente grazie alla mercatura, oppure impiegandosi quali operai presso privati o per attività gestite dallo Stato, hanno bisogno di guadagnare; così chi vede riunirsi in casa tua combriccole di accusatori e parimenti di delatori; chi vede malfattori colpevoli e danarosi che tramano il modo per inquinare le prove nei processi a loro carico ed ai quali tu prendi parte; chi vede i patti segreti, circa i tuoi compensi, con coloro che tu difendi, le intromissioni di somme di denaro a garanzia nel caso di coalizione di candidati alle elezioni, l’invio di liberti per saccheggiare le province prestando denaro ad interessi usurari; chi vede l’allontanamento coatto dei vicini proprietari; chi vede le azioni brigantesche sui terreni coltivati; chi vede le complicità con schiavi, con liberti e con clienti; chi vede i territori incolti; chi vede le proscrizioni che prendono di mira le persone possidenti; chi vede le stragi degli abitanti dei liberi municipi; chi ricorda quel famoso raccolto ai tempi di Silla; chi ricorda i tanti testamenti falsificati e la quantità di individui arroganti; chi infine ricorda che tutto aveva un prezzo: un editto, un decreto, il proprio voto, il voto altrui, un edificio pubblico, uno privato, una parola, un silenzio: ebbene, chi, ripeto, non reputerà che questo tale confessa di avere bisogno di guadagnare? E chi ha mai davvero chiamato ricco un individuo che ha bisogno di guadagnare? [47] Il frutto della ricchezza è infatti la dovizia, e la sazietà di beni e la loro abbondanza testimoniano a loro volta la dovizia di essi. E poiché tu questa sazietà non l’hai mai conseguita, non sarai mai davvero ricco. Ma visto che tu ti fai beffe del mio peculio (e giustamente: giacché secondo l’opinione popolare esso è mediocre, secondo la tua è insignificante, e secondo la mia è modesto), io tacerò del mio e parlerò di cosa sia la ricchezza. [48] Se dovessimo quantificare e dare un valore alla ricchezza, noi daremmo un valore maggiore al peculio che Pirro offriva a Fabrizio, oppure alla continenza di Fabrizio, che quel peculio rifiutava? All’oro che offrivano i Sanniti, o alla risposta che diede loro Manio Curio? Alla somma di denaro che ereditò Lucio Paolo, o alla liberalità di Scipione l’Africano, il quale concesse la parte di eredità che gli spettava al fratello Quinto Massimo? Senza dubbio si deve dare maggior valore alla ricchezza insita negli atti sommamente virtuosi, che a quella del peculio. Chi dunque, se è vero che chi possiede quanto è di maggior valore è da ritenersi la persona più ricca, dubiterebbe mai che la ricchezza stia tutta nella virtù, e che nessun altro possesso, nessuna quantità d’oro e d’argento sia da avvalorarsi più della virtù? [49] Per gli dei immortali! Gli uomini non capiscono quale grande risorsa in entrata sia la parsimonia! Infatti passo ora a parlare di quanti spendono sontuosamente, e metto da parte il tema dell’arricchimento. Quel tale incassa dalle sue proprietà una rendita di seicento sesterzi; io dalle mie ne incasso cento. A quel tale, che fa adornare le sue ville con tetti rivestiti d’oro e pavimenti di marmo, che ha una smisurata cupidigia di statue, di dipinti, di suppellettili e di vestiti, quella rendita risulta esigua per pagare le spese correnti e gli interessi sul denaro preso in prestito; mentre invece, delle mie entrate, anche dopo avere detratto qualche spesa straordinaria, rimane ancora qualcosa. Pertanto, chi di noi due è più ricco: chi è in debito o chi è in credito? Chi di denaro non ne ha abbastanza o chi ne abbonda? Quale delle due proprietà è più grande: quella che per salvaguardarsi come tale richiede più di quanto rende, oppure quella che si regge in piedi con le proprie forze? [50] Ma, data la viziosità degli attuali tempi e costumi, perché parlo di me, quando forse anch’io sono almeno in parte partecipe degli errori di questo secolo? Insomma, a memoria dei nostri padri, Manio Manilio (per non parlare sempre dei Curii e dei Luscini) non fu povero? Lo fu, giacché era proprietario di certe casette alle Carene e di un terreno a Labico. E noi che possediamo più beni di lui, siamo forse per questo motivo ricchi? Magari così fosse! In realtà, a determinare la misura del peculio non è il valore dei beni che si possiedono, ma sono il tenore di vita e la cultura che si ha. [51] Non essere avidi è peculio, non essere dei consumisti è una risorsa in entrata, accontentarsi delle cose che si hanno è la massima e la più certa delle ricchezze. Se dunque i ben accorti estimatori di proprietà danno un valore molto alto a terreni prativi e ad aree fabbricabili, in quanto tale genere di possessi solo molto raramente può deprezzarsi; quanto grande è il valore che bisogna dare alla virtù, la quale in nessun caso può essere estirpata o sottratta, che non si perde né in un naufragio né in un incendio, che non muta la propria natura né nella violenza degli uragani né nelle burrasche della politica! [52] Soltanto coloro che sono forniti della virtù sono ricchi, giacché solo essi possiedono beni eternamente fruttiferi, solo essi sono contenti (il che è caratteristico della ricchezza) di ciò che hanno, lo ritengono sufficiente e non desiderano altro, di nulla abbisognano, sentono di non mancare di nulla e nulla ricercano. Invece i malvagi e gli avidi, poiché possiedono beni malsicuri e posti in balia del caso, poiché ne agognano una sempre maggior quantità, ed inoltre poiché non s’è finora trovato uno solo di essi a cui bastasse ciò che aveva: ebbene, vanno stimati non quali persone che godano di sovrabbondanti ricchezze, bensì della gente povera in canna.

 

 

 

 
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