| 10 STOIC PILOT-BOATS |
'Capire la natura delle cose e dire grazie a chi ci aiuta a questo fine' Pilotina Stoica 01 "Giustizia"
(SPB01-01) Giustizia è la virtù che sa distribuire secondo il
merito e non è stata posizionata né di fronte a chi accusa né di fronte a chi si difende, ma di fronte al giudice. Sicché il giudice non ha prescelto né di vincere qualcuno né di combatterlo e
neppure di opporglisi ma, quando pronuncia una sentenza, decide il giusto. Così la giustizia, senza essere avversaria di
nessuno, assegna a ciascuna faccenda il merito che le spetta. (SPB01-02)
Zenone, come Platone, ci lascia in eredità una pluralità di virtù distinte come la
saggezza, la virilità, la temperanza, la giustizia; e ce le lascia come
inseparabili ma diverse e differenti una dall’altra. Quando definisce ciascuna
di esse, afferma che la virilità è saggezza…..[ nelle cose cui si deve
resistere, la temperanza è saggezza nelle cose che si devono scegliere, la
saggezza in senso proprio è saggezza]…..nelle attività da svolgere, la
giustizia è saggezza nelle cose da distribuire. E’ come se una fosse la
virtù seppure, nelle sue relazioni con le faccende, sembri differire a seconda
delle attività.
(SPB01-03)
(SPB01-04)
(SPB01-05)
(SPB01-06)
(SPB01-07)
(SPB01-08)
(SPB01-09)
(SPB01-10)
(SPB01-11)
(SPB01-12)
(SPB01-13)
Pilotina Stoica 02 "Libertà"
(SPB02-01)
Giacché
libero è colui cui tutto accade secondo proairesi e che nessuno può
impedire. E dunque? Demenza è la libertà? Non sia mai! Follia e
libertà non vengono al medesimo punto. "Ma io voglio che succeda tutto
quanto reputo ed in qualunque modo lo reputerò”. Tu sei pazzo, vaneggi. Non sai
che libertà è cosa bella e rinomata? Il volere come capita che accada
quanto ho reputato come capita, corre pericolo non soltanto di non essere bello,
ma la cosa più brutta di tutte. Come facciamo coi caratteri dell'alfabeto?
Decido di scrivere il nome ‘Dione’ come voglio? No, ma mi viene insegnato a
disporre che sia scritto come si deve. Che facciamo con le note musicali? Allo
stesso modo. Che facciamo, in generale, laddove è in gioco un'arte od una
scienza? Se no, di nessun valore sarebbe l'avere scienza di qualcosa, se ciò si
acconciasse alle decisioni di ciascuno. Qui dunque, soltanto su quanto è massimo
e sommamente dominante, sulla libertà, mi è stato accordato di volere
come capita? Nient'affatto! Ma educarsi a diairesizzare è questo imparare a
disporre ciascuna cosa così come accade. (SPB02-02) (SPB02-03) Così nasce la libertà. Per questo Diogene diceva: "Da quando Antistene mi liberò, non fui mai più servo”. E come lo liberò? Ascolta cosa dice: "Mi insegnò il mio ed il non mio. Il patrimonio non è mio; congeneri, familiari, amici, fama, posti consueti, trastulli: che tutto questo è allotrio. 'Cos'è dunque tuo? L'uso delle rappresentazioni'. Mi mostrò che quest'uso io l'ho non soggetto ad impedimenti, non soggetto a costrizioni; che nessuno può intralciarmi, nessuno violentarmi ad usare le rappresentazioni altrimenti da come dispongo io. Chi dunque ha ancora potestà su di me? Filippo od Alessandro o Perdicca od il Gran Re? Donde verrebbe loro? Giacché chi sta per essere sconfitto da un essere umano, prioritariamente deve essere sconfitto dalle cose”. Colui dunque su cui non hanno la meglio il piacere fisico, il dolore, la reputazione, la ricchezza di denaro e che può, qualora lo reputi, partire dopo avere sputato contro qualcuno l'intero corpo, ebbene costui di chi è ancora servo, a chi è stato subordinato? Se Diogene se la passasse piacevolmente in Atene e fosse sconfitto da questo trastullo, le sue faccende sarebbero in potere di chiunque, ed il più potente sarebbe signore di affliggerlo. Come reputi che avrebbe adulato i pirati perché lo vendessero ad un Ateniese, così da vedere il magnifico Pireo, le lunghe mura e l'Acropoli? Vederle essendo tu chi, schiavo? Un servo ed un servo nell'animo! E che pro per te? -No, ma libero.- Mostrami, libero come. Ecco un tale qualunque ti ha abbrancato, ti sloggia dai tuoi consueti trastulli e dice: "Sei mio servo, giacché è in mio esclusivo potere impedirti di passartela come vuoi; in mio potere placarti, asservirti la proairesi. E qualora io voglia, di nuovo far sì che tu ti allieti e proceda sollevato verso Atene”. Cosa dici a costui che ti riduce in servitù? Quale emancipatore gli dai? O neanche lo guardi in faccia ma, tralasciati i molti discorsi, lo supplichi di lasciarti perdere?Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 3, Capitolo 22, § 67-76
(SPB02-04)
Libero è chi
vive come decide, chi non è possibile costringere né impedire né violentare;
colui i cui impulsi non sono soggetti ad intralci, i cui desideri vanno a segno,
le cui avversioni non incappano in quanto avversano. Chi, dunque, vuole vivere
aberrando? -Nessuno.- Chi vuole vivere ingannandosi, essendo precipitoso,
ingiusto, impudente, lagnoso sulla propria sorte, servo nell'animo? -Nessuno.-
Proprio nessuno degli insipienti vive come decide e, quindi, neppure è libero.
Chi vuole vivere affliggendosi, avendo paura, invidiando, commiserando,
desiderando e fallendo, avversando ed incappando in quanto avversa? -Neppure
uno.- Abbiamo dunque qualche insipiente senza afflizione, senza paura, che non
incappa in quanto avversa, che non fallisce il segno? -Nessuno.- Proprio
nessuno, pertanto, libero.
(SPB02-05)
Analizza come
usiamo il concetto di libertà per gli animali. Taluni chiudono in gabbia
dei leoni addomesticati, poi li nutrono, li pascono, li trasferiscono con sé.
Chi dirà che questo leone è libero? Quanto più mollemente se la tragitta,
non è tanto più servilmente? Quale leone, se prendesse coscienza e contezza,
deciderebbe di essere uno di questi leoni? Orsù, e qualora questi volatili
vengano presi e siano nutriti in gabbia, cosa non sperimentano cercando di
fuggir via? Taluni si rovinano di fame piuttosto di soggiacere a siffatto modo
di tragittarsela. Quanti poi si preservano in vita, lo fanno con stento ed
esasperazione, deperiscono e, in complesso, se troveranno uno spiraglio balzano
via. Così tanto desiderano la naturale libertà e di essere autonomi, non
soggetti ad impedimenti! Che male c'è per te qui? "Che dici? Io sono nato per
volare dove voglio, per passarmela all'aria aperta, per cantare quando voglio:
tu mi sottrai tutto questo e dici: 'Che male c'è per te?' ".
(SPB02-06)
Qualora dunque
non vivano come vogliono né quelli detti re né gli amici dei re, chi è ancora
libero?- Cerca e troverai. Giacché la natura ti ha dato risorse per il
rinvenimento della verità. E se non sei capace di trovare il seguito procedendo
con queste mere risorse, ascoltalo da coloro che hanno cercato. Cosa dicono?
Reputi la libertà un bene? -Il sommo.- Può dunque uno che centra il sommo
bene essere infelice o finire male? -No.- Quanti vedrai dunque essere infelici,
non essere sereni, piangere, dichiara con fiducia che non sono liberi.
-Lo dichiaro.- Pertanto ci siamo già ritirati dalla compravendita e da siffatto
assegnamento sul patrimonio. Giacché se avessi rettamente ammesso questo, sia un
grande re sia uno piccolo, sia chi è stato una volta console sia chi lo è stato
due, se sarà infelice non sarà libero. -Sia.-
(SPB02-07)
Rispondi ancora
a questo: reputi la libertà qualcosa di grande e generoso, di rinomato?
-E come no?- E' dunque possibile che chi centra un bene così grande e rinomato e
generoso sia servo nell'animo? -Non è possibile.- Qualora dunque tu veda
qualcuno che si è prostrato davanti ad un altro o che adula contro il proprio
parere, dì con fiducia che anche costui non è libero: e non soltanto se
lo farà per un pranzetto, ma anche per una provincia od un consolato. E chiama
microservi quanti lo fanno per piccoli fini e gli altri, come meritano,
megaservi. -Sia anche questo.- Reputi la libertà qualcosa di
incondizionato ed autonomo? -E come no?- Dunque quando è in potere di un altro
impedire o costringere qualcuno, dì con fiducia che costui non è libero.
E non scrutarmi i suoi nonni e bisnonni, non cercare una compravendita; se lo
sentirai dire dal di dentro e con passione "Signore!", anche se dodici verghe lo
promuoveranno, dillo servo. Se lo sentirai dire "Sciagurato me, cosa non
sperimento!" dillo servo. Se insomma lo vedrai singhiozzare tutto, lagnarsi, non
essere sereno: dillo un servo che porta una toga porporata. Se poi non farà
nulla di ciò, non dirlo ancora libero ma decifra se i suoi giudizi sono
soggetti a costrizioni, soggetti ad impedimenti, generatori di non serenità. E
se lo troverai siffatto, chiamalo un servo in vacanza durante i Saturnali. Dì
che il suo Signore si è messo in viaggio; ma poi giungerà e riconoscerai quel
che non sperimenta! -Giungerà chi?- Chiunque avrà potestà di procacciare o
sottrarre qualcuna delle cose che egli vuole. -Dunque abbiamo così tanti
Signori?- Così tanti. Giacché precedenti a questi abbiamo per signori le cose,
ed esse sono molte. Per questo è necessario che siano nostri Signori quanti
hanno potestà su qualcuna di esse. Dacché nessuno ha paura proprio di Cesare, ma
ha paura della morte, dell'esilio, della sottrazione di proprietà, della
prigione, del difetto di onorificenze. Né qualcuno predilige Cesare, se Cesare
non sarà uomo di gran valore, ma prediligiamo la ricchezza di denaro, il
tribunato, la pretura, il consolato. Qualora prediligiamo ed odiamo ed abbiamo
paura di queste cose, è necessario che quanti hanno potestà su di esse siano
nostri Signori. Per questo li riveriamo come Dei. Giacché concettualizziamo
così: "Quanto ha potestà del massimo giovamento è divino”. Poi subordiniamo
malamente: "Costui ha potestà del massimo giovamento”. Di necessità anche quel
che ne deriva è inferito malamente.
(SPB02-08)
Orsù dunque,
veniamo ai punti ammessi. Libero è l'uomo non soggetto ad impedimenti,
cui le faccende sono a portata di mano come decide. Invece, chi è possibile
impedire o costringere od intralciare o sbattere in qualcosa suo malgrado, è
servo. Chi non è soggetto ad impedimenti? Chi non prende di mira nulla di
allotrio. Cos'è allotrio? Ciò che non è in nostro esclusivo potere avere o non
avere od avere con certe qualità od in un certo stato. Pertanto allotrio è il
corpo, allotrie sono le parti del corpo, allotrio è il patrimonio. Se dunque ti
struggerai per qualcuna di queste cose come tua peculiare, pagherai il fio che
merita chi prende di mira l'allotrio. Questa strada conduce alla libertà,
questa sola è scampo dalla servitù: poter dire una volta con l'animo intero *
Conducimi, o Zeus, e proprio tu o Fato, là dove sono stato da voi una volta
ordinato *.
(SPB02-09)
Giacché la
libertà non è apprestata dall'assolvimento di ciò per cui smaniamo ma dal
disapprestamento della smania.
(SPB02-10)
C'è bisogno di
poco per la perdita ed il sovvertimento di tutto: un piccolo distoglimento della
ragione. Per far capovolgere il bastimento, il pilota non ha bisogno della
medesima preparazione che per salvaguardarlo. Se volterà un poco di fianco al
vento, va in malora. E se rallenterà un poco l'attenzione, anche suo malgrado,
va in malora. Qualcosa di siffatto accade anche qua. Se sonnecchierai un poco,
tutto quanto hai raccattato finora parte. Fa dunque attenzione alle
rappresentazioni; vegliaci su, ché non è piccolo il tesoro serbato: è il
rispetto di te e degli altri, è la lealtà, la stabilità di giudizio, è il
dominio sulle passioni, sulle afflizioni, sulla paura, sullo sconcerto, insomma
è la libertà.
Pilotina Stoica 03 "Azione di successo" (SPB03-01)
La felicità
promana dalla saggezza, la saggezza si muove tra azioni rette ossia di
successo e l’azione di successo è ciò che, quando effettuato, ha una
giustificazione ragionevole.
(SPB03-02)
E nelle
‘Dimostrazioni sulla giustizia’ afferma espressamente che: “Ogni azione retta
ossia di successo è anche un’azione conforme alla legge e alla giustizia.
Giacché quanto è effettuato secondo padronanza di sé, fortezza, saggezza e
virilità è un’azione di successo. Sicché è anche un’azione giusta”.
(SPB03-03)
Tra le azioni
rette ossia di successo, di alcune c’è bisogno, di altre no. Quelle di cui
c’è bisogno sono le azioni che si possono chiamare giovevoli come, ad esempio,
l’essere saggi e l’essere temperanti. Non c’è invece bisogno di quelle che tali
non sono. Similmente, si ha la stessa trattazione per le azioni contrarie al
doveroso.
(SPB03-04)
Tutte le
azioni rette ossia di successo sono azioni giuste, normali, ben ordinate,
ben condotte, fortunate, felici, opportune, decorose. Non sono però ancora
azioni sagge, giacché tali sono soltanto quelle che discendono da saggezza.
Similmente per le altre virtù, anche se non nominate. Per esempio le azioni
temperanti sono quelle che discendono dalla temperanza e le azioni giuste quelle
che discendono dalla giustizia. All’opposto le aberrazioni sono azioni ingiuste,
anormali e disordinate. 1241/501 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 136, 18 (SPB03-06)
Parlano dell’azione
retta ossia di successo come di un’azione che ha tutti i numeri della
doverosità, oppure come di quella che è perfettamente doverosa. Azione non retta
ossia aberrazione è invece l’azione effettuata contro la retta ragione oppure
l’azione in cui la creatura razionale ha omesso qualcosa di doveroso. 931/ 1128 = Stoicorum Veterum Fragmenta 2, 327, 17 (SPB03-08) Al discorso su ciò che è cardinale segue l’ambito di ciò che è doveroso. Il doveroso è definito così: “Ciò che consegue al fatto di essere in vita e che, quando effettuato, ha una giustificazione razionale”. In modo opposto si definisce ciò che non è doveroso. Questa definizione si estende anche alle creature sprovviste di ragione, giacché esse pure hanno attività conseguenti alla loro natura. Ma per esse si rende così: “Ciò che consegue al fatto di essere in vita”. Sostengono poi che delle azioni doverose alcune sono perfette, e queste si chiamano appunto azioni rette ossia di successo. Queste azioni sono le attività conformi a virtù, come l’essere saggi e l’operare con giustizia. Non sono azioni di successo quelle che tali non sono, ed esse neppure sono designate come doverose e perfette, ma come azioni intermedie. Ne sono esempio lo sposarsi, il fare ambascerie, il dialogare e cose simili.1237/494 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 134, 18 (SPB03-09) Colui che non è fattibile né costringere né impedire ebbene, quello non è servo. Ora, non è possibile né costringere né impedire l’uomo virtuoso; dunque il virtuoso non è servo, giacché manifestamente egli non è né costretto né impedito. Impedito è chi non fa centro nelle cose che desidera; ma il sapiente desidera le cose che promanano dalla virtù, e centrare questo obiettivo non è per natura impossibile. Se poi davvero è costretto, è manifesto che fa qualcosa suo malgrado. Le azioni umane o promanano da virtù e sono azioni rette ossia di successo, oppure promanano dal vizio e sono aberrazioni, oppure sono azioni intermedie ed indifferenti. Le azioni virtuose non sono prodotto di violenza, ma l’uomo dabbene le compie tutte quante –giacché le sceglie- di buon grado. Quelle invece viziose, in quanto da fuggirsi, egli neppure si sogna di effettuarle. Né è verosimile che egli effettui suo malgrado le azioni indifferenti, verso le quali il suo intelletto è in equilibrio come su una bilancia, avendo imparato a non cedere loro come se avessero forza attrattiva né ad essere malcontento di loro come se meritasse di distogliersene. E’ da ciò manifesto che il virtuoso nulla fa suo malgrado e che neppure è costretto. Se invece fosse servo, sarebbe costretto. Pertanto il virtuoso è libero.1145/363 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 88, 38 (SPB03-10) Anche se ha scritto molte cose contrarie, Crisippo manifestamente aderisce alla tesi che non vi è un vizio od una aberrazione che sia più eminente di un altro vizio o di un’altra aberrazione e neppure una virtù od una azione di successo che sia più eminente di un’altra virtù o di un’altra azione di successo. Lo afferma nel terzo libro 'Sulla natura'. “Come a Zeus conviene fare il solenne con sé e con la propria vita pregiandoli grandemente e, per dirla così, anche essere orgoglioso, essere fiero e vantarsi di vivere una vita degna di vanto; così questo conviene a tutti gli uomini dabbene, giacché essi non sono sopravanzati in nulla da Zeus”.1251/526 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 141, 15 (SPB03-11) Coloro che effettuano qualcosa di dovuto, ma con intelligenza inassenziente e loro malgrado, violentando le loro intime disposizioni, non compiono un’azione retta ossia di successo.1247/518 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 139, 32
Pilotina Stoica 04 "Diairesi" (SPB04-01) Un diverso ragionevole ed irragionevole, appunto come pure un diverso bene e male, ed utile e inutile incolgono persone diverse. Per questo soprattutto abbiamo bisogno di educazione alla diairesi, così da imparare ad adattare il pre-concetto di ragionevole ed irragionevole alle particolari sostanze in armonia con la natura delle cose.Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 1, Capitolo 2 , § 5-6 (SPB04-02)
Giacché grande
facoltà ed arte è quella di argomentare e persuadere, soprattutto se godesse di
frequente allenamento e dalle locuzioni aggiungesse a sé anche una certa
confacenza. E poi che in generale ogni facoltà ed arte che sopravvenga ai non
educati a diairesizzare ed ai deboli nell’uso della diairesi, è
malsicura riguardo all'imbaldanzirne ed invanirne.
(SPB04-03)
Chi
poi si sta educando all'uso della diairesi, è tenuto a venire ad educarsi
con questo progetto: "Come accompagnarmi in ogni circostanza agli dei, come
compiacermi del governo della materialità, come diventare libero?" (SPB04-04)
Ma educarsi alla
diairesi è questo imparare a disporre ciascuna cosa così come accade. E
come accade? Come la costituì il costitutore. Costituì che vi fossero estate ed
inverno, profusione e penuria, virtù e vizio e tutte le opposizioni siffatte per
l'armonia dell'intero; ed a ciascuno di noi diede un corpo, delle parti del
corpo, un patrimonio e dei soci. (SPB04-05) Memori dunque di questa costituzione, bisogna venire ad educarsi alla diairesi non per cambiare le premesse (giacché ciò non ci è dato né è meglio), ma perché stando le cose intorno a noi come stanno e come sono per natura, noi teniamo la nostra intelligenza conciliata agli avvenimenti. E che? E' fattibile fuggire le persone? E com'è possibile? Stando con loro, cambiarle? E chi ce lo dà? Cosa dunque avanza o quale accorgimento si trova per usare con esse? Un uso siffatto per cui quelle faranno quanto loro pare e noi nondimeno staremo in accordo con la natura delle cose.Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 1, Capitolo 12, § 17-19 (SPB04-06) Cos'è dunque educarsi alla diairesi? Imparare ad adattare i naturali pre-concetti alle particolari sostanze in modo consono alla natura delle cose e, orbene, a discriminare che, delle cose, alcune sono in nostro esclusivo potere mentre altre non sono in nostro esclusivo potere. Sono in nostro esclusivo potere la proairesi e tutte le opere della proairesi; non sono in nostro esclusivo potere il corpo, le parti del corpo, patrimoni, genitori, fratelli, figlioli, patria, insomma i soci. Dove porremo dunque il bene? A quale sostanza lo adatteremo? A quella in nostro esclusivo potere? -E poi non sono beni salute del corpo, integrità fisica, vita e neppure figlioli, genitori, patria?- E chi ti tollererà? Alloghiamolo dunque di nuovo qua. E' fattibile che sia felice chi subisce danno e fallisce il bene? -Non è fattibile.- E che serbi verso i soci la condotta che si deve? E com'è fattibile? Giacché io sono nato per il mio utile. Se mi è utile avere un fondo, mi è utile anche sottrarre quello di chi mi è dintorno; se mi è utile avere una toga, mi è utile anche rubarla alle terme. Di qua guerre, conflitti civili, tirannie, insidie.Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 1, Capitolo 19, § 9-14 (SPB04-07) Anche qua. "Prendi l'imperio!" Lo prendo e, presolo, mostro come si conduce un uomo che è stato educato alla diairesi. "Deponi il laticlavio ed indossando dei cenci vieni innanzi in siffatto personaggio!" E dunque? Non mi è stato dato di portarmi dentro una magnifica voce? "Dunque, come sali ora sulla scena?" Come testimone chiamato da Zeus. "Vieni tu, e rendimi testimonianza. Giacché tu meriti di essere promosso da me come testimone. E' forse qualcuno degli oggetti esterni alla proairesi, bene o male? Danneggio forse qualcuno? Feci forse quanto a ciascuno giova in esclusivo potere d'altri o di lui stesso?" Che testimonianza dai alla Materia Immortale? "Sono in difficoltà terribili, Signore, ed ho cattiva fortuna; nessuno si impensierisce per me, nessuno mi dà nulla, tutti mi denigrano e parlano male di me”. Questo sei per testimoniare e per svergognare la chiamata che ti ha fatto; perché ti onorò di questo onore e ritenne degno che ti appressassi per una testimonianza così rilevante?Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 1, Capitolo 29, § 44-49 (SPB04-08) Ma chi ne ha la potestà dichiarò: "Ti giudico empio e sacrilego “. Che ti è accaduto? "Fui giudicato empio e sacrilego”. Nient'altro? "Niente”. E se di una proposizione ipotetica colui avesse decretato e data dichiarazione "Il 'se è giorno c'è luce' lo giudico falso" cosa sarebbe accaduto alla proposizione ipotetica? Chi è qui giudicato? Chi è stato condannato? La proposizione ipotetica o chi si è ingannato su di lei? Chi mai è costui che ha la potestà di dichiarare qualcosa su di te? Sa cos'è il pio o l'empio? L'ha studiato? Ha imparato? Dove? Da chi? E poi un musicista non si impensierisce se colui dichiarasse che la corda più bassa è la più alta; né uno studioso di geometria se decreterà che i segmenti che dal centro incolgono la circonferenza non sono di pari lunghezza. E chi davvero è stato educato alla diairesi si impensierirà per un individuo non educatovi, il quale decreta qualcosa sul sacrosanto e sul sacrilego, sull'ingiusto e sul giusto? Che ingiustizia da parte degli educati alla diairesi! Queste cose le imparasti qui?Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 1, Capitolo 29, § 50-55 (SPB04-09) Qual è dunque il frutto di questi giudizi? Quello che dev'essere il più bello ed appropriato per coloro che effettivamente sono educati alla diairesi: dominio sullo sconcerto e sulla paura, libertà. Giacché non bisogna su questo fidarsi dei più, i quali dicono che soltanto i cittadini liberi hanno la potestà di essere educati; ma piuttosto dei filosofi, i quali dicono che soltanto gli educati alla diairesi sono liberi. -Come questo?- Così: ora, la libertà è qualcos'altro dalla potestà di tragittarcela come decidiamo? "Nient'altro”. Ditemi, o uomini: decidete di vivere aberrando? "Non lo decidiamo”. Quindi nessuno che aberri è libero. Decidete di vivere avendo paura, decidete di vivere afflitti, decidete di vivere sconcertati? "Nient'affatto!" Proprio nessuno che abbia paura, sia afflitto, sia sconcertato è libero; mentre chiunque si è allontanato da afflizioni, paure e sconcerti ebbene costui, per la stessa strada, si è allontanato anche dall'essere servo. Dunque come potremo ancora affidarci a voi, o carissimi legislatori, che non consentite di essere educati se non ai cittadini liberi? I filosofi infatti dicono che non consentiamo di essere liberi se non a coloro che sono stati educati alla diairesi, cioè che è la Materia Immortale a non consentirlo.Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 2, Capitolo 1, § 21-25 (SPB04-10) Orbene, perché sali a Roma come a cose grandiose? Sono più piccole della tua preparazione, tanto da far dire ad un giovane purosangue: "Non meritava tanto avere ascoltato cotante lezioni, avere scritto cotanto, essere stati seduti per cotanto tempo accanto ad un vecchietto che non vale granché”. Tu soltanto ricordati di quella diairesi grazie alla quale si definisce quanto è in tuo esclusivo potere e quanto non lo è. Non pretendere mai alcunché di allotrio. Tribuna e prigione sono, l'una e l'altra, un posto; la tribuna, elevato; la prigione, miserabile. Ma la proairesi può essere custodita pari, se pari disporrai di custodirla nell'uno e nell'altro posto.Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 2, Capitolo 6, § 23-25 (SPB04-11) Gratifica il tuo desiderio e la tua avversione con povertà di denaro e ricchezza di denaro: fallirai, incapperai in quanto avversi. E con salute del corpo: avrai cattiva fortuna; con cariche, onorificenze, patria, amici, figli, insomma con qualcosa di aproairetico. Gratificalo invece a Zeus, agli altri dei; trasmettilo ad essi; essi pilotino; sia stato posizionato con essi. E dove ancora non sarai sereno? Ma se invidi, o indolente, ed hai pietà e sei geloso e tremi e non smetti un giorno solo di singhiozzare disperato di te e degli Dei, perché asserisci di essere stato educato alla diairesi? Quale educazione alla diairesi, o uomo? Che effettuasti sillogismi, ragionamenti equivoci? Non vuoi, se possibile, disimparare tutto questo ed iniziare daccapo, dopo aver preso consapevolezza del fatto che finora neppure hai toccato la faccenda e, orbene, iniziando da qua edificarvi in aggiunta il seguito: come nulla sarà contro la tua disposizione e, disponendolo tu, nulla non sarà?Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 2, Capitolo 17, § 24-28 (SPB04-12) Mostra come sei solito allenarti su un bastimento. Ti ricordi di questa diairesi qualora la vela rumoreggi e, mentre tu sbraiti, un dispettoso passeggero che ti sta accanto ti dica: "Dimmi, per gli dei, quel che dicevi l'altro giorno: forse che naufragare è un vizio, è forse qualcosa che partecipa del vizio?" Sollevato un legno, non glielo scuoterai addosso? "Che c'è fra noi e te, uomo? Andiamo in malora e tu vieni a scherzare?" Se Cesare ti farà convocare perché sei accusato, ti ricordi della diairesi? Se uno, mentre entri e sei pallido ed insieme tremante, verrà innanzi a dire: "Perché tremi, o uomo? Per quali faccende è la tua citazione? Forse che lì dentro Cesare dà a chi entra virtù o vizio?" "Perché ti burli di me anche tu, oltre i miei mali?" "Ugualmente, o filosofo, dimmi: perché tremi? Il pericolo che corri non è morte o carcere o dolore del corpo o l'esilio od il discredito? E cos'altro? E' forse vizio, forse qualcosa che partecipa del vizio? Tu dicevi essere cosa questo?" "Che c'è fra me e te, uomo? Mi bastano i miei mali”. E dici bene. Giacché a te bastano i tuoi mali: la grettezza, la viltà, la cialtroneria che cialtroneggiavi seduto a scuola. Perché ti abbellivi di giudizi allotrii? Perché ti dicevi stoico?Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 2, Capitolo 19, § 15-19 (SPB04-13) Ed ora io sono chi vi educa alla diairesi, mentre voi a ciò vi educate presso di me. Io ho questo progetto: farvi risultare non soggetti ad impedimenti, non soggetti a costrizioni, non soggetti ad impacci, liberi, sereni, felici, che tengono gli occhi su Zeus in ogni circostanza, sia piccola che grande; e voi presenziate per imparare e studiare questo. Perché dunque non concludete l'opera, se avete anche voi il progetto che si deve ed io la preparazione che si deve per il progetto? Cos'è che manca? Qualora io veda un falegname cui giace accanto il materiale, mi aspetto l'opera. Anche qua c'è il falegname, c'è il materiale. Cosa ci manca? La faccenda non è insegnabile? E' insegnabile. Non è dunque in nostro esclusivo potere? Anzi è la sola fra tutte le altre. Né la ricchezza di denaro né la salute del corpo né la reputazione né altro insomma sono in nostro esclusivo potere, eccetto il retto uso delle rappresentazioni. Soltanto questo è per natura delle cose non soggetto ad impedimenti, non soggetto ad intralci. Perché dunque non concludete? Ditemi la cagione. Giacché o nasce da me o da voi o dalla natura della faccenda. La faccenda in sé è fattibile e solo in nostro esclusivo potere. Orbene la cagione sta in me o in voi o, che è più vero, in entrambi. E dunque? Volete che iniziamo una volta a trasferire qui siffatto progetto? Tralasciamo quel che è stato finora. Solo iniziamo, fidatevi di me, e vedrete.Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 2, Capitolo 19, § 29-34 (SPB04-14) E così, anche cresciuti ci mostriamo bimbi. Giacché bamboccio in musica è il digiuno di musica; in grammatica il digiuno di grammatica; in vita il non educato alla diairesi.Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 3, Capitolo 19, § 6 (SPB04-15) Un uomo dabbene ha paura che gli manchi il cibo? Il cibo non manca ai ciechi, non manca agli zoppi. Mancherà ad un uomo dabbene? Non manca chi dà il soldo ad un soldato dabbene né ad un operaio né ad un calzolaio. E mancherà a chi è dabbene? A tal punto la Materia Immortale trascura i suoi felici successi, i ministri, i testimoni, coloro che soli usa come paradigmi nei confronti dei non educati alla diairesi per mostrare che esiste, che ben governa l'intero, che non trascura le faccende umane e che per l'uomo dabbene non c'è male né in vita né in morte? -E dunque qualora non procuri cibo?- Che altro significherà se non che, come un buon stratega, mi ha significato la ritirata? Ubbidisco, la seguo glorificando il leader, inneggiando alle sue opere. Giacché venni quando lei lo reputò e di nuovo me ne vado quando lei lo reputa. Vivendo, questa era l'opera mia: inneggiare a Zeus, sia io per me stesso che con un altro o con molti.Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 3, Capitolo 26, § 27-30 (SPB04-16) Tu ricordati soltanto dei principi universali: "Cos'è mio, cosa non è mio? Cosa mi è dato? Cosa Zeus dispone che io ora faccia, cosa non dispone?" Poco fa disponeva che tu oziassi, parlassi con te stesso, scrivessi su questi principi, che leggessi, ascoltassi, ti preparassi: avesti tempo sufficiente per questo. Ora ti dice: "Vieni ormai in gara, mostraci cosa imparasti, come ti cimentasti. Fino a quando ti allenerai da solo? E' ormai tempo di riconoscerti, se sei un atleta degno di vittoria oppure uno di quelli che vanno in giro per la terra abitata da vinti”. Perché dunque fremi? Nessuna gara accade senza trambusto. Devono essere molti i preparatori atletici, molti quelli che strepitano, molti i soprintendenti, molti gli spettatori. -Ma io vorrei passarmela in quiete.- Mugugna, quindi, e gemi come meriti. Giacché quale altra punizione per chi non è educato alla diairesi e disobbedisce alle costituzioni della Materia Immortale è maggiore di questa, cioè dell'affliggersi, piangere, invidiare, insomma del non avere fortuna ed avere cattiva fortuna? Non vuoi allontanarti da questo?Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 4, Capitolo 1, § 29-32 (SPB04-17) Se invece vorrà che il figlio o la moglie non aberrino, egli vuole che l'allotrio non sia allotrio. Ed educarsi alla diairesi è questo: imparare quanto è nostro peculiare e quanto è allotrio.Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 4, Capitolo 5, § 7 (SPB04-18) Sconcertano gli esseri umani non le faccende, ma i giudizi sulle faccende. Per esempio, la morte nulla è di terribile, dacché questo sarebbe parso anche a Socrate; ma il giudizio sulla morte, che sia terribile, quello è il terribile. Qualora dunque siamo intralciati o sconcertati od afflitti, non accagioniamo mai altro che noi stessi, cioè i nostri giudizi. Incolpare altri per ciò per cui lui finisce male è opera del non educato alla diairesi. Incolpare se stessi è opera di chi ha iniziato ad usare la diairesi. Non incolpare né un altro né se stesso, di chi è stato educato alla diairesi.Epitteto: ‘Il Manuale’ Capitolo 5 (SPB04-19) Ed a quale tempo ancora rimandi il meritarti l'ottimo ed il non violare in nulla la ragione che opera la diairesi? Hai assunto i principi filosofici generali con i quali dovevi metterti alle prese e ti sei messo alle prese. Quale insegnante dunque paventi ancora, per posporre a lui di fare la tua rettificazione?Epitteto: ‘Il Manuale’ Capitolo 51
Pilotina Stoica 05 "Felicità"
(SPB05-01)
Dei beni alcuni sono necessari per la felicità, altri no. Necessarie sono tutte le virtù e le attività che le utilizzano. Non necessarie sono la gioia, la letizia, occupazioni e mestieri. Somigliantemente dei mali, alcuni sono necessari come mali che generano infelicità, altri no. Necessari sono tutti i vizi e le attività che ne discendono. Non necessarie sono tutte le passioni, le affezioni e cose somiglianti.
(SPB05-02)
E
perciò gli uomini dabbene sono sempre assolutamente felici e gli
insipienti, invece, infelici. La felicità dei primi non differisce dalla
felicità divina né, dice Crisippo, quella di un istante differisce dalla
felicità di Zeus. Né la felicità di Zeus è preferibile o più bella
o più solenne di quella degli uomini sapienti.
(SPB05-03)
Gli
Stoici chiamano ‘indifferenti’ le cose che stanno in mezzo tra i beni ed i mali
e affermano che possono essere pensate in due modi. Secondo un modo,
‘indifferente’ è ciò che non è né bene né male, né da scegliersi né da fuggirsi.
Secondo un altro modo, ‘indifferente’ è ciò che non muove né ad impulso né a
repulsione. In questo senso alcune cose sono anche dette ‘definitivamente
indifferenti’, come l’avere in testa un numero pari o dispari di capelli, oppure
il protendere il dito così o cosà, oppure il levare di mezzo qualche intralcio,
sterpaglia o fogliame. Nel primo senso, bisogna dire che si chiamano
indifferenti le cose che stanno in mezzo tra la virtù ed il vizio [……………]
certamente non per una elezione ed un rifiuto, giacché alcune hanno un valore
che le fa eleggere, altre un disvalore che le fa rifiutare, ma in nessun modo un
valore che sia di contributo alla vita felice.
(SPB05-04) Di Crisippo.
Chi
è al culmine del profitto adempie completamente tutto quanto è doveroso e non
omette nulla. Crisippo afferma che la vita di costui non è ancora felice,
ma che la felicità gli sopravviene qualora a queste azioni intermedie si
aggiungano saldezza ed abitualità, ed esse prendano una loro solidità.
(SPB05-05)
Dicono
gli Stoici che tutte le virtù, siano esse scienze od arti, hanno comuni principi
generali e, come si dice, medesimo fine, e perciò sono inseparabili. Chi ne ha
una le ha tutte, e chi opera secondo una opera secondo tutte. Le virtù
differiscono però una dall’altra per punti capitali. Così punto capitale della
saggezza è, cardinalmente, conoscere i principi generali di ciò che va fatto ed
effettuarlo; secondariamente, deputare ciò che si deve deputare, grazie al fatto
di effettuare senza sbagli ciò che va fatto. Punto capitale peculiare della
temperanza è, cardinalmente, procurare impulsi stabili e conoscerne i principi
generali; secondariamente conoscere ciò che è oggetto delle altre virtù, per il
fatto di condurci senza sbagli negli impulsi. Ugualmente la virilità è,
cardinalmente, il resistere a tutto ciò cui si deve resistere e,
secondariamente, il conoscere ciò che è oggetto delle altre virtù. Anche la
giustizia è, cardinalmente, il considerare ciò che è secondo il merito di
ciascuno e, secondariamente, anche il resto. Ogni virtù, infatti, guarda ai
punti capitali di tutte le altre ed a ciò che è reciprocamente subordinato.
Panezio soleva dire che quanto avviene riguardo alle virtù è simile a quanto
avviene quando innanzi a molti arcieri giacesse un solo bersaglio, e questo
avesse al proprio interno strisce di colore diverso. Ciascun arciere mirerebbe a
centrare il bersaglio ma uno colpendo, caso mai, la striscia bianca, un altro la
striscia nera, un altro ancora la striscia di qualche altro colore. Come costoro
si danno quale fine supremo il centrare il bersaglio, seppure proponendosene il
conseguimento chi in un modo chi in un altro, così tutte le virtù si danno quale
fine l’essere felice –il che sta nel vivere coerentemente con la natura
delle cose- e ciascuna lo centra a modo suo. (SPB05-06) Delle cose che hanno valore alcune ne hanno molto, altre poco. Ugualmente, delle cose che hanno disvalore alcune ne hanno molto, altre poco. Ora, le cose che hanno molto valore sono dette ‘preferibili’, mentre quelle che hanno molto disvalore sono dette ‘rifiutabili’; e fu Zenone a dare per primo alle faccende della vita questi nomi. Si dice ‘preferibile’ quella faccenda che è indifferente ma che noi eleggiamo in prima istanza. Un discorso simile vale per le faccende ‘rifiutabili’ e gli esempi sono, per analogia, gli stessi. Invece nessuno dei beni è preferibile, giacché i beni hanno il massimo valore. Il ‘preferibile’, pur essendo una faccenda di secondo rango e valore, si approssima però in un certo modo alla natura dei beni. A corte, infatti, il re non è dei preferibili, ma lo sono quelli posizionati dopo di lui. Si dicono dunque faccende preferibili non perché conferiscano qualche felicità o cooperino ad essa, ma perché ci è necessario eleggere esse invece di quelle rifiutabili.93/192 = 1031/128 = Stoicorum Veterum Fragmenta 1, 48, 3 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 31, 10
(SPB05-07)
Dicono che il fine è
l’essere felici e che questo è ciò per cui tutto si effettua, mentre
l’essere felici è effettuato in vista di null’altro. Questo consiste nel
vivere secondo virtù, nel vivere coerentemente ed anche, il che è lo stesso, nel
vivere secondo la natura delle cose. Zenone definì la felicità in questo
modo: felicità è il sereno fluire dell’esistenza. Anche Cleante usa
questa definizione nei suoi trattati. La usa anche Crisippo. E lo fanno tutti i
loro successori, dicendo che la felicità non è altro che una vita
felice, seppure affermino che la felicità è proposta come scopo,
mentre centrare la felicità è il fine, il che appunto equivale ad essere
felici. E’ dunque da ciò manifesto che ‘vivere secondo la natura delle
cose’, ‘vivere da bello’, ‘vivere bene’ e ancora ‘ciò che è dabbene’, ‘la virtù
e quanto partecipa della virtù’ sono termini equivalenti. E poi tutto quanto è
buono è anche bello, e similmente tutto quanto è brutto è anche male. Anche
perciò il fine stoico equivale ad una vita secondo virtù. 991/39 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 11, 37 (SPB05-09) Io lodo la baldanza e l’apertura mentale degli Stoici, i quali affermano che nessuna delle cose estrinseche è di impedimento alla felicità e che l’uomo virtuoso è beato anche se il toro di Falaride lo avrà bruciato.1277/586 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 154, 1 (SPB05-10) Perciò anche Cleante, nel secondo libro sul ‘Piacere fisico’ dice che Socrate insegnava in particolare come uno e medesimo sono l’uomo giusto e l’uomo felice, e che malediva chi per primo aveva spartito il giusto dall’utile, perché aveva compiuto un’empietà. Giacché sono effettivamente empi coloro che separano l’utile dal giusto secondo la legge.249/558 = Stoicorum Veterum Fragmenta 1, 127, 20 (SPB05-11) Gli stoici chiamano felice chi ha resistito a guai degni di Priamo.1275/585 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 153, 38 (SPB05-12) In molti luoghi Crisippo ha affermato che per il fatto di esserlo per molto tempo noi non siamo più felici, bensì che lo siamo ugualmente ed altrettanto a coloro che partecipano per un istante della felicità.997/54(2) = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 14, 5 (SPB05-13) E Zenone non seguì forse costoro (i Peripatetici) i quali ipotizzavano come elementi della felicità la natura delle cose e quanto è secondo la natura delle cose?89/183 = Stoicorum Veterum Fragmenta 1, 46, 12 (SPB05-14) Gli Stoici non dicono soltanto questo ma dicono inoltre che l’aggiunta del tempo non accresce il bene, e che se uno diverrà saggio anche per un solo istante in nulla resterà indietro, quanto a felicità, rispetto a chi eternamente usa virtù ed in essa beatamente vive.997/54(1) = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 13, 38 (SPB05-15) Se, come ha scritto Crisippo nel primo libro del ‘Protrettico’, soltanto il vivere secondo virtù è vivere felicemente e nessun’altra cosa, dice, ci riguarda od a questo coopera…1037/139(3) = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 34, 9 (SPB05-16) Vi erano poi quelli che dicevano essere ‘il bene’ ciò che si sceglie per sé e non per altro. Alcuni dicono così: ‘Bene è quanto soccorre per la felicità’. Altri affermano che: ‘Bene è quanto completa la felicità’. E la felicità, come assunsero le scuole di Zenone, di Cleante e di Crisippo, è il sereno fluire dell’esistenza.1005/73 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 18, 12 (SPB05-17) La felicità promana dalla saggezza, la saggezza si muove tra azioni di successo e l’azione di successo è ciò che, quando effettuato, ha una giustificazione ragionevole.1109/284 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 70, 7 (SPB05-18) I primi stoici chiamarono colmo della felicità il riuscire a vivere consequenzialmente alla natura delle cose.977/7 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 4, 16 (SPB05-19) Quando i filosofi Stoici chiamano identica la virtù di un uomo e di un dio, e soprattutto se affermeranno che dio non è più felice di chi, secondo loro, è tra gli uomini sapiente ma che pari è la felicità di entrambi, ebbene Celso non deride…1087/248 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 59, 7 (SPB05-20) Se l’animo loro diventerà cosciente e la loro mente dabbene e saranno in grado di effettuare rettamente le proprie faccende e quelle altrui, ebbene è necessario che costoro vivano anche felicemente, perché hanno centrato il buon genio e sono amici degli dei. Giacché è inverosimile che i saggi non siano esperti delle faccende umane e che chi riflette sulle faccende umane non rifletta su quelle divine e che chi è scienziato di cose divine non sia santo e che chi è santo non sia caro agli dei. Né è verosimile che alcuni individui siano stolti e però che siano altri ad ignorare le faccende doverose per loro, né è verosimile che chi ignora le proprie faccende conosca quelle divine, né che chi ha concezioni da insipiente circa il divino non sia sacrilego. Neppure è verosimile che gli individui sacrileghi siano tali da essere cari agli dei, e chi non è caro agli dei è inverosimile che non abbia cattiva fortuna.1275/584 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 153, 21
Pilotina Stoica 06 "Natura delle cose"
(SPB06-01)
-Non so, diceva-
(SPB06-02)
(SPB06-03)
O
uomo, se devi disporti contro la natura delle cose circa i mali
allotrii, commiseralo piuttosto che odiarlo. Lascia questa facoltà atta ad
offendersi e ad odiare.
(SPB06-04)
Cos'è
dunque educarsi a diairesizzare? Imparare ad adattare i naturali pre-concetti
alle particolari sostanze in modo consono alla natura delle cose e,
orbene, a discriminare che, delle cose, alcune sono in nostro esclusivo potere
mentre altre non sono in nostro esclusivo potere. Sono in nostro esclusivo
potere la proairesi e tutte le opere della proairesi; non sono in nostro
esclusivo potere il corpo, le parti del corpo, patrimoni, genitori, fratelli,
figlioli, patria, insomma i soci. Dove porremo dunque il bene? A quale sostanza
lo adatteremo?
(SPB06-05)
Tu
che te ne vai al processo, vedi cosa vuoi serbare e dove vuoi concludere.
Giacché se disponi di serbare la proairesi in accordo con la natura delle
cose, hai ogni sicurezza, ogni facilitazione, non hai fastidi. Disponendo
infatti di serbare incondizionato quanto è in tuo esclusivo potere e quanto è
libero per natura e di questo accontentandoti, di cosa ti impensierisci
ancora? Chi è suo Signore, chi può sottrartelo? Se disponi di essere rispettoso
di te e degli altri e leale, chi non te lo permetterà? Se disponi di non essere
impedito né costretto, chi ti costringerà a desiderare ciò che non reputi; chi
ad avversare ciò che non ti pare? Però uno ti effettuerà cose che sembrano
paurose. E come può far anche che tu le sperimenti con avversione? Qualora
dunque sia in tuo esclusivo potere desiderare ed avversare, di cosa ti
impensierisci ancora?
(SPB06-06)
Ma
il grande è questo: riservare a ciascuna cosa la facoltà che ha e, riservatala,
vedere il valore della facoltà. Decifrare poi cos'è più possente e questo
perseguire in ogni circostanza, su questo industriarsi, dopo avere fatto il
resto accessorio e facendo tuttavia del proprio meglio per non trascurarlo.
Giacché bisogna esser solleciti degli occhi, ma non come della cosa più
possente; piuttosto, anche degli occhi in funzione di quanto è più possente.
Perché quello non starà secondo la natura delle cose altrimenti che
operando razionalmente con questi e scegliendo certi oggetti invece di altri.
(SPB06-07)
O
uomo, il proponimento era di strutturarti ad usare secondo la natura delle
cose le rappresentazioni che ti incolgono; nel desiderio non fallendo il
segno; nell'avversione non incappando in quanto avversi; mai sfortunato, mai
preda di cattiva fortuna, libero, non soggetto ad impedimenti, non soggetto a
costrizioni; conciliato al governo di Zeus, a questo governo ubbidiente, di
questo governo compiacendoti; non biasimando nessuno, non accagionando nessuno,
potendo dire queste righe dall'animo intero: *Conducimi, o Zeus, e proprio tu o
Fato*.
(SPB06-08)
-Ma
non sono un erudito?- Ed a che scopo ti erudisci? Schiavo! Non è per essere
sereno? Non è per essere stabile? Non è per stare e tragittartela in accordo con
la natura delle cose?
Cosa impedisce che chi ha la febbre abbia l'egemonico in accordo con la
natura delle cose? Qua è il controllo della faccenda, la valutazione di chi
fa filosofia. Giacché è parte della vita anche questo, cioè la febbre, come una
passeggiata, come un viaggio per mare o per terra.
(SPB06-09)
"Come uso le rappresentazioni che mi incolgono? Secondo la natura delle cose
o contro la natura delle cose? Come rispondo loro? Come si deve o come
non si deve? Soggiungo all'aproairetico che nulla è per me?" Giacché se non
state ancora così, fuggite le abitudini di prima, fuggite le persone comuni, se
intendete iniziare una volta ad essere qualcuno.
(SPB06-10)
Se invece riferirà la fatica al proprio egemonico, per averlo e
tragittarlo
secondo la natura delle cose, allora soltanto lo dico laborioso. Non
lodate e non denigrate mai in base ai luoghi comuni, ma in base ai giudizi.
Sono infatti questi il peculiare di ciascuno e sono essi che fanno le azioni
brutte o belle.
(SPB06-11)
Delle cose che sono, alcune sono in nostro esclusivo potere mentre altre non
sono in nostro esclusivo potere. In nostro esclusivo potere sono concezione,
impulso, desiderio, avversione e, in una parola, quanto è opera nostra. Non sono
in nostro esclusivo potere il corpo, il patrimonio, la reputazione, le cariche
e, in una parola, quanto non è opera nostra. Le cose in nostro esclusivo potere
sono per natura libere, non soggette ad impedimenti, non soggette ad impacci;
mentre le cose non in nostro esclusivo potere sono deboli, serve, soggette ad
impedimenti, allotrie. Ricorda dunque che se crederai libero quanto per
natura delle cose è servo, e peculiare quanto è allotrio, sarai intralciato,
piangerai, sarai sconcertato, biasimerai dei ed uomini. Se invece crederai tuo
solo quanto è tuo ed allotrio, com'è, l'allotrio; nessuno mai ti costringerà,
nessuno ti impedirà; non biasimerai nessuno, non incolperai nessuno, non
effettuerai neppure una sola cosa tuo malgrado, non avrai nemici personali,
nessuno ti danneggerà giacché non sperimenterai nulla di dannoso. Prendendo
dunque di mira cose così rilevanti, ricorda che bisogna accostarsi ad esse non
equilibratamente mossi ma che si deve tralasciarne alcune totalmente ed altre,
per il presente, posporle. Se vorrai tanto queste cose quanto occupare cariche
ed essere ricco di denaro, per il fatto di prendere di mira anche le precedenti
non centrerai, caso mai, neppure queste; ma fallirai affatto quelle attraverso
cui soltanto promanano libertà e felicità. Subito dunque, ad ogni
rappresentazione scabrosa studia di soggiungere che "Sei una rappresentazione e
non affatto quanto appari”. Poi indagala e valutala con questi canoni che hai,
ed innanzitutto e soprattutto con questo: se è di cose in nostro esclusivo
potere o di cose non in nostro esclusivo potere. E se sarà di qualcuna delle
cose non in nostro esclusivo potere, ti sia a portata di mano che "Nulla è per
me”.
(SPB06-12)
Qualora stia per accostarti ad un'opera, richiamati alla memoria qual è la
natura dell'opera. Se te ne andrai per fare un bagno caldo, mettiti davanti gli
avvenimenti alle terme: quelli che spruzzano, quelli che spintonano, quelli che
ingiuriano, quelli che rubano. E così ti accosterai all'opera più sicuramente se
subito soggiungerai: "Dispongo di fare un bagno caldo, ma anche di serbare la
mia proairesi in accordo con la natura delle cose”. E fa’ allo stesso
modo per ciascuna opera. Giacché così, se qualcosa diverrà un intralcio a fare
un bagno caldo, avrai a portata di mano che: "Io non disponevo solo questo, ma
anche di serbare la mia proairesi in accordo con la natura delle cose; e
non la serberò se fremerò davanti agli avvenimenti”.
(SPB06-13)
Qualora
uno faccia il solenne perché può capire e commentare i libri di Crisippo, fra te
e te di': "Se Crisippo non avesse scritto con poca chiarezza, costui non avrebbe
nulla per cui fare il solenne”. Io cosa decido? Di decifrare la natura delle
cose ed accompagnarmi a lei. Cerco dunque chi è il commentatore e, sentito
dire che è Crisippo, vengo da lui. Ma non ne capisco gli scritti. Cerco dunque
il commentatore di Crisippo. E fin qui non v'è ancora nulla di solenne. Qualora
trovi il commentatore, avanza di usare le prescrizioni: questo solo è solenne.
Se invece ammirerò il fatto in sé di commentare, che altro risulto se non un
grammatico invece che un filosofo? Eccetto che invece di Omero so commentare,
appunto, Crisippo. Qualora uno mi dica: "Rileggimi Crisippo", io dunque
piuttosto arrossirò, qualora non possa sfoggiare opere simili ed in armonia con
i suoi discorsi.
Pilotina Stoica 07 "Proairesi" (SPB07-01) " Dì i segreti”. Non li dico: giacché questo è in mio esclusivo potere. "Ma ti incatenerò”. O uomo, che dici? Me? Incatenerai la mia gamba, ma la proairesi neppure Zeus può vincerla. "Ti butterò in prigione”. Butterai in prigione il mio corpicino. "Ti decapiterò”. E quando mai ti dissi che solo il mio collo non è mozzabile? Questo dovrebbero studiare coloro che fanno filosofia, questo scrivere ogni giorno, in questo allenarsi.Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 1 , § 23-25(SPB07-02) Soltanto, analizza a quanto vendi la tua proairesi. Se non altro, o uomo, non venderla a poco. Il grande e singolare conviene senz'altro ad altri, a Socrate ed agli uomini siffatti.Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 2, § 33(SPB07-03) Vengo quindi da questo interprete e sacrificatore e dico: "Esaminami le viscere, cosa mi significano”. Lui le prende, le sbroglia, poi spiega: "Uomo, tu hai una proairesi per natura delle cose non soggetta ad impedimenti e non soggetta a costrizioni. Qui, nelle viscere, questo è stato scritto. Te lo mostrerò innanzitutto nell'ambito dell'assenso. Può forse qualcuno impedirti di annuire al vero? Neppur uno. Può forse qualcuno costringerti ad accettare il falso? Neppur uno. Vedi che in questo ambito il proairetico l'hai non soggetto ad impedimenti, non soggetto a costrizioni, disimpacciato? Orsù, è diverso nell'ambito del desiderio e dell'impulso? Chi può vincere un impulso se non un altro impulso? Chi un desiderio ed un'avversione se non un altro desiderio ed un'altra avversione?" "Se," qualcuno dice, "uno mi appresserà la paura della morte, mi costringe”. "Non è quanto viene appressato a costringerti, ma è che reputi meglio fare una di queste cose che morire. Di nuovo dunque il tuo giudizio ti costrinse; ossia proairesi costrinse proairesi. Se infatti la parte peculiare che Zeus ci diede spiccandosela, egli avesse strutturato soggetta ad impedimenti o costrizioni sue o di qualcun altro, non sarebbe più materia immortale né sarebbe sollecita di noi nel modo dovuto. Questo trovo" dice, "nelle vittime sacrificali. Questo ti significano. Se lo disporrai sei libero. Se lo disporrai non biasimerai nessuno, non incolperai nessuno, tutto sarà secondo l'intelligenza insieme tua e quella di Zeus”. Per questo dono divinatorio vengo da questo sacrificatore e filosofo, non ammirando lui per la spiegazione ma quello che spiega.Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 17, § 20-29(SPB07-04) -" Ma il tiranno incatenerà"- Cosa? La gamba. -"Ma staccherà"- Cosa? Il collo. Cosa non incatenerà e non staccherà? La proairesi. Per questo gli antichi prescrivevano il "Riconosci te stesso".Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 18, § 17(SPB07-05) Cos'è dunque educarsi a diairesizzare? Imparare ad adattare i naturali pre-concetti alle particolari sostanze in modo consono alla natura delle cose e, orbene, a discriminare che, delle cose, alcune sono in nostro esclusivo potere mentre altre non sono in nostro esclusivo potere. Sono in nostro esclusivo potere la proairesi e tutte le opere della proairesi; non sono in nostro esclusivo potere il corpo, le parti del corpo, patrimoni, genitori, fratelli, figlioli, patria, insomma i soci. Dove porremo dunque il bene? A quale sostanza lo adatteremo? A quella in nostro esclusivo potere? -E poi non sono beni salute del corpo, integrità fisica, vita e neppure figlioli, genitori, patria?- E chi ti tollererà? Alloghiamolo dunque di nuovo qua. E' fattibile che sia felice chi subisce danno e fallisce il bene? -Non è fattibile.- E che serbi verso i soci la condotta che si deve? E com'è fattibile? Giacché io sono nato per il mio utile. Se mi è utile avere un fondo, mi è utile anche sottrarre quello di chi mi è dintorno; se mi è utile avere una toga, mi è utile anche rubarla alle terme. Di qua guerre, conflitti civili, tirannie, insidie.Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 22, § 9-14(SPB07-06) Se questo è vero e noi non battiamo la fiacca né recitiamo quando diciamo che il bene ed il male dell'uomo stanno nella proairesi mentre tutto il resto è nulla per noi; perché siamo ancora sconcertati, perché abbiamo ancora paura? Su quanto ci industriamo nessuno ha potestà; di ciò su cui gli altri hanno potestà, di questo non ci impensieriamo. Che fastidi abbiamo ancora?Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 25, § 1-2(SPB07-07) Sostanza del bene è un certo modo della proairesi; del male, un certo modo della proairesi. Cosa sono dunque gli oggetti esterni? Materiali per la proairesi, sui quali rivolgendosi essa centrerà il proprio peculiare bene o male. Come centrerà il bene? Se non si infatuerà dei materiali. Giacché i giudizi sui materiali, se sono retti fanno la proairesi buona; se scorretti e pervertiti, cattiva. Questa legge la materia immortale ha posto e dice: "Se disponi qualche bene, prendilo da te stesso”. Tu dici "No, da un altro". No, ma da te stesso.Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 29 , § 1-4(SPB07-08) Questo dunque cerca di sapere da te: "A scuola cosa dicevi essere esilio, prigione, catene, morte, discredito?" "Io, indifferenti”. "Ed ora cosa le dici essere? Furono forse cambiate?" "No”. "Fosti cambiato tu?" "No”. "Dì dunque cos'è indifferente”. "L’aproairetico”. "Dì anche il seguito”. "L'aproairetico nulla è per me”. "Dì anche quali cose reputavate beni”. "La proairesi e l'uso delle rappresentazioni quale si deve”. "E quale il fine?" "Seguirti”. "Dici questo anche ora?" "Dico anche ora lo stesso”. Orbene, vattene dentro con fiducia, ricordatene, e vedrai cos'è un giovane che ha studiato ciò che si deve fra gente che non ha studiato.Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 30 , § 2-5(SPB07-09) Così pertanto, anche nella vita l'opera cardinale è quella: discrimina le faccende, scindile e dì: "L'al di fuori non è in mio esclusivo potere; la proairesi è in mio esclusivo potere. Dove cercherò il bene ed il male? Dentro, in quanto è mio”. In quanto è allotrio non nominare mai né bene né male, né giovamento né danno né nient'altro di siffatto.Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 2, Capitolo 5, § 4-5 (SPB07-10) Analizza chi sei. Innanzitutto un essere umano, cioè una creatura che nulla ha di più dominante della proairesi ed il resto subordinato a questa, mentre essa è inasservibile ed insubordinabile.Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 2, Capitolo 10, § 1 (SPB07-11) E dunque? Non danneggerò chi mi danneggia? Innanzitutto vedi cos'è danno e ricordati di quanto sentisti dire dai filosofi. Infatti se il bene è nella proairesi ed il male allo stesso modo nella proairesi, scruta se quel che dici non è qualcosa del genere: "E dunque? Siccome quello danneggiò se stesso commettendo un'ingiustizia contro di me, io non danneggerò me stesso commettendo un'ingiustizia contro di lui?" Perché dunque non ci rappresentiamo qualcosa di siffatto ed invece laddove vi sarà qualche menomazione corporale o patrimoniale, là danno; e laddove la menomazione riguarderà la proairesi, nessun danno? A chi è ingannato o commette ingiustizia non viene mal di testa o mal d'occhi o la sciatica né perde il fondo. E noi null'altro vogliamo che questo. Se poi avremo la proairesi rispettosa di sé e degli altri e leale oppure sfacciata e sleale, su questo non siamo neppur vicini a litigare eccetto che a scuola soltanto e finché sono discorsetti. Perciò appunto facciamo profitto finché sono discorsetti ed al di fuori di essi neppure il menomo.Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 2, Capitolo 10, § 24-30 (SPB07-12) Dov'è il bene? -Nella proairesi.- Dov'è il male? -Nella proairesi.- Dove l'udetero? -Nell'aproairetico.- E dunque? Qualcuno di noi si ricorda di questi discorsi fuori della scuola? Qualcuno studia per rispondere lui su di sé in questo modo alle faccende come alle domande: "E' proprio giorno?" "Sì"; "E che? E' notte?" "No"; "E che? Le stelle sono in numero pari?" "Non sono in grado di dirlo”.Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 2, Capitolo 16, § 1-2 (SPB07-13) Giacché dove saranno l'"io" ed "il mio", là è necessario che propenda la creatura. Se nella carne, che là sia il dominante; se nella proairesi, che sia nella proairesi; se negli oggetti esterni, in questi. Se quindi io sono là dov'è la proairesi, solamente così sarò amico e figlio e padre quale si deve. Giacché mi sarà utile serbare l'uomo leale, rispettoso di sé e degli altri, capace di tollerare l'intemperanza altrui, di astenersi dalla propria, capace di cooperare e custodire le relazioni umane.Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 2, Capitolo 19, § 19-20 (SPB07-14) Tu indaga non quel che indagano gli altri, se hanno gli stessi genitori, se sono stati allevati assieme e dallo stesso pedagogo; ma solo quello: dove pongono il loro utile, se esternamente o nella proairesi. Se esternamente, non dirli amici; non più che leali o ben saldi o fiduciosi in se stessi o liberi; anzi neppure uomini, se vi poni mente. Giacché non è un giudizio da uomo quello che fa mordere l'un l'altro, ingiuriarsi, pigliare luoghi isolati o piazze come belve le montagne e dimostrare in tribunale modi da rapinatori. Né quello che rende non padroni di sé, adulteri, corruttori; né di quant'altre contumelie gli esseri umani si coprono vicendevolmente a causa di questo solo ed unico giudizio: il porre se stessi e quanto è loro nell'aproairetico. Se invece sentirai dire che questi, gli uomini, davvero credono il bene solo là dov'è proairesi, dov'è il retto uso delle rappresentazioni; non impicciarti più se sono figlio e padre o fratelli o sono andati a scuola insieme e sono compagni. Riconosciuto soltanto questo, dichiara con fiducia che sono amici, come anche che sono leali, che sono giusti.Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 2, Capitolo 22, § 26-29 (SPB07-15) Qual è la facoltà che apre e chiude gli occhi e li distoglie da ciò da cui vanno distolti e ad altro li appressa? La visiva? No, ma la proairetica. Quale serra ed apre le orecchie? Grazie a quale si diventa indiscreti e ficcanaso o, di nuovo, immoti ad un discorso? Alla uditiva? Non ad altra che la facoltà proairetica. E poi quand'essa vede di trovarsi con altre facoltà tutte cieche e sorde, incapaci di notare altro eccetto quelle opere per le quali sono state posizionate a farle da ministre e servitrici, mentre essa sola scorge con acutezza e vede dall'alto non solo le altre facoltà e quanto merita ciascuna, ma anche se stessa; ebbene, è la proairesi per dichiararci che qualcos'altro è più possente di lei? L'occhio aperto, che altro fa se non vedere? Ma se si deve guardare la moglie di qualcuno e come, chi lo dice? La facoltà proairetica. Se bisogna fidarsi delle parole dette o diffidare e, fidandosi, essere stuzzicati o no, chi lo dice? Non è la facoltà proairetica? E questa facoltà espressiva e di abbellire locuzioni -se proprio è una facoltà peculiare- che altro fa, qualora il discorso si imbatta su qualcosa, che imbellettare i nomignoli e comporli come i parrucchieri la chioma? Se sia meglio dire o tacere, parlare così o cosà, se questo sia confacente o non confacente, il tempo di ciascuna cosa ed il bisogno, chi altro lo dice se non la facoltà proairetica? Vuoi dunque che essa pervenga a votarsi contro?Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 2, Capitolo 23, § 9-15 (SPB07-16) " E dunque," dice, "se così sta la faccenda, può quanto fa da ministro essere migliore di ciò cui fa da ministro: il cavallo migliore del cavaliere, il cane del cacciatore, lo strumento del citarista, i servitori del re?" Cos'è che usa? La proairesi. Cos'è sollecito di tutto? La proairesi. Cosa leva interamente di mezzo l'uomo, una volta per fame, un'altra per impiccagione, un'altra giù da un precipizio? La proairesi. E poi qualcosa è più potente di questo negli uomini? Com'è possibile che l'impedito lo sia di quanto non è soggetto ad impedimenti? Cos'è per natura capace di intralciare la facoltà visiva? La proairesi e l'aproairetico. Lo stesso vale per la facoltà uditiva, ed è allo stesso modo per la facoltà espressiva. Ma cos'è per natura capace di intralciare la proairesi? Nulla di aproairetico bensì essa, quando sia pervertita, se stessa. Per questo la proairesi diventa solo vizio o sola virtù.Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 2, Capitolo 23, § 16-19 (SPB07-17) Perché non sei un pezzo di carne né peli ma proairesi: se avrai questa bella allora sarai bello. Finora non ho l'audacia di dirti che sei brutto, giacché reputo che tutto vuoi sentir dire fuorché questo. Ma vedi cosa dice Socrate al più magnifico e più giovanilmente fiorente di tutti, ad Alcibiade: "Prova dunque ad essere bello”. Che gli dice? "Plasmati la chioma e depilati le gambe?" Non sia mai! Ma: "Adorna la tua proairesi, estirpa i giudizi insipienti”.Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 3, Capitolo 1, § 40-42 (SPB07-18) E scrutiamo i tuoi giudizi. Non è manifesto che tu poni nel nulla la tua proairesi e che scruti fuori all'aproairetico, a cosa dirà il tale e chi sembrerai essere, se un erudito, se uno che ha letto Crisippo od Antipatro? Se hai letto anche Archedemo, hai proprio tutto!Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 3, Capitolo 2, § 13
(SPB07-19)
Per questo il bene
pregiudica ogni legame di parentela. Nulla vi è tra me e mio padre, ma tra me ed
il bene. "Sei così duro?" Sono così per natura. Questa moneta mi ha dato la
materia immortale. Per questo, se il bene è altro dal bello e dal giusto,
spariscono padre, fratello, patria e tutte le faccende. Che io disdegni il mio
bene perché tu l'abbia, per dare spazio a te? In cambio di cosa? "Sono tuo
padre!" Ma non il bene. "Sono tuo fratello”. Ma non il bene. Se però lo porremo
in una retta proairesi, lo stesso serbare le relazioni diventa un bene e
chi recede da certi oggetti esterni , costui centra il bene.
(SPB07-20)
(SPB07-21)
(SPB07-22)
(SPB07-23) (SPB07-24)
(SPB07-25) (SPB07-26)
(SPB07-27) (SPB07-28) - (SPB07-29) (SPB07-30)
Pilotina Stoica 08 "Saggezza" (SPB08-01) (SPB08-02) Zenone, come Platone, ci lascia in eredità una pluralità di virtù distinte come la saggezza, la virilità, la temperanza, la giustizia; e ce le lascia come inseparabili ma diverse e differenti una dall’altra. Quando definisce ciascuna di ess |