10 STOIC PILOT-BOATS

 

'Capire la natura delle cose e dire grazie a chi ci aiuta a questo fine'

Pilotina Stoica 01 "Giustizia"

(SPB01-01) Giustizia è la virtù che sa distribuire secondo il merito e non è stata posizionata né di fronte a chi accusa né di fronte a chi si difende, ma di fronte al giudice. Sicché il giudice non ha prescelto né di vincere qualcuno né di combatterlo e neppure di opporglisi ma, quando pronuncia una sentenza, decide il giusto. Così la giustizia, senza essere avversaria di nessuno, assegna a ciascuna faccenda il merito che le spetta.
1097/263(5) = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 64, 8

(SPB01-02) Zenone, come Platone, ci lascia in eredità una pluralità di virtù distinte come la saggezza, la virilità, la temperanza, la giustizia; e ce le lascia come inseparabili ma diverse e differenti una dall’altra. Quando definisce ciascuna di esse, afferma che la virilità è saggezza…..[ nelle cose cui si deve resistere, la temperanza è saggezza nelle cose che si devono scegliere, la saggezza in senso proprio è saggezza]…..nelle attività da svolgere, la giustizia è saggezza nelle cose da distribuire. E’ come se una fosse la virtù seppure, nelle sue relazioni con le faccende, sembri differire a seconda delle attività.
95/200(1) = Stoicorum Veterum Fragmenta 1, 49, 21

(SPB01-03) Zenone di Cizio sembra essere trascinato in qualche modo a ciò quando definisce la saggezza nelle cose da distribuire come giustizia, la saggezza nelle cose che si devono scegliere come temperanza, nelle cose cui si deve resistere come virilità. Coloro che lo difendono sostengono che in queste definizioni la scienza è da Zenone denominata saggezza.
95/201 = Stoicorum Veterum Fragmenta 1, 49, 30

(SPB01-04) Con questo decide di delineare le virtù particolari. Esse sono in numero di quattro: saggezza, temperanza, virilità, giustizia.
1095/263(1) = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 63, 36

(SPB01-05) Aristone, ritenendo dunque che la facoltà dell’animo fosse una sola, quella con cui ragioniamo, suppose anche una sola virtù dell’animo: la scienza dei beni e dei mali. Qualora l’animo nostro debba scegliere i beni e fuggire i mali, Aristone chiama questa scienza temperanza. Qualora debba effettuare il bene e non effettuare il male, saggezza. Qualora debba affrontare con coraggio alcune cose ed altre fuggire, la chiama virilità. Qualora distribuisca a ciascuno secondo il merito, giustizia. In una parola, l’animo è sapienza e scienza quando conosce, senza effettuarli, beni e mali. Quando invece perviene alle azioni della vita, l’animo prende i plurimi nomi sopraddetti e si chiama saggezza, temperanza, giustizia e virilità. Siffatta è l’opinione di Aristone circa le virtù dell’animo.
165/374 = Stoicorum Veterum Fragmenta 1, 85, 34

(SPB01-06) Saggezza è la scienza di ciò che va fatto, di ciò che non va fatto e di quanto è udetero; oppure è la scienza dei beni, dei mali e degli udeteri in rapporto alla natura di un animale politico. Così poi prescrivono di intendere circa le restanti virtù. Temperanza è la scienza di quanto va scelto, di quanto va fuggito e di quanto è udetero. Giustizia è la scienza di distribuire a ciascuno secondo il merito. Virilità è la scienza di quanto è terribile, di quanto non è terribile e di quanto è udetero. Stoltezza è l’ignoranza dei beni, dei mali e degli udeteri; oppure è l’ignoranza di ciò che va fatto, di ciò che non va fatto e degli udeteri. Impudenza è l’ignoranza di quanto va scelto, di quanto va fuggito e di quanto è udetero. Ingiustizia è l’ignoranza nel distribuire a ciascuno secondo il merito. Viltà è l’ignoranza di quanto è terribile, di quanto non è terribile e di quanto è udetero. Coloro che si attengono a quanto detto, definiscono in modo somigliante anche le altre virtù e vizi. Ed in genere affermano che la virtù è l’armoniosa disposizione di un animo con se stesso per tutta la vita.
1095/262 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 63, 22

(SPB01-07) Saggezza è dunque la scienza dei beni, dei mali e degli udeteri. Temperanza è la scienza di quanto va scelto, di quanto non va scelto e degli udeteri. Giustizia è l’attitudine stabile a distribuire a ciascuno secondo il merito. Virilità è la scienza di quanto è terribile, di quanto non è terribile e degli udeteri.
1099/266 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 65, 21

(SPB01-08) Delle virtù alcune sono primarie, altre sono subordinate alle primarie. Le primarie sono quattro: saggezza, temperanza, virilità, giustizia. La saggezza si occupa di quanto è doveroso, la temperanza degli impulsi dell’essere umano, la virilità delle sue resistenze, la giustizia delle sue distribuzioni. Di quelle che a queste virtù sono subordinate, alcune sono subordinate alla saggezza, altre alla temperanza, altre alla virilità, altre alla giustizia. Alla saggezza sono subordinate il buon consiglio, la ragionevolezza, la perspicacia, il buon senso, [la sagacia], l’ingegnosità. Alla temperanza sono subordinate la disciplina, la compostezza, il rispetto, la padronanza di sé. Alla virilità sono subordinate la fortezza, il coraggio, la magnanimità, l’ardimento, la laboriosità. Alla giustizia sono subordinate la pietà, la bontà, la socievolezza, l’affabilità. Buon consiglio è dunque la scienza del cosa e del come effettuare utilmente quanto effettuiamo. Ragionevolezza è la scienza capace di equilibrare e riassumere avvenimenti e risultati. Perspicacia è la scienza capace di trovare sul momento quanto è doveroso. Buon senso è la scienza del peggio e del meglio. Sagacia è la scienza di centrare lo scopo in ogni circostanza. Ingegnosità è la scienza capace di trovare una via d’uscita in ogni faccenda. Disciplina è la scienza del quando si deve effettuare una cosa, di cosa si deve effettuare dopo che cosa e, in generale, dell’ordine delle azioni. Compostezza è la scienza dei movimenti confacenti e non confacenti. Rispetto è la scienza che ci cautela da un retto rimprovero. Padronanza di sé è la scienza che ci fa non oltrepassare i limiti di quanto appare essere in accordo con la retta ragione. Fortezza è la scienza che ci mantiene fedeli alle rette determinazioni. Coraggio è la scienza grazie alla quale sappiamo che non incapperemo in nulla di terribile. Magnanimità è la scienza che ci fa essere superiori a quanto, per natura delle cose, accade sia ai virtuosi che agli insipienti. Ardimento è la scienza di un animo che procura a se stesso di essere invitto. Laboriosità è la scienza che elabora il proponimento senza esserne impedita dalla fatica. Pietà è la scienza di accudire gli dei. Bontà è la scienza del fare bene. Socievolezza è la scienza della parità in società. Affabilità è la scienza di intrattenere rapporti irreprensibili con chi abbiamo dintorno. Il fine di tutte queste virtù è di vivere coerentemente alla natura delle cose; e ciascuna di esse, con le sue peculiarità, procura questo fine all’uomo che la centra. Giacché l’uomo ha dalla natura risorse sia per il rinvenimento di quanto è doveroso, sia per la stabilità degli impulsi, sia per delle virili resistenze, sia per delle giuste distribuzioni. E ciascuna virtù, effettuando quanto è in armonia con le altre e quanto le è proprio, procura all’uomo una vita coerente con la natura delle cose.
1097/264 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 64, 14

(SPB01-09) Cleante, nei ‘Commentari alla Fisica’ afferma che “il tono è una botta di fuoco e che, quando diventi nell’animo tale da essere sufficiente a realizzare i progetti, si chiama potenza e potere”. Poi aggiunge testualmente: “Questa potenza e questo potere, se si ingenera in circostanze nelle quali manifestamente ci si deve mantenere saldi, è padronanza di sé; se in circostanze nelle quali bisogna resistere, è virilità; nei casi che coinvolgono meriti, è giustizia; nel caso di scelte e di avversioni è temperanza”.
251/563 (1) = Stoicorum Veterum Fragmenta 1, 128, 32

(SPB01-10) Se dunque considerassimo bene, la virtù è –potenzialmente- una sola. Poi quando si ingeneri in queste faccende, le accade di chiamarsi saggezza; in queste altre faccende, temperanza; in queste altre ancora, virilità o giustizia. Allo stesso modo noi diciamo che una medesima dracma, quando sia data all’armatore di una nave, si chiama nolo; quando sia data ad un esattore, si chiama tassa; ad un proprietario di casa, affitto; ad un maestro di scuola, onorario; ad un venditore, caparra. Ciascuna virtù, pur chiamata con lo stesso nome di virtù, è però cagione soltanto del risultato che le è proprio, e l’uso congiunto di tutte le virtù diventa il vivere felicemente. Giacché noi non ci felicitiamo davvero per i nomi, quando chiamiamo felicità la vita retta e felice di chi ha adornato virtuosamente l’animo suo.
167/376 = Stoicorum Veterum Fragmenta 1, 86, 18

(SPB01-11) Questo è quanto Zenone dice partecipare della sostanza. E delle cose che sono alcune sono beni, altre mali, altre indifferenti. Beni sono queste: saggezza, temperanza, giustizia, virilità e tutto ciò che è virtù o partecipa di virtù. Mali sono queste: stoltezza, impudenza, ingiustizia, viltà e tutto ciò che è vizio o partecipa del vizio. Indifferenti sono queste: vita, morte, reputazione, discredito, dolore fisico, piacere fisico, ricchezza di denaro, povertà di denaro, malattia, salute e le cose simili a queste.
91/190 = Stoicorum Veterum Fragmenta 1, 47, 18

(SPB01-12) E nelle ‘Dimostrazioni sulla giustizia’ afferma espressamente che: “Ogni azione di successo è anche una azione conforme alla legge e alla giustizia. Giacché quanto è effettuato secondo padronanza di sé, fortezza, saggezza e virilità è una azione di successo. Sicché è anche una azione giusta”.
1115/297 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 73, 13

(SPB01-13) Dei beni alcuni sono virtù, altri no. Dunque la saggezza, la temperanza, la giustizia, la virilità sono virtù. Invece la gioia, la letizia, il coraggio, la decisione e le cose somiglianti non sono virtù. Delle virtù alcune sono scienza ed arte di qualcosa, altre no. Saggezza, temperanza, giustizia e virilità sono scienza ed arte di certe cose. Invece magnanimità, vigore e forza d’animo non sono scienza né arte di qualcosa. Analogamente anche dei mali alcuni sono vizi, altri no. Stoltezza, ingiustizia, viltà, piccineria ed incapacità sono vizi. Invece afflizione, paura e le cose somiglianti non sono vizi. Dei vizi alcuni sono ignoranza e carenza di arte per certe cose, altri no. Stoltezza, impudenza, ingiustizia e viltà sono ignoranza e carenza di arte per certe cose. Piccineria ed incapacità non sono ignoranza né carenza di arte per certe cose.
1015/95 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 23, 22

 

Pilotina Stoica 02 "Libertà"

(SPB02-01) Giacché libero è colui cui tutto accade secondo proairesi e che nessuno può impedire. E dunque? Demenza è la libertà? Non sia mai! Follia e libertà non vengono al medesimo punto. "Ma io voglio che succeda tutto quanto reputo ed in qualunque modo lo reputerò”. Tu sei pazzo, vaneggi. Non sai che libertà è cosa bella e rinomata? Il volere come capita che accada quanto ho reputato come capita, corre pericolo non soltanto di non essere bello, ma la cosa più brutta di tutte. Come facciamo coi caratteri dell'alfabeto? Decido di scrivere il nome ‘Dione’ come voglio? No, ma mi viene insegnato a disporre che sia scritto come si deve. Che facciamo con le note musicali? Allo stesso modo. Che facciamo, in generale, laddove è in gioco un'arte od una scienza? Se no, di nessun valore sarebbe l'avere scienza di qualcosa, se ciò si acconciasse alle decisioni di ciascuno. Qui dunque, soltanto su quanto è massimo e sommamente dominante, sulla libertà, mi è stato accordato di volere come capita? Nient'affatto! Ma educarsi a diairesizzare è questo imparare a disporre ciascuna cosa così come accade.

Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 1, Capitolo 12, § 9-15

(SPB02-02) Qual è dunque il frutto di questi giudizi? Quello che dev'essere il più bello ed appropriato per coloro che effettivamente sono educati a diairesizzare: dominio sullo sconcerto e sulla paura, libertà. Giacché non bisogna su questo fidarsi dei più, i quali dicono che soltanto i cittadini liberi hanno la potestà di essere educati; ma piuttosto dei filosofi, i quali dicono che soltanto gli educati a diairesizzare sono liberi. -Come questo?- Così: ora, la libertà è qualcos'altro dalla potestà di tragittarcela come decidiamo? "Nient'altro”. Ditemi, o uomini: decidete di vivere aberrando? "Non lo decidiamo”. Quindi nessuno che aberri è libero. Decidete di vivere avendo paura, decidete di vivere afflitti, decidete di vivere sconcertati? "Nient'affatto!" Proprio nessuno che abbia paura, sia afflitto, sia sconcertato è libero; mentre chiunque si è allontanato da afflizioni, paure e sconcerti ebbene costui, per la stessa strada, si è allontanato anche dall'essere servo. Dunque come potremo ancora affidarci a voi, o carissimi legislatori, che non consentite di essere educati se non ai cittadini liberi?  I filosofi, infatti, dicono che non consentiamo di essere liberi se non a coloro che sono stati educati a diairesizzare, cioè che è la Materia Immortale a non consentirlo. -E dunque qualora uno faccia rigirare il suo servo alla presenza di un pretore, non fa niente?- La fa. -Cosa?- Fa rigirare il suo servo alla presenza di un pretore. -Null'altro?- Sì, è tenuto anche a dare il suo cinque per cento. -E dunque? Chi sperimenta questo non è diventato libero?- Non più che capace di dominare lo sconcerto.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 2, Capitolo 1, § 21-27

(SPB02-03) Così nasce la libertà. Per questo Diogene diceva: "Da quando Antistene mi liberò, non fui mai più servo”. E come lo liberò? Ascolta cosa dice: "Mi insegnò il mio ed il non mio. Il patrimonio non è mio; congeneri, familiari, amici, fama, posti consueti, trastulli: che tutto questo è allotrio. 'Cos'è dunque tuo? L'uso delle rappresentazioni'. Mi mostrò che quest'uso io l'ho non soggetto ad impedimenti, non soggetto a costrizioni; che nessuno può intralciarmi, nessuno violentarmi ad usare le rappresentazioni altrimenti da come dispongo io. Chi dunque ha ancora potestà su di me? Filippo od Alessandro o Perdicca od il Gran Re? Donde verrebbe loro? Giacché chi sta per essere sconfitto da un essere umano, prioritariamente deve essere sconfitto dalle cose”. Colui dunque su cui non hanno la meglio il piacere fisico, il dolore, la reputazione, la ricchezza di denaro e che può, qualora lo reputi, partire dopo avere sputato contro qualcuno l'intero corpo, ebbene costui di chi è ancora servo, a chi è stato subordinato? Se Diogene se la passasse piacevolmente in Atene e fosse sconfitto da questo trastullo, le sue faccende sarebbero in potere di chiunque, ed il più potente sarebbe signore di affliggerlo. Come reputi che avrebbe adulato i pirati perché lo vendessero ad un Ateniese, così da vedere il magnifico Pireo, le lunghe mura e l'Acropoli? Vederle essendo tu chi, schiavo? Un servo ed un servo nell'animo! E che pro per te? -No, ma libero.- Mostrami, libero come. Ecco un tale qualunque ti ha abbrancato, ti sloggia dai tuoi consueti trastulli e dice: "Sei mio servo, giacché è in mio esclusivo potere impedirti di passartela come vuoi; in mio potere placarti, asservirti la proairesi. E qualora io voglia, di nuovo far sì che tu ti allieti e proceda sollevato verso Atene”. Cosa dici a costui che ti riduce in servitù? Quale emancipatore gli dai? O neanche lo guardi in faccia ma, tralasciati i molti discorsi, lo supplichi di lasciarti perdere?

Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 3, Capitolo 22, § 67-76

(SPB02-04) Libero è chi vive come decide, chi non è possibile costringere né impedire né violentare; colui i cui impulsi non sono soggetti ad intralci, i cui desideri vanno a segno, le cui avversioni non incappano in quanto avversano. Chi, dunque, vuole vivere aberrando? -Nessuno.- Chi vuole vivere ingannandosi, essendo precipitoso, ingiusto, impudente, lagnoso sulla propria sorte, servo nell'animo? -Nessuno.- Proprio nessuno degli insipienti vive come decide e, quindi, neppure è libero. Chi vuole vivere affliggendosi, avendo paura, invidiando, commiserando, desiderando e fallendo, avversando ed incappando in quanto avversa? -Neppure uno.- Abbiamo dunque qualche insipiente senza afflizione, senza paura, che non incappa in quanto avversa, che non fallisce il segno? -Nessuno.- Proprio  nessuno, pertanto, libero.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 4, Capitolo 1, § 1-5

(SPB02-05) Analizza come usiamo il concetto di libertà per gli animali. Taluni chiudono in gabbia dei leoni addomesticati, poi li nutrono, li pascono, li trasferiscono con sé. Chi dirà che questo leone è libero? Quanto più mollemente se la tragitta, non è tanto più servilmente? Quale leone, se prendesse coscienza e contezza, deciderebbe di essere uno di questi leoni? Orsù, e qualora questi volatili vengano presi e siano nutriti in gabbia, cosa non sperimentano cercando di fuggir via? Taluni si rovinano di fame piuttosto di soggiacere a siffatto modo di tragittarsela. Quanti poi si preservano in vita, lo fanno con stento ed esasperazione, deperiscono e, in complesso, se troveranno uno spiraglio balzano via. Così tanto desiderano la naturale libertà e di essere autonomi, non soggetti ad impedimenti! Che male c'è per te qui? "Che dici? Io sono nato per volare dove voglio, per passarmela all'aria aperta, per cantare quando voglio: tu mi sottrai tutto questo e dici: 'Che male c'è per te?' ".
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 4, Capitolo 1, § 24-28

(SPB02-06) Qualora dunque non vivano come vogliono né quelli detti re né gli amici dei re, chi è ancora libero?- Cerca e troverai. Giacché la natura ti ha dato risorse per il rinvenimento della verità. E se non sei capace di trovare il seguito procedendo con queste mere risorse, ascoltalo da coloro che hanno cercato. Cosa dicono? Reputi la libertà un bene? -Il sommo.- Può dunque uno che centra il sommo bene essere infelice o finire male? -No.- Quanti vedrai dunque essere infelici, non essere sereni, piangere, dichiara con fiducia che non sono liberi. -Lo dichiaro.- Pertanto ci siamo già ritirati dalla compravendita e da siffatto assegnamento sul patrimonio. Giacché se avessi rettamente ammesso questo, sia un grande re sia uno piccolo, sia chi è stato una volta console sia chi lo è stato due, se sarà infelice non sarà libero. -Sia.-
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 4, Capitolo 1, § 51-53

(SPB02-07) Rispondi ancora a questo: reputi la libertà qualcosa di grande e generoso, di rinomato? -E come no?- E' dunque possibile che chi centra un bene così grande e rinomato e generoso sia servo nell'animo? -Non è possibile.- Qualora dunque tu veda qualcuno che si è prostrato davanti ad un altro o che adula contro il proprio parere, dì con fiducia che anche costui non è libero: e non soltanto se lo farà per un pranzetto, ma anche per una provincia od un consolato. E chiama microservi quanti lo fanno per piccoli fini e gli altri, come meritano, megaservi. -Sia anche questo.- Reputi la libertà qualcosa di incondizionato ed autonomo? -E come no?- Dunque quando è in potere di un altro impedire o costringere qualcuno, dì con fiducia che costui non è libero. E non scrutarmi i suoi nonni e bisnonni, non cercare una compravendita; se lo sentirai dire dal di dentro e con passione "Signore!", anche se dodici verghe lo promuoveranno, dillo servo. Se lo sentirai dire "Sciagurato me, cosa non sperimento!" dillo servo. Se insomma lo vedrai singhiozzare tutto, lagnarsi, non essere sereno: dillo un servo che porta una toga porporata. Se poi non farà nulla di ciò, non dirlo ancora libero ma decifra se i suoi giudizi sono soggetti a costrizioni, soggetti ad impedimenti, generatori di non serenità. E se lo troverai siffatto, chiamalo un servo in vacanza durante i Saturnali. Dì che il suo Signore si è messo in viaggio; ma poi giungerà e riconoscerai quel che non sperimenta! -Giungerà chi?- Chiunque avrà potestà di procacciare o sottrarre qualcuna delle cose che egli vuole. -Dunque abbiamo così tanti Signori?- Così tanti. Giacché precedenti a questi abbiamo per signori le cose, ed esse sono molte. Per questo è necessario che siano nostri Signori quanti hanno potestà su qualcuna di esse. Dacché nessuno ha paura proprio di Cesare, ma ha paura della morte, dell'esilio, della sottrazione di proprietà, della prigione, del difetto di onorificenze. Né qualcuno predilige Cesare, se Cesare non sarà uomo di gran valore, ma prediligiamo la ricchezza di denaro, il tribunato, la pretura, il consolato. Qualora prediligiamo ed odiamo ed abbiamo paura di queste cose, è necessario che quanti hanno potestà su di esse siano nostri Signori. Per questo li riveriamo come Dei. Giacché concettualizziamo così: "Quanto ha potestà del massimo giovamento è divino”. Poi subordiniamo malamente: "Costui ha potestà del massimo giovamento”. Di necessità anche quel che ne deriva è inferito malamente.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 4, Capitolo 1, § 54-61

(SPB02-08) Orsù dunque, veniamo ai punti ammessi. Libero è l'uomo non soggetto ad impedimenti, cui le faccende sono a portata di mano come decide. Invece, chi è possibile impedire o costringere od intralciare o sbattere in qualcosa suo malgrado, è servo. Chi non è soggetto ad impedimenti? Chi non prende di mira nulla di allotrio. Cos'è allotrio? Ciò che non è in nostro esclusivo potere avere o non avere od avere con certe qualità od in un certo stato. Pertanto allotrio è il corpo, allotrie sono le parti del corpo, allotrio è il patrimonio. Se dunque ti struggerai per qualcuna di queste cose come tua peculiare, pagherai il fio che merita chi prende di mira l'allotrio. Questa strada conduce alla libertà, questa sola è scampo dalla servitù: poter dire una volta con l'animo intero * Conducimi, o Zeus, e proprio tu o Fato, là dove sono stato da voi una volta ordinato *.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 4, Capitolo 1, § 128-131

(SPB02-09) Giacché la libertà non è apprestata dall'assolvimento di ciò per cui smaniamo ma dal disapprestamento della smania.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 4, Capitolo 1, § 175

(SPB02-10) C'è bisogno di poco per la perdita ed il sovvertimento di tutto: un piccolo distoglimento della ragione. Per far capovolgere il bastimento, il pilota non ha bisogno della medesima preparazione che per salvaguardarlo. Se volterà un poco di fianco al vento, va in malora. E se rallenterà un poco l'attenzione, anche suo malgrado, va in malora. Qualcosa di siffatto accade anche qua. Se sonnecchierai un poco, tutto quanto hai raccattato finora parte. Fa dunque attenzione alle rappresentazioni; vegliaci su, ché non è piccolo il tesoro serbato: è il rispetto di te e degli altri, è la lealtà, la stabilità di giudizio, è il dominio sulle passioni, sulle afflizioni, sulla paura, sullo sconcerto, insomma è la libertà.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 4, Capitolo 3, § 4-7

 

Pilotina Stoica 03 "Azione di successo"

(SPB03-01) La felicità promana dalla saggezza, la saggezza si muove tra azioni rette ossia di successo e l’azione di successo è ciò che, quando effettuato, ha una giustificazione ragionevole.
1109/284 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 70, 7

(SPB03-02) E nelle ‘Dimostrazioni sulla giustizia’ afferma espressamente che: “Ogni azione retta ossia di successo è anche un’azione conforme alla legge e alla giustizia. Giacché quanto è effettuato secondo padronanza di sé, fortezza, saggezza e virilità è un’azione di successo. Sicché è anche un’azione giusta”.
1115/297 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 73, 13

(SPB03-03) Tra le azioni rette ossia di successo, di alcune c’è bisogno, di altre no. Quelle di cui c’è bisogno sono le azioni che si possono chiamare giovevoli come, ad esempio, l’essere saggi e l’essere temperanti. Non c’è invece bisogno di quelle che tali non sono. Similmente, si ha la stessa trattazione per le azioni contrarie al doveroso.
1241/503 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 136, 35

(SPB03-04) Tutte le azioni rette ossia di successo sono azioni giuste, normali, ben ordinate, ben condotte, fortunate, felici, opportune, decorose. Non sono però ancora azioni sagge, giacché tali sono soltanto quelle che discendono da saggezza. Similmente per le altre virtù, anche se non nominate. Per esempio le azioni temperanti sono quelle che discendono dalla temperanza e le azioni giuste quelle che discendono dalla giustizia. All’opposto le aberrazioni sono azioni ingiuste, anormali e disordinate.
1241/502 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 136, 27

(SPB03-05)
Affermano anche che delle nostre attività alcune sono azioni rette ossia di successo, altre sono aberrazioni, altre ancora sono udeteri. Sono azioni di successo le seguenti: essere saggi, essere temperanti, operare con giustizia, rallegrarsi, beneficare, allietarsi, disputare con saggezza e quant’altro si effettua secondo la retta ragione. Sono invece aberrazioni l’essere insensati, intemperanti, commettere ingiustizia, affliggersi, avere paura, rubare e, in generale, quant’altro si effettua contro la retta ragione. Non sono né azioni di successo né aberrazioni le seguenti: parlare, domandare, rispondere, passeggiare, mettersi in viaggio e cose simili.
1241/501 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 136, 18

(SPB03-06) Parlano dell’azione retta ossia di successo come di un’azione che ha tutti i numeri della doverosità, oppure come di quella che è perfettamente doverosa. Azione non retta ossia aberrazione è invece l’azione effettuata contro la retta ragione oppure l’azione in cui la creatura razionale ha omesso qualcosa di doveroso.
1241/500 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 136, 14

(SPB03-07) Come affermano gli Stoici, una sola è la ragione ed assolutamente uno è l’intelletto; pari sono le azioni rette ossia di successo e pari sono le virtù, sia delle parti sia del tutto.
931/ 1128 = Stoicorum Veterum Fragmenta 2, 327, 17

(SPB03-08) Al discorso su ciò che è cardinale segue l’ambito di ciò che è doveroso. Il doveroso è definito così: “Ciò che consegue al fatto di essere in vita e che, quando effettuato, ha una giustificazione razionale”. In modo opposto si definisce ciò che non è doveroso. Questa definizione si estende anche alle creature sprovviste di ragione, giacché esse pure hanno attività conseguenti alla loro natura. Ma per esse si rende così: “Ciò che consegue al fatto di essere in vita”. Sostengono poi che delle azioni doverose alcune sono perfette, e queste si chiamano appunto azioni rette ossia di successo. Queste azioni sono le attività conformi a virtù, come l’essere saggi e l’operare con giustizia. Non sono azioni di successo quelle che tali non sono, ed esse neppure sono designate come doverose e perfette, ma come azioni intermedie. Ne sono esempio lo sposarsi, il fare ambascerie, il dialogare e cose simili.
1237/494 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 134, 18

(SPB03-09) Colui che non è fattibile né costringere né impedire ebbene, quello non è servo. Ora, non è possibile né costringere né impedire l’uomo virtuoso; dunque il virtuoso non è servo, giacché manifestamente egli non è né costretto né impedito. Impedito è chi non fa centro nelle cose che desidera; ma il sapiente desidera le cose che promanano dalla virtù, e centrare questo obiettivo non è per natura impossibile. Se poi davvero è costretto, è manifesto che fa qualcosa suo malgrado. Le azioni umane o promanano da virtù e sono azioni rette ossia di successo, oppure promanano dal vizio e sono aberrazioni, oppure sono azioni intermedie ed indifferenti. Le azioni virtuose non sono prodotto di violenza, ma l’uomo dabbene le compie tutte quante –giacché le sceglie- di buon grado. Quelle invece viziose, in quanto da fuggirsi, egli neppure si sogna di effettuarle. Né è verosimile che egli effettui suo malgrado le azioni indifferenti, verso le quali il suo intelletto è in equilibrio come su una bilancia, avendo imparato a non cedere loro come se avessero forza attrattiva né ad essere malcontento di loro come se meritasse di distogliersene. E’ da ciò manifesto che il virtuoso nulla fa suo malgrado e che neppure è costretto. Se invece fosse servo, sarebbe costretto. Pertanto il virtuoso è libero.
1145/363 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 88, 38

(SPB03-10) Anche se ha scritto molte cose contrarie, Crisippo manifestamente aderisce alla tesi che non vi è un vizio od una aberrazione che sia più eminente di un altro vizio o di un’altra aberrazione e neppure una virtù od una azione di successo che sia più eminente di un’altra virtù o di un’altra azione di successo. Lo afferma nel terzo libro 'Sulla natura'. “Come a Zeus conviene fare il solenne con sé e con la propria vita pregiandoli grandemente e, per dirla così, anche essere orgoglioso, essere fiero e vantarsi di vivere una vita degna di vanto; così questo conviene a tutti gli uomini dabbene, giacché essi non sono sopravanzati in nulla da Zeus”.
1251/526 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 141, 15

(SPB03-11) Coloro che effettuano qualcosa di dovuto, ma con intelligenza inassenziente e loro malgrado, violentando le loro intime disposizioni, non compiono un’azione retta ossia di successo.
1247/518 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 139, 32

 

Pilotina Stoica 04 "Diairesi"

(SPB04-01) Un diverso ragionevole ed irragionevole, appunto come pure un diverso bene e male, ed utile e inutile incolgono persone diverse. Per questo soprattutto abbiamo bisogno di educazione alla diairesi, così da imparare ad adattare il pre-concetto di ragionevole ed irragionevole alle particolari sostanze in armonia con la natura delle cose.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 1, Capitolo 2 , § 5-6 

(SPB04-02) Giacché grande facoltà ed arte è quella di argomentare e persuadere, soprattutto se godesse di frequente allenamento e dalle locuzioni aggiungesse a sé anche una certa confacenza. E poi che in generale ogni facoltà ed arte che sopravvenga ai non educati a diairesizzare ed ai deboli nell’uso della diairesi, è malsicura riguardo all'imbaldanzirne ed invanirne.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 1, Capitolo 8, § 7-8

(SPB04-03) Chi poi si sta educando all'uso della diairesi, è tenuto a venire ad educarsi con questo progetto: "Come accompagnarmi in ogni circostanza agli dei, come compiacermi del governo della materialità, come diventare libero?"
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 1, Capitolo 12, § 8

(SPB04-04) Ma educarsi alla diairesi è questo imparare a disporre ciascuna cosa così come accade. E come accade? Come la costituì il costitutore. Costituì che vi fossero estate ed inverno, profusione e penuria, virtù e vizio e tutte le opposizioni siffatte per l'armonia dell'intero; ed a ciascuno di noi diede un corpo, delle parti del corpo, un patrimonio e dei soci.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 1, Capitolo 12, § 15-16

(SPB04-05) Memori dunque di questa costituzione, bisogna venire ad educarsi alla diairesi non per cambiare le premesse (giacché ciò non ci è dato né è meglio), ma perché stando le cose intorno a noi come stanno e come sono per natura, noi teniamo la nostra intelligenza conciliata agli avvenimenti. E che? E' fattibile fuggire le persone? E com'è possibile? Stando con loro, cambiarle? E chi ce lo dà? Cosa dunque avanza o quale accorgimento si trova per usare con esse? Un uso siffatto per cui quelle faranno quanto loro pare e noi nondimeno staremo in accordo con la natura delle cose.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 1, Capitolo 12, § 17-19

(SPB04-06) Cos'è dunque educarsi alla diairesi? Imparare ad adattare i naturali pre-concetti alle particolari sostanze in modo consono alla natura delle cose e, orbene, a discriminare che, delle cose, alcune sono in nostro esclusivo potere mentre altre non sono in nostro esclusivo potere. Sono in nostro esclusivo potere la proairesi e tutte le opere della proairesi; non sono in nostro esclusivo potere il corpo, le parti del corpo, patrimoni, genitori, fratelli, figlioli, patria, insomma i soci. Dove porremo dunque il bene? A quale sostanza lo adatteremo? A quella in nostro esclusivo potere? -E poi  non sono beni salute del corpo, integrità fisica, vita e neppure figlioli, genitori, patria?- E chi ti tollererà? Alloghiamolo dunque di nuovo qua. E' fattibile che sia felice chi subisce danno e fallisce il bene? -Non è fattibile.- E che serbi verso i soci la condotta che si deve? E com'è fattibile? Giacché io sono nato per il mio utile. Se mi è utile avere un fondo, mi è utile anche sottrarre quello di chi mi è dintorno; se mi è utile avere una toga, mi è utile anche rubarla alle terme. Di qua guerre, conflitti civili, tirannie, insidie.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 1, Capitolo 19, § 9-14

(SPB04-07) Anche qua. "Prendi l'imperio!" Lo prendo e, presolo, mostro come si conduce un uomo che è stato educato alla diairesi. "Deponi il laticlavio ed indossando dei cenci vieni innanzi in siffatto personaggio!" E dunque? Non mi è stato dato di portarmi dentro una magnifica voce? "Dunque, come sali ora sulla scena?" Come testimone chiamato da Zeus. "Vieni tu, e rendimi testimonianza. Giacché tu meriti di essere promosso da me come testimone. E' forse qualcuno degli oggetti esterni alla proairesi, bene o male? Danneggio forse qualcuno? Feci forse quanto a ciascuno giova in esclusivo potere d'altri o di lui stesso?" Che testimonianza dai alla Materia Immortale? "Sono in difficoltà terribili, Signore, ed ho cattiva fortuna; nessuno si impensierisce per me, nessuno mi dà nulla, tutti mi denigrano e parlano male di me”. Questo sei per testimoniare e per svergognare la chiamata che ti ha fatto; perché ti onorò di questo onore e ritenne degno che ti appressassi per una testimonianza così rilevante?
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 1, Capitolo 29, § 44-49

(SPB04-08) Ma chi ne ha la potestà dichiarò: "Ti giudico empio e sacrilego “. Che ti è accaduto? "Fui giudicato empio e sacrilego”. Nient'altro? "Niente”. E se di una  proposizione ipotetica colui avesse decretato e data dichiarazione "Il 'se è giorno c'è luce' lo giudico falso" cosa sarebbe accaduto alla proposizione ipotetica? Chi è qui giudicato? Chi è stato condannato? La proposizione ipotetica o chi si è ingannato su di lei? Chi mai  è costui che ha la potestà di dichiarare qualcosa su di te? Sa cos'è il pio o l'empio? L'ha studiato? Ha imparato? Dove? Da chi? E poi un musicista non si impensierisce se colui dichiarasse che la corda più bassa è la più alta; né uno studioso di geometria se decreterà che i segmenti che dal centro incolgono la circonferenza non sono di pari lunghezza. E chi  davvero è stato educato alla diairesi si impensierirà per un individuo non educatovi, il quale decreta qualcosa sul sacrosanto e sul sacrilego, sull'ingiusto e sul giusto? Che ingiustizia da parte degli educati alla diairesi! Queste cose le imparasti qui?
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 1, Capitolo 29, § 50-55

(SPB04-09) Qual è dunque il frutto di questi giudizi? Quello che dev'essere il più bello ed appropriato per coloro che effettivamente sono educati alla diairesi: dominio sullo sconcerto e sulla paura, libertà. Giacché non bisogna su questo fidarsi dei più, i quali dicono che soltanto i cittadini liberi hanno la potestà di essere educati; ma piuttosto dei filosofi, i quali dicono che soltanto gli educati alla diairesi sono liberi. -Come questo?- Così: ora, la libertà è qualcos'altro dalla potestà di tragittarcela come decidiamo? "Nient'altro”. Ditemi, o uomini: decidete di vivere aberrando? "Non lo decidiamo”. Quindi nessuno che aberri è libero. Decidete di vivere avendo paura, decidete di vivere afflitti, decidete di vivere sconcertati? "Nient'affatto!" Proprio nessuno che abbia paura, sia afflitto, sia sconcertato è libero; mentre chiunque si è allontanato da afflizioni, paure e sconcerti ebbene costui, per la stessa strada, si è allontanato anche dall'essere servo. Dunque come potremo ancora affidarci a voi, o carissimi legislatori, che non consentite di essere educati se non ai cittadini liberi? I filosofi infatti dicono che non consentiamo di essere liberi se non a coloro che sono stati educati alla diairesi, cioè che è la Materia Immortale a non consentirlo.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 2, Capitolo 1, § 21-25

(SPB04-10) Orbene, perché sali a Roma come a cose grandiose? Sono più piccole della tua preparazione, tanto da far dire ad un giovane purosangue: "Non meritava tanto avere ascoltato cotante lezioni, avere scritto cotanto, essere stati seduti per cotanto tempo accanto ad un vecchietto che non vale granché”. Tu soltanto ricordati di quella diairesi grazie alla quale si definisce quanto è in tuo esclusivo potere e quanto non lo è.  Non pretendere mai alcunché di allotrio. Tribuna e prigione sono, l'una e l'altra, un posto; la tribuna, elevato; la prigione, miserabile. Ma la proairesi può essere custodita pari, se pari disporrai di custodirla nell'uno e nell'altro posto.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 2, Capitolo 6, § 23-25

(SPB04-11) Gratifica il tuo desiderio e la tua avversione con povertà di denaro e ricchezza di denaro: fallirai, incapperai in quanto avversi. E con salute del corpo: avrai cattiva fortuna;  con cariche, onorificenze, patria, amici, figli, insomma con qualcosa di aproairetico. Gratificalo invece a Zeus, agli altri dei; trasmettilo ad essi; essi  pilotino; sia stato posizionato con essi. E dove ancora non sarai sereno? Ma se invidi, o indolente, ed hai pietà e sei geloso e tremi e non smetti un giorno solo di singhiozzare disperato di te e degli Dei, perché asserisci di essere stato educato alla diairesi? Quale educazione alla diairesi, o uomo? Che effettuasti sillogismi, ragionamenti equivoci? Non vuoi, se possibile, disimparare tutto questo ed iniziare daccapo, dopo aver preso consapevolezza del fatto che finora neppure hai toccato la faccenda e, orbene, iniziando da qua edificarvi in aggiunta il seguito: come nulla sarà contro la tua disposizione e, disponendolo tu, nulla non sarà?
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 2, Capitolo 17, § 24-28

(SPB04-12) Mostra come sei solito allenarti su un bastimento. Ti ricordi di questa diairesi qualora la vela rumoreggi e, mentre tu sbraiti, un dispettoso passeggero che ti sta accanto ti dica: "Dimmi, per gli dei, quel che dicevi l'altro giorno: forse che naufragare è un vizio, è forse qualcosa che partecipa del vizio?" Sollevato un legno, non glielo scuoterai addosso? "Che c'è fra noi e te, uomo? Andiamo in malora e tu vieni a scherzare?" Se Cesare ti farà convocare perché sei accusato, ti ricordi della diairesi? Se uno, mentre entri e sei  pallido ed insieme tremante, verrà innanzi a dire: "Perché tremi, o uomo? Per quali faccende è la tua citazione? Forse che lì dentro Cesare dà a chi entra virtù o vizio?" "Perché ti burli di me anche tu, oltre i miei mali?" "Ugualmente, o filosofo, dimmi: perché tremi? Il pericolo che corri non è morte o carcere o dolore del corpo o l'esilio od il discredito? E cos'altro? E' forse vizio, forse qualcosa che partecipa del vizio? Tu dicevi essere cosa questo?" "Che c'è fra me e te, uomo? Mi bastano i miei mali”. E dici bene. Giacché a te bastano i tuoi mali: la grettezza, la viltà, la cialtroneria che cialtroneggiavi seduto a scuola. Perché ti abbellivi di giudizi allotrii? Perché ti dicevi stoico?
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 2, Capitolo 19, § 15-19

(SPB04-13) Ed ora io sono chi vi educa alla diairesi, mentre voi a ciò vi educate presso di me. Io ho questo progetto: farvi risultare non soggetti ad impedimenti, non soggetti a costrizioni, non soggetti ad impacci, liberi, sereni, felici, che tengono gli occhi su Zeus in ogni circostanza, sia piccola che grande; e voi presenziate per imparare e studiare questo. Perché dunque non concludete l'opera, se avete anche voi il progetto che si deve ed io la preparazione che si deve per il progetto? Cos'è che manca? Qualora io veda un falegname cui giace accanto il materiale, mi aspetto l'opera. Anche qua c'è il falegname, c'è il materiale. Cosa ci manca? La faccenda non è insegnabile? E' insegnabile. Non è dunque in nostro esclusivo potere? Anzi è la sola fra tutte le altre. Né la ricchezza di denaro né la salute del corpo né la reputazione né altro insomma sono in nostro esclusivo potere, eccetto il retto uso delle rappresentazioni. Soltanto questo è per natura delle cose non soggetto ad impedimenti, non soggetto ad intralci. Perché dunque non concludete? Ditemi la cagione. Giacché o nasce da me o da voi o dalla natura della faccenda. La faccenda in sé è fattibile e solo in nostro esclusivo potere. Orbene la cagione sta in me o in voi o, che è più vero, in entrambi. E dunque? Volete che iniziamo una volta a trasferire qui siffatto progetto? Tralasciamo quel che è stato finora. Solo iniziamo, fidatevi di me, e vedrete.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 2, Capitolo 19, § 29-34

(SPB04-14) E così, anche cresciuti ci mostriamo bimbi. Giacché bamboccio in musica è il digiuno di musica; in grammatica il digiuno di grammatica; in vita il non educato alla diairesi.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 3, Capitolo 19, § 6

(SPB04-15) Un uomo dabbene ha paura che gli manchi il cibo? Il cibo non manca ai ciechi, non manca agli zoppi. Mancherà ad un uomo dabbene? Non manca chi dà il soldo ad un soldato dabbene né ad un operaio né ad un calzolaio. E mancherà a chi è dabbene? A tal punto la Materia Immortale trascura i suoi felici successi, i ministri, i testimoni, coloro che soli usa come paradigmi nei confronti dei non educati alla diairesi per mostrare che esiste, che ben governa l'intero, che non trascura le faccende umane e che per l'uomo dabbene non c'è male né in vita né in morte? -E dunque qualora non procuri cibo?- Che altro significherà se non che, come un buon stratega, mi ha significato la ritirata?  Ubbidisco, la seguo glorificando il leader, inneggiando alle sue opere. Giacché venni quando lei lo reputò e di nuovo me ne vado quando lei lo reputa. Vivendo, questa era l'opera mia: inneggiare a Zeus, sia io per me stesso che con un altro o con molti.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 3, Capitolo 26, § 27-30

(SPB04-16) Tu ricordati soltanto dei principi universali: "Cos'è mio, cosa non è mio? Cosa mi è dato? Cosa Zeus dispone che io ora faccia, cosa non dispone?" Poco fa disponeva che tu oziassi, parlassi con te stesso, scrivessi su questi principi, che leggessi, ascoltassi, ti preparassi: avesti tempo sufficiente per questo. Ora ti dice: "Vieni ormai in gara, mostraci cosa imparasti, come ti cimentasti. Fino a quando ti allenerai da solo? E' ormai tempo di riconoscerti, se sei un atleta degno di vittoria oppure uno di quelli che vanno in giro per la terra abitata da vinti”. Perché dunque fremi? Nessuna gara accade senza trambusto. Devono essere molti i preparatori atletici, molti quelli che strepitano, molti i soprintendenti, molti gli spettatori. -Ma io vorrei passarmela in quiete.- Mugugna, quindi, e gemi come meriti. Giacché quale altra punizione per chi non è educato alla diairesi e disobbedisce alle costituzioni della Materia Immortale è maggiore di questa, cioè dell'affliggersi, piangere, invidiare, insomma del non avere fortuna ed avere cattiva fortuna? Non vuoi allontanarti da questo?
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 4, Capitolo 1, § 29-32

(SPB04-17) Se invece vorrà che il figlio o la moglie non aberrino, egli vuole che l'allotrio non sia allotrio. Ed educarsi alla diairesi è questo: imparare quanto è nostro peculiare e quanto è allotrio.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 4, Capitolo 5, § 7

(SPB04-18) Sconcertano gli esseri umani non le faccende, ma i giudizi sulle faccende. Per esempio, la morte nulla è di terribile, dacché questo sarebbe parso anche a Socrate; ma il giudizio sulla morte, che sia terribile, quello è il terribile. Qualora dunque siamo intralciati o sconcertati od afflitti, non accagioniamo mai altro che noi stessi, cioè i nostri giudizi. Incolpare altri per ciò per cui lui finisce male è opera del non educato alla diairesi. Incolpare se stessi è opera di chi ha iniziato ad usare la diairesi. Non incolpare né un altro né se stesso, di chi è stato educato alla diairesi.
Epitteto: ‘Il Manuale’ Capitolo 5

(SPB04-19) Ed a quale tempo ancora rimandi il meritarti l'ottimo ed il non violare in nulla la ragione che opera la diairesi? Hai assunto i principi filosofici generali con i quali dovevi metterti alle prese e ti sei messo alle prese. Quale insegnante dunque paventi ancora, per posporre a lui di fare la tua rettificazione?
Epitteto: ‘Il Manuale’ Capitolo 51

 

Pilotina Stoica 05 "Felicità"

(SPB05-01) Dei beni alcuni sono necessari per la felicità, altri no. Necessarie sono tutte le virtù e le attività che le utilizzano. Non necessarie sono la gioia, la letizia, occupazioni e mestieri. Somigliantemente dei mali, alcuni sono necessari come mali che generano infelicità, altri no. Necessari sono tutti i vizi e le attività che ne discendono. Non necessarie sono tutte le passioni, le affezioni e cose somiglianti.
1023/113 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 27, 11

(SPB05-02) E perciò gli uomini dabbene sono sempre assolutamente felici e gli insipienti, invece, infelici. La felicità dei primi non differisce dalla felicità divina né, dice Crisippo, quella di un istante differisce dalla felicità di Zeus. Né la felicità di Zeus è preferibile o più bella o più solenne di quella degli uomini sapienti.
997/54(3) = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 14, 8

(SPB05-03) Gli Stoici chiamano ‘indifferenti’ le cose che stanno in mezzo tra i beni ed i mali e affermano che possono essere pensate in due modi. Secondo un modo, ‘indifferente’ è ciò che non è né bene né male, né da scegliersi né da fuggirsi. Secondo un altro modo, ‘indifferente’ è ciò che non muove né ad impulso né a repulsione. In questo senso alcune cose sono anche dette ‘definitivamente indifferenti’, come l’avere in testa un numero pari o dispari di capelli, oppure il protendere il dito così o cosà, oppure il levare di mezzo qualche intralcio, sterpaglia o fogliame. Nel primo senso, bisogna dire che si chiamano indifferenti le cose che stanno in mezzo tra la virtù ed il vizio [……………] certamente non per una elezione ed un rifiuto, giacché alcune hanno un valore che le fa eleggere, altre un disvalore che le fa rifiutare, ma in nessun modo un valore che sia di contributo alla vita felice.
1025/118 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 28, 19

(SPB05-04) Di Crisippo. Chi è al culmine del profitto adempie completamente tutto quanto è doveroso e non omette nulla. Crisippo afferma che la vita di costui non è ancora felice, ma che la felicità gli sopravviene qualora a queste azioni intermedie si aggiungano saldezza ed abitualità, ed esse prendano una loro solidità.
1243/510 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 137, 43

(SPB05-05) Dicono gli Stoici che tutte le virtù, siano esse scienze od arti, hanno comuni principi generali e, come si dice, medesimo fine, e perciò sono inseparabili. Chi ne ha una le ha tutte, e chi opera secondo una opera secondo tutte. Le virtù differiscono però una dall’altra per punti capitali. Così punto capitale della saggezza è, cardinalmente, conoscere i principi generali di ciò che va fatto ed effettuarlo; secondariamente, deputare ciò che si deve deputare, grazie al fatto di effettuare senza sbagli ciò che va fatto. Punto capitale peculiare della temperanza è, cardinalmente, procurare impulsi stabili e conoscerne i principi generali; secondariamente conoscere ciò che è oggetto delle altre virtù, per il fatto di condurci senza sbagli negli impulsi. Ugualmente la virilità è, cardinalmente, il resistere a tutto ciò cui si deve resistere e, secondariamente, il conoscere ciò che è oggetto delle altre virtù. Anche la giustizia è, cardinalmente, il considerare ciò che è secondo il merito di ciascuno e, secondariamente, anche il resto. Ogni virtù, infatti, guarda ai punti capitali di tutte le altre ed a ciò che è reciprocamente subordinato. Panezio soleva dire che quanto avviene riguardo alle virtù è simile a quanto avviene quando innanzi a molti arcieri giacesse un solo bersaglio, e questo avesse al proprio interno strisce di colore diverso. Ciascun arciere mirerebbe a centrare il bersaglio ma uno colpendo, caso mai, la striscia bianca, un altro la striscia nera, un altro ancora la striscia di qualche altro colore. Come costoro si danno quale fine supremo il centrare il bersaglio, seppure proponendosene il conseguimento chi in un modo chi in un altro, così tutte le virtù si danno quale fine l’essere felice –il che sta nel vivere coerentemente con la natura delle cose- e ciascuna lo centra a modo suo.
1107/280 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 69, 4

(SPB05-06) Delle cose che hanno valore alcune ne hanno molto, altre poco. Ugualmente, delle cose che hanno disvalore alcune ne hanno molto, altre poco. Ora, le cose che hanno molto valore sono dette ‘preferibili’, mentre quelle che hanno molto disvalore sono dette ‘rifiutabili’; e fu Zenone a dare per primo alle faccende della vita questi nomi. Si dice ‘preferibile’ quella faccenda che è indifferente ma che noi eleggiamo in prima istanza. Un discorso simile vale per le faccende ‘rifiutabili’ e gli esempi sono, per analogia, gli stessi. Invece nessuno dei beni è preferibile, giacché i beni hanno il massimo valore. Il ‘preferibile’, pur essendo una faccenda di secondo rango e valore, si approssima però in un certo modo alla natura dei beni. A corte, infatti, il re non è dei preferibili, ma lo sono quelli posizionati dopo di lui. Si dicono dunque faccende preferibili non perché conferiscano qualche felicità o cooperino ad essa, ma perché ci è necessario eleggere esse invece di quelle rifiutabili.
93/192 = 1031/128 = Stoicorum Veterum Fragmenta 1, 48, 3 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 31, 10

(SPB05-07) Dicono che il fine è l’essere felici e che questo è ciò per cui tutto si effettua, mentre l’essere felici è effettuato in vista di null’altro. Questo consiste nel vivere secondo virtù, nel vivere coerentemente ed anche, il che è lo stesso, nel vivere secondo la natura delle cose. Zenone definì la felicità in questo modo: felicità è il sereno fluire dell’esistenza. Anche Cleante usa questa definizione nei suoi trattati. La usa anche Crisippo. E lo fanno tutti i loro successori, dicendo che la felicità non è altro che una vita felice, seppure affermino che la felicità è proposta come scopo, mentre centrare la felicità è il fine, il che appunto equivale ad essere felici. E’ dunque da ciò manifesto che ‘vivere secondo la natura delle cose’, ‘vivere da bello’, ‘vivere bene’ e ancora ‘ciò che è dabbene’, ‘la virtù e quanto partecipa della virtù’ sono termini equivalenti. E poi tutto quanto è buono è anche bello, e similmente tutto quanto è brutto è anche male. Anche perciò il fine stoico equivale ad una vita secondo virtù.
981/16 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 6, 7

(SPB05-08) La virtù è una disposizione coerente con la natura delle cose e deve essere scelta per se stessa, non per qualche paura o speranza o per causa di qualche oggetto estrinseco. In essa, in quanto è animo fatto per la coerenza di tutta la vita con la natura delle cose, sta la felicità
991/39 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 11, 37

(SPB05-09) Io lodo la baldanza e l’apertura mentale degli Stoici, i quali affermano che nessuna delle cose estrinseche è di impedimento alla felicità e che l’uomo virtuoso è beato anche se il toro di Falaride lo avrà bruciato.
1277/586 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 154, 1

(SPB05-10) Perciò anche Cleante, nel secondo libro sul ‘Piacere fisico’ dice che Socrate insegnava in particolare come uno e medesimo sono l’uomo giusto e l’uomo felice, e che malediva chi per primo aveva spartito il giusto dall’utile, perché aveva compiuto un’empietà. Giacché sono effettivamente empi coloro che separano l’utile dal giusto secondo la legge.
249/558 = Stoicorum Veterum Fragmenta 1, 127, 20

(SPB05-11) Gli stoici chiamano felice chi ha resistito a guai degni di Priamo.
1275/585  = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 153, 38

(SPB05-12) In molti luoghi Crisippo ha affermato che per il fatto di esserlo per molto tempo noi non siamo più felici, bensì che lo siamo ugualmente ed altrettanto a coloro che partecipano per un istante della felicità.
997/54(2) = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 14, 5

(SPB05-13) E Zenone non seguì forse costoro (i Peripatetici) i quali ipotizzavano come elementi della felicità la natura delle cose e quanto è secondo la natura delle cose?
89/183 = Stoicorum Veterum Fragmenta 1, 46, 12

(SPB05-14) Gli Stoici non dicono soltanto questo ma dicono inoltre che l’aggiunta del tempo non accresce il bene, e che se uno diverrà saggio anche per un solo istante in nulla resterà indietro, quanto a felicità, rispetto a chi eternamente usa virtù ed in essa beatamente vive.
997/54(1) = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 13, 38

(SPB05-15) Se, come ha scritto Crisippo nel primo libro del ‘Protrettico’, soltanto il vivere secondo virtù è vivere felicemente e nessun’altra cosa, dice, ci riguarda od a questo coopera…
1037/139(3) = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 34, 9

(SPB05-16) Vi erano poi quelli che dicevano essere ‘il bene’ ciò che si sceglie per sé e non per altro. Alcuni dicono così: ‘Bene è quanto soccorre per la felicità’. Altri affermano che: ‘Bene è quanto completa la felicità’. E la felicità, come assunsero le scuole di Zenone, di Cleante e di Crisippo, è il sereno fluire dell’esistenza.
1005/73 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 18, 12

(SPB05-17) La felicità promana dalla saggezza, la saggezza si muove tra azioni di successo e l’azione di successo è ciò che, quando effettuato, ha una giustificazione ragionevole.
1109/284 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 70, 7

(SPB05-18) I primi stoici chiamarono colmo della felicità il riuscire a vivere consequenzialmente alla natura delle cose.
977/7 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 4, 16

(SPB05-19) Quando i filosofi Stoici chiamano identica la virtù di un uomo e di un dio, e soprattutto se affermeranno che dio non è più felice di chi, secondo loro, è tra gli uomini sapiente ma che pari è la felicità di entrambi, ebbene Celso non deride…
1087/248 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 59, 7

(SPB05-20) Se l’animo loro diventerà cosciente e la loro mente dabbene e saranno in grado di effettuare rettamente le proprie faccende e quelle altrui, ebbene è necessario che costoro vivano anche felicemente, perché hanno centrato il buon genio e sono amici degli dei. Giacché è inverosimile che i saggi non siano esperti delle faccende umane e che chi riflette sulle faccende umane non rifletta su quelle divine e che chi è scienziato di cose divine non sia santo e che chi è santo non sia caro agli dei. Né è verosimile che alcuni individui siano stolti e però che siano altri ad ignorare le faccende doverose per loro, né è verosimile che chi ignora le proprie faccende conosca quelle divine, né che chi ha concezioni da insipiente circa il divino non sia sacrilego. Neppure è verosimile che gli individui sacrileghi siano tali da essere cari agli dei, e chi non è caro agli dei è inverosimile che non abbia cattiva fortuna.
1275/584 = Stoicorum Veterum Fragmenta 3, 153, 21

 

Pilotina Stoica 06 "Natura delle cose"

(SPB06-01) -Non so, diceva-
Invero ignorare il criterio dei colori, degli odori ed ancora dei sapori non è, caso mai, gran punizione; ma reputi piccola la punizione per chi ignora quello del bene e del male, del secondo la natura delle cose e del contro la natura delle cose per l'uomo?
-La massima, dunque-

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 11, § 11

(SPB06-02) Vengo e ricerco cosa dice questo interprete della natura delle cose. Inizio a non capire cosa dice e cerco il commentatore. "Ecco, esamina... Com'è detto bene questo, appunto come in latino!" Qua, dunque, quale giustificazione ha il cipiglio del commentatore? Neppure giustamente di Crisippo stesso, se soltanto spiega il piano della natura e lui non lo segue. Quanto più ciò vale per il suo commentatore? Giacché non abbiamo bisogno di Crisippo per Crisippo, ma per comprendere la natura delle cose. Né abbiamo bisogno del sacrificatore per il sacrificatore, ma perché attraverso quello crediamo di capire l'avvenire e quanto è significato dagli Dei. Né abbiamo bisogno delle viscere per le viscere, ma perché attraverso quelle è significato qualcosa. Né ammiriamo il corvo o la cornacchia, ma Zeus che significa attraverso queste creature. Vengo quindi da questo interprete e sacrificatore e dico: "Esaminami le viscere, cosa mi significano”. Lui le prende, le sbroglia, poi spiega: "Uomo, tu hai una proairesi per natura non soggetta ad impedimenti  e non soggetta a costrizioni. Qui, nelle viscere, questo è stato scritto. Te lo mostrerò innanzitutto nell'ambito dell'assenso. Può forse qualcuno impedirti di annuire al vero? Neppur uno. Può forse qualcuno costringerti ad accettare il  falso? Neppur uno. Vedi che  in questo ambito il proairetico l'hai non soggetto ad impedimenti, non soggetto a costrizioni, disimpacciato? Orsù, è diverso nell'ambito del desiderio e dell'impulso? Chi può vincere un impulso se non un altro impulso? Chi un desiderio ed un'avversione se non un altro desiderio ed un'altra avversione?" "Se," qualcuno dice, "uno mi appresserà la paura della morte, mi costringe”. "Non è quanto viene appressato a costringerti, ma è che reputi meglio fare una di queste cose che morire. Di nuovo dunque il tuo giudizio ti costrinse; ossia proairesi costrinse proairesi. Se infatti la parte peculiare che Zeus ci diede spiccandosela, egli avesse strutturato soggetta ad impedimenti o costrizioni  sue o di qualcun altro, non sarebbe più materia immortale né sarebbe sollecita di noi nel modo dovuto. Questo trovo" dice, "nelle vittime sacrificali. Questo ti significano. Se lo disporrai sei libero. Se lo disporrai non biasimerai nessuno, non incolperai nessuno, tutto sarà secondo l'intelligenza insieme tua e quella di Zeus”. Per questo dono divinatorio vengo da questo sacrificatore e filosofo, non ammirando lui per la spiegazione ma quello che spiega.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 17, § 16-29

(SPB06-03) O uomo, se devi  disporti contro la natura delle cose circa i mali allotrii, commiseralo piuttosto che odiarlo. Lascia questa facoltà atta ad offendersi e ad odiare.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 18, § 9

(SPB06-04) Cos'è dunque educarsi a diairesizzare? Imparare ad adattare i naturali pre-concetti alle particolari sostanze in modo consono alla natura delle cose e, orbene, a discriminare che, delle cose, alcune sono in nostro esclusivo potere mentre altre non sono in nostro esclusivo potere. Sono in nostro esclusivo potere la proairesi e tutte le opere della proairesi; non sono in nostro esclusivo potere il corpo, le parti del corpo, patrimoni, genitori, fratelli, figlioli, patria, insomma i soci. Dove porremo dunque il bene? A quale sostanza lo adatteremo?
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 22, § 9-11

(SPB06-05) Tu che te ne vai al processo, vedi cosa vuoi serbare e dove vuoi concludere. Giacché se disponi di serbare la proairesi in accordo con la natura delle cose, hai ogni sicurezza, ogni facilitazione, non hai fastidi. Disponendo infatti di serbare incondizionato quanto è in tuo esclusivo potere e quanto è libero per natura e di questo accontentandoti, di cosa ti impensierisci ancora? Chi è suo Signore, chi può sottrartelo? Se disponi di essere rispettoso di te e degli altri e leale, chi non te lo permetterà? Se disponi di non essere impedito né costretto, chi ti costringerà a desiderare ciò che non reputi; chi ad avversare ciò che non ti pare? Però uno ti effettuerà cose che sembrano paurose. E come può far anche che tu le sperimenti con avversione? Qualora dunque sia in tuo esclusivo potere desiderare ed avversare, di cosa ti impensierisci ancora?
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 2, Capitolo 2, § 1-6

(SPB06-06) Ma il grande è questo: riservare a ciascuna cosa la facoltà che ha e, riservatala, vedere il valore della facoltà. Decifrare poi cos'è più possente e questo perseguire in ogni circostanza, su questo industriarsi, dopo avere fatto il resto accessorio e facendo  tuttavia del proprio meglio per non trascurarlo. Giacché bisogna esser solleciti degli occhi, ma non come della cosa più possente; piuttosto, anche degli occhi in funzione di quanto è più possente. Perché quello non starà secondo la natura delle cose altrimenti che operando razionalmente con questi e scegliendo certi oggetti invece di altri.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 2, Capitolo 23, § 34-35

(SPB06-07) O uomo, il proponimento era di strutturarti ad usare secondo la natura delle cose le rappresentazioni che ti incolgono; nel desiderio non fallendo il segno; nell'avversione non incappando in quanto avversi; mai sfortunato, mai preda di cattiva fortuna, libero, non soggetto ad impedimenti, non soggetto a costrizioni; conciliato al governo di Zeus, a questo governo ubbidiente, di questo governo compiacendoti; non biasimando nessuno, non accagionando nessuno, potendo dire queste righe dall'animo intero: *Conducimi, o Zeus, e proprio tu o Fato*.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 2, Capitolo 23, § 42

(SPB06-08) -Ma non sono un erudito?- Ed a che scopo ti erudisci? Schiavo! Non è per essere sereno? Non è per essere stabile? Non è per stare e tragittartela in accordo con la natura delle cose? Cosa impedisce che chi ha la febbre abbia l'egemonico in accordo con la natura delle cose? Qua è il controllo della faccenda, la valutazione di chi fa filosofia. Giacché è parte della vita anche questo, cioè la febbre, come una passeggiata, come un viaggio per mare o per terra.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 3, Capitolo 10, § 10-11

(SPB06-09) "Come uso le rappresentazioni che mi incolgono? Secondo la natura delle cose o contro la natura delle cose? Come rispondo loro? Come si deve o come non si deve? Soggiungo all'aproairetico che nulla è per me?" Giacché se non state ancora così, fuggite le abitudini di prima, fuggite le persone comuni, se intendete iniziare una volta ad essere qualcuno. 
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 3, Capitolo 16, § 15-16

(SPB06-10) Se invece riferirà la fatica al proprio egemonico, per averlo e tragittarlo secondo la natura delle cose, allora soltanto lo dico laborioso. Non lodate e non  denigrate mai in base ai luoghi comuni, ma in base ai giudizi. Sono infatti questi il  peculiare di ciascuno e sono essi che fanno le azioni brutte o belle.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 4, Capitolo 4, § 43-44

(SPB06-11) Delle cose che sono, alcune sono in nostro esclusivo potere mentre altre non sono in nostro esclusivo potere. In nostro esclusivo potere sono concezione, impulso, desiderio, avversione e, in una parola, quanto è opera nostra. Non sono in nostro esclusivo potere il corpo, il patrimonio, la reputazione, le cariche e, in una parola, quanto non è opera nostra. Le cose in nostro esclusivo potere sono per natura libere, non soggette ad impedimenti, non soggette ad impacci; mentre le cose non in nostro esclusivo potere sono deboli, serve, soggette ad impedimenti, allotrie. Ricorda dunque che se crederai libero quanto per natura delle cose è servo, e peculiare quanto è allotrio, sarai intralciato, piangerai, sarai sconcertato, biasimerai dei ed uomini. Se invece crederai tuo solo quanto è tuo ed allotrio, com'è, l'allotrio; nessuno mai ti costringerà, nessuno ti impedirà; non biasimerai nessuno, non incolperai nessuno, non effettuerai neppure una sola cosa tuo malgrado, non avrai nemici personali, nessuno ti danneggerà giacché non sperimenterai nulla di dannoso. Prendendo dunque di mira cose così rilevanti, ricorda che bisogna accostarsi ad esse non equilibratamente mossi ma che si deve tralasciarne alcune totalmente ed altre, per il presente, posporle. Se vorrai tanto queste cose quanto occupare cariche ed essere ricco di denaro, per il fatto di prendere di mira anche le precedenti non centrerai, caso mai, neppure queste; ma fallirai affatto quelle attraverso cui soltanto promanano libertà e felicità. Subito dunque, ad ogni rappresentazione scabrosa studia di soggiungere che "Sei una rappresentazione e non affatto quanto appari”. Poi indagala e valutala con questi canoni che hai, ed innanzitutto e soprattutto con questo: se è di cose in nostro esclusivo potere o di cose non in nostro esclusivo potere. E se sarà di qualcuna delle cose non in nostro esclusivo potere, ti sia a portata di mano che "Nulla è per me”.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Il Manuale, § 1

(SPB06-12) Qualora stia per accostarti ad un'opera, richiamati alla memoria qual è la natura dell'opera. Se te ne andrai per fare un bagno caldo, mettiti davanti gli avvenimenti alle terme: quelli che spruzzano, quelli che spintonano, quelli che ingiuriano, quelli che rubano. E così ti accosterai all'opera più sicuramente se subito soggiungerai: "Dispongo di fare un bagno caldo, ma anche di serbare la mia proairesi in accordo con la natura delle cose”. E fa’ allo stesso modo per ciascuna opera. Giacché così, se qualcosa diverrà un intralcio a fare un bagno caldo, avrai a portata di mano che: "Io non disponevo solo questo, ma anche di serbare la mia proairesi in accordo con la natura delle cose; e non la serberò se fremerò davanti agli avvenimenti”.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Il Manuale, § 4

(SPB06-13) Qualora uno faccia il solenne perché può capire e commentare i libri di Crisippo, fra te e te di': "Se Crisippo non avesse scritto con poca chiarezza, costui non avrebbe nulla per cui fare il solenne”. Io cosa decido? Di decifrare la natura delle cose ed accompagnarmi a lei. Cerco dunque chi è il commentatore e, sentito dire che è Crisippo, vengo da lui. Ma non ne capisco gli scritti. Cerco dunque il commentatore di Crisippo. E fin qui non v'è ancora nulla di solenne. Qualora trovi il commentatore, avanza di usare le prescrizioni: questo solo è solenne. Se invece ammirerò il fatto in sé di commentare, che altro risulto se non un grammatico invece che un filosofo? Eccetto che invece di Omero so commentare, appunto, Crisippo. Qualora uno mi dica: "Rileggimi Crisippo", io dunque piuttosto arrossirò, qualora non possa sfoggiare opere simili ed in armonia con i suoi discorsi.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Il Manuale, § 49

 

Pilotina Stoica 07 "Proairesi"

(SPB07-01) "Dì i segreti”. Non li dico: giacché  questo è in mio esclusivo potere. "Ma ti incatenerò”. O uomo, che dici? Me? Incatenerai la mia gamba, ma la proairesi  neppure Zeus può  vincerla. "Ti butterò in prigione”. Butterai in prigione il mio corpicino. "Ti decapiterò”. E quando mai ti dissi che solo il mio collo non è mozzabile? Questo dovrebbero studiare coloro che fanno filosofia, questo scrivere ogni giorno, in questo allenarsi.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 1 , § 23-25

(SPB07-02) Soltanto, analizza a quanto vendi la tua proairesi. Se non altro, o uomo, non venderla a poco. Il grande e singolare conviene senz'altro ad altri, a Socrate ed agli uomini siffatti.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 2, § 33

(SPB07-03) Vengo quindi da questo interprete e sacrificatore e dico: "Esaminami le viscere, cosa mi significano”. Lui le prende, le sbroglia, poi spiega: "Uomo, tu hai una proairesi per natura delle cose non soggetta ad impedimenti  e non soggetta a costrizioni. Qui, nelle viscere, questo è stato scritto. Te lo mostrerò innanzitutto nell'ambito dell'assenso. Può forse qualcuno impedirti di annuire al vero? Neppur uno. Può forse qualcuno costringerti ad accettare il  falso? Neppur uno. Vedi che  in questo ambito il proairetico l'hai non soggetto ad impedimenti, non soggetto a costrizioni, disimpacciato?  Orsù, è diverso nell'ambito del desiderio e dell'impulso? Chi può vincere un impulso se non un altro impulso? Chi un desiderio ed un'avversione se non un altro desiderio ed un'altra avversione?" "Se," qualcuno dice, "uno mi appresserà la paura della morte, mi costringe”. "Non è quanto viene appressato a costringerti, ma è che reputi meglio fare una di queste cose che morire. Di nuovo dunque il tuo giudizio ti costrinse; ossia proairesi costrinse proairesi. Se infatti la parte peculiare che Zeus ci diede spiccandosela, egli avesse strutturato soggetta ad impedimenti o costrizioni  sue o di qualcun altro, non sarebbe più materia immortale né sarebbe sollecita di noi nel modo dovuto. Questo trovo" dice, "nelle vittime sacrificali. Questo ti significano. Se lo disporrai sei libero. Se lo disporrai non biasimerai nessuno, non incolperai nessuno, tutto sarà secondo l'intelligenza insieme tua e quella di Zeus”. Per questo dono divinatorio vengo da questo sacrificatore e filosofo, non ammirando lui per la spiegazione ma quello che spiega.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 17, § 20-29

(SPB07-04) -"Ma il tiranno incatenerà"- Cosa? La gamba. -"Ma staccherà"- Cosa? Il collo. Cosa non incatenerà e non staccherà? La proairesi. Per questo gli antichi prescrivevano il "Riconosci te stesso".

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 18, § 17

(SPB07-05) Cos'è dunque educarsi a diairesizzare? Imparare ad adattare i naturali pre-concetti alle particolari sostanze in modo consono alla natura delle cose e, orbene, a discriminare che, delle cose, alcune sono in nostro esclusivo potere mentre altre non sono in nostro esclusivo potere. Sono in nostro esclusivo potere la proairesi e tutte le opere della proairesi; non sono in nostro esclusivo potere il corpo, le parti del corpo, patrimoni, genitori, fratelli, figlioli, patria, insomma i soci. Dove porremo dunque il bene? A quale sostanza lo adatteremo? A quella in nostro esclusivo potere? -E poi  non sono beni salute del corpo, integrità fisica, vita e neppure figlioli, genitori, patria?- E chi ti tollererà? Alloghiamolo dunque di nuovo qua. E' fattibile che sia felice chi subisce danno e fallisce il bene? -Non è fattibile.- E che serbi verso i soci la condotta che si deve? E com'è fattibile? Giacché io sono nato per il mio utile. Se mi è utile avere un fondo, mi è utile anche sottrarre quello di chi mi è dintorno; se mi è utile avere una toga, mi è utile anche rubarla alle terme. Di qua guerre, conflitti civili, tirannie, insidie.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 22, § 9-14

(SPB07-06) Se questo è vero e noi non battiamo la fiacca né recitiamo quando diciamo che il bene ed il male dell'uomo stanno nella proairesi mentre tutto il resto è nulla per noi; perché siamo ancora sconcertati, perché abbiamo ancora paura? Su quanto ci industriamo nessuno ha potestà; di ciò su cui gli altri hanno potestà, di questo non ci impensieriamo. Che fastidi abbiamo ancora?

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 25, § 1-2

(SPB07-07) Sostanza del bene è un certo modo della proairesi;  del male, un certo modo della proairesi. Cosa sono dunque gli oggetti esterni? Materiali per la proairesi, sui quali rivolgendosi essa centrerà il proprio peculiare bene o male. Come centrerà il bene? Se non si infatuerà dei materiali. Giacché i giudizi sui materiali, se sono retti fanno la proairesi buona; se scorretti e pervertiti, cattiva. Questa legge la materia immortale ha posto e dice: "Se disponi qualche bene, prendilo da te stesso”. Tu dici "No,  da un altro". No, ma da te stesso.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 29 , § 1-4

(SPB07-08) Questo dunque cerca di sapere da te: "A scuola cosa dicevi essere esilio, prigione, catene, morte, discredito?" "Io, indifferenti”. "Ed ora cosa le dici essere? Furono forse cambiate?" "No”. "Fosti cambiato tu?" "No”. "Dì dunque cos'è indifferente”. "L’aproairetico”. "Dì anche il seguito”. "L'aproairetico nulla è per me”. "Dì anche quali cose reputavate beni”. "La proairesi e l'uso delle rappresentazioni quale si deve”. "E quale il fine?" "Seguirti”. "Dici questo anche ora?" "Dico anche ora lo stesso”. Orbene, vattene dentro con fiducia, ricordatene, e vedrai cos'è un giovane che ha studiato ciò che si deve fra gente che non ha studiato.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 30 , § 2-5

(SPB07-09) Così pertanto, anche nella vita l'opera cardinale è quella: discrimina le faccende, scindile e dì: "L'al di fuori non è in mio esclusivo potere; la proairesi è in mio esclusivo potere. Dove cercherò il bene ed il male? Dentro, in quanto è mio”. In quanto è allotrio non nominare mai né bene né male, né giovamento né danno né nient'altro di siffatto.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 2, Capitolo 5, § 4-5

(SPB07-10) Analizza chi sei. Innanzitutto un essere umano, cioè una creatura che nulla ha di più dominante della proairesi ed il resto subordinato a questa, mentre essa è inasservibile ed insubordinabile.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 2, Capitolo 10, § 1

(SPB07-11) E dunque? Non danneggerò chi mi danneggia? Innanzitutto vedi cos'è danno e ricordati di quanto sentisti dire dai filosofi. Infatti se il bene è nella proairesi ed il male allo stesso modo nella proairesi, scruta se quel che dici non è qualcosa del genere: "E dunque? Siccome quello danneggiò se stesso commettendo un'ingiustizia contro di me, io non danneggerò me stesso commettendo un'ingiustizia contro di lui?" Perché dunque non ci rappresentiamo qualcosa di siffatto ed invece laddove vi sarà qualche menomazione corporale o patrimoniale, là danno; e laddove la menomazione riguarderà la proairesi, nessun danno? A chi è ingannato o commette ingiustizia non viene mal di testa o mal d'occhi o la sciatica né perde il fondo. E noi null'altro vogliamo che questo. Se poi  avremo la proairesi rispettosa di sé e degli altri e leale oppure sfacciata e sleale, su questo non siamo neppur vicini a litigare eccetto che a scuola soltanto e finché sono discorsetti. Perciò appunto facciamo profitto finché sono discorsetti ed al di fuori di essi neppure il menomo. 
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 2, Capitolo 10, § 24-30

(SPB07-12) Dov'è il bene? -Nella proairesi.- Dov'è il male? -Nella proairesi.- Dove l'udetero? -Nell'aproairetico.- E dunque? Qualcuno di noi si ricorda di questi discorsi fuori della scuola? Qualcuno studia per rispondere lui su di sé in questo modo alle faccende come alle domande: "E' proprio giorno?" "Sì"; "E che? E' notte?" "No"; "E che? Le stelle sono in numero pari?" "Non sono in grado di dirlo”.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 2, Capitolo 16, § 1-2

(SPB07-13) Giacché dove saranno l'"io" ed "il mio", là è necessario che propenda la creatura. Se nella carne, che là sia il  dominante; se nella proairesi, che sia nella proairesi; se negli oggetti esterni, in questi. Se  quindi io sono là dov'è la proairesi, solamente così sarò amico e figlio e padre quale si deve. Giacché mi sarà utile serbare l'uomo leale, rispettoso di sé e degli altri, capace di tollerare l'intemperanza altrui, di astenersi dalla propria, capace di cooperare e custodire le relazioni umane.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 2, Capitolo 19, § 19-20

(SPB07-14) Tu indaga non quel che indagano gli altri, se hanno gli stessi genitori, se sono stati allevati assieme e dallo stesso pedagogo; ma solo quello: dove pongono il loro utile, se esternamente o nella proairesi. Se esternamente, non dirli amici; non più che leali o ben saldi o fiduciosi in se stessi o liberi; anzi neppure uomini, se vi poni mente. Giacché non è un giudizio da uomo quello che fa mordere l'un l'altro, ingiuriarsi, pigliare luoghi isolati o piazze come belve le montagne e dimostrare in tribunale modi da rapinatori. Né quello che rende non padroni di sé, adulteri, corruttori; né di quant'altre contumelie gli esseri umani si coprono vicendevolmente a causa di questo solo ed unico giudizio: il porre se stessi e quanto è loro nell'aproairetico. Se invece sentirai dire che questi, gli uomini, davvero credono il bene solo là dov'è proairesi, dov'è il retto uso delle rappresentazioni; non impicciarti più se sono figlio e padre o fratelli o sono andati a scuola insieme e sono compagni. Riconosciuto soltanto questo, dichiara con fiducia che sono amici, come anche che sono leali, che sono giusti.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 2, Capitolo 22, § 26-29

(SPB07-15) Qual è la facoltà che apre e chiude gli occhi e li distoglie da ciò da cui vanno distolti e ad altro li appressa? La visiva? No, ma la proairetica. Quale serra ed apre le orecchie? Grazie a quale si diventa indiscreti e ficcanaso o, di nuovo, immoti ad un discorso? Alla uditiva? Non ad altra che la facoltà  proairetica. E poi quand'essa vede di trovarsi con altre facoltà tutte cieche e sorde, incapaci di notare altro eccetto quelle opere per le quali sono state posizionate a farle da ministre e servitrici, mentre essa sola scorge con acutezza e vede dall'alto non solo le altre facoltà e quanto merita ciascuna, ma anche se stessa; ebbene, è la proairesi per dichiararci che qualcos'altro è più possente di lei? L'occhio aperto, che altro fa se non vedere? Ma se si deve guardare la moglie di qualcuno e come, chi lo dice? La facoltà proairetica. Se bisogna fidarsi delle parole dette o diffidare e, fidandosi, essere stuzzicati o no, chi lo dice? Non è la facoltà proairetica? E questa facoltà espressiva e di abbellire locuzioni -se proprio è una facoltà peculiare- che altro fa, qualora il discorso si imbatta su qualcosa, che imbellettare i nomignoli e comporli come i parrucchieri la chioma? Se sia meglio dire o tacere, parlare così o cosà, se questo sia confacente o non confacente, il tempo di ciascuna cosa ed il bisogno, chi altro lo dice se non la facoltà proairetica? Vuoi dunque che essa pervenga a votarsi contro?
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 2, Capitolo 23, § 9-15

(SPB07-16) "E dunque," dice, "se così sta la faccenda, può quanto fa da ministro essere migliore di ciò cui fa da ministro: il cavallo migliore del cavaliere, il cane del cacciatore, lo strumento del citarista, i servitori del re?" Cos'è che usa? La proairesi. Cos'è sollecito di tutto? La proairesi. Cosa  leva interamente di mezzo l'uomo, una volta per fame, un'altra per impiccagione, un'altra giù da un precipizio? La proairesi. E poi qualcosa è più potente di questo negli uomini? Com'è possibile che l'impedito lo sia di quanto non è soggetto ad impedimenti? Cos'è per natura capace di intralciare la facoltà visiva? La proairesi e l'aproairetico. Lo stesso vale per la facoltà uditiva, ed è allo stesso modo per la facoltà espressiva. Ma cos'è per natura capace di intralciare la proairesi? Nulla di aproairetico bensì essa, quando sia pervertita, se stessa. Per questo la proairesi diventa solo vizio o sola virtù.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 2, Capitolo 23, § 16-19

(SPB07-17) Perché non sei un pezzo di carne né peli ma proairesi: se avrai questa bella allora sarai bello. Finora non ho l'audacia di dirti che sei brutto, giacché reputo che tutto vuoi sentir dire fuorché questo. Ma vedi cosa dice Socrate al più magnifico e più giovanilmente fiorente di tutti, ad Alcibiade: "Prova dunque ad essere bello”. Che gli dice? "Plasmati la chioma e depilati le gambe?" Non sia mai! Ma: "Adorna la tua proairesi, estirpa i giudizi insipienti”.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 3, Capitolo 1, § 40-42

(SPB07-18) E scrutiamo i tuoi giudizi. Non è manifesto che tu poni nel nulla la tua  proairesi e che scruti fuori  all'aproairetico, a cosa dirà il tale e chi sembrerai essere, se un erudito, se uno che ha letto Crisippo od Antipatro? Se hai letto anche Archedemo, hai proprio tutto!
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 3, Capitolo 2, § 13

(SPB07-19) Per questo il bene pregiudica ogni legame di parentela. Nulla vi è tra me e mio padre, ma tra me ed il bene. "Sei così duro?" Sono così per natura. Questa moneta mi ha dato la materia immortale. Per questo, se il bene è altro dal bello e dal giusto, spariscono padre, fratello, patria e tutte le faccende. Che io disdegni il mio bene perché tu l'abbia, per dare spazio a te? In cambio di cosa? "Sono tuo padre!" Ma non il bene. "Sono tuo fratello”. Ma non il bene. Se però lo porremo in una retta proairesi, lo stesso serbare le relazioni diventa un bene e chi recede da certi oggetti esterni , costui centra il bene.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 3, Capitolo 3, § 5-8

(SPB07-20) A me accada di essere pigliato mentre di null'altro sono sollecito che della mia proairesi, con lo scopo di saper dominare la passione, di non essere soggetto ad impedimenti, non essere soggetto a costrizioni, di essere libero.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 3, Capitolo 5, § 7

(SPB07-21) Giacché si devono avere a portata di mano questi due principi generali: che al di fuori della proairesi nulla vi è né di bene né di male; e che non si devono precedere le faccende ma aderirvi.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 3, Capitolo 10, § 18

(SPB07-22) Forse uno può darti la notizia che concepisti male o desiderasti male? -Nient'affatto!- Ma che uno morì. Cos'è dunque per te? Che uno parla male di te. Cos'è dunque per te? Che il padre ha pronto questo e quest'altro. Contro chi? Forse contro la proairesi? E donde può? Bensì contro il  corpo, contro le coserelle. Sei salvo; non è contro di te. Ma l'arbitro dichiara che hai commesso una empietà. E nel caso di Socrate i giudici non lo dichiararono? E' forse opera tua che egli lo dichiari? -No.- Perché dunque t'importa ancora?

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 3, Capitolo 18, § 2-4

(SPB07-23) Prima differenza tra una persona comune ed un filosofo. L'uno dice: "Ahimè! Colpa del pupattolo, colpa del fratello; ahimè! colpa di mio padre”. L'altro, se mai sarà costretto a dire "Ahimè!" riflette e dice: "colpa mia". Giacché nulla di aproairetico può impedire o danneggiare la proairesi se non essa se stessa.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 3, Capitolo 19, § 1-2

(SPB07-24) Dove invece sono proairesi ed uso delle rappresentazioni, là vedrai quanti occhi ha; tanto da farti dire che Argo, al suo confronto, era cieco. Dove trovi in lui un assenso precipitoso, dove un impulso avventato, dove un desiderio fallito, dove un'avversione che incappa in quanto avversa, dove un progetto imperfetto, dove lagnanza, dove servilismo o invidia?  E' qua la sua grande attenzione e sforzo; per il resto russa supino: pace completa. Un rapinatore di proairesi non c'è, non c'è tiranno di proairesi. E del corpo? Sì. E di coserelle? Sì, ed anche di cariche ed onorificenze. Che gli importa di questo? Qualora dunque uno voglia incutergli paura per mezzo loro, il Cinico gli dice: "Va', cerca dei bimbi; è a loro che le maschere fanno paura; io invece so che sono di terracotta,  dal di dentro non c'è nulla”.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 3, Capitolo 22, § 103-106

(SPB07-25) L'opera di un altro contro la natura delle cose non diventi un male per te. Giacché tu non sei nato per farti serva la proairesi né per avere sfortuna in compagnia ma per avervi fortuna.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 3, Capitolo 24, § 1

(SPB07-26) Se disporrai di avere questo, lo avrai ovunque e vivrai fiducioso. In cosa? Nella sola cosa in cui è fattibile avere fiducia, in quanto è leale, non soggetto ad impedimenti, intoglibile, cioè nella tua proairesi.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 3, Capitolo 26, § 24

(SPB07-27) Insomma ricordati che qualunque cosa onorerai al di fuori della tua propria proairesi, mandi in malora la proairesi. E fuori non c'è soltanto una carica ma anche l'assenza di una carica, non soltanto l'impegno ma anche l'agio.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 4, Capitolo 4, § 23

(SPB07-28) -A che cosa devo dunque fare attenzione?- Innanzitutto a quei principi universali; quelli tenere a portata di mano; non dormire e non alzarsi, non bere e non mangiare, non conferire con persone sprovvisto di quelli: che nessuno è signore di una proairesi altrui e che soltanto in questa stanno il bene ed il male. Dunque nessuno è signore né di procacciarmi il bene né di precingermi del male, ma io solo ho potestà su di me a questo riguardo.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 4, Capitolo 12, § 7-8

(SPB07-29) Se dunque vedrai qualcuno che si industria per l'aproairetico e che ad esso ha subordinato la propria proairesi, sappi che questo individuo ha miriadi di persone che lo costringono, che lo impediscono. Non c'è bisogno per lui di pece o di ruota di tortura per riferire quel che sa, ma lo scrollerà, caso mai, il cennuccio di una ragazzina, il segno d'amicizia di un funzionario di Cesare, la smania per una carica, per una eredità ed altre trentamila cose simili a queste.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 4, Capitolo 13, § 21-22

(SPB07-30) La malattia è un intralcio del corpo, non della proairesi, se la proairesi non lo disporrà. Una azzoppatura è un intralcio di gamba, non di proairesi. E questo soggiungi per ciascun accadimento, giacché troverai che esso intralcia qualcos'altro ma non te.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Il Manuale, 9

 

Pilotina Stoica 08 "Saggezza"

(SPB08-01) Apollofane afferma che vi è una sola virtù: la saggezza.
175/406 = SVF 1, 90, 19

(SPB08-02) Zenone, come Platone, ci lascia in eredità una pluralità di virtù distinte come la saggezza, la virilità, la temperanza, la giustizia; e ce le lascia come inseparabili ma diverse e differenti una dall’altra. Quando definisce ciascuna di ess