10 STOIC PILOT-BOATS

 

 

''Capire la natura delle cose e dire grazie a chi ci aiuta a questo fine'

 

Pilotina Stoica 01 'Proairesi'

Sono a tutt’oggi soltanto due i filosofi che hanno dato un rilievo decisamente centrale al concetto di ‘Proairesi’ nella loro filosofia. I due filosofi sono: Aristotele (385-322 a.C.) e, circa quattro secoli dopo di lui, Epitteto (50-120 d.C.).

 Aristotele e la Proairesi

Breve cenno alla storia del termine greco ‘proàiresis’
L’uso del sostantivo greco ‘proàiresis’ e dei suoi derivati è poco attestato nella prosa greca prima della metà del IV° secolo a. C.; ed anche nella seconda metà di tale secolo compare piuttosto raramente nei testi dei principali autori i cui scritti sono pervenuti fino a noi.
Il termine non compare né negli scritti di Lisia (450-380 a.C.) né in quelli di Andocide (440-390 a.C.), ed è usato soltanto quattro volte da Isocrate (436-338 a.C.). Senofonte (430-354 a.C.) non lo utilizza mai; Platone (429-348 a.C.) lo impiega una volta soltanto, mentre esso non compare in nessun testo di Iseo (415-344 a.C.).
Il suo uso si fa leggermente più frequente nella seconda metà del IV° secolo a. C. Infatti, Licurgo (396-325 a.C.) lo usa due volte; Iperide (390-322 a.C.) ed Eschine (390-315 a.C.) entrambi tre volte; Demostene (385-322 a.C.) alcune decine di volte, ma di nuovo non compare in alcun testo di Dinarco (361-291 a.C.).

Il significato di ‘proàiresis’ nel linguaggio corrente del IV° secolo a. C.
In tutti gli autori citati, l’area semantica coperta dal temine ‘proàiresis’ e dai suoi derivati è essenzialmente l’area esprimente l’ ‘interesse personale’, l’ ‘intenzionalità’, il ‘deliberato proposito’, la ‘premeditazione’ delle azioni di un soggetto.

L’uso e l'analisi del termine ‘proàiresis’ da parte di Aristotele
Vi è universale consenso nell’attribuire ad Aristotele (385-322 a. C.), il quale è esattamente contemporaneo di Demostene, la paternità dell’introduzione del termine ‘proàiresis’ nel linguaggio filosofico.
Anche se si affacciano più o meno frequentemente in quasi tutte le opere del filosofo di Stagira, il sostantivo ‘proàiresis’ ed i diretti collegati assumono un rilievo cruciale nelle sue tre principali opere etiche: essi, infatti, compaiono almeno 105 volte nell’ ‘Etica Nicomachea’; 94 volte nell’ ‘Etica Eudemia’ e 50 volte nei ‘Magna Moralia’.

Chi aprisse l’ ‘Etica Nicomachea’ e ne iniziasse la lettura dalla prima parola del primo paragrafo del primo libro, si accorgerebbe subito della ‘proàiresis’ giacché essa è l’undicesima parola, ed il quarto sostantivo, che gli viene incontro.
È in questo trattato che Aristotele, nell’ambito della discussione degli atti volontari (ta ékousia) e involontari (ta àkousia), della virtù (areté), della non padronanza di sé (akràteia) e dell’impudenza (akolasìa), ha tentato di analizzare e di precisare la sua definizione di ‘proàiresis’.
Il risultato di tale analisi, che si presenta senza sostanziali varianti anche nelle altre due opere etiche citate, appare come una molteplicità di determinazioni polivalenti e in parte contraddittorie che hanno sempre lasciato, e continuano a lasciare, parecchia incertezza sul preciso significato da attribuire al termine ‘proàiresis’.
Questo è molto probabilmente anche uno, se non il principale, dei motivi che hanno contribuito alla scarsa comprensibilità del concetto aristotelico di ‘proàiresis’ e alla sua emarginazione dal dibattito filosofico; oltre che alla sua sostanziale intraducibilità e quindi alla mirabolante moltiplicazione di vocaboli e di perifrasi proposte in diverse lingue da diversi traduttori per rendere il temine ‘proàiresis’.
Aristotele, infatti, definisce la ‘proàiresis’ come: il ‘volontario preceduto da una deliberazione’ (probebouleuménon), oppure ‘desiderio deliberato (òrexis bouleutiké) di cose in nostro potere’ (tòn ef’emìn), oppure ‘mente desiderativa’ (noùs orektikòs) oppure ‘desiderio intellettualizzato’ (òrexis dianoetiké), o ancora ‘scelta (àiresis) di qualcosa a preferenza di un’altra’. Ma parrebbe potersi legittimamente intendere la ‘proàiresis’ aristotelica anche come ‘processo che porta al raggiungimento di un fine’ oppure come ‘il piano iniziale del processo che porta al raggiungimento di un fine’.

Qualunque cosa Aristotele intenda con il termine ‘proàiresis’, egli è comunque consistentemente coerente nel ribadire che:
1) la ‘proàiresis’ non è appannaggio degli altri animali, dei bambini in tenera età e dell’uomo in certi stati come l’ira o l’ubriachezza
2) la ‘proàiresis’ non ha mai come oggetto ‘il fine’ ma soltanto ‘i mezzi’ in nostro potere per raggiungere un certo fine
3) la ‘proàiresis’ non ha mai come oggetto delle impossibilità (adùnata) né eventi del passato
4) l’uomo può agire tanto in accordo con la propria proairesi (katà proàiresin) quanto in contrasto con la propria proairesi (parà proàiresin)

Quella che segue è la mia traduzione di tutti i passi nei quali Aristotele usa il sostantivo ‘proàiresis’ e i suoi diretti collegati nell’ ‘Etica Nicomachea’, nell’ ‘Etica Eudemia’ e nei ‘Magna Moralia’.
Se non sbaglio, capita a me di essere il primo traduttore al mondo che non cerca sinonimi o circonlocuzioni per tradurre il termine ‘proàiresis’ ed i suoi collegati. Dunque per la prima volta nella traduzione di Aristotele i seguenti vocaboli greci sono resi in italiano come segue:
-il sostantivo ‘proàiresis’ con ‘proairesi’
-l’aggettivo ‘proairetikòs’ con ‘proairetico’
-l’aggettivo ‘aproàiretos’ con ‘aproairetico’
-il verbo ‘proairèisthai’ con ‘proairesizzare’
-l’avverbio ‘aproairétos’ con ‘aproaireticamente’
-il sostantivo ‘antiproàiresis’ con ‘antiproairesi’
La lettura permetterà indubbiamente a ciascuno di farsi la sua propria e personale opinione sul significato che Aristotele intendeva dare al termine ‘proàiresis’.

(SPB01-01) ETICA NICOMACHEA

NE-LIBRO I°

NE1.1[1094a,1-3] Ogni arte, ogni metodologia razionale e similmente ogni azione e proairesi sembrano avere di mira un qualche bene. Perciò è stato correttamente dichiarato che ‘tutto ha di mira il bene’.

NE1.4[1095a,14-17] Riprendendo il discorso, poiché ogni conoscenza e proairesi è desiderio di un qualche bene, diciamo cosa sia ciò che la politica ha di mira e quale sia il sommo dei beni fattibili.

NE1.7[1097a,19-23] Questo bene in medicina è la salute, in strategia la vittoria, in edilizia la casa, in altri campi altro ancora; e comunque in ogni azione e proairesi il fine, giacché è in vista di esso che tutti operano il resto.

NE1.13[1102a,12-14] Se poi questa analisi è propria della politica, è chiaro che la ricerca potrebbe avvenire in accordo con la proairesi iniziale.

NE-LIBRO II°

NE2.4[1105a,33] Ma occorre anche che chi compie azioni virtuose le compia con una certa disposizione: in primo luogo sapendo cosa fa, poi proairesizzando e proairesizzando le azioni per se stesse, in terzo luogo operando con una disposizione salda e inamovibile.

NE2.5[1106a,2-4] Inoltre noi ci adiriamo e abbiamo paura aproaireticamente, mentre le virtù sono certe proairesi o non mancano di proairesi.

NE2.6[1106b,36-1107a,1] La virtù è dunque una disposizione proairetica, consistente in una medietà in rapporto a noi, definita dalla ragione e come la definirebbe il saggio.

NE-LIBRO III°

NE3.1[1110b,31-33] Giacché l’ignoranza nella proairesi non è causa dell’involontarietà ma della depravazione.

NE3.2[1111b,4-1112a,18] Una volta definito il ‘volontario’ e l’ ‘involontario’, proseguiamo discorrendo di proairesi, giacché essa sembra essere ciò che di più attinente vi sia alla virtù e quella che determina i caratteri più delle azioni.
La proairesi appare certo un che di volontario ma non si identifica con esso, poiché il ‘volontario’ copre un ambito più vasto. Il ‘volontario’, ma non la proairesi, infatti, ci accomuna anche ai fanciulli e agli altri animali e noi chiamiamo gli atti repentini ‘volontari’ ma non secondo proairesi. Chi afferma che la proairesi è ‘smania’ o ‘istintività’ o ‘voglia’ o ‘opinione’ non sembra parlare correttamente, giacché la proairesi non ci è comune con gli animali privi di ragione mentre invece ci accomunano ad essi smania e istintività. Anche chi è non padrone di sé opera per smania ma non per proairesi, mentre chi invece è padrone di sé a sua volta opera per proairesi e non per smania. Smania è l’opposto di proairesi, ma non smania di smania. La smania, poi, concerne qualcosa di piacevole o di spiacevole, la proairesi né lo spiacevole né il piacevole.
Ancor meno la proairesi è istintività, e gli atti istintivi sembrano essere atti nient’affatto secondo proairesi.
La proairesi non è neppure una voglia, anche se appare essere qualcosa di assai vicino ad essa. La proairesi, infatti, non concerne le impossibilità, e se qualcuno dicesse di proairesizzare cose impossibili farebbe la figura dello sciocco. La voglia, invece, può essere voglia di cose impossibili: per esempio dell’immortalità. La voglia, inoltre, è anche voglia di cose in nessun modo agite dal soggetto, come la vittoria di un certo attore o di un certo atleta. Nessuno, invece, proairesizza simili cose, bensì quanto crede possa dipendere unicamente da lui. La voglia, poi, è piuttosto voglia di un fine, mentre la proairesi concerne i mezzi per raggiungere un fine: ad esempio, vogliamo essere in buona salute e proairesizziamo i mezzi per esserlo; e diciamo anche di voler essere felici mentre non è acconcio dire che lo proairesizziamo: insomma, la proairesi appare concernere cose che sono in nostro potere.
La proairesi non sarebbe neppure opinione, giacché l’opinione sembra riguardare qualunque cosa: ciò che è eterno ed impossibile non meno di ciò che è in nostro potere. L’opinione, poi, si discrimina secondo il falso e il vero, non secondo il male e il bene, mentre la proairesi si discrimina piuttosto secondo questi ultimi. Dunque, forse nessuno identifica proairesi ed opinione in generale. [1112a] Ma neppure la identifica con un’opinione in particolare, giacché noi siamo le persone che siamo con il proairesizzare cose buone o cattive, non con l’averne un’opinione. Infatti proairesizziamo di prendere o di fuggire qualcuna di esse, mentre invece opiniamo che cosa esse siano o a chi siano utili o in che modo; ma non opiniamo affatto circa il prenderle o il fuggirle. La proairesi, poi, è lodata per essere proairesi di ciò che si deve, piuttosto che l’opinione per essere opinione in un certo modo. E noi proairesizziamo quelli soprattutto che sappiamo essere beni, mentre abbiamo opinioni anche su cose che non sappiamo affatto.
Inoltre, non paiono essere gli stessi coloro che proairesizzano in modo eccellente e coloro che hanno le più eccellenti opinioni, poiché alcuni opinano meglio e poi per viziosità scelgono ciò che non si deve scegliere. Se poi l’opinione venga prima o dopo la proairesi non fa alcuna differenza, giacché non stiamo considerando questo ma se proairesi e opinione siano la stessa cosa. Cos’è dunque e che genere di cosa è allora la proairesi, visto che non è nessuna delle cose dette? Si mostra invero essere qualcosa di volontario, ma quanto è volontario non è tutto proairetico. Sarà forse il volontario quando è preceduto da una deliberazione? La proairesi, infatti, è compagna di ragione e intelletto, e il nome stesso pare significare qualcosa che è scelto a preferenza di altre cose.

NE3.3[1113a,3-14] Il deliberato e il proairetico sono la stessa cosa, eccetto che il proairetico è già stato precedentemente definito, essendo proairetico ciò che è stato predeterminato dalla deliberazione. E ciascuno di noi cessa di cercare come opererà quando abbia ricondotto la causa basilare dell’azione a sé e alla parte dominante di sé, poiché è questa la parte che proairesizza. Questo è manifesto anche nelle primitive Costituzioni rappresentate da Omero nei suoi poemi. In esse i re annunciavano al popolo ciò che avevano proairesizzato. Poiché dunque il proairetico è qualcosa in nostro potere, desiderato in seguito a una deliberazione, la proairesi sarebbe un desiderio deliberato di cose in nostro potere, giacché dopo avere giudicato e deliberato desideriamo in accordo con la deliberazione. Si consideri così delineata schematicamente la proairesi, quali siano i suoi oggetti e che riguarda mezzi relativi ai fini. 

NE3.5[1113b,3-5] Voluto pertanto il fine, deliberando e proairesizzando i mezzi per raggiungerlo, le azioni a questo riguardo sarebbero azioni secondo proairesi e volontarie. 

NE3.8[1117a,4-6] La forma più naturale di coraggio, poi, sembra essere quella per istintività; e quando le si aggiungano proairesi e consapevolezza del fine essa diventa virilità. 

NE3.8[1117a,21-23] Si potrebbero proairesizzare i pericoli manifesti grazie al calcolo e al ragionamento, ma quelli improvvisi si affrontano secondo la disposizione del momento. 

NE-LIBRO IV° 

NE4.7[1127b,15] Il cialtrone non è tale in potenza ma in proairesi

NE-LIBRO V° 

NE5.5[1134a,2] La giustizia è quella disposizione in relazione alla quale si chiama giusto colui che pratica il giusto secondo proairesi.

NE5.6[1134a,21] Giacché un uomo potrebbe anche avere rapporti intimi con una donna sapendo con chi sta, ma senza avere come causa basilare di ciò la sua proairesi bensì per passione. 

NE5.8[1135b,8-11] Degli atti volontari, poi, alcuni li compiamo per proairesi, altri senza averli proairesizzati; proairetici essendo quelli che sono stati predeliberati, aproairetici quelli non predeliberati. 

NE5.8[1135b,25] Qualora invece l’ingiuria origini dalla proairesi, allora l’individuo è ingiusto e depravato.

NE5.8.[1136a,1] Se il danno originasse dalla proairesi, allora si commette ingiustizia.

NE5.8.[1136a,4] E similmente il giusto è tale qualora operi il giusto avendolo proairesizzato.

NE5.11[1138a,22] Inoltre, l’azione ingiusta è volontaria, origina dalla proairesi, ed è anteriore ad ogni provocazione. 

NE-LIBRO VI° 

NE6.2[1139a,21-27] Quello che nell’intelletto sono negazione e affermazione, nell’ambito del desiderio sono perseguimento e fuga. E così, dal momento che la virtù etica è una disposizione proairetica e la proairesi è desiderio deliberato, se la proairesi deve essere virtuosa bisogna appunto che il ragionamento sia vero e il desiderio sia retto, ossia che la ragione affermi e il desiderio persegua le medesime cose. 

NE6.2[1139a,32-34] Causa basilare dell’azione morale è dunque la proairesi, che è ciò da cui origina il movimento ma non ciò per cui esso avviene. Causa della proairesi, poi, sono desiderio e ragionamento diretto a un fine. Perciò la proairesi non è mai disgiunta da mente, intelletto e disposizione etica. 

NE6.2[1139b,5-8] Perciò la proairesi è mente desiderativa o desiderio intellettualizzato e questa causa basilare è l’uomo. Non può essere proairetico alcun evento del passato: nessuno proairesizza, per esempio, di avere devastato Troia.

NE6.12[1144a,19-21] Pertanto esiste un modo per fare ciascuna cosa così da essere virtuoso: dico agendo per proairesi ossia avendo per scopo delle azioni rette le azioni stesse. E dunque è la virtù a far sì che la proairesi sia retta.

NE6.13[1145a,4-6] La proairesi non sarà retta senza saggezza e senza virtù. Giacché la saggezza ci fa porre il fine e la virtù ci fa operare le azioni atte a raggiungerlo.

NE-LIBRO VII°

NE7.4[1148a,4-11] Di coloro che sono non padroni di sé nelle fruizioni corporali in relazione alle quali definiamo l’individuo temperante e quello intemperante, colui che non proairesizzando bensì in contrasto con la propria proairesi e il proprio intelletto insegue gli eccessi nelle cose piacevoli e fugge quelli delle cose spiacevoli come fame, sete, caldo, freddo e tutto quanto ha a che fare con tatto e gusto: ebbene costui si chiama non padrone di sé senza ulteriori qualificazioni.

NE7.4[1148a,17-19] Gli individui padroni di sé e quelli non padroni di sé sono tali in relazione agli stessi oggetti ma non nello stesso modo, giacché i primi proairesizzano mentre i secondi non proairesizzano.

NE7.6[1149b,35] Le bestie, infatti, non hanno proairesi né contezza alcuna di sè e stanno fuori della natura umana, come i pazzi.

NE7.7[1150a,18-21] Colui che insegue gli eccessi nelle cose piacevoli o i necessari piaceri in eccesso e lo fa per proairesi, per gli eccessi in quanto tali e non per riuscire ad altro: ebbene costui è intemperante.

NE7.7[1150a,23-27] Similmente intemperante è colui che fugge le sofferenze corporali non perché sopraffatto ma per proairesi. Di coloro, poi, che non proairesizzano, gli uni si lasciano guidare dal piacere, gli altri dal fuggire la sofferenza che deriva dalla smania.

NE7.8[1150b,29-31] L’intemperante, come abbiamo detto, non è incline al pentimento poiché persiste per proairesi. Invece, chiunque sia non padrone di sé è incline al pentimento. 

NE7.8[1151a,7-8] È dunque manifesto che la non padronanza di sé non è un vizio. Ma forse lo è in un certo senso, giacché la non padronanza di sé è tale in contrasto alla proairesi, mentre il vizio è secondo proairesi

NE7.9[1151a,29-35] Pertanto, come ci chiedevamo problematicamente prima, è padrone di sé colui che persiste in un ragionamento qualsivoglia e una qualsivoglia proairesi oppure colui che persiste nella retta proairesi? Ed è non padrone di sé colui che non persiste in una qualsivoglia proairesi e in un ragionamento qualsivoglia oppure colui che persiste in un falso ragionamento e in una proairesi scorretta? Oppure uno persiste in una opinione qualunque accidentalmente, ma in essenza nel ragionamento vero e nella retta proairesi mentre l’altro non vi persiste?

NE7.10[1152a,10-14] Nulla impedisce che il valente parlatore sia non padrone di sé (……..), poiché l’uomo saggio e l’abile parlatore sono vicini quanto a parole ma differiscono quanto a proairesi.

NE7.10[1152a,17-18] Chi non è padrone di sé….non è malvagio. Infatti, la sua proairesi è acquiescente: sicché è malvagio a metà.

NE-LIBRO VIII° 

NE8.5[1157b,30-32] L’affezionamento, infatti, è rivolto non meno agli esseri inanimati, mentre coloro che ricambiano l’amicizia lo fanno con proairesi e la proairesi ha a che fare con una disposizione. 

NE8.13[1163a,22-24] Nelle amicizie fondate sulla virtù non ci sono incolpazioni e la proairesi di chi compie il beneficio assomiglia ad un’unità di misura, giacché dominante per la virtù e il carattere è la proairesi

NE-LIBRO IX° 

NE9.1[1164b,1-3] Tale è l’amicizia che il contraccambio va fatto in accordo con la proairesi, giacché questa è propria dell’amico e della virtù. 

NE-LIBRO X° 

NE10.8[1178a,35] Vi è disaccordo se più dominante per la virtù sia la proairesi o siano le azioni, poiché essa potrebbe essere in entrambe.

NE10.9[1178b,35] Se, dunque, di queste virtù come pure dell’amicizia e del piacere abbiamo detto schematicamente a sufficienza, dobbiamo ritenere raggiunto il fine che si era proposto la nostra proairesi.

(SPB01-02) ETICA EUDEMIA

EE-LIBRO I°

EE1.2[1214b,7] Una volta stabilito riguardo a ciò, che chiunque può vivere secondo la propria proairesi pone qualcosa a scopo del vivere bene: l’onore, la fama, la ricchezza o l’educazione (…) è necessario (…) definire in cosa consista (…) il vivere bene.

EE1.4[1215b,1] (…) vediamo che sono anche tre i tipi di vita che quanti ne hanno per caso facoltà proairesizzano tutti di vivere: la vita politica, quella filosofica, quella di piacere. 

EE1.5[1216a,26] Ma la maggior parte di quanti sono impegnati in politica impropriamente sono così designati, giacché non sono veri politici. Il politico, infatti, è colui che proairesizza le azioni nobili per loro stesse, mentre i più abbracciano questo modo di vita per la roba e per interesse.

EE-LIBRO II° 

EE2.5[1222a,31] Sicché anche le disposizioni proairetiche all’esercizio atletico saranno più favorevoli alla salute in accordo con ambedue le differenti scelte.

EE2.6[1223a,17-19] Tutti invero ammettiamo che ciascun individuo sia la causa di tutto ciò che è volontario e in accordo con la sua propria proairesi, mentre invece di quanto è involontario egli non sia la causa. Ed è manifesto che tutto ciò che è proairesizzato è anche volontario. 

EE2.7[1223a,21-23] Dobbiamo anche prendere in esame cosa siano il volontario e l’involontario e cosa sia la proairesi, poiché virtù e vizio sono definiti per mezzo di essi.

EE2.7[1223a,23-25] Volontario e involontario sembrerebbero essere riconducibili a una di queste tre conformità o difformità: col desiderio, con la proairesi o con l’intelletto.

EE2.8[1223b,39] Che il volontario non sia neppure ciò che è secondo proairesi è manifesto da questo che segue.

EE2.8[1224a,3] Molte cose che noi vogliamo le facciamo repentinamente, mentre nessuno proairesizza nulla repentinamente.

EE2.8[1224a,6] Siccome abbiamo stabilito che il volontario è necessariamente una di queste tre cose: conforme a desiderio o a proairesi o ad intelletto, e siccome non è conforme alle prime due, rimane che consista nell’operare in un certo modo dell’intelletto. 

EE2.8[1225a,13] Egli infatti semplicemente non proairesizza quello stesso che fa ma ciò per cui lo fa. 

EE2.9[1225a,39] Concludendo, poiché il volontario non è definito né dal desiderio né dalla proairesi, rimane che sia da definirsi conforme all’intelletto. 

EE2.10[1225b,18-1226a,33] Dopo ciò parliamo di proairesi, ragionando delle difficoltà che sorgono circa di essa. Infatti si potrebbe dubitare su quale genere di cosa la proairesi sia per natura, in quale classe di cose vada posta e se il volontario e il proairetico siano o non siano la stessa cosa. Alcuni soprattutto affermano, e così potrebbe parere ad uno che faccia questa ricerca, che la proairesi sia una di queste due cose: o opinione o desiderio, poiché ambedue queste cose paiono comprenderla. Eppure è evidente che la proairesi non è desiderio. Infatti, allora sarebbe o voglia o smania o istintività, giacché nessuno desidera senza avere prima sperimentato queste sensazioni. Ma istintività e smania esistono anche nelle belve, non però la proairesi. Inoltre anche coloro che sperimentano entrambe queste sensazioni, pure proairesizzano spesso senza istintività e senza smania; e quando sono soggetti alle passioni non proairesizzano ma si fanno forza. Inoltre smania e istintività sono sempre accompagnate da affanno, mentre invece noi proairesizziamo spesso senza affanno. Ma invero neppure sono la stessa cosa voglia e proairesi. Alcuni di noi vogliono infatti certe cose anche sapendo che sono impossibili; per esempio, regnare su tutti gli uomini ed essere immortali. Invece nessuno proairesizza qualcosa quando sa che è impossibile, e neppure proairesizza qualcosa di possibile, qualora creda che il farlo o non farlo non dipende da lui. Sicché è manifesto che necessariamente il proairetico è una di quelle cose che sono in nostro potere. Similmente è manifesto che proairesi non è opinione né ciò che uno semplicemente crede, poiché abbiamo visto che il proairetico è una di quelle cose che sono in nostro potere, mentre noi opiniamo anche molte cose che non sono in nostro potere, per esempio sulla diagonale incommensurabile [del quadrato di lato unitario]. Inoltre la proairesi non è vera o falsa. La proairesi non è neppure l’opinione di cose fattibili e in nostro potere, per cui ci capita di credere di dover fare o non fare qualcosa: questo è comune all’opinione e alla voglia. Nessuno, poi, proairesizza un fine bensì i mezzi per raggiungere un fine. Dico, per esempio, che nessuno proairesizza di stare in buona salute, ma di passeggiare o di restare seduto per stare in buona salute; né di essere felice, ma di fare affari o di rischiare per poter essere felice; e insomma colui che proairesizza sempre manifesta ‘cosa’ e ‘per che cosa’ lo fa. Il ‘per che cosa’ è ciò in vista di cui un’altra cosa è proairesizzata, mentre il ‘cosa’ è qualunque cosa è proairesizzata in vista di un’altra. L’uomo vuole, poi, soprattutto il fine ed opina che tali siano il dover essere in buona salute e lo star bene. Sicché è manifesto da ciò, che opinione e voglia sono altro da proairesi. Voglia e opinione sono specialmente del fine, mentre la proairesi non riguarda il fine. È pertanto manifesto che la proairesi non è né voglia, né opinione né semplicemente concezione. In che cosa differisce, allora da queste? E in quale relazione è con il volontario? La risposta a queste domande chiarirà anche cos’è la proairesi. Ora, delle cose che possono essere o non essere ve ne sono di tali che ammettono di essere deliberate da parte nostra, mentre altre non lo ammettono. Vi sono, infatti, cose che possono essere o non essere ma la cui genesi non è in nostro potere e avviene, nel caso di alcune, per opera di natura; nel caso di altre per opera di altre cause. Circa queste cose nessuno porrebbe mano, sapendolo, a deliberare. Alcune cose, invece, ammettono non soltanto di esistere oppure no, ma anche di essere deliberate dagli uomini; e sono le cose che è in nostro potere fare o non fare. Perciò noi non deliberiamo sulle faccende indiane né sulla quadratura del cerchio, giacché le faccende indiane sono cose non in nostro potere, mentre le cose proairetiche e fattibili sono in nostro potere, e la quadratura del cerchio non è fattibile, ragion per cui è anche manifesto che la proairesi non è semplicemente opinione. 

EE2.10[1226b,2-9] Siccome la proairesi non è né opinione né voglia separatamente e neppure è entrambe le cose, (nessuno, infatti, proairesizza repentinamente ma a tutti repentinamente pare di dover fare qualcosa e tutti repentinamente vogliono) sembra che debba effettivamente sorgere da entrambe, giacché entrambe esistono in colui che proairesizza. Bisogna allora analizzare come questo avvenga, e il nome stesso chiarisce il come. La proairesi, infatti, è una scelta; non una semplice scelta ma la scelta di qualcosa a preferenza di un’altra. E questo non è possibile senza analisi e senza deliberazione. Perciò la proairesi è originata da un’opinione deliberativa. 

EE2.10[1226b,14-23] Se in effetti nessuno proairesizza senza essersi preparato e senza avere deliberato o peggio o meglio; e inoltre delibera, tra le cose che possono essere o non essere, quei mezzi per un certo fine che sono in nostro potere, è manifesto che la proairesi è un desiderio deliberato di cose in potere del soggetto. Noi deliberiamo tutto ciò che proairesizziamo e però non proairesizziamo tutto ciò che deliberiamo. Chiamo, poi, deliberato quel desiderio di cui principio e causa è la deliberazione, e quando si desidera grazie all’avere deliberato. Perciò la proairesi non esiste negli altri animali né in ogni età dell’uomo né in ogni sua condizione. 

EE2.10[1226b,33-37] È necessario che tutto quanto è proairetico sia volontario mentre non tutto il volontario è proairetico, e che tutto ciò che avviene secondo proairesi sia volontario mentre ciò che è volontario non è tutto secondo proairesi

EE2.10[1227a,2-5] Che la proairesi non sia semplicemente voglia né opinione, è manifesto; ma è sia opinione che desiderio quando essi siano la conclusione di una deliberazione. 

EE2.10[1227a,37-1227b,12] È pertanto necessario che sia l’inganno sia la proairesi muovano dalla medietà verso i contrari; e contrari sono il più e il meno rispetto alla medietà. Causa ne sono il piacere e il dolore. Le cose stanno infatti in modo che il piacevole appare all’animo buono e ancora migliore quanto più piacevole; e il doloroso cattivo e ancora peggiore quanto più doloroso. Così è manifesto anche da ciò che virtù e vizio hanno a che fare con piaceri e dolori, poiché capita che questi siano in relazione con cose proairetiche e la proairesi lo sia con bene, male e i pareri al riguardo, essendo per natura piacere e dolore cose del genere. Siccome la virtù morale è essa stessa una certa medietà tutta coinvolta con piaceri e dolori, e il vizio consiste in un eccesso o una carenza circa le medesime cose che concernono la virtù; è necessario che la virtù sia la disposizione morale proairetica di medietà in relazione a noi nelle cose piacevoli e dolorose, secondo che si dice essere di una certa qualità morale l’individuo che si rallegra o quello che si affligge, giacché non si dice che abbia una certa qualità morale semplicemente colui che ama il dolce o colui che ama l’amaro. 

EE2.11[1227b,13-15] Una volta definite queste questioni, discutiamo se la virtù metta la proairesi al riparo dalle aberrazioni e renda retto il fine così che si proairesizzi ciò che bisogna proairesizzare oppure, come sembra ad alcuni, renda retta la ragione.

EE2.11[1227b,37-1228a,5] Il fine è ciò per cui si opera qualcosa e ogni proairesi, infatti, è proairesi di qualcosa e per qualcosa. Il ‘qualcosa per cui’ ossia il fine è la medietà, causa della proairesizzazione del quale è la virtù mentre la proairesi non è proairesi di questo fine ma dei mezzi per raggiungere questo fine. Dunque il centrare questi mezzi, ossia quanto si deve fare in vista del fine è affare di un’altra facoltà, mentre la causa della rettitudine del fine della proairesi è la virtù. Perciò è dalla proairesi che noi giudichiamo chi un individuo sia, cioè guardando non che cosa fa ma per che cosa lo fa. E similmente anche il vizio, per i motivi opposti, opera sulla proairesi

EE2.11[1228a,12-19] E poi, benché l’attività sia presa in esame più della virtù, noi lodiamo e denigriamo tutti guardando alle loro proairesi più che alle loro opere, dal momento che le persone fanno cose ignobili anche per costrizione, cose che nessuno proairesizza. Inoltre, non essendo facile vedere di quale sorta sia la proairesi, siamo per questo costretti a giudicare dalle opere di quale sorta un uomo sia, e dunque la sua attività è più considerata, ma più lodabile è la sua proairesi.

EE-LIBRO III° 

EE3.1[1228a,23-25] È stato detto in termini generali che vi è nelle virtù una medietà e che esse sono disposizioni proairetiche. È stato anche detto che i loro opposti sono i vizi e quali questi siano. 

EE3.1[1230a,27] Ma poiché ogni virtù è proairetica (…) 

EE3.6[1233a,31-33] Esiste anche l’uomo munifico, munifico non in una qualunque azione guidata dalla proairesi ma in fatto di spesa.

EE3.1[1233a,37-40] Uomo davvero munifico è colui che, in fatto di grandi spese, è proairetico della appropriata grandezza di esse, e desideroso a loro riguardo di una siffatta medietà. 

EE3.7[1234a,24-26] Tutte queste medietà sono lodevoli ma non sono virtù, né i loro contrari sono vizi se non coinvolgono la proairesi.

EE-LIBRO VII°

EE7.2[1236b,3-4] Da ciò è chiaro che il primo tipo di amicizia, quella dei virtuosi, è mutua reciprocità di amicizia e di proairesi (antiproairesi).

EE7.2[1236b,5-7] Questo tipo di amicizia esiste soltanto tra gli uomini, giacché soltanto l’uomo ha coscienza della proairesi. Le altre amicizie, invece, esistono anche tra le belve.

EE7.2[1237a,30-35] E se amare attivamente con piacere è reciprocazione proairetica (antiproairesi) della mutua conoscenza, è manifesto che, nel complesso, il primo tipo di amicizia è reciprocazione proairetica (antiproairesi) di cose buone e piacevoli in quanto buone e piacevoli; e l’amicizia stessa è una disposizione dalla quale sorge siffatta proairesi.

EE7.7[1241a,19-23] Giacché è possibile pensare e desiderare cose contrarie, come nel caso di chi non è padrone di sé, nel quale questa discordia occorre. E se l’amico concorda con l’amico quanto a proairesi, può però non concordare con lui quanto a desiderio. La concordia è tra i virtuosi; mentre gli insipienti, quando proairesizzano e desiderano le stesse cose, si danneggiano l’un l’altro.

EE7.7[1241a,26-28] Vi è poi un altro tipo di amicizia per la quale anche gli insipienti concordano, qualora abbiano proairesi e desiderio delle medesime cose.

EE7.7[1241a,32-34] Vi è concordia qualora circa il comandare e l’essere comandati si abbia la medesima proairesi

EE7.10[1243a,33] L’amicizia politica, dunque, bada ai patti e agli affari, mentre l’amicizia etica guarda alla proairesi.

EE7.10[1243b,3] Sicché è chiaro che bisogna discriminare tra questi casi, poiché se essi sono amici eticamente bisogna guardare alla proairesi.

EE7.10[1243b,10] Ed è manifesto che l’amicizia etica è amicizia secondo proairesi.

EE-LIBRO VIII°

EE8.3[1249a,3-5] Gli Spartani (…) sono uomini valenti (…) ma non virtuosi, giacché non fanno e non proairesizzano belle azioni per se stesse ma per procurarsi altri beni.

(SPB01-03) MAGNA MORALIA

MM-LIBRO I° 

MM1.1[1181a,23-24] Siccome proairesizziamo di parlare di Etica, in primo luogo dovremo analizzare di quale branca della filosofia faccia parte lo studio del carattere. 

MM1.11[1187b,15-19] Causa basilare dell’azione tanto virtuosa che viziosa è la proairesi, la voglia di agire, tutta la nostra parte razionale. Quindi è manifesto che anche queste cause prime mutano e che i nostri cambi di azione sono volontari. Sicché anche la causa basilare proairesi muta volontariamente. 

MM1.11[1187b,29-30] Chi proairesizza di essere il più virtuoso uomo al mondo tale non sarà, pur se sarà migliore, ove non ci fosse anche la natura a soccorrerlo in ciò. 

MM1.17[1189a,1-1189b,9] Rimane ancora da esaminare la proairesi, se essa sia desiderio oppure no. Ora, il desiderio si ingenera anche negli altri animali e tuttavia essi non hanno proairesi, giacché proairesi va con ragione e la ragione non appartiene a nessun altro animale. Pertanto la proairesi non potrebbe essere desiderio. Potrebbe essere voglia? O neppure questo? La voglia è anche voglia di cose impossibili. Per esempio: noi vogliamo essere immortali ma non lo proairesizziamo. Inoltre, la proairesi non è proairesi del fine ma dei mezzi per un fine. Ad esempio, nessuno proairesizza di stare in buona salute, mentre invece noi proairesizziamo il mezzo: camminare o correre, per stare in buona salute. I fini, invece, li vogliamo. Infatti vogliamo stare in buona salute. Sicché è manifesto anche così che proairesi e voglia non sono la stessa cosa. La proairesi è quello che dice anche il suo stesso nome. Ad esempio, noi proairesizziamo qualcosa al posto di qualcos'altro, come il meglio invece del peggio. Qualora, dunque, noi permutiamo il peggio con il meglio in fatto di scelta, ecco che qui parrebbe avere attinenza il proairesizzare. Poiché la proairesi non è nulla di tutto ciò, è essa forse l’attività dell’intelletto? O non è neppure questo? Noi infatti pensiamo e opiniamo molte cose con l’intelletto. Ma tutto ciò che pensiamo, lo proairesizziamo anche? O no? Spesso, infatti, pensiamo agli affari Indiani; ma certo non li proairesizziamo e dunque la proairesi non è neppure intelletto. Siccome dunque la proairesi non è nessuna di queste cose singolarmente presa e questi sono i fenomeni che avvengono nell’animo, necessariamente la proairesi deve essere la composizione in coppia di alcuni di essi. Poiché, allora, la proairesi è, come abbiamo detto in precedenza, proairesi dei mezzi per raggiungere un fine e non del fine, dei mezzi a noi possibili e delle alternative circa la scelta di questo o di quest’altro; è manifesto che si dovrebbe prima riflettere su di esse e deliberare in merito. Successivamente, quando ci paia di avere riflettuto al meglio, vi è un impulso ad agire in conseguenza e, facendo questo, ci sembra di agire secondo proairesi. Se quindi la proairesi è un desiderio deliberato conseguente ad una attività dell’intelletto, il ‘volontario’ non è la stessa cosa del proairetico. Infatti, noi facciamo molte cose volontarie prima di riflettere e di deliberare. Per esempio, ci sediamo, ci alziamo e compiamo molti altri simili atti volontari senza averci riflettuto; mentre tutto ciò che è proairetico dovrebbe essere conseguente ad una attività dell’intelletto. Dunque il ‘volontario’ non è tutto proairetico, mentre tutto il proairetico è ‘volontario’, giacché se proairesizziamo di fare qualcosa dopo averlo deliberato, agiamo volontariamente. Vi sono anche alcuni legislatori che paiono definire diversamente il ‘volontario’ e il ‘per proairesi’', disponendo pene minori per i delitti volontari che per quelli ‘per proairesi’. La proairesi concerne azioni pratiche, quelle che è in nostro potere fare o non fare, fare così o non così, e che hanno un ‘perché’.

MM1.17[1189b,13] Nelle azioni pratiche, nelle quali è coinvolta la proairesi, non è così. 

MM1.17[1189b,16-18] A seconda delle contingenze, noi proairesizziamo le azioni pratiche che ci appaiano migliori e per ciò agiamo.

MM1.19[1190b,2-6] Quando gli altri uomini ne vedono uno virtuoso lo giudicano dalle sue azioni, essendo impossibile venire in chiaro sul come sia atteggiata la proairesi altrui. Se, infatti, fosse possibile sapere com’è atteggiata la mente altrui verso il bello morale, allora chi è virtuoso apparirebbe tale anche senza bisogno di guardare alle sue azioni. 

MM1.34[1196b,27-34] Ora, le parti deliberativa e proairetica dell’animo umano hanno a che fare con le cose percepibili e mutevoli, insomma con tutto ciò che è soggetto a generarsi e a perire. Giacché noi deliberiamo su cose che, una volta da noi proairesizzate, è in nostro potere fare o non fare, ossia cose che ammettono da parte nostra voglia e proairesi di farle o di non farle. Si tratta di cose percepibili e suscettibili di mutamento; sicché la parte proairetica dell’animo umano ha a che fare con l’ordine delle cose percepibili.

MM1.34[1197a,14-16] Sicché la prudenza sarebbe una disposizione proairetica e pratica su cose che è in nostro potere fare e non fare, cose che hanno per scopo quanto ci è utile. 

MM1.34[1197b,23-25] Giacché proprio dell’uomo prudente e della prudenza è l’avere di mira l’ottimo e di farlo sempre oggetto della propria proairesi e della propria pratica. 

MM1.34[1198a,2] Vi sono invero anche eccellenze sia per carattere che per proairesi.

MM1.34[1198a,5-6] La virtù naturale, quando le si aggiungano ragione e proairesi, diventa virtù perfetta.

MM1.34[1198a,8-13] Né, a loro volta, ragione e proairesi si perfezionano in virtù se manca l’impulso naturale. Perciò Socrate non parlava rettamente quando diceva che la virtù è ragione e che di nessun pro è fare azioni virili e giuste quando non si sa cosa si fa e non si proairesizza secondo ragione.

MM1.34[1198a,16-18] Se qualcuno facesse azioni giuste senza alcuna proairesi di esse né conoscenza di ciò che è moralmente bello, ma per impulso irrazionale (…); azioni simili non hanno titolo a lode alcuna.

MM-LIBRO II°

MM2.12[1212a,18-22] Giacché, in primo luogo, la concordia non è tale a pensieri ma nella pratica; e non in quella pratica per cui due persone la pensano concordemente, ma quella in cui, pensando la stessa cosa, hanno proairesi concordi sul risultato cui pensano.

Epitteto e la Proairesi

A differenza dell’uso aristotelico, l’uso che Epitteto fa del sostantivo ‘proàiresis’ e dei suoi collegati non lascia invece adito ad alcun dubbio. Egli definisce la ‘proàiresis’ in modo chiarissimo, restituendole così piena legittimità di termine filosofico.
Senza alcuna pretesa ad una esaustività che qui sarebbe fuori luogo e forse noiosa, il quadro può brevemente essere riassunto in questo modo.

‘Proairesis’ è il nome che Epitteto dà alla facoltà razionale il cui possesso differenzia l’uomo da tutte le altre creature viventi. Egli precisa che essa è una facoltà:
1)      autoteoretica
2)      inasservibile e insubordinabile
3)      capace di usare le rappresentazioni e di comprenderne l’uso
4)      parte egemone (egemonikòn) dell’animo umano, ossia parte alla quale tutte le altre facoltà umane sono subordinate ed alla quale fa capo la catena di comando che ci fa operare in un certo modo oppure in un altro.

La proairesi umana è pienamente all’opera quando l’uomo usa:
a)      desiderio e avversione
b)      impulso e repulsione
c)       assenso e dissenso
ed è strutturalmente operante attraverso due ‘giudizi di giudizi’ o ‘Supergiudizi’ che si possono chiamare ‘Diairesi’ e ‘Controdiairesi’.

La ‘Diairesi’ è il supergiudizio capace, di fronte a giudizi ordinari riferentisi a qualunque situazione, di distinguere ciò che è in nostro esclusivo potere (le cose proairetiche) e ciò che non lo è (le cose aproairetiche).

La ‘Controdiairesi’ è il supergiudizio che, di fronte a giudizi ordinari riferentisi a qualunque situazione, decreta invece proairetico ciò che è aproairetico, dunque essere in nostro esclusivo potere ciò che non è in nostro esclusivo potere; oppure essere aproairetico ciò che invece è proairetico, dunque non essere in nostro esclusivo potere ciò che invece è in nostro esclusivo potere.

Ne consegue che la proairesi umana può atteggiarsi in due modi diversi: diaireticamente oppure controdiaireticamente. E siccome l'uomo è la sua proairesi ecco che, a differenza di Aristotele, per Epitteto comunque l'uomo agisca egli non può mai agire in contrasto con la propria proairesi (parà proàiresin).

Giacché nulla può sostituire la lettura dei testi, quelli che seguono sono brani scelti tratti da vari libri delle Diatribe, nei quali Epitteto delinea magistralmente il suo concetto di Proairesi secondo le linee sopra esposte e ci invita a farne un cardine della nostra interpretazione del mondo e del nostro operare.

(SPB01-04) "Dì i segreti”. Non li dico: giacché questo è in mio esclusivo potere. "Ma ti incatenerò”. O uomo, che dici? Me? Incatenerai la mia gamba, ma la proairesi neppure Zeus può vincerla. "Ti butterò in prigione”. Butterai in prigione il mio corpicino. "Ti decapiterò”. E quando mai ti dissi che solo il mio collo non è mozzabile? Questo dovrebbero studiare coloro che fanno filosofia, questo scrivere ogni giorno, in questo allenarsi.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 1 , § 23-25

(SPB01-05) Soltanto, analizza a quanto vendi la tua proairesi. Se non altro, o uomo, non venderla a poco. Il grande e singolare conviene senz'altro ad altri, a Socrate ed agli uomini siffatti.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 2, § 33

(SPB01-06) Vengo quindi da questo interprete e sacrificatore e dico: "Esaminami le viscere, cosa mi significano”. Lui le prende, le sbroglia, poi spiega: "Uomo, tu hai una proairesi per natura delle cose non soggetta ad impedimenti e non soggetta a costrizioni. Qui, nelle viscere, questo è stato scritto. Te lo mostrerò innanzitutto nell'ambito dell'assenso. Può forse qualcuno impedirti di annuire al vero? Neppur uno. Può forse qualcuno costringerti ad accettare il falso? Neppur uno. Vedi che in questo ambito il proairetico l'hai non soggetto ad impedimenti, non soggetto a costrizioni, disimpacciato? Orsù, è diverso nell'ambito del desiderio e dell'impulso? Chi può vincere un impulso se non un altro impulso? Chi un desiderio ed un'avversione se non un altro desiderio ed un'altra avversione?" "Se," qualcuno dice, "uno mi appresserà la paura della morte, mi costringe”. "Non è quanto viene appressato a costringerti, ma è che reputi meglio fare una di queste cose che morire. Di nuovo dunque il tuo giudizio ti costrinse; ossia proairesi costrinse proairesi. Se infatti la parte peculiare che Zeus ci diede spiccandosela, egli avesse strutturato soggetta ad impedimenti o costrizioni sue o di qualcun altro, non sarebbe più materia immortale né sarebbe sollecita di noi nel modo dovuto. Questo trovo" dice, "nelle vittime sacrificali. Questo ti significano. Se lo disporrai sei libero. Se lo disporrai non biasimerai nessuno, non incolperai nessuno, tutto sarà secondo l'intelligenza insieme tua e quella di Zeus”. Per questo dono divinatorio vengo da questo sacrificatore e filosofo, non ammirando lui per la spiegazione ma quello che spiega.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 17, § 20-29

(SPB01-07) -"Ma il tiranno incatenerà"- Cosa? La gamba. -"Ma staccherà"- Cosa? Il collo. Cosa non incatenerà e non staccherà? La proairesi. Per questo gli antichi prescrivevano il "Riconosci te stesso".

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 18, § 17

(SPB01-08) Cos'è dunque educarsi a diairesizzare? Imparare ad adattare i naturali pre-concetti alle particolari sostanze in modo consono alla natura delle cose e, orbene, a discriminare che, delle cose, alcune sono in nostro esclusivo potere mentre altre non sono in nostro esclusivo potere. Sono in nostro esclusivo potere la proairesi e tutte le opere della proairesi; non sono in nostro esclusivo potere il corpo, le parti del corpo, patrimoni, genitori, fratelli, figlioli, patria, insomma i soci. Dove porremo dunque il bene? A quale sostanza lo adatteremo? A quella in nostro esclusivo potere? -E poi non sono beni salute del corpo, integrità fisica, vita e neppure figlioli, genitori, patria?- E chi ti tollererà? Alloghiamolo dunque di nuovo qua. E' fattibile che sia felice chi subisce danno e fallisce il bene? -Non è fattibile.- E che serbi verso i soci la condotta che si deve? E com'è fattibile? Giacché io sono nato per il mio utile. Se mi è utile avere un fondo, mi è utile anche sottrarre quello di chi mi è dintorno; se mi è utile avere una toga, mi è utile anche rubarla alle terme. Di qua guerre, conflitti civili, tirannie, insidie.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 22, § 9-14

(SPB01-09) Se questo è vero e noi non battiamo la fiacca né recitiamo quando diciamo che il bene ed il male dell'uomo stanno nella proairesi mentre tutto il resto è nulla per noi; perché siamo ancora sconcertati, perché abbiamo ancora paura? Su quanto ci industriamo nessuno ha potestà; di ciò su cui gli altri hanno potestà, di questo non ci impensieriamo. Che fastidi abbiamo ancora?

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 25, § 1-2

(SPB01-10) Sostanza del bene è un certo modo della proairesi; del male, un certo modo della proairesi. Cosa sono dunque gli oggetti esterni? Materiali per la proairesi, sui quali rivolgendosi essa centrerà il proprio peculiare bene o male. Come centrerà il bene? Se non si infatuerà dei materiali. Giacché i giudizi sui materiali, se sono retti fanno la proairesi buona; se scorretti e pervertiti, cattiva. Questa legge la materia immortale ha posto e dice: "Se disponi qualche bene, prendilo da te stesso”. Tu dici "No, da un altro". No, ma da te stesso.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 29 , § 1-4

(SPB01-11) Questo dunque cerca di sapere da te: "A scuola cosa dicevi essere esilio, prigione, catene, morte, discredito?" "Io, indifferenti”. "Ed ora cosa le dici essere? Furono forse cambiate?" "No”. "Fosti cambiato tu?" "No”. "Dì dunque cos'è indifferente”. "L’aproairetico”. "Dì anche il seguito”. "L'aproairetico nulla è per me”. "Dì anche quali cose reputavate beni”. "La proairesi e l'uso delle rappresentazioni quale si deve”. "E quale il fine?" "Seguirti”. "Dici questo anche ora?" "Dico anche ora lo stesso”. Orbene, vattene dentro con fiducia, ricordatene, e vedrai cos'è un giovane che ha studiato ciò che si deve fra gente che non ha studiato.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 30 , § 2-5

(SPB01-12) Così pertanto, anche nella vita l'opera cardinale è quella: discrimina le faccende, scindile e dì: "L'al di fuori non è in mio esclusivo potere; la proairesi è in mio esclusivo potere. Dove cercherò il bene ed il male? Dentro, in quanto è mio”. In quanto è allotrio non nominare mai né bene né male, né giovamento né danno né nient'altro di siffatto.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 2, Capitolo 5, § 4-5

(SPB01-13) Analizza chi sei. Innanzitutto un essere umano, cioè una creatura che nulla ha di più dominante della proairesi ed il resto subordinato a questa, mentre essa è inasservibile ed insubordinabile.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 2, Capitolo 10, § 1

(SPB01-14) E dunque? Non danneggerò chi mi danneggia? Innanzitutto vedi cos'è danno e ricordati di quanto sentisti dire dai filosofi. Infatti se il bene è nella proairesi ed il male allo stesso modo nella proairesi, scruta se quel che dici non è qualcosa del genere: "E dunque? Siccome quello danneggiò se stesso commettendo un'ingiustizia contro di me, io non danneggerò me stesso commettendo un'ingiustizia contro di lui?" Perché dunque non ci rappresentiamo qualcosa di siffatto ed invece laddove vi sarà qualche menomazione corporale o patrimoniale, là danno; e laddove la menomazione riguarderà la proairesi, nessun danno? A chi è ingannato o commette ingiustizia non viene mal di testa o mal d'occhi o la sciatica né perde il fondo. E noi null'altro vogliamo che questo. Se poi avremo la proairesi rispettosa di sé e degli altri e leale oppure sfacciata e sleale, su questo non siamo neppur vicini a litigare eccetto che a scuola soltanto e finché sono discorsetti. Perciò appunto facciamo profitto finché sono discorsetti ed al di fuori di essi neppure il menomo.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 2, Capitolo 10, § 24-30

(SPB01-15) Dov'è il bene? -Nella proairesi.- Dov'è il male? -Nella proairesi.- Dove l'udetero? -Nell'aproairetico.- E dunque? Qualcuno di noi si ricorda di questi discorsi fuori della scuola? Qualcuno studia per rispondere lui su di sé in questo modo alle faccende come alle domande: "E' proprio giorno?" "Sì"; "E che? E' notte?" "No"; "E che? Le stelle sono in numero pari?" "Non sono in grado di dirlo”.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 2, Capitolo 16, § 1-2

(SPB01-16) Giacché dove saranno l'"io" ed "il mio", là è necessario che propenda la creatura. Se nella carne, che là sia il dominante; se nella proairesi, che sia nella proairesi; se negli oggetti esterni, in questi. Se quindi io sono là dov'è la proairesi, solamente così sarò amico e figlio e padre quale si deve. Giacché mi sarà utile serbare l'uomo leale, rispettoso di sé e degli altri, capace di tollerare l'intemperanza altrui, di astenersi dalla propria, capace di cooperare e custodire le relazioni umane.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 2, Capitolo 19, § 19-20

(SPB01-17) Tu indaga non quel che indagano gli altri, se hanno gli stessi genitori, se sono stati allevati assieme e dallo stesso pedagogo; ma solo quello: dove pongono il loro utile, se esternamente o nella proairesi. Se esternamente, non dirli amici; non più che leali o ben saldi o fiduciosi in se stessi o liberi; anzi neppure uomini, se vi poni mente. Giacché non è un giudizio da uomo quello che fa mordere l'un l'altro, ingiuriarsi, pigliare luoghi isolati o piazze come belve le montagne e dimostrare in tribunale modi da rapinatori. Né quello che rende non padroni di sé, adulteri, corruttori; né di quant'altre contumelie gli esseri umani si coprono vicendevolmente a causa di questo solo ed unico giudizio: il porre se stessi e quanto è loro nell'aproairetico. Se invece sentirai dire che questi, gli uomini, davvero credono il bene solo là dov'è proairesi, dov'è il retto uso delle rappresentazioni; non impicciarti più se sono figlio e padre o fratelli o sono andati a scuola insieme e sono compagni. Riconosciuto soltanto questo, dichiara con fiducia che sono amici, come anche che sono leali, che sono giusti.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 2, Capitolo 22, § 26-29

(SPB01-18) Qual è la facoltà che apre e chiude gli occhi e li distoglie da ciò da cui vanno distolti e ad altro li appressa? La visiva? No, ma la proairetica. Quale serra ed apre le orecchie? Grazie a quale si diventa indiscreti e ficcanaso o, di nuovo, immoti ad un discorso? Alla uditiva? Non ad altra che la facoltà proairetica. E poi quand'essa vede di trovarsi con altre facoltà tutte cieche e sorde, incapaci di notare altro eccetto quelle opere per le quali sono state posizionate a farle da ministre e servitrici, mentre essa sola scorge con acutezza e vede dall'alto non solo le altre facoltà e quanto merita ciascuna, ma anche se stessa; ebbene, è la proairesi per dichiararci che qualcos'altro è più possente di lei? L'occhio aperto, che altro fa se non vedere? Ma se si deve guardare la moglie di qualcuno e come, chi lo dice? La facoltà proairetica. Se bisogna fidarsi delle parole dette o diffidare e, fidandosi, essere stuzzicati o no, chi lo dice? Non è la facoltà proairetica? E questa facoltà espressiva e di abbellire locuzioni -se proprio è una facoltà peculiare- che altro fa, qualora il discorso si imbatta su qualcosa, che imbellettare i nomignoli e comporli come i parrucchieri la chioma? Se sia meglio dire o tacere, parlare così o cosà, se questo sia confacente o non confacente, il tempo di ciascuna cosa ed il bisogno, chi altro lo dice se non la facoltà proairetica? Vuoi dunque che essa pervenga a votarsi contro?
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 2, Capitolo 23, § 9-15

(SPB01-19) "E dunque," dice, "se così sta la faccenda, può quanto fa da ministro essere migliore di ciò cui fa da ministro: il cavallo migliore del cavaliere, il cane del cacciatore, lo strumento del citarista, i servitori del re?" Cos'è che usa? La proairesi. Cos'è sollecito di tutto? La proairesi. Cosa leva interamente di mezzo l'uomo, una volta per fame, un'altra per impiccagione, un'altra giù da un precipizio? La proairesi. E poi qualcosa è più potente di questo negli uomini? Com'è possibile che l'impedito lo sia di quanto non è soggetto ad impedimenti? Cos'è per natura capace di intralciare la facoltà visiva? La proairesi e l'aproairetico. Lo stesso vale per la facoltà uditiva, ed è allo stesso modo per la facoltà espressiva. Ma cos'è per natura capace di intralciare la proairesi? Nulla di aproairetico bensì essa, quando sia pervertita, se stessa. Per questo la proairesi diventa solo vizio o sola virtù.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 2, Capitolo 23, § 16-19

(SPB01-20) Perché non sei un pezzo di carne né peli ma proairesi: se avrai questa bella allora sarai bello. Finora non ho l'audacia di dirti che sei brutto, giacché reputo che tutto vuoi sentir dire fuorché questo. Ma vedi cosa dice Socrate al più magnifico e più giovanilmente fiorente di tutti, ad Alcibiade: "Prova dunque ad essere bello”. Che gli dice? "Plasmati la chioma e depilati le gambe?" Non sia mai! Ma: "Adorna la tua proairesi, estirpa i giudizi insipienti”.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 3, Capitolo 1, § 40-42

(SPB01-21) E scrutiamo i tuoi giudizi. Non è manifesto che tu poni nel nulla la tua proairesi e che scruti fuori all'aproairetico, a cosa dirà il tale e chi sembrerai essere, se un erudito, se uno che ha letto Crisippo od Antipatro? Se hai letto anche Archedemo, hai proprio tutto!
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 3, Capitolo 2, § 13

(SPB01-22) Per questo il bene pregiudica ogni legame di parentela. Nulla vi è tra me e mio padre, ma tra me ed il bene. "Sei così duro?" Sono così per natura. Questa moneta mi ha dato la materia immortale. Per questo, se il bene è altro dal bello e dal giusto, spariscono padre, fratello, patria e tutte le faccende. Che io disdegni il mio bene perché tu l'abbia, per dare spazio a te? In cambio di cosa? "Sono tuo padre!" Ma non il bene. "Sono tuo fratello”. Ma non il bene. Se però lo porremo in una retta proairesi, lo stesso serbare le relazioni diventa un bene e chi recede da certi oggetti esterni , costui centra il bene.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 3, Capitolo 3, § 5-8

(SPB01-23) A me accada di essere pigliato mentre di null'altro sono sollecito che della mia proairesi, con lo scopo di saper dominare la passione, di non essere soggetto ad impedimenti, non essere soggetto a costrizioni, di essere libero.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 3, Capitolo 5, § 7

(SPB01-24) Giacché si devono avere a portata di mano questi due principi generali: che al di fuori della proairesi nulla vi è né di bene né di male; e che non si devono precedere le faccende ma aderirvi.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 3, Capitolo 10, § 18

(SPB01-25) Forse uno può darti la notizia che concepisti male o desiderasti male? -Nient'affatto!- Ma che uno morì. Cos'è dunque per te? Che uno parla male di te. Cos'è dunque per te? Che il padre ha pronto questo e quest'altro. Contro chi? Forse contro la proairesi? E donde può? Bensì contro il corpo, contro le coserelle. Sei salvo; non è contro di te. Ma l'arbitro dichiara che hai commesso una empietà. E nel caso di Socrate i giudici non lo dichiararono? E' forse opera tua che egli lo dichiari? -No.- Perché dunque t'importa ancora?

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 3, Capitolo 18, § 2-4

(SPB01-26) Prima differenza tra una persona comune ed un filosofo. L'uno dice: "Ahimè! Colpa del pupattolo, colpa del fratello; ahimè! colpa di mio padre”. L'altro, se mai sarà costretto a dire "Ahimè!" riflette e dice: "colpa mia". Giacché nulla di aproairetico può impedire o danneggiare la proairesi se non essa se stessa.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 3, Capitolo 19, § 1-2

(SPB01-27) Dove invece sono proairesi ed uso delle rappresentazioni, là vedrai quanti occhi ha; tanto da farti dire che Argo, al suo confronto, era cieco. Dove trovi in lui un assenso precipitoso, dove un impulso avventato, dove un desiderio fallito, dove un'avversione che incappa in quanto avversa, dove un progetto imperfetto, dove lagnanza, dove servilismo o invidia? E' qua la sua grande attenzione e sforzo; per il resto russa supino: pace completa. Un rapinatore di proairesi non c'è, non c'è tiranno di proairesi. E del corpo? Sì. E di coserelle? Sì, ed anche di cariche ed onorificenze. Che gli importa di questo? Qualora dunque uno voglia incutergli paura per mezzo loro, il Cinico gli dice: "Va', cerca dei bimbi; è a loro che le maschere fanno paura; io invece so che sono di terracotta, dal di dentro non c'è nulla”.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 3, Capitolo 22, § 103-106

(SPB01-28) L'opera di un altro contro la natura delle cose non diventi un male per te. Giacché tu non sei nato per farti serva la proairesi né per avere sfortuna in compagnia ma per avervi fortuna.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 3, Capitolo 24, § 1

(SPB01-29) Se disporrai di avere questo, lo avrai ovunque e vivrai fiducioso. In cosa? Nella sola cosa in cui è fattibile avere fiducia, in quanto è leale, non soggetto ad impedimenti, intoglibile, cioè nella tua proairesi.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 3, Capitolo 26, § 24

(SPB01-30) Insomma ricordati che qualunque cosa onorerai al di fuori della tua propria proairesi, mandi in malora la proairesi. E fuori non c'è soltanto una carica ma anche l'assenza di una carica, non soltanto l'impegno ma anche l'agio.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 4, Capitolo 4, § 23

(SPB01-31) -A che cosa devo dunque fare attenzione?- Innanzitutto a quei principi universali; quelli tenere a portata di mano; non dormire e non alzarsi, non bere e non mangiare, non conferire con persone sprovvisto di quelli: che nessuno è signore di una proairesi altrui e che soltanto in questa stanno il bene ed il male. Dunque nessuno è signore né di procacciarmi il bene né di precingermi del male, ma io solo ho potestà su di me a questo riguardo.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 4, Capitolo 12, § 7-8

(SPB01-32) Se dunque vedrai qualcuno che si industria per l'aproairetico e che ad esso ha subordinato la propria proairesi, sappi che questo individuo ha miriadi di persone che lo costringono, che lo impediscono. Non c'è bisogno per lui di pece o di ruota di tortura per riferire quel che sa, ma lo scrollerà, caso mai, il cennuccio di una ragazzina, il segno d'amicizia di un funzionario di Cesare, la smania per una carica, per una eredità ed altre trentamila cose simili a queste.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 4, Capitolo 13, § 21-22

(SPB01-33) La malattia è un intralcio del corpo, non della proairesi, se la proairesi non lo disporrà. Una azzoppatura è un intralcio di gamba, non di proairesi. E questo soggiungi per ciascun accadimento, giacché troverai che esso intralcia qualcos'altro ma non te.

Epitteto: “L’albero della diairesi” Il Manuale, 9

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Pilotina Stoica 02 'Libertà'

(SPB02-01) Giacché libero è colui cui tutto accade secondo proairesi e che nessuno può impedire. E dunque? Demenza è la libertà? Non sia mai! Follia e libertà non vengono al medesimo punto. "Ma io voglio che succeda tutto quanto reputo ed in qualunque modo lo reputerò”. Tu sei pazzo, vaneggi. Non sai che libertà è cosa bella e rinomata? Il volere come capita che accada quanto ho reputato come capita, corre pericolo non soltanto di non essere bello, ma la cosa più brutta di tutte. Come facciamo coi caratteri dell'alfabeto? Decido di scrivere il nome ‘Dione’ come voglio? No, ma mi viene insegnato a disporre che sia scritto come si deve. Che facciamo con le note musicali? Allo stesso modo. Che facciamo, in generale, laddove è in gioco un'arte od una scienza? Se no, di nessun valore sarebbe l'avere scienza di qualcosa, se ciò si acconciasse alle decisioni di ciascuno. Qui dunque, soltanto su quanto è massimo e sommamente dominante, sulla libertà, mi è stato accordato di volere come capita? Nient'affatto! Ma educarsi a diairesizzare è questo imparare a disporre ciascuna cosa così come accade.

Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 1, Capitolo 12, § 9-15

(SPB02-02) Qual è dunque il frutto di questi giudizi? Quello che dev'essere il più bello ed appropriato per coloro che effettivamente sono educati a diairesizzare: dominio sullo sconcerto e sulla paura, libertà. Giacché non bisogna su questo fidarsi dei più, i quali dicono che soltanto i cittadini liberi hanno la potestà di essere educati; ma piuttosto dei filosofi, i quali dicono che soltanto gli educati a diairesizzare sono liberi. -Come questo?- Così: ora, la libertà è qualcos'altro dalla potestà di tragittarcela come decidiamo? "Nient'altro”. Ditemi, o uomini: decidete di vivere aberrando? "Non lo decidiamo”. Quindi nessuno che aberri è libero. Decidete di vivere avendo paura, decidete di vivere afflitti, decidete di vivere sconcertati? "Nient'affatto!" Proprio nessuno che abbia paura, sia afflitto, sia sconcertato è libero; mentre chiunque si è allontanato da afflizioni, paure e sconcerti ebbene costui, per la stessa strada, si è allontanato anche dall'essere servo. Dunque come potremo ancora affidarci a voi, o carissimi legislatori, che non consentite di essere educati se non ai cittadini liberi? I filosofi, infatti, dicono che non consentiamo di essere liberi se non a coloro che sono stati educati a diairesizzare, cioè che è la Materia Immortale a non consentirlo. -E dunque qualora uno faccia rigirare il suo servo alla presenza di un pretore, non fa niente?- La fa. -Cosa?- Fa rigirare il suo servo alla presenza di un pretore. -Null'altro?- Sì, è tenuto anche a dare il suo cinque per cento. -E dunque? Chi sperimenta questo non è diventato libero?- Non più che capace di dominare lo sconcerto.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 2, Capitolo 1, § 21-27

(SPB02-03) Così nasce la libertà. Per questo Diogene diceva: "Da quando Antistene mi liberò, non fui mai più servo”. E come lo liberò? Ascolta cosa dice: "Mi insegnò il mio ed il non mio. Il patrimonio non è mio; congeneri, familiari, amici, fama, posti consueti, trastulli: che tutto questo è allotrio. 'Cos'è dunque tuo? L'uso delle rappresentazioni'. Mi mostrò che quest'uso io l'ho non soggetto ad impedimenti, non soggetto a costrizioni; che nessuno può intralciarmi, nessuno violentarmi ad usare le rappresentazioni altrimenti da come dispongo io. Chi dunque ha ancora potestà su di me? Filippo od Alessandro o Perdicca od il Gran Re? Donde verrebbe loro? Giacché chi sta per essere sconfitto da un essere umano, prioritariamente deve essere sconfitto dalle cose”. Colui dunque su cui non hanno la meglio il piacere fisico, il dolore, la reputazione, la ricchezza di denaro e che può, qualora lo reputi, partire dopo avere sputato contro qualcuno l'intero corpo, ebbene costui di chi è ancora servo, a chi è stato subordinato? Se Diogene se la passasse piacevolmente in Atene e fosse sconfitto da questo trastullo, le sue faccende sarebbero in potere di chiunque, ed il più potente sarebbe signore di affliggerlo. Come reputi che avrebbe adulato i pirati perché lo vendessero ad un Ateniese, così da vedere il magnifico Pireo, le lunghe mura e l'Acropoli? Vederle essendo tu chi, schiavo? Un servo ed un servo nell'animo! E che pro per te? -No, ma libero.- Mostrami, libero come. Ecco un tale qualunque ti ha abbrancato, ti sloggia dai tuoi consueti trastulli e dice: "Sei mio servo, giacché è in mio esclusivo potere impedirti di passartela come vuoi; in mio potere placarti, asservirti la proairesi. E qualora io voglia, di nuovo far sì che tu ti allieti e proceda sollevato verso Atene”. Cosa dici a costui che ti riduce in servitù? Quale emancipatore gli dai? O neanche lo guardi in faccia ma, tralasciati i molti discorsi, lo supplichi di lasciarti perdere?

Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 3, Capitolo 22, § 67-76

(SPB02-04) Libero è chi vive come decide, chi non è possibile costringere né impedire né violentare; colui i cui impulsi non sono soggetti ad intralci, i cui desideri vanno a segno, le cui avversioni non incappano in quanto avversano. Chi, dunque, vuole vivere aberrando? -Nessuno.- Chi vuole vivere ingannandosi, essendo precipitoso, ingiusto, impudente, lagnoso sulla propria sorte, servo nell'animo? -Nessuno.- Proprio nessuno degli insipienti vive come decide e, quindi, neppure è libero. Chi vuole vivere affliggendosi, avendo paura, invidiando, commiserando, desiderando e fallendo, avversando ed incappando in quanto avversa? -Neppure uno.- Abbiamo dunque qualche insipiente senza afflizione, senza paura, che non incappa in quanto avversa, che non fallisce il segno? -Nessuno.- Proprio nessuno, pertanto, libero.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 4, Capitolo 1, § 1-5

(SPB02-05) Analizza come usiamo il concetto di libertà per gli animali. Taluni chiudono in gabbia dei leoni addomesticati, poi li nutrono, li pascono, li trasferiscono con sé. Chi dirà che questo leone è libero? Quanto più mollemente se la tragitta, non è tanto più servilmente? Quale leone, se prendesse coscienza e contezza, deciderebbe di essere uno di questi leoni? Orsù, e qualora questi volatili vengano presi e siano nutriti in gabbia, cosa non sperimentano cercando di fuggir via? Taluni si rovinano di fame piuttosto di soggiacere a siffatto modo di tragittarsela. Quanti poi si preservano in vita, lo fanno con stento ed esasperazione, deperiscono e, in complesso, se troveranno uno spiraglio balzano via. Così tanto desiderano la naturale libertà e di essere autonomi, non soggetti ad impedimenti! Che male c'è per te qui? "Che dici? Io sono nato per volare dove voglio, per passarmela all'aria aperta, per cantare quando voglio: tu mi sottrai tutto questo e dici: 'Che male c'è per te?' ".
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 4, Capitolo 1, § 24-28

(SPB02-06) Qualora dunque non vivano come vogliono né quelli detti re né gli amici dei re, chi è ancora libero?- Cerca e troverai. Giacché la natura ti ha dato risorse per il rinvenimento della verità. E se non sei capace di trovare il seguito procedendo con queste mere risorse, ascoltalo da coloro che hanno cercato. Cosa dicono? Reputi la libertà un bene? -Il sommo.- Può dunque uno che centra il sommo bene essere infelice o finire male? -No.- Quanti vedrai dunque essere infelici, non essere sereni, piangere, dichiara con fiducia che non sono liberi. -Lo dichiaro.- Pertanto ci siamo già ritirati dalla compravendita e da siffatto assegnamento sul patrimonio. Giacché se avessi rettamente ammesso questo, sia un grande re sia uno piccolo, sia chi è stato una volta console sia chi lo è stato due, se sarà infelice non sarà libero. -Sia.-
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 4, Capitolo 1, § 51-53

(SPB02-07) Rispondi ancora a questo: reputi la libertà qualcosa di grande e generoso, di rinomato? -E come no?- E' dunque possibile che chi centra un bene così grande e rinomato e generoso sia servo nell'animo? -Non è possibile.- Qualora dunque tu veda qualcuno che si è prostrato davanti ad un altro o che adula contro il proprio parere, dì con fiducia che anche costui non è libero: e non soltanto se lo farà per un pranzetto, ma anche per una provincia od un consolato. E chiama microservi quanti lo fanno per piccoli fini e gli altri, come meritano, megaservi. -Sia anche questo.- Reputi la libertà qualcosa di incondizionato ed autonomo? -E come no?- Dunque quando è in potere di un altro impedire o costringere qualcuno, dì con fiducia che costui non è libero. E non scrutarmi i suoi nonni e bisnonni, non cercare una compravendita; se lo sentirai dire dal di dentro e con passione "Signore!", anche se dodici verghe lo promuoveranno, dillo servo. Se lo sentirai dire "Sciagurato me, cosa non sperimento!" dillo servo. Se insomma lo vedrai singhiozzare tutto, lagnarsi, non essere sereno: dillo un servo che porta una toga porporata. Se poi non farà nulla di ciò, non dirlo ancora libero ma decifra se i suoi giudizi sono soggetti a costrizioni, soggetti ad impedimenti, generatori di non serenità. E se lo troverai siffatto, chiamalo un servo in vacanza durante i Saturnali. Dì che il suo Signore si è messo in viaggio; ma poi giungerà e riconoscerai quel che non sperimenta! -Giungerà chi?- Chiunque avrà potestà di procacciare o sottrarre qualcuna delle cose che egli vuole. -Dunque abbiamo così tanti Signori?- Così tanti. Giacché precedenti a questi abbiamo per signori le cose, ed esse sono molte. Per questo è necessario che siano nostri Signori quanti hanno potestà su qualcuna di esse. Dacché nessuno ha paura proprio di Cesare, ma ha paura della morte, dell'esilio, della sottrazione di proprietà, della prigione, del difetto di onorificenze. Né qualcuno predilige Cesare, se Cesare non sarà uomo di gran valore, ma prediligiamo la ricchezza di denaro, il tribunato, la pretura, il consolato. Qualora prediligiamo ed odiamo ed abbiamo paura di queste cose, è necessario che quanti hanno potestà su di esse siano nostri Signori. Per questo li riveriamo come Dei. Giacché concettualizziamo così: "Quanto ha potestà del massimo giovamento è divino”. Poi subordiniamo malamente: "Costui ha potestà del massimo giovamento”. Di necessità anche quel che ne deriva è inferito malamente.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 4, Capitolo 1, § 54-61

(SPB02-08) Orsù dunque, veniamo ai punti ammessi. Libero è l'uomo non soggetto ad impedimenti, cui le faccende sono a portata di mano come decide. Invece, chi è possibile impedire o costringere od intralciare o sbattere in qualcosa suo malgrado, è servo. Chi non è soggetto ad impedimenti? Chi non prende di mira nulla di allotrio. Cos'è allotrio? Ciò che non è in nostro esclusivo potere avere o non avere od avere con certe qualità od in un certo stato. Pertanto allotrio è il corpo, allotrie sono le parti del corpo, allotrio è il patrimonio. Se dunque ti struggerai per qualcuna di queste cose come tua peculiare, pagherai il fio che merita chi prende di mira l'allotrio. Questa strada conduce alla libertà, questa sola è scampo dalla servitù: poter dire una volta con l'animo intero * Conducimi, o Zeus, e proprio tu o Fato, là dove sono stato da voi una volta ordinato *.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 4, Capitolo 1, § 128-131

(SPB02-09) Giacché la libertà non è apprestata dall'assolvimento di ciò per cui smaniamo ma dal disapprestamento della smania.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 4, Capitolo 1, § 175

(SPB02-10) C'è bisogno di poco per la perdita ed il sovvertimento di tutto: un piccolo distoglimento della ragione. Per far capovolgere il bastimento, il pilota non ha bisogno della medesima preparazione che per salvaguardarlo. Se volterà un poco di fianco al vento, va in malora. E se rallenterà un poco l'attenzione, anche suo malgrado, va in malora. Qualcosa di siffatto accade anche qua. Se sonnecchierai un poco, tutto quanto hai raccattato finora parte. Fa dunque attenzione alle rappresentazioni; vegliaci su, ché non è piccolo il tesoro serbato: è il rispetto di te e degli altri, è la lealtà, la stabilità di giudizio, è il dominio sulle passioni, sulle afflizioni, sulla paura, sullo sconcerto, insomma è la libertà.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 4, Capitolo 3, § 4-7

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Pilotina Stoica 03 'Azione di successo'

(SPB03-07) Come affermano gli Stoici, una sola è la ragione ed assolutamente uno è l’intelletto; pari sono le azioni rette ossia di successo e pari sono le virtù, sia delle parti sia del tutto.
931/ 1128 = Stoicorum Veterum Fragmenta 2, 327, 17

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Pilotina Stoica 04 'Diairesi'

(SPB04-01) Un diverso ragionevole ed irragionevole, appunto come pure un diverso bene e male, ed utile e inutile incolgono persone diverse. Per questo soprattutto abbiamo bisogno di educazione alla diairesi, così da imparare ad adattare il pre-concetto di ragionevole ed irragionevole alle particolari sostanze in armonia con la natura delle cose.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 1, Capitolo 2 , § 5-6 

(SPB04-02) Giacché grande facoltà ed arte è quella di argomentare e persuadere, soprattutto se godesse di frequente allenamento e dalle locuzioni aggiungesse a sé anche una certa confacenza. E poi che in generale ogni facoltà ed arte che sopravvenga ai non educati a diairesizzare ed ai deboli nell’uso della diairesi, è malsicura riguardo all'imbaldanzirne ed invanirne.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 1, Capitolo 8, § 7-8

(SPB04-03) Chi poi si sta educando all'uso della diairesi, è tenuto a venire ad educarsi con questo progetto: "Come accompagnarmi in ogni circostanza agli dei, come compiacermi del governo della materialità, come diventare libero?"
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 1, Capitolo 12, § 8

(SPB04-04) Ma educarsi alla diairesi è questo imparare a disporre ciascuna cosa così come accade. E come accade? Come la costituì il costitutore. Costituì che vi fossero estate ed inverno, profusione e penuria, virtù e vizio e tutte le opposizioni siffatte per l'armonia dell'intero; ed a ciascuno di noi diede un corpo, delle parti del corpo, un patrimonio e dei soci.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 1, Capitolo 12, § 15-16

(SPB04-05) Memori dunque di questa costituzione, bisogna venire ad educarsi alla diairesi non per cambiare le premesse (giacché ciò non ci è dato né è meglio), ma perché stando le cose intorno a noi come stanno e come sono per natura, noi teniamo la nostra intelligenza conciliata agli avvenimenti. E che? E' fattibile fuggire le persone? E com'è possibile? Stando con loro, cambiarle? E chi ce lo dà? Cosa dunque avanza o quale accorgimento si trova per usare con esse? Un uso siffatto per cui quelle faranno quanto loro pare e noi nondimeno staremo in accordo con la natura delle cose.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 1, Capitolo 12, § 17-19

(SPB04-06) Cos'è dunque educarsi alla diairesi? Imparare ad adattare i naturali pre-concetti alle particolari sostanze in modo consono alla natura delle cose e, orbene, a discriminare che, delle cose, alcune sono in nostro esclusivo potere mentre altre non sono in nostro esclusivo potere. Sono in nostro esclusivo potere la proairesi e tutte le opere della proairesi; non sono in nostro esclusivo potere il corpo, le parti del corpo, patrimoni, genitori, fratelli, figlioli, patria, insomma i soci. Dove porremo dunque il bene? A quale sostanza lo adatteremo? A quella in nostro esclusivo potere? -E poi non sono beni salute del corpo, integrità fisica, vita e neppure figlioli, genitori, patria?- E chi ti tollererà? Alloghiamolo dunque di nuovo qua. E' fattibile che sia felice chi subisce danno e fallisce il bene? -Non è fattibile.- E che serbi verso i soci la condotta che si deve? E com'è fattibile? Giacché io sono nato per il mio utile. Se mi è utile avere un fondo, mi è utile anche sottrarre quello di chi mi è dintorno; se mi è utile avere una toga, mi è utile anche rubarla alle terme. Di qua guerre, conflitti civili, tirannie, insidie.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 1, Capitolo 19, § 9-14

(SPB04-07) Anche qua. "Prendi l'imperio!" Lo prendo e, presolo, mostro come si conduce un uomo che è stato educato alla diairesi. "Deponi il laticlavio ed indossando dei cenci vieni innanzi in siffatto personaggio!" E dunque? Non mi è stato dato di portarmi dentro una magnifica voce? "Dunque, come sali ora sulla scena?" Come testimone chiamato da Zeus. "Vieni tu, e rendimi testimonianza. Giacché tu meriti di essere promosso da me come testimone. E' forse qualcuno degli oggetti esterni alla proairesi, bene o male? Danneggio forse qualcuno? Feci forse quanto a ciascuno giova in esclusivo potere d'altri o di lui stesso?" Che testimonianza dai alla Materia Immortale? "Sono in difficoltà terribili, Signore, ed ho cattiva fortuna; nessuno si impensierisce per me, nessuno mi dà nulla, tutti mi denigrano e parlano male di me”. Questo sei per testimoniare e per svergognare la chiamata che ti ha fatto; perché ti onorò di questo onore e ritenne degno che ti appressassi per una testimonianza così rilevante?
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 1, Capitolo 29, § 44-49

(SPB04-08) Ma chi ne ha la potestà dichiarò: "Ti giudico empio e sacrilego “. Che ti è accaduto? "Fui giudicato empio e sacrilego”. Nient'altro? "Niente”. E se di una proposizione ipotetica colui avesse decretato e data dichiarazione "Il 'se è giorno c'è luce' lo giudico falso" cosa sarebbe accaduto alla proposizione ipotetica? Chi è qui giudicato? Chi è stato condannato? La proposizione ipotetica o chi si è ingannato su di lei? Chi mai è costui che ha la potestà di dichiarare qualcosa su di te? Sa cos'è il pio o l'empio? L'ha studiato? Ha imparato? Dove? Da chi? E poi un musicista non si impensierisce se colui dichiarasse che la corda più bassa è la più alta; né uno studioso di geometria se decreterà che i segmenti che dal centro incolgono la circonferenza non sono di pari lunghezza. E chi davvero è stato educato alla diairesi si impensierirà per un individuo non educatovi, il quale decreta qualcosa sul sacrosanto e sul sacrilego, sull'ingiusto e sul giusto? Che ingiustizia da parte degli educati alla diairesi! Queste cose le imparasti qui?
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 1, Capitolo 29, § 50-55

(SPB04-09) Qual è dunque il frutto di questi giudizi? Quello che dev'essere il più bello ed appropriato per coloro che effettivamente sono educati alla diairesi: dominio sullo sconcerto e sulla paura, libertà. Giacché non bisogna su questo fidarsi dei più, i quali dicono che soltanto i cittadini liberi hanno la potestà di essere educati; ma piuttosto dei filosofi, i quali dicono che soltanto gli educati alla diairesi sono liberi. -Come questo?- Così: ora, la libertà è qualcos'altro dalla potestà di tragittarcela come decidiamo? "Nient'altro”. Ditemi, o uomini: decidete di vivere aberrando? "Non lo decidiamo”. Quindi nessuno che aberri è libero. Decidete di vivere avendo paura, decidete di vivere afflitti, decidete di vivere sconcertati? "Nient'affatto!" Proprio nessuno che abbia paura, sia afflitto, sia sconcertato è libero; mentre chiunque si è allontanato da afflizioni, paure e sconcerti ebbene costui, per la stessa strada, si è allontanato anche dall'essere servo. Dunque come potremo ancora affidarci a voi, o carissimi legislatori, che non consentite di essere educati se non ai cittadini liberi? I filosofi infatti dicono che non consentiamo di essere liberi se non a coloro che sono stati educati alla diairesi, cioè che è la Materia Immortale a non consentirlo.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 2, Capitolo 1, § 21-25

(SPB04-10) Orbene, perché sali a Roma come a cose grandiose? Sono più piccole della tua preparazione, tanto da far dire ad un giovane purosangue: "Non meritava tanto avere ascoltato cotante lezioni, avere scritto cotanto, essere stati seduti per cotanto tempo accanto ad un vecchietto che non vale granché”. Tu soltanto ricordati di quella diairesi grazie alla quale si definisce quanto è in tuo esclusivo potere e quanto non lo è. Non pretendere mai alcunché di allotrio. Tribuna e prigione sono, l'una e l'altra, un posto; la tribuna, elevato; la prigione, miserabile. Ma la proairesi può essere custodita pari, se pari disporrai di custodirla nell'uno e nell'altro posto.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 2, Capitolo 6, § 23-25

(SPB04-11) Gratifica il tuo desiderio e la tua avversione con povertà di denaro e ricchezza di denaro: fallirai, incapperai in quanto avversi. E con salute del corpo: avrai cattiva fortuna; con cariche, onorificenze, patria, amici, figli, insomma con qualcosa di aproairetico. Gratificalo invece a Zeus, agli altri dei; trasmettilo ad essi; essi pilotino; sia stato posizionato con essi. E dove ancora non sarai sereno? Ma se invidi, o indolente, ed hai pietà e sei geloso e tremi e non smetti un giorno solo di singhiozzare disperato di te e degli Dei, perché asserisci di essere stato educato alla diairesi? Quale educazione alla diairesi, o uomo? Che effettuasti sillogismi, ragionamenti equivoci? Non vuoi, se possibile, disimparare tutto questo ed iniziare daccapo, dopo aver preso consapevolezza del fatto che finora neppure hai toccato la faccenda e, orbene, iniziando da qua edificarvi in aggiunta il seguito: come nulla sarà contro la tua disposizione e, disponendolo tu, nulla non sarà?
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 2, Capitolo 17, § 24-28

(SPB04-12) Mostra come sei solito allenarti su un bastimento. Ti ricordi di questa diairesi qualora la vela rumoreggi e, mentre tu sbraiti, un dispettoso passeggero che ti sta accanto ti dica: "Dimmi, per gli dei, quel che dicevi l'altro giorno: forse che naufragare è un vizio, è forse qualcosa che partecipa del vizio?" Sollevato un legno, non glielo scuoterai addosso? "Che c'è fra noi e te, uomo? Andiamo in malora e tu vieni a scherzare?" Se Cesare ti farà convocare perché sei accusato, ti ricordi della diairesi? Se uno, mentre entri e sei pallido ed insieme tremante, verrà innanzi a dire: "Perché tremi, o uomo? Per quali faccende è la tua citazione? Forse che lì dentro Cesare dà a chi entra virtù o vizio?" "Perché ti burli di me anche tu, oltre i miei mali?" "Ugualmente, o filosofo, dimmi: perché tremi? Il pericolo che corri non è morte o carcere o dolore del corpo o l'esilio od il discredito? E cos'altro? E' forse vizio, forse qualcosa che partecipa del vizio? Tu dicevi essere cosa questo?" "Che c'è fra me e te, uomo? Mi bastano i miei mali”. E dici bene. Giacché a te bastano i tuoi mali: la grettezza, la viltà, la cialtroneria che cialtroneggiavi seduto a scuola. Perché ti abbellivi di giudizi allotrii? Perché ti dicevi stoico?
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 2, Capitolo 19, § 15-19

(SPB04-13) Ed ora io sono chi vi educa alla diairesi, mentre voi a ciò vi educate presso di me. Io ho questo progetto: farvi risultare non soggetti ad impedimenti, non soggetti a costrizioni, non soggetti ad impacci, liberi, sereni, felici, che tengono gli occhi su Zeus in ogni circostanza, sia piccola che grande; e voi presenziate per imparare e studiare questo. Perché dunque non concludete l'opera, se avete anche voi il progetto che si deve ed io la preparazione che si deve per il progetto? Cos'è che manca? Qualora io veda un falegname cui giace accanto il materiale, mi aspetto l'opera. Anche qua c'è il falegname, c'è il materiale. Cosa ci manca? La faccenda non è insegnabile? E' insegnabile. Non è dunque in nostro esclusivo potere? Anzi è la sola fra tutte le altre. Né la ricchezza di denaro né la salute del corpo né la reputazione né altro insomma sono in nostro esclusivo potere, eccetto il retto uso delle rappresentazioni. Soltanto questo è per natura delle cose non soggetto ad impedimenti, non soggetto ad intralci. Perché dunque non concludete? Ditemi la cagione. Giacché o nasce da me o da voi o dalla natura della faccenda. La faccenda in sé è fattibile e solo in nostro esclusivo potere. Orbene la cagione sta in me o in voi o, che è più vero, in entrambi. E dunque? Volete che iniziamo una volta a trasferire qui siffatto progetto? Tralasciamo quel che è stato finora. Solo iniziamo, fidatevi di me, e vedrete.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 2, Capitolo 19, § 29-34

(SPB04-14) E così, anche cresciuti ci mostriamo bimbi. Giacché bamboccio in musica è il digiuno di musica; in grammatica il digiuno di grammatica; in vita il non educato alla diairesi.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 3, Capitolo 19, § 6

(SPB04-15) Un uomo dabbene ha paura che gli manchi il cibo? Il cibo non manca ai ciechi, non manca agli zoppi. Mancherà ad un uomo dabbene? Non manca chi dà il soldo ad un soldato dabbene né ad un operaio né ad un calzolaio. E mancherà a chi è dabbene? A tal punto la Materia Immortale trascura i suoi felici successi, i ministri, i testimoni, coloro che soli usa come paradigmi nei confronti dei non educati alla diairesi per mostrare che esiste, che ben governa l'intero, che non trascura le faccende umane e che per l'uomo dabbene non c'è male né in vita né in morte? -E dunque qualora non procuri cibo?- Che altro significherà se non che, come un buon stratega, mi ha significato la ritirata? Ubbidisco, la seguo glorificando il leader, inneggiando alle sue opere. Giacché venni quando lei lo reputò e di nuovo me ne vado quando lei lo reputa. Vivendo, questa era l'opera mia: inneggiare a Zeus, sia io per me stesso che con un altro o con molti.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 3, Capitolo 26, § 27-30

(SPB04-16) Tu ricordati soltanto dei principi universali: "Cos'è mio, cosa non è mio? Cosa mi è dato? Cosa Zeus dispone che io ora faccia, cosa non dispone?" Poco fa disponeva che tu oziassi, parlassi con te stesso, scrivessi su questi principi, che leggessi, ascoltassi, ti preparassi: avesti tempo sufficiente per questo. Ora ti dice: "Vieni ormai in gara, mostraci cosa imparasti, come ti cimentasti. Fino a quando ti allenerai da solo? E' ormai tempo di riconoscerti, se sei un atleta degno di vittoria oppure uno di quelli che vanno in giro per la terra abitata da vinti”. Perché dunque fremi? Nessuna gara accade senza trambusto. Devono essere molti i preparatori atletici, molti quelli che strepitano, molti i soprintendenti, molti gli spettatori. -Ma io vorrei passarmela in quiete.- Mugugna, quindi, e gemi come meriti. Giacché quale altra punizione per chi non è educato alla diairesi e disobbedisce alle costituzioni della Materia Immortale è maggiore di questa, cioè dell'affliggersi, piangere, invidiare, insomma del non avere fortuna ed avere cattiva fortuna? Non vuoi allontanarti da questo?
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 4, Capitolo 1, § 29-32

(SPB04-17) Se invece vorrà che il figlio o la moglie non aberrino, egli vuole che l'allotrio non sia allotrio. Ed educarsi alla diairesi è questo: imparare quanto è nostro peculiare e quanto è allotrio.
Epitteto: ‘L’albero della diairesi’ Libro 4, Capitolo 5, § 7

(SPB04-18) Sconcertano gli esseri umani non le faccende, ma i giudizi sulle faccende. Per esempio, la morte nulla è di terribile, dacché questo sarebbe parso anche a Socrate; ma il giudizio sulla morte, che sia terribile, quello è il terribile. Qualora dunque siamo intralciati o sconcertati od afflitti, non accagioniamo mai altro che noi stessi, cioè i nostri giudizi. Incolpare altri per ciò per cui lui finisce male è opera del non educato alla diairesi. Incolpare se stessi è opera di chi ha iniziato ad usare la diairesi. Non incolpare né un altro né se stesso, di chi è stato educato alla diairesi.
Epitteto: ‘Il Manuale’ Capitolo 5

(SPB04-19) Ed a quale tempo ancora rimandi il meritarti l'ottimo ed il non violare in nulla la ragione che opera la diairesi? Hai assunto i principi filosofici generali con i quali dovevi metterti alle prese e ti sei messo alle prese. Quale insegnante dunque paventi ancora, per posporre a lui di fare la tua rettificazione?
Epitteto: ‘Il Manuale’ Capitolo 51

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Pilotina Stoica 05 'Felicità'

(SPB05-10) Perciò anche Cleante, nel secondo libro sul ‘Piacere fisico’ dice che Socrate insegnava in particolare come uno e medesimo sono l’uomo giusto e l’uomo felice, e che malediva chi per primo aveva spartito il giusto dall’utile, perché aveva compiuto un’empietà. Giacché sono effettivamente empi coloro che separano l’utile dal giusto secondo la legge.
249/558 = Stoicorum Veterum Fragmenta 1, 127, 20

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Pilotina Stoica 06 'Natura delle cose'

(SPB06-01) -Non so, diceva-
Invero ignorare il criterio dei colori, degli odori ed ancora dei sapori non è, caso mai, gran punizione; ma reputi piccola la punizione per chi ignora quello del bene e del male, del secondo la natura delle cose e del contro la natura delle cose per l'uomo?
-La massima, dunque-

Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 11, § 11

(SPB06-02) Vengo e ricerco cosa dice questo interprete della natura delle cose. Inizio a non capire cosa dice e cerco il commentatore. "Ecco, esamina... Com'è detto bene questo, appunto come in latino!" Qua, dunque, quale giustificazione ha il cipiglio del commentatore? Neppure giustamente di Crisippo stesso, se soltanto spiega il piano della natura e lui non lo segue. Quanto più ciò vale per il suo commentatore? Giacché non abbiamo bisogno di Crisippo per Crisippo, ma per comprendere la natura delle cose. Né abbiamo bisogno del sacrificatore per il sacrificatore, ma perché attraverso quello crediamo di capire l'avvenire e quanto è significato dagli Dei. Né abbiamo bisogno delle viscere per le viscere, ma perché attraverso quelle è significato qualcosa. Né ammiriamo il corvo o la cornacchia, ma Zeus che significa attraverso queste creature. Vengo quindi da questo interprete e sacrificatore e dico: "Esaminami le viscere, cosa mi significano”. Lui le prende, le sbroglia, poi spiega: "Uomo, tu hai una proairesi per natura non soggetta ad impedimenti e non soggetta a costrizioni. Qui, nelle viscere, questo è stato scritto. Te lo mostrerò innanzitutto nell'ambito dell'assenso. Può forse qualcuno impedirti di annuire al vero? Neppur uno. Può forse qualcuno costringerti ad accettare il falso? Neppur uno. Vedi che in questo ambito il proairetico l'hai non soggetto ad impedimenti, non soggetto a costrizioni, disimpacciato? Orsù, è diverso nell'ambito del desiderio e dell'impulso? Chi può vincere un impulso se non un altro impulso? Chi un desiderio ed un'avversione se non un altro desiderio ed un'altra avversione?" "Se," qualcuno dice, "uno mi appresserà la paura della morte, mi costringe”. "Non è quanto viene appressato a costringerti, ma è che reputi meglio fare una di queste cose che morire. Di nuovo dunque il tuo giudizio ti costrinse; ossia proairesi costrinse proairesi. Se infatti la parte peculiare che Zeus ci diede spiccandosela, egli avesse strutturato soggetta ad impedimenti o costrizioni sue o di qualcun altro, non sarebbe più materia immortale né sarebbe sollecita di noi nel modo dovuto. Questo trovo" dice, "nelle vittime sacrificali. Questo ti significano. Se lo disporrai sei libero. Se lo disporrai non biasimerai nessuno, non incolperai nessuno, tutto sarà secondo l'intelligenza insieme tua e quella di Zeus”. Per questo dono divinatorio vengo da questo sacrificatore e filosofo, non ammirando lui per la spiegazione ma quello che spiega.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 17, § 16-29

(SPB06-03) O uomo, se devi disporti contro la natura delle cose circa i mali allotrii, commiseralo piuttosto che odiarlo. Lascia questa facoltà atta ad offendersi e ad odiare.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 18, § 9

(SPB06-04) Cos'è dunque educarsi a diairesizzare? Imparare ad adattare i naturali pre-concetti alle particolari sostanze in modo consono alla natura delle cose e, orbene, a discriminare che, delle cose, alcune sono in nostro esclusivo potere mentre altre non sono in nostro esclusivo potere. Sono in nostro esclusivo potere la proairesi e tutte le opere della proairesi; non sono in nostro esclusivo potere il corpo, le parti del corpo, patrimoni, genitori, fratelli, figlioli, patria, insomma i soci. Dove porremo dunque il bene? A quale sostanza lo adatteremo?
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 1, Capitolo 22, § 9-11

(SPB06-05) Tu che te ne vai al processo, vedi cosa vuoi serbare e dove vuoi concludere. Giacché se disponi di serbare la proairesi in accordo con la natura delle cose, hai ogni sicurezza, ogni facilitazione, non hai fastidi. Disponendo infatti di serbare incondizionato quanto è in tuo esclusivo potere e quanto è libero per natura e di questo accontentandoti, di cosa ti impensierisci ancora? Chi è suo Signore, chi può sottrartelo? Se disponi di essere rispettoso di te e degli altri e leale, chi non te lo permetterà? Se disponi di non essere impedito né costretto, chi ti costringerà a desiderare ciò che non reputi; chi ad avversare ciò che non ti pare? Però uno ti effettuerà cose che sembrano paurose. E come può far anche che tu le sperimenti con avversione? Qualora dunque sia in tuo esclusivo potere desiderare ed avversare, di cosa ti impensierisci ancora?
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 2, Capitolo 2, § 1-6

(SPB06-06) Ma il grande è questo: riservare a ciascuna cosa la facoltà che ha e, riservatala, vedere il valore della facoltà. Decifrare poi cos'è più possente e questo perseguire in ogni circostanza, su questo industriarsi, dopo avere fatto il resto accessorio e facendo tuttavia del proprio meglio per non trascurarlo. Giacché bisogna esser solleciti degli occhi, ma non come della cosa più possente; piuttosto, anche degli occhi in funzione di quanto è più possente. Perché quello non starà secondo la natura delle cose altrimenti che operando razionalmente con questi e scegliendo certi oggetti invece di altri.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 2, Capitolo 23, § 34-35

(SPB06-07) O uomo, il proponimento era di strutturarti ad usare secondo la natura delle cose le rappresentazioni che ti incolgono; nel desiderio non fallendo il segno; nell'avversione non incappando in quanto avversi; mai sfortunato, mai preda di cattiva fortuna, libero, non soggetto ad impedimenti, non soggetto a costrizioni; conciliato al governo di Zeus, a questo governo ubbidiente, di questo governo compiacendoti; non biasimando nessuno, non accagionando nessuno, potendo dire queste righe dall'animo intero: *Conducimi, o Zeus, e proprio tu o Fato*.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 2, Capitolo 23, § 42

(SPB06-08) -Ma non sono un erudito?- Ed a che scopo ti erudisci? Schiavo! Non è per essere sereno? Non è per essere stabile? Non è per stare e tragittartela in accordo con la natura delle cose? Cosa impedisce che chi ha la febbre abbia l'egemonico in accordo con la natura delle cose? Qua è il controllo della faccenda, la valutazione di chi fa filosofia. Giacché è parte della vita anche questo, cioè la febbre, come una passeggiata, come un viaggio per mare o per terra.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 3, Capitolo 10, § 10-11

(SPB06-09) "Come uso le rappresentazioni che mi incolgono? Secondo la natura delle cose o contro la natura delle cose? Come rispondo loro? Come si deve o come non si deve? Soggiungo all'aproairetico che nulla è per me?" Giacché se non state ancora così, fuggite le abitudini di prima, fuggite le persone comuni, se intendete iniziare una volta ad essere qualcuno.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 3, Capitolo 16, § 15-16

(SPB06-10) Se invece riferirà la fatica al proprio egemonico, per averlo e tragittarlo secondo la natura delle cose, allora soltanto lo dico laborioso. Non lodate e non denigrate mai in base ai luoghi comuni, ma in base ai giudizi. Sono infatti questi il peculiare di ciascuno e sono essi che fanno le azioni brutte o belle.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Libro 4, Capitolo 4, § 43-44

(SPB06-11) Delle cose che sono, alcune sono in nostro esclusivo potere mentre altre non sono in nostro esclusivo potere. In nostro esclusivo potere sono concezione, impulso, desiderio, avversione e, in una parola, quanto è opera nostra. Non sono in nostro esclusivo potere il corpo, il patrimonio, la reputazione, le cariche e, in una parola, quanto non è opera nostra. Le cose in nostro esclusivo potere sono per natura libere, non soggette ad impedimenti, non soggette ad impacci; mentre le cose non in nostro esclusivo potere sono deboli, serve, soggette ad impedimenti, allotrie. Ricorda dunque che se crederai libero quanto per natura delle cose è servo, e peculiare quanto è allotrio, sarai intralciato, piangerai, sarai sconcertato, biasimerai dei ed uomini. Se invece crederai tuo solo quanto è tuo ed allotrio, com'è, l'allotrio; nessuno mai ti costringerà, nessuno ti impedirà; non biasimerai nessuno, non incolperai nessuno, non effettuerai neppure una sola cosa tuo malgrado, non avrai nemici personali, nessuno ti danneggerà giacché non sperimenterai nulla di dannoso. Prendendo dunque di mira cose così rilevanti, ricorda che bisogna accostarsi ad esse non equilibratamente mossi ma che si deve tralasciarne alcune totalmente ed altre, per il presente, posporle. Se vorrai tanto queste cose quanto occupare cariche ed essere ricco di denaro, per il fatto di prendere di mira anche le precedenti non centrerai, caso mai, neppure queste; ma fallirai affatto quelle attraverso cui soltanto promanano libertà e felicità. Subito dunque, ad ogni rappresentazione scabrosa studia di soggiungere che "Sei una rappresentazione e non affatto quanto appari”. Poi indagala e valutala con questi canoni che hai, ed innanzitutto e soprattutto con questo: se è di cose in nostro esclusivo potere o di cose non in nostro esclusivo potere. E se sarà di qualcuna delle cose non in nostro esclusivo potere, ti sia a portata di mano che "Nulla è per me”.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Il Manuale, § 1

(SPB06-12) Qualora stia per accostarti ad un'opera, richiamati alla memoria qual è la natura dell'opera. Se te ne andrai per fare un bagno caldo, mettiti davanti gli avvenimenti alle terme: quelli che spruzzano, quelli che spintonano, quelli che ingiuriano, quelli che rubano. E così ti accosterai all'opera più sicuramente se subito soggiungerai: "Dispongo di fare un bagno caldo, ma anche di serbare la mia proairesi in accordo con la natura delle cose”. E fa’ allo stesso modo per ciascuna opera. Giacché così, se qualcosa diverrà un intralcio a fare un bagno caldo, avrai a portata di mano che: "Io non disponevo solo questo, ma anche di serbare la mia proairesi in accordo con la natura delle cose; e non la serberò se fremerò davanti agli avvenimenti”.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Il Manuale, § 4

(SPB06-13) Qualora uno faccia il solenne perché può capire e commentare i libri di Crisippo, fra te e te di': "Se Crisippo non avesse scritto con poca chiarezza, costui non avrebbe nulla per cui fare il solenne”. Io cosa decido? Di decifrare la natura delle cose ed accompagnarmi a lei. Cerco dunque chi è il commentatore e, sentito dire che è Crisippo, vengo da lui. Ma non ne capisco gli scritti. Cerco dunque il commentatore di Crisippo. E fin qui non v'è ancora nulla di solenne. Qualora trovi il commentatore, avanza di usare le prescrizioni: questo solo è solenne. Se invece ammirerò il fatto in sé di commentare, che altro risulto se non un grammatico invece che un filosofo? Eccetto che invece di Omero so commentare, appunto, Crisippo. Qualora uno mi dica: "Rileggimi Crisippo", io dunque piuttosto arrossirò, qualora non possa sfoggiare opere simili ed in armonia con i suoi discorsi.
Epitteto: “L’albero della diairesi” Il Manuale, § 49

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Pilotina Stoica 07 'Giustizia'

(SPB07-03) Zenone di Cizio sembra essere trascinato in qualche modo a ciò quando definisce la saggezza nelle cose da distribuire come giustizia, la saggezza nelle cose che si devono scegliere come temperanza, nelle cose cui si deve resistere come virilità. Coloro che lo difendono sostengono che in queste definizioni la scienza è da Zenone denominata saggezza.
95/201 = Stoicorum Veterum Fragmenta 1, 49, 30

(SPB07-09) Cleante, nei ‘Commentari alla Fisica’ afferma che “il tono è una botta di fuoco e che, quando diventi nell’animo tale da essere sufficiente a realizzare i progetti, si chiama potenza e potere”. Poi aggiunge testualmente: “Questa potenza e questo potere, se si ingenera in circostanze nelle quali manifestamente ci si deve mantenere saldi, è padronanza di sé; se in circostanze nelle quali bisogna resistere, è virilità; nei casi che coinvolgono meriti, è giustizia; nel caso di scelte e di avversioni è temperanza”.
251/563 (1) = Stoicorum Veterum Fragmenta 1, 128, 32

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Pilotina Stoica 08 'Saggezza'

(SPB08-03) Zenone di Cizio sembra essere trascinato in qualche modo a ciò quando definisce la saggezza nelle cose da distribuire come giustizia, la saggezza nelle cose che si devono scegliere come temperanza, nelle cose cui si deve resistere come virilità. Coloro che lo difendono sostengono che in queste definizioni la scienza è da Zenone denominata saggezza.
95/201 = Stoicorum Veterum Fragmenta 1, 49, 30

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Pilotina Stoica 09 'Virilità'

(SPB09-01) Zenone, come Platone, ci lascia in eredità una pluralità di virtù distinte come la saggezza, la virilità, la temperanza, la giustizia; e ce le lascia come inseparabili ma diverse e differenti una dall’altra. Quando definisce ciascuna di esse, afferma che la virilità è saggezza…..[ nelle cose cui si deve resistere, la temperanza è saggezza nelle cose che si devono scegliere, la saggezza in senso proprio è saggezza]…..nelle attività da svolgere, la giustizia è saggezza nelle cose da distribuire. E’ come se una fosse la virtù seppure, nelle sue relazioni con le faccende, sembri differire a seconda delle attività.
95/200 (1) = Stoicorum Veterum Fragmenta 1, 49, 21

(SPB09-02) Zenone di Cizio sembra essere trascinato in qualche modo a ciò quando definisce la saggezza nelle cose da distribuire come giustizia, la saggezza nelle cose che si devono scegliere come temperanza, nelle cose cui si deve resistere come virilità. Coloro che lo difendono sostengono che in queste definizioni la scienza è da Zenone denominata saggezza.
95/201 = Stoicorum Veterum Fragmenta 1, 49, 30

(SPB09-11) Cleante, nei ‘Commentari alla Fisica’ afferma che “il tono è una botta di fuoco e che, quando diventi nell’animo tale da essere sufficiente a realizzare i progetti, si chiama potenza e potere”. Poi aggiunge testualmente: “Questa potenza e questo potere, se si ingenera in circostanze nelle quali manifestamente ci si deve mantenere saldi, è padronanza di sé; se in circostanze nelle quali bisogna resistere, è virilità; nei casi che coinvolgono meriti, è giustizia; nel caso di scelte e di avversioni è temperanza”.
251/563(1) = Stoicorum Veterum Fragmenta 1, 128, 32

(SPB09-15) Questo è quanto Zenone dice partecipare della sostanza. E delle cose che sono alcune sono beni, altre mali, altre indifferenti. Beni sono queste: saggezza, temperanza, giustizia, virilità e tutto ciò che è virtù o partecipa di virtù. Mali sono queste: stoltezza, impudenza, ingiustizia, viltà e tutto ciò che è vizio o partecipa del vizio. Indifferenti sono queste: vita, morte, reputazione, discredito, dolore fisico, piacere fisico, ricchezza di denaro, povertà di denaro, malattia, salute e le cose simili a queste.
91/190 = Stoicorum Veterum Fragmenta 1, 47, 19

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Pilotina Stoica 10 'Temperanza'

(SPB10-04) Zenone di Cizio sembra essere trascinato in qualche modo a ciò quando definisce la saggezza nelle cose da distribuire come giustizia, la saggezza nelle cose che si devono scegliere come temperanza, nelle cose cui si deve resistere come virilità. Coloro che lo difendono sostengono che in queste definizioni la scienza è da Zenone denominata saggezza.
95/201 = Stoicorum Veterum Fragmenta 1, 49, 30

(SPB10-10) Questo è quanto Zenone dice partecipare della sostanza. E delle cose che sono alcune sono beni, altre mali, altre indifferenti. Beni sono queste: saggezza, temperanza, giustizia, virilità e tutto ciò che è virtù o partecipa di virtù. Mali sono queste: stoltezza, impudenza, ingiustizia, viltà e tutto ciò che è vizio o partecipa del vizio. Indifferenti sono queste: vita, morte, reputazione, discredito, dolore fisico, piacere fisico, ricchezza di denaro, povertà di denaro, malattia, salute e le cose simili a queste.
91/190 = Stoicorum Veterum Fragmenta 1, 47, 19

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10 STOIC PILOT-BOATS

This page of the site contains my Italian translation of Texts coming from the works of Aristoteles, from various books of the 'Stoicorum Veterum Fragmenta' and from the works of Epictetus.

It covers the following subjects:

(1) Proairesis
(2) Liberty
(3) Right Actions
(4) Diairesis
(5) Happiness
(6) Nature of the things
(7) Justice
(8) Wisdom
(9) Fortitude
(10) Temperance

No English translation of the '10 Stoic Pilot-Boats' is at present available.