LA TRADUZIONE


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Vieni: ti mostrerò un desiderio che non fallisce; un’avversione che non incappa in quanto intende evitare; un impulso conveniente, che sa accordarsi abilmente con ciò che è doveroso; una repulsione secondo la natura delle cose, libera dall’errore; un assenso non precipitoso né sconsiderato; un dissenso meditato e fermo'
 

La Traduzione di Epitteto

Con il titolo 'L'ALBERO DELLA DIAIRESI', ho tradotto di Epitteto tutto quanto ci è pervenuto: i quattro libri delle 'Diatribe', i 'Frammenti' ed il 'Manuale'. Le traduzioni in italiano dell' 'opera omnia' di questo filosofo stoico erano sino ad oggi soltanto due: (1) 'Epitteto. Le Diatribe e i Frammenti' a cura di R. Laurenti, Laterza, Bari 1960 e (2) 'Epitteto. Diatribe, Manuale, Frammenti' con introduzione di G. Reale e traduzione di C. Cassanmagnago, Rusconi, Milano 1982. La mia traduzione si aggiunge ora alle due citate ed ha la caratteristica di essere un eBook reperibile, per ora, soltanto sul web.
Il testo da me tradotto è sostanzialmente quello curato da W.A. Oldfather e pubblicato in due volumi dalla Loeb Classical Library (in più edizioni) con il titolo 'Epictetus.
The discourses as reported by Arrian, the Manual and Fragments'.

Chi se ne intende capirà ben presto di non avere a che fare con un filologo. Non mi sono curato di deprimermi né sulla bibliografia né sulla letteratura critica né sui commentari in argomento. Non ho difficoltà ad ammetterlo: se fossi un filologo non mi sarei mai messo all'impresa di tradurre. Avendola invece portata a termine, e nel giro di diversi anni di impegno quotidiano, vorrà dire che mi interessava qualcos'altro.
Ma anche chi di filologia non s'intende mi auguro capirà ben presto come la mia traduzione eviti lo stupro cristiano che il testo di Epitteto è stato finora costretto a subire e lo rispetti nell'orizzonte materialistico, panteistico, monistico proprio della Stoa antica e che è anche naturalmente mio.
Il carattere particolare della traduzione che io presento risiede nell'essere stata condotta sulla base dell'Index Verborum compreso nell'edizione critica di Epitteto curata da H. Schenkl (1965). Basandomi su di esso, ho cercato di essere scrupoloso innanzitutto nel dare ad ogni parola greca (sostantivo, aggettivo o forma verbale, ecc. che fosse) uno od il minor numero possibile di significati compatibili con i vari contesti e poi di conservare anche nella traduzione il numero di presenze che la parola ha nel testo greco. Giudico l'operazione, con una certa qual mia sorpresa ed anche -devo dire- soddisfazione, sostanzialmente riuscita. Rimane ovvio che tutti gli errori sono miei e che chi me li segnalasse mi farebbe cosa oltremodo gradita.

Alcuni dei miei venticinque lettori, scorrendo la mia traduzione per la prima volta e trovandosi dinnanzi a termini e concetti dei quali non hanno mai sentito parlare, rimangono sconcertati. Io sono stato attentissimo a chiarire sempre, nei titoli dei paragrafi in cui ho suddiviso il testo, il significato delle nuove parole che mi è stato necessario introdurre e non ne ho lasciata alcuna orfana di una adeguata definizione. Mi sembra comunque opportuno riassumere qui brevemente alcuni dei chiarimenti che più spesso mi sono richiesti.
*Il sostantivo 'theòs' singolare e plurale, con articolo e senza articolo, viene da me tradotto -a seconda del contesto- con i termini 'Zeus' oppure 'Materia Immortale' oppure 'dio' e 'dei' oppure 'Dio' e 'Dei'. I due termini 'Zeus' e 'Materia Immortale' sono essenzialmente equivalenti ed intercambiabili. La 'Materia' è sempre qualificata da me 'Immortale' perché l'evidenza e la ragione ci assicurano che è la sola ad esserlo. Zeus è il nome che Epitteto dà all'insieme di tutta la Materia Immortale dell'universo, ed egli non pensa mai minimamente a Zeus come ad un Dio personale e trascendente di tradizione giudeo-cristiana. Uso il termine 'dio' e 'dei' quando Epitteto intende una o alcune di quelle rappresentazioni generose, felicitanti, liberatorie ed aderenti alla natura delle cose di cui soltanto gli uomini sono padri. Uso invece il termine 'Dio' (in quattro casi) e 'Dei', quando è manifestamente riferito a persone che potrebbero benissimo condividere proprio quella rappresentazione infelice, gretta, schiavizzante, irrispettosa della natura delle cose, caratteristica dei monoteismi rivelati.
*Il sostantivo 'ànthropos' viene da me tradotto con 'uomo' soltanto in quei casi in cui Epitteto si riferisce a chi è virtuoso, ossia a chi ha imparato a giocare correttamente con diairesi ed antidiairesi. In tutti gli altri casi lo traduco, secondo le necessità di stile, con termini come 'essere umano' oppure 'persona' oppure 'individuo' oppure 'gente'.
*Il sostantivo 'prònoia' viene sempre da me tradotto con 'mente della Materia Immortale'. Prònoia era un epiteto di Atena a Delfi e Delo. Basta pensare alla 'Materia Immortale' come sinonimo di Zeus ed alla 'mente' come Atena per rendersi conto della semplicità e della precisione del mito antico che di lei racconta la nascita. E nulla è più alieno ad Epitteto ed a me della rappresentazione di una cristiana Provvidenza trascendente.
*Il sostantivo 'fùsis', oltre al normale significato di 'natura', ha spesso nel testo il significato più tecnico di 'natura delle cose' ed in tal modo è stato da me tradotto dove necessario. Epitteto sa benissimo quanto sia facile equivocare in proposito, spacciando per 'natura' quelli che invece sono dei semplici 'modelli culturali', e si guarda bene dal farlo. Se non esiste una 'natura', egli afferma però con estrema decisione che esiste una 'natura delle cose' e che questa è invariante, inviolabile e valida per tutti senza eccezioni. La 'natura delle cose' è appunto la loro essenziale bipartizione in cose che sono in nostro esclusivo potere ed in cose che non sono in nostro esclusivo potere.
*Il sostantivo 'paidèia' non è mai reso da me con il semplice termine 'educazione', perché si presterebbe agli stessi equivoci che citavo a proposito del termine 'natura'. Esso è invece sempre qualificato nella mia traduzione come 'educazione all'uso della diairesi' in quanto questa è la sola interpretazione, a mio parere, coerente con l'impianto generale della filosofia di Epitteto ed è anche chiaramente lo scopo che egli si dà e ribadisce di sé come educatore.
*Il verbo 'thélo' viene tradotto da me con 'volere' esclusivamente in quei casi in cui Epitteto si diverte ad usarlo con ironia o lo mette in bocca a persone che, come si dice, non sanno bene quello che vogliono. Epitteto è fermissimo nel ribadire costantemente che 'noi siamo i nostri giudizi' ed il concetto di 'volontà' gli è, giustamente, più che estraneo del tutto inutile. Salvo pochi casi, ho dunque sempre tradotto questo verbo con l'italiano 'disporre', che a mio parere incorpora una preziosa accezione di atto dell'intelletto, utile a rispettare la contrarietà di Epitteto a chiacchierare di una presunta contraddizione nell'uomo tra teoria e prassi.
Questa traduzione è stata scritta, nel corso di molti anni, a Pamukkale (Turchia), Aleppo (Siria), Londra (Gran Bretagna), Torino (Italia), Washington (USA), Port Blair (Isole Andamane, India), Diu (India), Olimpia (Grecia).

La traduzione della 'Tavola di Cebete'


Trattandosi di un’opera di dimensioni assai contenute, per la traduzione della 'Tavola di Cebete' non ho avuto bisogno di lavorare su di un vero e proprio Index Verborum.
A differenza de ‘L’albero della Diairesi’ di Epitteto, che è la fedele registrazione di un parlato dal vivo, la ‘Tavola di Cebete’ è un testo letterario. Fatta dunque salva la scrupolosità nel tradurre tutte le parole chiave e filosoficamente rilevanti, so di essermi permesso quelle libertà di stile che mi parevano concesse dalla natura del testo.

 

La traduzione di Marco Aurelio

Vale per l’opera di Marco Aurelio quello che vale per le mie altre traduzioni presenti su questo sito.

La loro caratteristica principale, ed anche unica -credo- rispetto alle altre traduzioni delle stesse opere, è quella di essere state condotte rigorosamente sulla base del corrispondente Index Verborum. Nel caso dell’opera di Marco Aurelio, l’Index Verborum è quello compreso nell’edizione critica di tale opera preparata da Joachim Dalfen con il titolo: MARCI AURELII ANTONINI, Ad se ipsum Libri XII, Teubner, Leipzig, 1979.

Escludendo dal computo congiunzioni, particelle, preposizioni e pronomi, il testo si compone di 3367 vocaboli diversi dei quali il 4,8% (esattamente 163) sono nomi propri. Dei 3204 vocaboli che non sono nomi propri, più della metà, esattamente il 55,2%, sono ‘hapax legomena’ ossia vocaboli che Marco Aurelio usa una sola volta. Il numero di ‘hapax legomena’ è notevole se paragonato al corrispondente valore riscontrabile nell’opera omnia di Epitteto, per la quale un calcolo preliminare ed approssimativo segnala un valore di ‘hapax legomena’ aggirantesi intorno al 30%. Pur con tutte le cautele del caso, una simile differenza di quasi il 100%, se confermata, potrebbe avvalorare a mio giudizio l’ipotesi che il testo dell’opera di Epitteto è la fedele registrazione di un parlato dal vivo, mentre l’opera di Marco Aurelio è un testo prima abbozzato, poi corretto e infine letterariamente rifinito. 

Cosa significa tradurre in lingua italiana un testo in greco antico sulla base dell’Index Verborum? Significa innanzitutto partire dalla presunzione, o se volete dalla scommessa, che la lingua italiana abbia una struttura ed una dovizia di vocaboli sufficienti a restituire con accettabile approssimazione le forme e i panneggi dell’abito confezionato nell’antichità. Possiamo paragonarla, insomma, ad un’impresa di alta moda. Io mi sono ovviamente servito dell’aiuto di un gran numero di traduzioni in italiano, in inglese e in francese per superare le numerose incertezze e i frequenti scogli che il testo di Marco Aurelio presenta, e posso dunque parlare al riguardo con conoscenza di causa delle modeste o modestissime sartine -absit iniuria verbis- nelle quali mi sono imbattuto. Non desiderando fare nomi, mi spiegherò con un esempio preso da un testo che invece assolutamente tutti conoscono, dotato di un’autorità senza paragoni e che rappresenta dunque un caso ancora più grave. L’esempio è tratto dal testo ‘La Sacra Bibbia’, Traduzione dai testi originali, Edizioni Paoline, 1964 ed è questo:

**Do per buona la citazione di Luca 19, 41, che fa il paio con quella di Giovanni 11, 35.

In entrambi i casi la traduzione italiana del testo del Vangelo usa il verbo ‘piangere’. Gesù dunque pianse due volte sole in vita sua: una su Lazzaro che poi avrebbe risuscitato e, più tardi, alla vista di Gerusalemme.

Ma le cose stanno veramente così?

Tralascio di parlare della traduzione latina di S. Gerolamo. Cosa è scritto nel testo greco?

In Giovanni 11, 35 il testo greco è questo:  “Edàkrusen o Iesùs”. Il verbo “dakrùo” vuol dire propriamente “versare lacrime” e “dàkru” è infatti il sostantivo greco che indica la “lacrima”. Dunque siamo ampiamente autorizzati a tradurre “Gesù pianse” (versando lacrime).

In Luca 19, 41 il testo greco è il seguente: “Kai òs énghisen, idòn tèn pòlin éklausen ep’autèn”, che si può tradurre: “E quando si avvicinò, guardando la città (Gerusalemme) éklausen su di essa”.

Tutti capiscono che il verbo “klàio” non è il verbo “dakrùo”, meno i traduttori in italiano dei Vangeli, che traducono per sentito dire, per pigrizia, con disprezzo dei lettori i quali, tanto, non si accorgeranno di nulla.

Il verbo “klàio”  è usato in greco per indicare qualunque espressione sonora di dolore o di afflizione che può, ma può anche non, essere accompagnata dalle lacrime. Io lo tradurrei con un verbo come “singhiozzare”, “rompere in alti lamenti”. Si può piangere in silenzio ma non si può “klàiein” in silenzio. Si può “klàiein” senza versare lacrime ma non si può  fare altrettanto se si piange.

Ne concludo che in Giovanni il testo greco si propone di sottolineare il silenzioso scorrere delle lacrime sul volto di Gesù e tutta l’intimità della sua pena in un ambiente familiare e raccolto.

In Luca, invece, il testo intende porre in evidenza tutta la sonorità e la spettacolarità di un lamento che è fatto davanti a un grande pubblico e per un grande pubblico. Esso sarà infatti immediatamente seguito dalla cacciata dei mercanti dal Tempio.**

Traducendo Marco Aurelio, ho ripetuto per ben 3204 volte l’operazione appena citata con i verbi ‘dakrùein’ e ‘klàiein’, cercando inoltre di dare ad ogni vocabolo che non sia un ‘hapax legomenon’, uno od il minor numero possibile di significati compatibili con i vari contesti. Mi auguro di essermi spiegato.