LA TRADUZIONE DI EPITTETO

LA TRADUZIONE DELLA 'TAVOLA DI CEBETE'

LA TRADUZIONE DI MARCO AURELIO

LA TRADUZIONE DEGLI 'STOICORUM VETERUM FRAGMENTA'

 

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THE TRANSLATION OF EPICTETUS

THE TRANSLATION OF THE 'TABLE OF CEBES'

 


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'Vieni: ti mostrerò un desiderio che non fallisce; un’avversione che non incappa in quanto intende evitare; un impulso conveniente, che sa accordarsi abilmente con ciò che è doveroso; una repulsione secondo la natura delle cose, libera dall’errore; un assenso non precipitoso né sconsiderato; un dissenso meditato e fermo'
 

La Traduzione di Epitteto

Con il titolo 'L'ALBERO DELLA DIAIRESI', ho tradotto di Epitteto tutto quanto ci è pervenuto: i quattro libri delle 'Diatribe', i 'Frammenti' ed il 'Manuale'. Le traduzioni in italiano dell' 'opera omnia' di questo filosofo stoico erano sino ad oggi soltanto due:
- 'Epitteto. Le Diatribe e i Frammenti' a cura di R. Laurenti, Laterza, Bari 1960
- 'Epitteto. Diatribe, Manuale, Frammenti' con introduzione di G. Reale e traduzione di C. Cassanmagnago, Rusconi, Milano 1982.
La mia traduzione si aggiunge ora alle due citate ed ha la caratteristica di essere un eBook reperibile, per ora, soltanto sul web.
Il testo da me tradotto è sostanzialmente quello curato da W.A. Oldfather e pubblicato in due volumi dalla Loeb Classical Library (1925, e più edizioni successive) con il titolo: 'Epictetus. The discourses as reported by Arrian, the Manual, and Fragments'.

Chi se ne intende capirà ben presto di non avere a che fare con un filologo. Non mi sono curato di deprimermi né sulla bibliografia né sulla letteratura critica né sui commentari in argomento. Non ho difficoltà ad ammetterlo: se fossi un filologo non mi sarei mai messo all'impresa di tradurre. Avendola invece portata a termine, e nel giro di diversi anni di impegno quotidiano, vorrà dire che mi interessava qualcos'altro.
Ma anche chi di filologia non s'intende mi auguro capirà ben presto come la mia traduzione ponga rimedio allo stupro cristiano che il testo di Epitteto è stato finora costretto a subire e lo rispetti nell'orizzonte materialistico, panteistico, monistico proprio della Stoa antica e che è anche naturalmente mio.
Il carattere particolare della traduzione che io presento risiede nell'essere stata rigorosamente condotta sulla base dell'Index Verborum compreso nell'edizione critica di Epitteto curata da H. Schenkl (1965). Basandomi su di esso, ho cercato di essere scrupoloso innanzitutto nel dare ad ogni parola greca (sostantivo, aggettivo o forma verbale, ecc. che fosse) uno od il minor numero possibile di significati compatibili con i vari contesti e poi di conservare anche nella traduzione il numero di presenze che la parola ha nel testo greco. Giudico l'operazione, con una certa qual mia sorpresa ed anche -devo dire- soddisfazione, sostanzialmente riuscita. Rimane ovvio che tutti gli errori sono miei e che chi me li segnalasse mi farebbe cosa oltremodo gradita.
Un'ultima precisazione al riguardo merita di essere fatta. Va tenuto nel debito conto, infatti, che i quattro libri delle Diatribe di Epitteto non sono né 'Dialoghi' costruiti da Platone a tavolino né 'Orazioni' scritte per sfoggio da Isocrate, ma la fedele registrazione -ad opera di Arriano- di un parlato dal vivo. Io ho cercato di conservare anche nella traduzione italiana questa loro peculiarità e mi sono mantenuto molto aderente al testo greco. Chi la legge lo tenga dunque presente e legga con il 'tempo giusto'.

Alcuni dei miei venticinque lettori, scorrendo la mia traduzione per la prima volta e trovandosi dinnanzi a termini e concetti dei quali non hanno mai sentito parlare, rimangono sconcertati. Io sono stato attentissimo a chiarire sempre, nei titoli dei paragrafi in cui ho suddiviso il testo, il significato delle nuove parole che mi è stato necessario introdurre e non ne ho lasciata alcuna orfana di un'adeguata definizione. Mi sembra comunque opportuno riassumere qui brevemente alcuni dei chiarimenti che più spesso mi sono richiesti.
*Il sostantivo 'theòs' singolare e plurale, con articolo e senza articolo, viene da me tradotto -a seconda del contesto- con i termini 'Zeus' oppure 'Materia Immortale' oppure 'dio' e 'dei' oppure 'Dio' e 'Dei'. I due termini 'Zeus' e 'Materia Immortale' sono essenzialmente equivalenti ed intercambiabili. La 'Materia' è sempre qualificata da me 'Immortale' perché l'evidenza e la ragione ci assicurano che è la sola ad esserlo. Zeus è il nome che Epitteto dà all'insieme di tutta la Materia Immortale dell'universo, ed egli non pensa mai minimamente a Zeus come ad un Dio personale e trascendente di tradizione giudeo-cristiana. Uso il termine 'dio' e 'dei' quando Epitteto intende una o alcune di quelle rappresentazioni generose, felicitanti, liberatorie ed aderenti alla natura delle cose di cui soltanto gli uomini sono padri. Uso invece il termine 'Dio' (in quattro casi) e 'Dei', quando è manifestamente riferito a persone che potrebbero benissimo condividere proprio quella rappresentazione infelice, gretta, schiavizzante, irrispettosa della natura delle cose, caratteristica dei monoteismi rivelati.
*Il sostantivo 'ànthropos' viene da me tradotto con 'uomo' soltanto in quei casi in cui Epitteto si riferisce a chi è virtuoso, ossia a chi ha imparato a giocare correttamente con diairesi ed antidiairesi. In tutti gli altri casi lo traduco, secondo le necessità di stile, con termini come 'essere umano' oppure 'persona' oppure 'individuo' oppure 'gente'.
*Il sostantivo 'prònoia' viene sempre da me tradotto con 'mente della Materia Immortale'. Prònoia era un epiteto di Atena a Delfi e Delo. Basta pensare alla 'Materia Immortale' come sinonimo di Zeus ed alla 'mente' come Atena per rendersi conto della semplicità e della precisione del mito antico che di lei racconta la nascita. E nulla è più alieno ad Epitteto ed a me della rappresentazione di una cristiana Provvidenza trascendente.
*Il sostantivo 'fùsis' oltre al normale significato di 'natura', ha spesso nel testo il significato più tecnico di 'natura delle cose' ed in tal modo è stato da me tradotto ove necessario. Si tratta di una questione di fondamentale importanza, giacché questo concetto, insieme al concetto di 'Proairesi' ed a quello di 'Diairesi', è uno dei pilastri fondamentali della filosofia di Epitteto che sono stati finora drammaticamente sottovalutati o addirittura completamente trascurati da tutti i traduttori in qualunque lingua. Epitteto sa benissimo quanto sia facile equivocare in proposito, spacciando per 'natura' quelli che invece sono dei semplici 'modelli culturali', e si guarda bene dal farlo. Se il termine 'natura' può prestarsi a simili ambiguità, egli afferma però con estrema decisione che esiste una 'natura delle cose' e che questa è invariante, inviolabile e valida per tutti gli esseri umani senza eccezioni. La 'natura delle cose' è appunto la loro essenziale bipartizione in cose che sono in nostro esclusivo potere ed in cose che non sono in nostro esclusivo potere.
*Il sostantivo 'paidèia' non è mai reso da me con il semplice termine 'educazione', perché si presterebbe agli stessi equivoci che citavo a proposito del termine 'natura'. Esso è invece sempre qualificato nella mia traduzione come 'educazione all'uso della diairesi' in quanto questa è la sola interpretazione, a mio parere, coerente con l'impianto generale della filosofia di Epitteto ed è anche chiaramente lo scopo che egli si dà e ribadisce di sé come educatore.
*Il verbo 'thélo' viene tradotto da me con 'volere' esclusivamente in quei casi in cui Epitteto si diverte ad usarlo con ironia o lo mette in bocca a persone che, come si dice, non sanno bene quello che vogliono. Epitteto è fermissimo nel ribadire costantemente che 'noi siamo i nostri giudizi' ed il concetto di 'volontà' gli è, giustamente, più che estraneo del tutto inutile. Salvo pochi casi, ho dunque sempre tradotto questo verbo con l'italiano 'disporre', che a mio parere incorpora una preziosa accezione di atto dell'intelletto, utile a rispettare la contrarietà di Epitteto a chiacchierare di una presunta contraddizione nell'uomo tra teoria e prassi.

Questa traduzione è stata scritta, nel corso di molti anni, a Pamukkale (Turchia), Aleppo (Siria), Londra (Gran Bretagna), Torino (Italia), Washington (USA), Port Blair (Isole Andamane, India), Diu (India), Olimpia (Grecia).

 

The Translation of Epictetus

 

'I’ll show you the sinews of a philosopher. What sinews? An unfailing desire, an unstumbling aversion, a proper impulse, a diligent purpose, an assent far from precipitation. That you will see'

 

THE DIAIRESIS TREE’ is the name that I have given to my English translation of all the extant Greek works of Epictetus: the 4 books of the ‘Discourses’, the ‘Handbook’ and the ‘Fragments’.

The Greek text upon which my translation is based, is essentially the text prepared by W. A. Oldfather and published in two volumes (reprinted 1979) by the Loeb Classical Library, with the title: ‘Epictetus. The discourses as reported by Arrian, the Manual, and Fragments’.

A Greek scholar will quickly realize that my approach to Epictetus is not a philological one. I have carefully avoided to deal, and depress myself accordingly, with matters like complete bibliography or extensive critical literature or scholia. There is no question about that. If I were a Greek scholar, I would have never undertaken the task of translating Epictetus. Since I brought this task to an end, and in the course of many years of daily work, the reason must be that I was interested in something else. At the same time I hope that also people unlearned in philological studies will quickly realize that my translation abstains from the Christian rape that the text of Epictetus has been up to now forced to endure, and that it takes a special care to respect the materialistic, pantheistic, monistic background which was a peculiar trait of the ancient Stoa.

 

The most distinctive feature of my translation is the fact that it is strictly based upon the careful analysis of the ‘Index Verborum’ included in H. Schenkl’s critical edition of Epictetus (Teubner, 1965). Taking advantage of this Index, I have tried, in the first place, to be scrupulous in giving to each Greek word (noun, adjective or verbal form, etc.) one or the least possible number of meanings consistent with the different contexts in which they appear, and then to keep the number of its occurrences in my English translation consistent with the number of occurrences of the word in the Greek text. I think that this attempt, to my surprise and also -I must say- satisfaction, has been basically successful. It’s obvious that all the mistakes one can find are mine, and that I would appreciate very much any contribution that might help me to emend them.

 

Many people, reading my translation for the first time, find themselves faced with terms and concepts that they have never heard, and are disconcerted. I have taken the utmost care to always carefully define, in the titles of the hundreds of paragraphs in which I have subdivided the text, the meaning of each new word that I had to introduce. I think it useful, however, to briefly summarize here some of the explanations that are more frequently requested.

 

*According to the context, I translate the noun ‘theòs -singular and plural, with article and without article- with the words ‘Zeus’ and ‘Matter Immortal’; or ‘god’ and ‘gods’; or ‘God’ and ‘Gods’. The words ‘Zeus’ and ‘Matter Immortal’ are basically equivalent and interchangeable. I always define Matter as Immortal, because reason and experimental evidence tell us that only Matter is endowed with this quality. Zeus is the name that Epictetus gives to the totality of Matter that makes up the universe, and he never fancies Zeus as a personal and transcending God of Judean-Christian tradition. I use the words ‘god’ and ‘gods’ when Epictetus means one or some of those generous, happy, liberating impressions that are respectful of the nature of the things and of which only the men can be fathers. I use the word ‘God’ (in four places) and ‘Gods’, instead, when it is clearly referred to people who could very well share that unhappy, narrow-minded, enslaving impression that is disrespectful of the nature of the things and which characterizes all revealed monotheisms.

*I translate the noun ‘ànthropos’ with the word ‘man’ only in those cases in which Epictetus refers to the one who is virtuous, that is to the one who has learned how to play correctly with diairesis and antidiairesis. In all the other cases I translate it, according to my style rules, with words like ‘human being’ or ‘person’ or ‘fellow’ or ‘people’.

*I translate the noun ‘prònoia’ with the term ‘Matter Immortal’s mind’. Athena was called and worshipped as ‘Pronoia’ both in Delphi and in Delos. If we think of Zeus as ‘Matter Immortal’ and of Athena as ‘mind’, we can easily understand the accuracy and the clearness of the ancient myth that tells us something about her birth. Few things can be more alien to Epictetus and to myself than the idea of a transcending and Christian Providence.

*The noun ‘fùsis’, besides its usual meaning of ‘nature’, takes very often in the present text the more technical meaning of ‘nature of the things’, and I have translated it in this way where I thought it necessary. This is a very important question because, together with the concepts of ‘Proairesis’ and of ‘Diairesis’, this is one of the pillars of the philosophy of Epictetus that have been till now dramatically underestimated or completely disregarded by all translators in whatever language. Epictetus knows very well how easy it is to misunderstand this point and how big the danger is of passing off as ‘nature’ what is, on the contrary, a simple ‘cultural model’. He never plays this game. At the same time, he points out very firmly that we can and we must talk about the ‘nature of the things’, and he is adamant in telling us that ‘the nature of the things’ is invariant, inviolable and valid for all human beings without exceptions. The ‘nature of the things’ is, eventually, their essential bipartition in things that are in our exclusive power (‘proairetic things’) and things that are not in our exclusive power (‘aproairetic things’).

*I never translate the noun ‘paidèia’ with the simple word ‘education’, because this word could lead to the same misunderstandings that I mentioned for the word ‘nature’. I regularly translate it, instead, with the term ‘training to diairesis’ or ‘training to diairesize’, because this is the only interpretation that, in my opinion, is coherent with the general philosophical system of Epictetus and is also clearly the goal that he sets to himself as educator.

*I translate the verb ‘thélo’ with the verb ‘to want’, mostly in those cases in which Epictetus uses it ironically or makes fun of people who don’t know very well, as the saying goes, what they want. Epictetus is adamant in constantly reaffirming that we are ‘our judgements’ or ‘our proairesis’, so that the concept of ‘will’, although not unknown, is mostly useless to him. Except for few cases, I have therefore translated this verb with the English verb ‘to dispose’, a verb that, in my opinion, incorporates the precious meaning of an act of our intellect, useful to comply with the strong dislike of Epictetus for any chat about a presumed contradiction, in man, between theory and praxis.

 

This English translation of Epictetus has been written in Aluthgama (Sri Lanka), Singapore (Singapore), Pulau Pangkor (Malaysia), Bangkok (Thailand), Gili Trawangan (Indonesia), Paihia (New Zealand), Nadi (Fiji Islands), Lalomanu (Western Samoa), Ofu (American Samoa), Los Angeles (California, USA), Key West (Florida, USA), Turin (Italy), Athens (Greece).

 

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La Traduzione della 'Tavola di Cebete'


Trattandosi di un’opera di dimensioni assai contenute, per la traduzione della 'Tavola di Cebete' non ho avuto bisogno di preparare un vero e proprio Index Verborum. Un ragionevole numero di note a bordo pagina sono state più che sufficienti a rendere possibile il mio lavoro.
A differenza de ‘L’albero della Diairesi’ di Epitteto, che è la fedele registrazione di un parlato dal vivo, la ‘Tavola di Cebete’ è un testo letterario. Fatta dunque salva la scrupolosità nel tradurre tutte le parole chiave e filosoficamente rilevanti, so di essermi permesso quelle libertà di stile che mi parevano concesse dalla natura del testo.

 

The Translation of 'The Table of Cebes'

 

Dealing with a work of small size, I did not need to prepare a true Index Verborum, and a reasonable amount of page-border notes has been enough to make my translation possible.
Unlike ‘The Diairesis Tree’, which is the faithful recording of Epictetus’ live talking, this ‘The Table of Cebes’ is a literary text. Granted my scrupulous care in translating all the key-words endowed with philosophical relevance, I am aware that I have not refrained from taking those freedoms of style that the nature of the text allowed me to take.

 

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La Traduzione di Marco Aurelio

 

Vale per l’opera di Marco Aurelio quello che vale per le mie altre traduzioni presenti in questo sito.

La loro caratteristica principale, ed anche unica -credo- rispetto alle altre traduzioni delle stesse opere, è quella di essere state condotte rigorosamente sulla base del corrispondente Index Verborum. Nel caso dell’opera di Marco Aurelio, l’Index Verborum è quello compreso nell’edizione critica di tale opera preparata da Joachim Dalfen con il titolo: MARCI AURELII ANTONINI, Ad se ipsum Libri XII, Teubner, Leipzig, 1979.

L'opera di Marco Aurelio è composta da un totale di circa 30.260 parole. Escludendo dal computo congiunzioni, particelle, preposizioni e pronomi, essa risulta formata da 3367 vocaboli diversi, dei quali il 4,8% (esattamente 163) sono nomi propri. Dei 3204 vocaboli che non sono nomi propri 1768, ossia il 55,2%, sono ‘hapax legomena’, cioè vocaboli usati una sola volta.
Il numero di ‘hapax legomena’ è notevole, se paragonato al corrispondente valore riscontrabile nell’opera omnia di Epitteto. Questa si compone, infatti, di un totale di circa 84.900 parole e risulta formata, escludendo i nomi propri, da 4292 vocaboli diversi, dei quali soltanto 1485, ossia il 34,6%, sono ‘hapax legomena’.
Pur con tutte le cautele del caso, una differenza così significativa -1768 vocaboli unici su 30.260 parole in Marco Aurelio, contro 1485 vocaboli unici su 84.900 parole in Epitteto- potrebbe effettivamente avvalorare la conclusione che il testo dell’opera di Epitteto sia la fedele registrazione di un parlato dal vivo, mentre l’opera di Marco Aurelio sia un testo prima abbozzato, poi corretto e infine letterariamente rifinito. Le mie traduzioni, comunque, tengono conto di queste loro diverse caratteristiche.

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La Traduzione degli 'Stoicorum Veterum Fragmenta'

Le tre più recenti traduzioni in italiano degli ‘Stoicorum Veterum Fragmenta’ sono le seguenti:

- ‘Stoici Antichi’ a cura di Margherita Isnardi Parente, Utet, Torino 1989. I due volumi di questa edizione presentano  una traduzione quasi completa del testo del von Arnim, testo che risulta però riorganizzato, tagliato ed integrato con materiale di diversa provenienza seguendo criteri propri della curatrice.

- ‘Stoici antichi - Tutti i frammenti’ a cura di Roberto Radice, Rusconi, Milano 1998. Si tratta di un volume con testo latino e greco a fronte, il quale riproduce l’impaginazione originale del testo di von Arnim e ne fa una versione completa. Chiude il volume un Indice dei concetti.

-Quella che prende ora avvio sul mio sito. Io ho tradotto direttamente dal greco.

La traduzione inizia con i Frammenti greci del III libro e proseguirà con i Frammenti greci del I libro per finire, ‘rebus sic stantibus’, con quelli del II libro. La scelta di cominciare dai Frammenti del III libro non è ovviamente casuale, dal momento che esso contiene la maggior parte del pensiero etico di quella personalità filosofica Stoica di indiscussa grandezza che risponde al nome di Crisippo. Nella mia traduzione ho conservato l’ordine del testo originale del von Arnim, e i numeri contenuti negli apici tra parentesi quadra fanno appunto riferimento al volume, alla pagina e alla riga di tale testo. Ho tralasciato tuttavia, per ora, di misurarmi con i Frammenti latini, giacché questi non hanno l’importanza e il valore di quelli greci e, per di più, sono di facilissimo reperimento nelle varie traduzioni italiane esistenti dei corrispondenti scrittori latini, Cicerone e Seneca in testa.

 

Anche nella traduzione dei Frammenti greci del III volume degli ‘Stoicorum Veterum Fragmenta’ mi sono conservato strettamente fedele al mio metodo di traduzione dal greco antico, il quale è basato sull’analisi costante e scrupolosa di un ‘Index Verborum’. L’ Index Verborum è, in questo caso, dovuto alle fatiche di Maximilian Adler ed è contenuto nel volume IV dell’opera di H. von Arnim.

Si tratta di un Index Verborum approssimativo e parziale, non certo paragonabile, per completezza, all’Index Verborum presente nell’edizione critica di J. Dalfen dei ‘Ricordi’ di Marco Aurelio, né tantomeno al monumentale ed accuratissimo Index Verborum che arricchisce l’edizione critica dell’opera di Epitteto preparata da H. Schenkl, dei quali, comunque, mi sono servito.

Pur con tutti i suoi limiti, questo Index Verborum è risultato in ogni caso di notevole ausilio. Esso aiuta a seguire la strada maestra di dare ad ogni parola greca (sostantivo, aggettivo, forma verbale e così via) uno od il minor numero possibile di significati compatibili con i vari contesti, così da evitare, per quanto possibile e come mi piace dire, di ‘andare allegramente per i prati’. Il che equivale, traducendo, al perdersi raccogliendo un granchietto qui, schiacciando un pisolino là, inseguendo una papera poco oltre, e al ritrovarsi infine nella valle dei farfalloni, immemori del tutto di dove si è, di cosa si è appena fatto e di cosa si è lì per fare. Sospetto, anzi, che la compattezza e l’acribia della traduzione italiana che offro permetta, a chi lo vorrà, di fare il percorso inverso, ossia di utilizzare la mia traduzione italiana per implementare lo ‘Index Verborum’ greco dell’Adler.

 

Com’è mia abitudine, ho spulciato con attenzione le non numerose traduzioni italiane degli ‘Stoicorum Veterum Fragmenta’ ed ho preso facilmente le misure degli abiti che vi ho visto confezionati. Questo mi è bastato per prendere in seria considerazione l’invito di una mia carissima cugina, la quale mi ha scongiurato di evitare accuratamente la lettura delle pestilenziali e mortifere ‘Introduzioni’, ‘Prefazioni’, ‘Bibliografie’ e via dicendo, con le quali Emeriti Professori amano presentare con sussiego come proprio un prodotto al quale invece parecchi ignari sconosciuti, di solito, hanno lavorato per loro, e che ella non vede andare oltre il significato di certi schizzetti di liquidi organici con i quali diversi animali segnano un territorio e il loro presunto potere su di esso. Lascio a lei il merito di una descrizione tanto vivace, che comunque non ha mutato la mia riconoscente fiducia e perdurante amicizia nei suoi riguardi, mentre vale a spiegare la mia ignoranza su riserve di caccia e faide territoriali, come le chiama lei, alle quali rimango del tutto estraneo.

 

Quando a me è parso che uno o più Frammenti richiedessero una chiarificazione o una precisazione, le ho raccolte alla fine del paragrafo di testo che li contiene, con un opportuno rimando al loro numero d’ordine. Faccio espressamente notare, inoltre, che per la corretta comprensione del pensiero Stoico si rivela sempre più essenziale ed imprescindibile la conoscenza  e l’uso della terminologia filosofica introdotta da Epitteto e che, grazie all’ormai abbondante materiale presente su questo sito, è stata da me ampiamente precisata ed anche, se mi è permesso dirlo, ulteriormente arricchita. Mi riferisco in particolar modo ai concetti di: ‘Natura delle cose’, ‘Proairesi’, ‘Proairetico’, ‘Aproairetico’, ‘Diairesi’, ‘Controdiairesi’, ‘Antidiairesi’.

Questo a testimonianza della potenza di una riflessione filosofica che non solo non è morta ma che è più vitale che mai, ed anzi del ruolo fondamentale che lo Stoicismo è inevitabilmente destinato a giocare nell’immediato futuro di tutti noi.

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Come e perché le traduzioni basate sull'Index Verborum sono diverse dalle traduzioni correnti

Cosa significa tradurre in lingua italiana un testo in greco antico sulla base dell’Index Verborum? Significa innanzitutto partire dalla presunzione, o se volete dalla scommessa, che la lingua italiana abbia una struttura ed una dovizia di vocaboli sufficienti a restituire con accettabile approssimazione le forme e i panneggi dell’abito confezionato nell’antichità. Possiamo paragonarla, insomma, ad un’impresa d'alta moda. Io mi sono ovviamente servito dell’aiuto di un certo numero di traduzioni in italiano, in inglese e in francese per superare le numerose incertezze e i frequenti scogli che i testi degli antichi autori greci presentano, e posso dunque parlare con conoscenza di causa delle modeste o modestissime sartine -absit iniuria verbis- nelle quali mi sono imbattuto. Non desiderando fare nomi, mi spiegherò con un esempio preso da un testo che invece assolutamente tutti conoscono, dotato di un’autorità apparentemente senza paragoni e che rappresenta dunque un caso ancora più grave. L’esempio è tratto dal testo ‘La Sacra Bibbia’, Traduzione dai testi originali, Edizioni Paoline, 1964 ed è il seguente:
**Do per buona la citazione di Luca 19, 41, che fa il paio con quella di Giovanni 11, 35.
In entrambi i casi la traduzione italiana del testo del Vangelo usa il verbo ‘piangere’. Gesù dunque pianse due volte sole in vita sua: una su Lazzaro che poi avrebbe risuscitato e, più tardi, alla vista di Gerusalemme.
Ma le cose stanno veramente così?
Tralascio di parlare della traduzione latina di S. Gerolamo. Cosa è scritto nel testo greco?
In Giovanni 11, 35 il testo greco è questo: “Edàkrusen o Iesùs”. Il verbo “dakrùo” vuol dire propriamente “versare lacrime” e “dàkru” è infatti il sostantivo greco che indica la “lacrima”. Dunque siamo ampiamente autorizzati a tradurre “Gesù pianse” (versando lacrime), o "cedette alle lacrime".
In Luca 19, 41 il testo greco è il seguente: “Kai òs énghisen, idòn tèn pòlin éklausen ep’autèn”, che si può tradurre: “E quando si avvicinò, guardando la città (Gerusalemme) éklausen su di essa”.
Tutti capiscono che il verbo “klàio” non è il verbo “dakrùo”, tranne certi traduttori in italiano dei Vangeli, che traducono per sentito dire, per pigrizia, con disprezzo dei lettori i quali, tanto, non si accorgeranno di nulla.
Il verbo “klàio”, specie se intransitivo, è usato in greco per indicare qualunque espressione sonora di dolore o di afflizione che può, ma può anche non, essere accompagnata dalle lacrime. Io lo tradurrei con un verbo come “singhiozzare”, “rompere in alti lamenti”. Si può piangere in silenzio ma non si può “klàiein” in silenzio. Si può “klàiein” senza versare lacrime ma non si può fare altrettanto se si piange.
Ne concludo che in Giovanni il testo greco si propone di sottolineare il silenzioso scorrere delle lacrime sul volto di Gesù e tutta l’intimità della sua pena in un ambiente familiare e raccolto.
In Luca, invece, il testo intende porre in evidenza tutta la sonorità e la spettacolarità di un lamento che è fatto davanti a un grande pubblico e per un grande pubblico. Esso sarà infatti immediatamente seguito dalla cacciata dei mercanti dal Tempio.
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Io perdo drammaticamente l'orientamento quando mi si parla di parentele e provo una disastrosa ripugnanza davanti alle bibliografie ma, traducendo ad esempio Marco Aurelio, ho sempre gioito ripetendo per ben 3204 volte l’operazione appena citata con i verbi ‘dakrùein’ e ‘klàiein’ e cercando, inoltre, di dare ad ogni vocabolo che non sia un ‘hapax legomenon’ uno od il minor numero possibile di significati compatibili con i vari contesti.
 

Mi auguro di essere stato chiaro.